10.3.20

Il metro di troppo

Cosa faremo adesso?
Senza baci, senza abbracci, senza braccio con braccio in pizzeria, fino a ieri una minaccia al nostro personale spazio vitale se non fosse che ora lo spazio vitale si è fatto largo quanto un campo di calcio, discussioni lente e vicine mentre si sorseggia il caffè, strette di mano, pacche su spalla, prego si sieda sul bus stracolmo, universitari che di venerdì riempiono di valigie le pance degli autobus, il mercato del pesce, le file lunghe e noiose alla cassa, e quelle sfigate più lunghe e noiose col prodotto che non passa, il bagno negli autogrill, il cornetto di notte nel bar migliore, il venerdì di Pasqua stracolmo di gente che si ostina a vedere Gesù crocifisso, con gli stessi occhi usati la mattina per l'oroscopo, non ci credo ma lo leggo.
È quarantena o Quaresima? Quando si digiuna, si spengono i rumori di troppo, si tolgono gli orpelli, i pesi, si ridimensiona ogni cosa che a furia di gonfiare e ingigantire ci è scoppiata tra le mani?
Ci piace gonfiare e ingigantire tutto, a noi. Le torte, le macchine, le case, il numero degli amici o quello delle scarpe, delle calamite sui frigo, le imprese, gli amori, persino i dolori.
È che siamo ciechi, abbiamo bisogno dei micro e telescopi per vedere, e un po' sordi, e le cose non ci toccano poi molto, per sentirle devono essere dure e spigolose, urlate, evidenziate, taggate, scosse, esplose. Dobbiamo ingigantire tutto per sentirci vivi, devono farsi macigni le cose perché le piume sono invisibili di fronte ai golem.
Ci è piaciuto tantissimo stirare a decenni quelli che dovevano essere dieci minuti di celebrità. Ma perché mai dieci minuti, se possono essere venti, ore, mesi, anni, decenni, se possiamo esistere più a lungo?
Ci è piaciuto moltissimo portare avanti la nostra personale celebrità che abbiamo scambiato subito per voce del verbo esistere e fare terra bruciata tutto a attorno, che dentro al selfie non ci sta, non sta bene.
Noi, solo noi, sempre noi, ma super connessi, mai realmente soli, guardati, ammirati, commentati, spiati, copiati, criticati, toccati, 20 milioni di followers, trenta milioni, 10,5 B di likes, impressions, visualizzazioni, numeri enormi, come quelli dell'universo.
Una legge dice che non esiste l'osservato senza l'osservatore.
E se noi esistiamo perché ci guardano numeri di occhi vicini a quelli dell'Universo, basta un momento di sconforto, o di noia o di leggerezza, o di stanchezza per arrivare a pensare che noi siamo l'Universo.
Ma se noi siamo l'Universo, dentro al nostro metro vitale chi c'è?
Se alzo lo sguardo dallo schermo c'è il divano su cui siedo, la stufa, il televisore. Attorno al mio metro vitale, che tanto ho voluto tutelare, non c'è nulla che viva sul serio, che scambi anidride carbonica con ossigeno e viceversa, o pianto per conforto e viceversa.
È tutto chiuso adesso.
Non si esce, non si alzano le serrande dei negozi, le strade deserte, i bar, gli uffici, le banche. Dov'è adesso tutta la vita che abbiamo gonfiato per ingordigia e che però abbiamo tenuto lontana per amore dello spazio vitale?
Ora che per legge dobbiamo stare lontani si sta incrinando qualcosa.
Che non è solo l'ottusa tendenza dell'uomo a desiderare, smaniare per qualcosa che gli è divieto, come le caramelle, la tipa inarrivabile, il lavoro da sogno, la macchina costosa, la mela, sempre la mela.
È semplicemente che è da troppo tempo che abbiamo quel metro di vuoto, di troppo.
E è stato messo sotto la lente di ingrandimento per tutti noi ciechi.
Il microscopio del virus, il telescopio dei media.
È troppo tempo che abbiamo quel metro di vuoto attorno.
E da adesso, a vederlo, possiamo colmare.

Che cosa ne faremo di tutto questo tempo?
Questo tempo stirato, allungato, contratto a piacimento come le calze di nylon, la pelle sotto le mani del chirurgo, il pinocchio di legno con le giunture in elastico.
Un gioco, tutto un gioco il nostro, persino come dare cibo al tempo. O per lo più, farlo morire di fame.
Sarà lui a far morire di fame a noi. Vuoto, noioso, lento, soffocato, balbuziente.
Non basterà fare torte, giocare a risiko, guardare serie, pittarsi le unghie, pulire case, smanettare al pc.
È arrivato il tempo del tempo, a riprendersi tutto ciò che gli abbiamo sottratto.
Nessuno stavolta, ma proprio nessuno si salverà dal fatto che siamo sotto una feroce, tragicomica, meravigliosa, tirannica, salvifica quaresima, dove tutto è quarantena, digiuno, fermo.
Finalmente.

Uscirà tanta bellezza da questa storia.
Le maestre già a lavoro che si riscoprono massaie, inventano ricette, danno pasti assemblati alla bell'e meglio per non lasciar affamati i bimbi, colmano con compiti e libri in aggiunta, in un tentativo matto e disperato di eludere il digiuno, ma che solo il ritorno in carne a scuola, maestre banchi bambini astucci temi addizioni voti bidelli merende campanelle, potrà colmare.
In carne.
Sarà questa la grande bellezza: tornare in carne ed ossa.

A toccarci, pacche, strette di mano, mercato, piazza, tazzine di caffè, aperitivi, bolletta della luce, in carne ed ossa, la pizza in pizzeria, il panino in panineria, non sopportare la folla, i campi di calcio, non sopportare il calcio. Ma col corpo.
Dirlo occhi con occhi, viso a viso, la voce roca, squillante, bassa, bambina, adulta e dietro i volti in carne ed ossa, le labbra che aprono e chiudono, i fiati, le mani che gesticolano, che toccano. L'incontro.
Alla fine torneremo a non sopportarci, forse, solo non più dietro a tastiere, ma davanti a facce davvero antipatiche. La grande bellezza è che saranno belle anche le facce antipatiche.

7.11.18

La sezione aurea di un trasloco

Fine del trasloco.
Le lumache fanno presto a trasportarsi la roba. È una pallottola di niente la loro, eppure ammucchiata secondo i criteri grandiosi di Fibonacci e sezione aurea: quella loro pallottola di niente è inscritta nei progetti che ha il cosmo riguardo alla bellezza.
Le lumache si portano addosso la meraviglia con lievità, in modo per nulla difficoltoso, ecco.
Noi invece che di vera bellezza non ne sappiamo più poi molto, abbiamo la necessità di far pacchi, pacchi su pacchi, pacchi piccoli, medi, grandi, giganti, quintali di carta di pubblicità dei market cittadini da avvolgere sulle cose della nostra vita.
Io se avessi potuto scegliere, avendo ancora sulla pelle il quanto ci sia costato reperire dieci anni di robe di vita, avrei magari avuto più cura nella scelta del nostro packaging esistenziale e senza tanto stare a scomodare Fibonacci mi sarebbe bastato avvolgere le nostre paccottiglie con, non so, le poesie di Alda Merini, le prove su carta di Modigliani, gli spartiti di Einaudi o fantasmagorie del genere.
E invece, eccole lì le nostre cose: una vita di dieci anni stipata in vagoni di Lenor, Coccolino e volantini tutto a meno di un euro.
Ma credo non sia un caso, questo. Che le nostre vite traslocate finiscano a far marchette, intendo.

29.6.16

Per un niente

L'incanto, quando fuori è la spesa, le marmitte, le bollette, la spazzatura che brucia, il condominio, la tariffa speciale,
il nulla, davvero, il nulla,
le antenne, il telegiornale, il mare morto che fa da sepolcro e noi di sopra a far la crociera, la gente che ha dimenticato qualcosa ma non sa cosa e allora urla, le verdure coi pesticidi, e i solfiti e nitrati, roba che non so, ma che hanno brutti nomi che solo a dirli, a pronunciarli ti inquini.
Se invece dici bellezza, dici bellezza.
E allora tutti a correre, a parlare di nulla, davvero, di nulla,
a scappare,
tutti pazzi, e arrabbiati, e inquinati senza saperlo. A invocare bellezza senza saperlo.
E non bisogna avere paura, dicono, bisogna aggredire, dicono.
Ma io non ho mai imparato
e quelli lì fuori mi fanno paura, ché mi sembrano tutti fuori di sé, tutti:
quelli al supermercato, alla posta, dal meccanico, in condominio, al telefono, quelli che annunciano le morti e poi la dieta per il bikini, piangendo e ridendo con un click, un telecomando.
Io non ce l'ho questo telecomando e quelli lì fuori continuano a farmi paura.
E una stanchezza che stavolta nemmeno il mare è riuscito a togliere. Ché lui in genere può, ma stavolta no. Il mare è morto. E se nemmeno il mare riesce a togliere la stanchezza, mi sembra tutto perduto.

Ma poi per un niente l'incanto.
Giuro, per un niente.
Per i capelli di Sofia, forse.
O forse per il balsamo sulla mia schiena portandole con i primi due spiccioli un costumino nuovo azzurro, forse. E lei bellissima con l'azzurro addosso, e vederla così un balsamo, e la ragione alla schiena spezzata era solo quella.
L'incanto per un niente.
Forse per la ballata di un nostro amico con la fisarmonica e gli archi e tutto il resto che solo a pensarla ti vien da piangere e non vedi l'ora che la senta il mondo intero, giuro, il mondo intero, ché una canzone con la fisarmonica e gli archi e tutto il resto che ti vien da piangere solo a pensarla secondo me il mondo intero lo guarisce. Come i grembiuli e le torte flosce nel forno, i bambini, il cielo cobalto.
C'hai davanti un pazzo e tu gli canti quella canzone e lui d'improvviso guarisce.
Che è un niente, giuro, un niente, che guarisce.
Come quando hai una pianta, le dai l'acqua tutti i giorni, tutti,
nonostante la schiena spezzata, i pesticidi, la gente che urla,
e lei è rigogliosa, ma poi all'improvviso una notte succede qualcosa, qualcosa deve per forza succedere se poi l'indomani dopo essere stata rigogliosa la trovi secca, completamente, da rimanerci secchi. Secca d'improvviso.
E tu continui a darle l'acqua, tutti i giorni, tutti, come sempre, e all'improvviso una notte succede qualcosa, qualcosa deve succedere per forza se poi l'indomani dopo essere stata morta le trovi addosso un fiore.
E allora pensi che forse di notte non succede niente.
E nemmeno quando le dai l'acqua succede niente.
Che forse è per un niente se una pianta decide di morire o regalare bellezza.
Giuro, forse è per un niente se, in mezzo al mondo pazzo, arriva l'incanto.
Con fisarmonica e archi e tutto il resto.
Da rimanerci secchi.


4.5.16

Per un millimetro

Giuseppe ha sei anni, è maggio, non legge e non scrive.
Sofia ha sei anni, è maggio, legge una storia intonando le frasi e scrive in corsivo cosa la rende felice, annoiata e triste. Scrive di pace e di guerra.
Giuseppe ha lo zaino lercio, a volte pieno zeppo di spazzatura e di cose che non servono, a volte vuoto, di colori, matite, quaderni, e adulti.
Sofia dentro la zaino porta le cose in modo decrescente: dietro i libri, poi i quaderni, poi i due astucci, infine il porta merenda.
Per quanto io sia tentata, la verità è che non so dare misure di felicità. Ho smesso da un po', che la bilancia per questo genere di cose non è mica affidabile e l'anima a volte sguazza felice negli inferni e annaspa intontita dentro le più comode delle vite.
Però mi capita di pensare che a volte è questione di un millimetro se due vite di uguale bellezza prendono storie diverse. Non so, una giornata storta, una pasta scotta, una stanchezza più forte, un cartello stradale sbagliato.
Per un solo millimetro, di deviazione infinitesimale, non so, una giornata storta, una pasta scotta, una stanchezza più forte, un cartello stradale sbagliato, due vite di uguale bellezza alla fine vanno una a capo nord e l'altra a capo sud.
Ma sulla felicità niente, me ne sto zitta.
Quello che faccio è ripulire lo zaino di Giuseppe, togliergli le erbacce e le malerbe, temperare matite, seminare parole.
Che è già maggio.

3.5.16

Api e chiappe, qui

Quello della doccia è uno dei momenti più catartici e sovversivi, qui. Le chiappe al vento sbattute ovunque, in cucina, sulla casa di Peppa Pig, sulla bicicletta, hanno una fortissima valenza simbolica, talmente evidente da non dover essere spiegata.
È anche un momento mistico ed escatologico. "Toh, cane, ti libero!". L'imposizione delle chiappe nude sul muso del cane pare lo guarisca dal suo essere intrinsecamente reprobo, degno del castigo divino fatto di pulci e zecche.
Sofia marca il territorio così, attraverso l'imposizione delle chiappe su territori altrimenti impraticabili se non con addosso l'adesione ad un dress code per lo meno essenziale.
Il nudismo legittimo, legittimato da una causa di forza maggiore quale la doccia, la lascia poi libera di sperimentare il total nude in tutte le varianti: nudo con tacco 12 misura 37, nudo con occhiali da sole, nudo con mestolo e scolapasta, accessori di tendenza reperiti dal lavabo dei piatti sporchi. 
Ma al momento del nudo con cintura fashion di coda di cane ancora vivo, do segni di cedimento.
Sofia non puoi... comincio a... corri subito in...
Mi sembrano però da subito interventi fuori luogo, frutto di scarsa pazienza e di troppo peso agli spot di Napisan.
Abbiamo sterilizzato talmente tanto che le api muoiono, il polline primaverile ci avvelena e gli antibiotici si prendono come fonzies: se non ti lecchi le dita godi solo a metà.
Insomma, in questa furia, qualcosa ci è sfuggito di mano.
Temo abbia colpa uno scribacchino maldestro di motti, uno che ha ricopiato male "lotta alle cose che nuocciono alla nostra vita".
E adesso mandiamo avanti una "lotta alla nostra vita" senza senso.
E in questa guerra fredda, persino l'anima, mi pare, abbia preso un non so che di asettico, un colorito biancastro; sterilizzata e vuota, come un set ospedaliero con divieto d'accesso ai temutissimi guizzi di vita non controllati.
Le lascio mettere le chiappe nude su tutto, dunque.
È gran festa qui.


Niki Boon, che fa foto per ricordarmi che la vita che mi piace esiste davvero.

14.10.15

Un divano

Sofia torna da scuola e me ne racconta alcune stranezze, come quando dopo aver finito il lavoretto il segnale da dare alla maestra è quello di mettersi a braccia conserte.
Evidentemente braccia conserte fa ancora parte del corredo scolastico, assieme alla scrittura in corsivo, il panino al prosciutto, la compagnetta bastarda e l'astuccio pieno di colori.
Lo racconta con un'incognita sugli occhi, a cui io non so rispondere.
È quel genere di cose incomprensibili che bolliamo come stranezze, ovvero singhiozzi tra un'aderenza alla nostra normalità e l'altra.
Io guardo la nostra normalità e mi sembra che Sofia ci cresca dentro in pienezza.

Ha un papà che lavora a intermittenza, il libero professionista di questi tempi: nessun gadget di lusso e tempo da gestire.
La va a prendere ogni giorno all'uscita da scuola. Infila chiavi e cellulare in tasca e va. Ama questo appuntamento, lo chiama rito.
Piccole, sciocche, meravigliose felicità che fanno quotidiano e che noi chiamiamo rito.
Si fottano allora tutti i gadgets di lusso di questo mondo.
Mangiamo, torniamo da scuola e ne facciamo dei riti. L'amore non è un gadget.

Ha un nonno che le invecchia attorno; lei cresce, lui ridiventa bambino.
Sofia cerca le parole nel vocabolario che sta costruendo, mio padre le perde nella memoria ingrigita. Un giorno si incontreranno a metà strada e avranno la stessa età.
Ho una foto di lui rosso paonazzo mentre posa il primo sguardo su sua nipote. Ha il sorriso tirato e le mani sui fianchi, scomode; è evidente che non sa bene dove metterle di fronte a tutta questa bellezza tornata improvvisa da vecchio.
Mi sa che l'amore a volte è anche questo. Non riuscire a trovare un posto a delle mani divenute all'improvviso scomode. Nemmeno dentro a una foto.

Ha una nonna che prima che Sofia nascesse badava a ripetere che nessuno avrebbe mai dovuto chiamarla nonna.
Le è sembrato una stupidaggine fin dal primo momento, quando le ha pulito la sua prima imbrattata di cacca nel mondo.
Adesso le prepara le lasagne la domenica, a Carnevale le compra il vestito di Frozen e sceglie il tema delle mutandine in base ai cartoni del momento.

Ha una zia che forse ha capito ancora poco dell'amore. Qualche volta le è arrivato addosso, ma le è rimasto impigliato da qualche parte nelle sue paure. Non è arrivato mai a scioglierle le ossa.
Cammina ossuta e spigolosa. Ma a volte, quando parla alla bambina, si piega su di lei e le parla a bassa voce, come se fosse un discorso segreto tutto loro, segreti come lo zaino è troppo pesante, hai sonno, prima la scarpa destra o quella sinistra, comunque un discorso tutto loro dove c'entra l'amore.

Io mi guardo attorno e benedico.

Ognuno di noi cresce nella normalità dei propri gesti quotidiani, sagome ben assestate sui divani.
Nessuno mai dovrebbe prenderne le misure, dire bene o male di una sagoma che non gli appartiene, visto che è già complicatissimo farlo in modo poco lontano dalla boiata con le proprie, si sa.
Ma ad ogni modo tra le miriadi di divani ce n'è qualcuno beccato, usurato, macchiato, qualcuno buttato accanto a un cassonetto e alla vista si riconoscono. Son quelli che per tenere attaccate giusto due sagome ci vuole tanta stanchezza.

Io perciò mi guardo attorno e benedico.

Sofia torna da scuola e mi racconta di alcune stranezze che ancora non le appartengono.
So già che un giorno smetterà di parlarmene, quando le stranezze avranno lasciato le sagome sul suo divano, accolte dalla sua normalità.
Fra qualche tempo si metterà a braccia conserte senza chiedersi più il perché.
Alla fine la vita è una storia di accoglienze. Alcune scomode, ma nel mucchio per lo più piene di bellezza e di grazia.
Io mi siedo sul divano, alle spalle le nostre sagome, mi guardo attorno e le benedico tutte.

30.9.15

Se la vita fosse una zuppa di lenticchie

Mi sa che l'essere umano è un po' snob.
S'è mica mai visto un cane seduto concentrato a nettar lenticchie. Questa sì, questa no.
Setacciare è una faccenda tutta umana. Se ci pensate non facciamo altro. E a furia di setacciare, in modo maldestro quanto improvvisato, stiamo facendo dei casini madornali. 
È che se non sono lenticchie la faccenda diventa più complicata.
Le persone, le scelte, i luoghi, le motivazioni, valle a setacciare senza che venga fatta strage di bellezza o al contrario senza che venga elargita salvezza a Barabba, a cazzo insomma. 
Se le cose della nostra vita fossero lenticchie il da farsi sarebbe più lineare ed evidente. Quelle tonde lisce marrone chiaro sì, quelle macchiate, col pallino nero, accartocciate rugose, no. Un solo semplice dito per farlo.
Io invece nella vita c'ho fatto dei gran casini con questo dito. Dovrei seguire un corso accelerato di differenziata esistenziale. Ho buttato cose buone in mezzo a quelle cattive e tenuto cose che m'hanno intossicato.
Per esempio, ho messo via delle scarpe meravigliose in pelle fatte a mano da un artigiano catanese, un paio al mondo, che a guardarle mi si diceva che ero io. Ora ai piedi porto plastica fiorata cinese, numero di serie n alla miliardesima, e mi confondo e non mi riconosco se mi guardo camminare. 
In compenso ho una guru nana di appena sei anni che con addosso gli occhiali in plastica con le pupille finte disegnate mi svela le cose invisibili del mondo, o almeno così mi sembra, e un compagno che ha deciso di invecchiare come Benicio del Toro, o almeno così mi sembra.
È che nonostante questa smania maldestra di setacciare, la vita poi, si sa, è una massaia straordinaria e con gli ingredienti che le recuperiamo a cazzo ci fa miracoli e alla fine vien su lo stesso bene.
Come la zuppa di lenticchie che è pronta in pentola. Pallino nero più, pallino nero meno.


28.9.15

Tutto a destra lento

Hai ragione, ragazzo, sorpassami pure.
Fuori piove, vado lenta e tu invece corri.
Me lo ricordo, prima di tutta questa mia vita rannicchiata adesso sul sedile posteriore, ché di notte la macchina spalma i sogni sull'asfalto; prima di tutta questa mia vita anch'io avevo la tua stessa urgenza.
Quella di fare strada senza scrupoli, come una specie di valchiria urbana venuta per radere al suolo a colpi d'acceleratore tutte le cose attorno che non mi appartenevano.
È un viaggio che non ha fermata, non ha asilo, che cerca l'appartenenza da qualche parte, alla cieca, a tentoni, ma che poi in una manciata di chilometri si brucia tornando al punto di partenza.

Tu avrai il profumo buono addosso, la macchina pulita e ordinata e tutta una vita da ingombrare.
Io puzzo di patatine fritte, i sedili son pieni di peli di cane e tutto quello che ho è qui dentro.
La tua urgenza è una giostra che gira, che non va verso nulla di preciso e per questo corre. Corre pazza perché l'urgenza che hai è una faccenda seria.
Io, invece, ecco, mi metto qui a destra, che ho tanto da ringraziare, che i grazie son troppi, e non vorrei che me ne sfuggisse neanche uno, mi metto a destra e tu mi passi.

Io lo so che per te non c'è ancora nessuna fermata, nessun ristoro, altrimenti ti metteresti dietro e insieme faremmo una fila di grazie.

Io, ragazzo, solo adesso ho capito che cos'è l'amore. Che quando prima di piovere ho il diaframma nervoso e non respiro e ho l'ansia e aspetto l'arrivo catastrofico di qualcosa.
E poi è solo che piove. 
Anche il mio cane fa così.
E allora è da poco che ho capito che l'amore sta anche nel corpo, lo riempie, gli toglie gli orpelli e le penne piumate, scava i solchi per farsi strada, lo rallenta altrimenti gli mancherebbe il respiro, e lo fa tremare prima della pioggia. L'ho capito solo ora che vado lenta.
Tu corri per non sentire la pioggia, quando invece è proprio quel tremore di vita prima che scenda e mentre poi cade quello che stai cercando.
Allora mentre cerchi quella cosa che stai ancora cercando sorpassami pure, ragazzo.
Io mi metto a destra, che tutta la mia vita è rannicchiata sul sedile posteriore, i grazie son tanti e fuori piove.



25.9.15

La mutanda la mattina

Mia madre quand'ero piccola e di mattina mi doveva svegliare, entrava quatta quatta, a passo felpato e credo premeditatamente, in modo che io non potessi prepararmi psicologicamente e spezzare l'effetto sorpresa della sua prossima azione, che era quella di alzare la serranda come se Uno Mattina avesse appena dichiarato lo stato d'emergenza, con una drammaticità da scoppio di Guerra Mondiale, e l'Armageddon qui dentro, quartier generale giusto la mia stanza, giusto una sorta di nuvola sopra la testa o sigillo degli sfigati di prima mattina. Nel frattempo, allo scrosciare violento della serranda, mia madre associava urla impanicate e isteriche, con un'unica uscita mono è tardi, è tardi, è tardi. Se faccio uno sforzo per ricordare, non ne sono sicura, ma la visione è mia madre coi becchi d'oca, le ciabatte peluches di coniglio, la crema casereccia all'uovo gialla sulla faccia e lei che si strappa le vesti è tardi, è tardi, è tardi. Il Bianconiglio con le mestruo è qualcosa che non auguro a nessuno. Mia madre mi dava un bacio all'uovo, io mi alzavo dal letto in preda al terrore, e vomitavo. Poi col tempo l'effetto Armageddon s'è smorzato, la cronicità al ritardo si è fatta rassicurante, e io mi son limitata al solo conato.
Ma negli anni l'è tardi isterico è entrato di diritto all'interno del mio corredo genetico, immutabile e definitivo. Faccio sempre tardi e poiché nei 34 anni di vita si è ormai consolidata l'associazione ritardo-conato, se per il mondo l'ultimo isterico allarme prima di uscire di casa è sul telefonino, il mio è direttamente inserito negli intestini.
Oggi il mio unico scopo nella vita è svegliare Sofia a suon di primavere di Vivaldi.
Non so perché ma alla mia veneranda età non ho trovato niente di meglio dal punto di vista creativo se non quello di adottare la tecnica più bassa ma senz'altro più performante usata dall'intero genere umano quando come obiettivo ha quello di salvare un bambino. La cacca.
Accento piemontese e malinconico, una Magda ovina:
- Buongiorno, Sofia.
- mmpf... 'giorno, chi sei?
- Sono Pecora Miranda e porto la mutanda. 
- Perché porti la mutanda?
- Perché quando rido scorreggio e mi scappa la cacca.
Oggi non abbiamo serrande e mia madre non fa più creme casarecce all'uovo. Ma siamo sempre quelle dell'ultimo minuto e se io affronto ancora e per sempre l'emergenza ritardo con la nausea, per Sofia tra peti, risate e incontinenze non c'è gastrite che tenga.
Stamattina, tra un conato e l'altro, pensavo che a volte è semplice. A volte basta sacrificare una pecora alla mutanda per salvare una figlia.



24.9.15

La fame non ha stelle

Oggi è quel caldo indispettito di Settembre che all'ora di pranzo scalcia ancora un po' per farsi spazio tra i primi freschi. I pescatori sulla strada fanno aria sui banchi e cacciano le mosche usando il piatto della bilancia.
Sono cinque o più messi in fila, uno dietro l'altro, e tutti usano lo stesso ventaglio d'alluminio. Portano ancora gli stivali di gomma nonostante il mezzogiorno e forse non li toglieranno se non per riposare prima della prossima pesca. È che quando son qui a cacciar via le mosche hanno fame di tornar in mare, e poi una volta lì, hanno fame della terra.
Guardandola la riconosco quella fame, o destino delle nostre piccole vite, che scalcia dai primissimi anni di vita e che pur riempiendo la pancia non s'acquieta mai, pur stando lì, ma in una zona che ha il destino di rimanere affamata e di non arrivare mai a far la digestione. 
Per questo rimaniamo radicati a ciò a cui siamo destinati. Perché è raro, anche se talvolta accade, che una focaccia tra i denti la possa sedare.
La mia fame ha dentro le parole, e in questi giorni divoro qualsiasi cosa che le porti addosso. 
Ci sono libri ovunque a casa. Aperti, chiusi col segnalibro che sporge, stropicciati nell'ultima pagina letta, lasciati sui divani, sull'asse da stiro, sul tavolo in cucina, tra un fare e disfare i pranzi e le cene, mischiati a una vita.
È come se le parole mi mancassero e dovessi stare lì ogni volta a scovarle sulla carta. 
Ma ora so che è tutto il contrario. Ho un ingorgo di parole che mi tocca dipanare gentilmente con questa sorta di spazzole, di sentieri già depurati da foglie e sassi. 
Sono ingorghi di buste della spesa che tagliano sulle dita, di concerti notturni, di Sofia e quella bellezza delle cose di scuola che capirà solo quando ne avrà nostalgia, di persone là fuori che ridono sguaiate e camminano di rabbia, calpestando, nonostante a terra rimanga ancora erba fresca, di mio padre che all'improvviso si è fatto vecchio, di rubinetti che si otturano, di domande di ogni giorno, hai preso le chiavi?, dov'è la maglietta?, il cane ha mangiato?, inezie che cuciono una vita a punti stretti.
È così tanta vita, tanto amore mai sentito, così veloce e tutto in una volta, che me ne rimango stupita e muta, seduta come a un tavolino e tutto attorno dentro al bar lo spettacolo dell'andirivieni. 
Ma le parole non sono come le stelle, ordinate e lontane. Loro lì in pancia s'ammassano e danno fame se nel frattempo rimango muta. 
La fame non ha stelle. La fame morde. Ho provato con la focaccia. E per fortuna non basta.



20.8.15

La guerra dei due cuori

Viviamo in una casetta graziosa, 80 metri quadrati tagliati male ma usati bene, un cane bassotto, la bicicletta, migliaia di foto solo per noi, un altro dentino caduto, il divano affollato.
Viviamo in una bolla. 
Appena usciti fuori, i piedi, i giochi, i discorsi diventano polverosi, l'aria grigia fumosa. 
Di lato alla nostra porta di casa, le famiglie della nostra generazione tirano avanti sopravvivendo alle loro macerie. Le risate che sentiamo provenire da lì sono piene di stizza, i gesti pieni di chissà quali rivendicazioni personali all'affronto subito.
Famiglie spezzate in due e nessun perdono.
I figli di queste ceneri giocano con nostra figlia. 
Ognuno di loro ha due vite, due case, due letti, due facce, due cuori, quelli di fuori, che si fanno guerra, si odiano. Che parlano a distanza, l'uno contro l'altro, senza mai incontrarsi, senza mai darsi del tu. È sempre l'altro lontano, da odiare e tenere lontano.
E allora fanno così anche i loro due cuori, quelli dentro, un cuore fatto in due per servire gli odi di quegli altri, quelli adulti, anche i loro non si incontrano mai, non si danno del tu, si tengono a distanza.
E si vede mentre vanno sopra le loro bici, i monopattini, giocare spezzati in due, portare i loro due cuori, due fardelli che non fanno mai pace.  
E avendo così tanti cuori mica che amano di più. Anzi. Mi sembra che quando usino un cuore, il bene si trovi nell'altro e usando allora l'altro l'amore non si trovi più lì. 
Mi sembra che per loro l'amore stia sempre al di là, nell'altro cuore, nell'altra casa, aspetti dall'altro lato della barricata. Come chi ha messo radici in due paesi e quando sta in uno anela al bene promesso dall'altro e viceversa, senza che il posto in cui è basti mai da rifugio. 
Questo loro bene che è ancora bambino quanto loro e pare giochi a nascondino aspettando di essere trovato da questi bimbi per lo più compagni di gioco delle consolle, delle wii, con le quali l'amore analogico non sa giocare e pur volendosi e cercandosi a vicenda non si trovano mai. 
L'amore non è mai qui, ma sempre una promessa spostata in là nel tempo e nello spazio, non adesso in questa piazzetta dove ci sono appena una manciata di bimbi ma il quadruplo dei cuori, una baraonda caotica fatta di inquietudine e di rimandi. 
E a vederli, non lo tollero questo pensiero che mi assale e di cui mi vergogno, che al numero esiguo di questi bambini sembra che la natura, che si esprime nell'abbondanza, sopperisca moltiplicandoli da dentro. Uno spirito diviso in parti è un vaso in frantumi che non trattiene nessuna abbondanza, nessun bene. 
Questo loro bene che fa come un palloncino d'acqua, che non è mai docile sotto le loro mani. Guizza e tutte le volte che lo acciuffano scivola ed esplode. E siccome son stanchi delle promesse, delle cose che si rompono, e hanno paura delle bombe, come tutti i figli delle guerre, che di quello che più li atterriscono alla fine ne fanno un'arma con cui attaccare e difendersi piuttosto che rimanerne vittime, giocano all'attacco preventivo. 
Scagliano quel palloncino a terra facendolo esplodere ancora prima di provare a tenerlo in mano.
E mai nessuno, nessuno che stia lì a raccoglierne i pezzi. 
Capita che a volte arrivino addosso a Sofia, la bambina, l'unica qui, dal cuore uno, un'unica casa, un'unica vita, un amore reperibile sempre, indiviso nello spazio, che non può giocare a nascondino perché non ci sono barricate dietro cui nascondersi. 
Per lei i palloncini pieni d'acqua non sono potenziali bombe da far esplodere e se a volte capita che gli sfuggano di mano semplicemente ride. 
Noi insomma ci si vede andare sorridenti nonostante le macerie attorno.
Facciamo che questa cenere a terra sia per noi una lavagna su cui disegnare con la bici, e le bombe d'acqua che arrivano addosso salvezza per questa calura, ché tanto è ancora estate e poi c'è il sole.
In inverno si vedrà.

22.2.15

Prima dell'amore (ballata vana)

Prima dell'amore la vita era talmente semplice che me la dovevo complicare in qualche modo, 
così, 
tanto per, 
tanto per passare il tempo, ché prima dell'amore è così che si fa: si fa tanto per passar il tempo. 
Prendevo la tela dei miei pomeriggi intonsa di bianco e ci schiaffavo sopra getti di vernice con colori assortiti e ben accostati. La gente mi guardava e diceva "ha buon gusto".
Adesso i colori se ne vengono tutti da soli sulla tela, senza che io li schiaffi dentro, che tanto non c'avrei più il tempo; 
loro s'accozzano, si prendon a pugni, 
il blu vuole stare col marrone, l'arancione col fucsia, il bianco col bordeaux, s'accozzano e fanno un'accozzaglia di accostamenti senza mica tanto stile, ché anche loro non c'hanno più tempo, solo l'urgenza di saltare lì sulla tela a riempirla e non s'accostano più, 
e allora io, se posso, sui vestiti, sulla faccia, sui capelli, mi tengo addosso i colori meno appariscenti; 
la gente mi vede e pensa "questa è un po' mogia". Ma lo dice solo chi non è mai venuto a casa mia e non ha mai visto l'accozzaglia pazza sulla tela. Lo dice solo chi a casa sua non ha tele piene zeppe di colori.
Prima dell'amore non avevo calli, non avevo rughe, ma ascoltavo ballate di tango con dentro donne quarantenni e le loro rughe e i loro calli dentro ai tacchi. E aspettavo. 
Ora ho smesso di aspettare. E mi si vede ballare.
Ma non sempre ballo da sola. Per esempio quando tengo Sofia in braccio e a lei manca un metro per arrivare a terra e ballare e allora lo faccio io quel metro per lei, e balliamo.
Prima dell'amore mi ricordavo tutto dei sogni che facevo, lunghi e romanzati. 
E siccome ricordavo i sogni che facevo, di giorno da sveglia le cose che facevo mi sembravano i sogni che avevo fatto la notte prima e il prologo di quelli che avrei fatto la notte dopo.
Ora non ricordo uno straccio di sogno. Ho letto da qualche parte che non è cosa buona. 
Ma è che adesso di giorno vivo e basta.
Prima dell'amore non me ne fregava niente che le cose dovessero avere un posto. Ché tanto poi trovavo sempre tutto.
Ora non trovo mai la spazzola e me ne vado in giro coi capelli ancora scossi e smossi di letto. La gente mi vede e dice "questa non si pettina mai". Ma lo dice solo chi non ha ben chiaro che le spazzole si trovano solo prima dell'amore.
Prima dell'amore non avrei mai sprecato le parole in modo tanto vano, 
né scelto, tra le migliaia di possibilità delle parole, la parola spazzola, così tanto brutta che uno che di mestiere fa lo sceglitore di parole non sceglierebbe mai, 
nemmeno la parola spazzola avrei tollerato di sprecare così, 
non lo avrei tollerato come quando prima dell'amore guardavo la gente andare da qualche parte senza sapere il perché.
Ma adesso non ho più paura delle cose vane. 
Adesso niente mi sembra più lieve come andare da qualche parte senza sapere il perché.

6.10.14

43

Passo tutto il pomeriggio a leggere un libro sdraiata sul letto. Ogni tanto alzo gli occhi dalla lettura e guardo i calzini che indosso, il loro cotone poco convinto di esserlo, e il modo in cui i miei piedi se ne stanno molli sul letto. È la stessa posizione di quando ero ragazza, penso, è lo stesso modo di trascinarmi nei pomeriggi, è lo stesso casino del letto disfatto e disfatto tutt'intorno. I miei jeans a terra, appallottolati insieme ai calzini di ieri e una maglietta bianca.
È una forma che conosco benissimo quella dei vulcanelli di tessuto sbucati dal pavimento di una stanza da letto. Non mi sono mai preoccupata tanto dei miei vestiti. Non sono mai stata una che per dormire in pace ha bisogno che i vestiti stiano ripiegati e ordinati sulla poltroncina.
Penso che la mia pace notturna abbia bisogno di sostenere questioni di ben altro genere di ordine da quello dei vestiti. Lo penso come potrebbe farlo un ateo quando a volte per un attimo gli assale la dolcezza della promessa di pace che avrebbe se solo bastasse quella risposta definitiva e senza proteste e il mondo tornasse in silenzio. A quanto sarebbe più facile se solo avesse quella maledetta fede. 
Penso a quanto sarebbe più facile se solo bastasse avere dei vestiti piegati su una poltroncina.
Invece mi piace arrivare la sera all'ultimo minuto prima di crollare togliendomi con fare vago i vestiti e buttarli dove capita prima. A mia madre verrebbero gli attacchi di panico nel sonno a pensare a un tale disastro. Io lo trovo un gesto liberatorio. Sono gli ultimi colpi di coda di certi tratti dell'adolescenza mai del tutto risolta, lo so. E oggi non mi crea conflitti saperlo. Sapere che a 34 anni posso ancora a tratti ritenermi libera da certi doveri di donna adulta mi rilassa.
Guardo la chincaglieria polverosa e lontana dal suo solito posto assegnato da chissà quali mediocri regole d'arredamento.
Una volta gli oggetti avrebbero costituito l'unico elemento di disturbo al mio fare disordinato. Se da terra fino all'altezza del letto potevo ammettere con una certa forte dose di tolleranza il disastro, non ho invece mai tollerato il disordine delle forme sulle mensole, i tavolini, le cassapanche, le librerie. Ogni oggetto doveva stare incollato nell'angolo di mondo che gli avevo riservato. Un centimetro di dissonanza mi sembrava intollerabile. In questo ero una specie di nevrotica di fronte ad un quadro non perfettamente allineato.
Oggi invece trovare la giraffa a terra, il gatto di legno sul comodino, la lanterna con la finestrella aperta, mi da esattamente il senso della quotidianità che costruisce le sue storie mettendo fuori posto gli oggetti. La quotidianità non ha altro modo di parlare se non attraverso la voce degli oggetti mossi.
Quella che sta parlando adesso nella stanza da letto è il lavorio di Sofia che ha da poco armeggiato con la paccottiglia degli adulti. Le ho sempre permesso di toccarla. Ho sempre pensato che la bellezza delle mani di mia figlia impegnate a rimaneggiare di nuovo i miei ricordi immortalati sugli oggetti valesse molto di più del rammarico di perderli.
Così quando alzo gli occhi dal libro e guardo le lenzuola stropicciate, attorcigliate attorno al mio corpo sdraiato, il comodino traboccante di altre letture, fogli di manoscritti sparsi, diverse paia di scarpe di tre misure, stili e colori diversi seminate tutt'intorno, già sazia e morbida di tre ore mute di lettura, sento che la mollezza non s'incaglia sugli spigoli del disordine ma continua a sciogliere la pancia.
Leo viene a guardarmi, si ferma prima della porta, è un suo modo tenero ed educato di non infrangere questa specie di luogo intimo che mi sono ritagliata senza il consenso di nessuno tranne che il mio. Rimane lì, mi guarda, poi se ne torna di là. 
Entra solo per portarmi la tazzina di caffè fumante. Ammicco un po'. Il modo in cui sto sul letto, le lenzuola e i capelli scompigliati, la mollezza, il caffè. È come il nostro dopo aver fatto l'amore. Leo se ne torna di là ridendo.
In questi giorni mi prendo certe libertà, certe scivolate di stile. Ammicco, scuoto le tette come un'africana disinibita, mi rigiro sul letto languida come una Marilyn catanese mora improvvisata. 
Ho perso dieci chili.  E acquistato altrettanta sfrontatezza.
L'essere adulta mi ha resa diversa. Mi guardo e mi trovo bella.
Ho addosso dei Gas taglia 29. Mi son fatta il conto con la valuta europea e sulle mie chiappe porto la bellezza del 43. Con il resto di mezzo punto.
Ci sto comoda in questo 43. Mi s'incolla come pelle nelle parti calde ma resta largo e rilassato sulle cosce.
Penso che l'aut aut della taglia in questa parte del mondo sia l'esatta descrizione dei tempi che stiamo vivendo. O 42 o 44. 
Nessuna comodità del mezzo punto per te, bellezza. O ti adatti o vai in mutande.
Io me lo chiedo spesso com'è che la gente abbia questo dono innato di adattarsi ai canoni di questa vita. Me lo chiedo quando vedo qualcuno vestito per il pomeriggio e poi si cambia per la sera. Me lo chiedo quando sento qualcuno che sta cambiando il piano tariffario del suo gestore di telefonia. Me lo chiedo quando penso al sabato che è il giorno del parrucchiere. 
Io non ho mai avuto questo dono. Si vede perfettamente adesso che sono sdraiata sul letto a godere di questa lettura straordinaria, mentre la mia casa va a scatafascio. Si vede in tante altre decine di cose. Si vede anche su Leo.
Si vede che non ci siamo adattati affatto e che stiamo ancora cercando. Di adattarci? Non lo so.
Mi viene in mente la cassiera all'Auchan dove andiamo a fare spesa. Ha una capigliatura nero corvino lunga, ondulata e selvaggia, raccolta malamente in una specie di chignon incazzato. Me la immagino prendersi i capelli malamente, arrotolarseli alla bell'e meglio e venire qui, in cassa, a passare per l'ennesima noiosa volta una cena come tante, del pane, una zuppa, del formaggio. A volte mi assale una specie di irrequietezza nel veder spiattellata con così poca cura, su un bancone di alluminio, la mia intimità, la mia cena, quello che intorno a quella cena succederà. Mi pare che non veda l'ora di tornarsene, mi sembra una che non appena a casa non pensi ad altro che sciogliersi i capelli. 
Mi chiedo se adattarsi significhi questo. Farsi odiosi chignon e poi scioglierli e poi rifarli e poi riscioglierli.
Guardo Leo pagare. Ha dei mocassini in tinta con la polo. Ha fatto la barba, profuma di uomo, saluta la cassiera e le augura una buona serata. E mentre sciorina la sua più naturale cordialità mi chiedo se ci siamo adattati anche noi. Stiamo per farlo? Ci stiamo preparando a diventare dei perfetti noiosi borghesi, fingendo di avere ancora la possibilità di scegliere di non diventarlo?
Lo scorso week end abbiamo concesso a Sofia il suo primo Happy Meal. 
Siamo entrati in silenzio, parlando a bassissima voce, forse con lo stesso disagio di uno che ha passato per quarant'anni ininterrotti le sue serate in una balera sporca e puzzosa e poi all'improvviso si è ritrovato alla Scala con addosso ancora la puzza di vino scadente e le carte da briscola in mano.
Solo che al contrario. Eravamo stati alla Scala e ci siamo ritrovati in mezzo ad una bisca clandestina vestiti di seta, nudi.
Ci siamo sentiti nudi.
Abbiamo continuato a stare lì in silenzio, anche se leggeri, sorridendo a Sofia che scopriva il suo primo panino del peggior fast food al mondo, battezzando l'ingresso con il classico scarto del cetriolo.
La gente stava lì come se non avesse fatto altro nella vita.
Riconoscersi ancora diversi da quelle cose, riconoscerlo ci ha sollevato.
Ce lo diciamo spesso in questi giorni io e Leo.
Ci ritroviamo uniti contro questa specie di follia urbana che ci circonda. 
Sappiamo che dobbiamo andare via, che un posto, se un posto c'è, non è qui. 
Abbiamo definitivamente scoperto, e accettato anche, che ci manca quel dono, forse, quel dono di saperci adattare, quel dono di trovare nelle cose una specie di sazietà.
Abbiamo fame. 
Abbiamo voglia di andare a vedere come poterci nutrire altrove di altre cose.
Io porto una 43.
È comoda.
Forse, come tutti, stiamo solo cercando quel posto dove fanno la 43.

18.9.14

L'Italia ha vinto il Telegatto

Ho 33 anni. Sono donna. Sono mamma.
Praticamente sapete già tutto. Almeno se avete bisogno di collocarmi in qualche statistica, cucirmi addosso qualche status, avete tutte le informazioni che vi servono per inserirmi nell'Italia di oggi.
Mia figlia è arrivata cinque anni fa, quando lo zoccolo della crisi si faceva incontrovertibilmente duro a dispetto di sedicenti cure di volta in volta sciorinate da sedicenti podologi, quando qualcuno cominciava a mentire con la storia dei ristoranti pieni, con la stessa facilità di una hostess a palesare la menzogna sfoggiando il suo miglior sorriso di circostanza, addosso il giubbotto di salvataggio e tutto intorno il panico.
Qualche anno fa sentimmo per la prima volta "choosy". Anche l'italiano medio che nelle file delle etichette stereotipate era uno dei personaggi cardini de "l'inglese e l'ostrogoto" capì il senso dello sberleffo e tra una casa pignorata e l'ennesimo piatto vuoto a cena quella volta, per la prima volta dopo mesi di apatica rassegnazione, ebbe un improvviso moto caldo di gastrite da fame che dalla bocca dello stomaco salì fin sulla testa, si sentì rosso fuoco, e si indignò.
Io ai tempi studiavo filosofia. Me la prendevo con comodo attraversando i grandi corridoi della facoltà, perfettamente inserita in quell'ambiente che nelle mie passate intenzioni ero certa avrei frequentato per tutta la vita. I professori mi avevano soprannominata "la Romantica" per una teoria che avevo formulato e che era stata accolta dal gruppo accademico con entusiasmo. 
Vivevo ancora nel mondo delle favole e mentre i pilastri dell'esercizio commerciale della mia città cominciavano ad abbassare le saracinesche io, da brava abitatrice del mondo delle favole, archiviavo il fatto come "libero trapianto verso paesi esotici, culi sodi e tequila boom boom". Olé.
Mia figlia nacque sotto il segno zodiacale della Crisi. 
Fu un precipitare. Di mese in mese. Di menzogna in menzogna sciorinata in tv.
Il mio compagno, all'epoca video editor e musicista, si ritrovò sui tetti delle case a installare antenne e digitali terrestri, un tetto sì e mille no, un pagamento sì ed n alla milionesima no, virando magistralmente all'ultimo secondo prima dello sfratto, un mensile pagato sì e certi altri no.
A me, pseudo filosofa con a tratti velleità da scrittrice, praticamente una totale ammissione di colpa  ai colloqui di lavoro, con figlia a carico e per quattordici giorni, sedici ore, quarantaquattro minuti e trentatré secondi fuori dalla categoria che ti faceva in un batter d'occhio giovane o vecchio e che poteva garantirti quello straordinario ultimo baluardo di salvezza che era il contratto di apprendistato a vita, non mi rimaneva altro che lavare piatti in pasticceria.
E se buttavo un occhio per affinare le tecniche di uno dei miei hobby, si sa mai, venivo redarguita come fossi stata Eva col peccato originale e rispedita a toglier l'unto dalla pentola. Ché qui siam mica l'America. Qui se nasci lava piatti morirai lava piatti. Nei secoli dei secoli. Se ti va bene.
Sono passati cinque anni.
Se oggi è il giorno dell'arrosto al forno e l'incrostazione non vi si toglie, portatela a me. Oggi non sono più "la Romantica". Oggi mi chiamano Linda. Mastra Linda.
Il mio compagno è invischiato in un traffico di viaggi nel tempo e di salti quantico-temporali: istalla nuove antenne aspettando ancora i pagamenti di quando le tv erano in bianco e nero. Nel frattempo è impazzito e canta "come tutti i gatti vivo sopra i tetti appoggiato all'antenna centrale, io controllo la tv locale".
E a proposito di gatti, la mia gatta, cresciuta a pranzetti che se vi fosse mancato il salmone per le pennette avreste potuto all'occorrenza prenderne a prestito dai suoi, oggi si è rassegnata a mangiare i nostri schifosissimi resti. La storia che non c'è più trippa per gatti non è solo una storia.
Io non sono mica un'economista raffinata, non ho teorie salva mondo, ma mi rendo conto che se è già da un pezzo che io e il mio compagno inganniamo il giorno del pesce con una di quelle scatolette dal contenuto cotonato e petrolchimico, per gli amici tonno, e come noi anche i nostri amici, e gli amici degli amici, a macchia d'olio e di sinergia estesa, come una specie di Facebook della povertà, allora mi vien facile pensare che la giornata del tonno toccherà tutti prima o poi, ma proprio tutti, come una specie di virus, di epidemia.
Dopotutto questo è il mercato globalizzato, bellezza. Nel bene e nel male, finché morte non ci separi.
E in questa specie di guerra dei Roses, al momento l'unico bicchiere mezzo pieno che riesco a intravedere è questo: che solo le aziende di tonno si salveranno.



12.9.14

Vento contro

Treni in corsa. Qualunque sia la meta, siamo sempre e comunque dei treni in corsa.
Un bolide d'acciaio in corsa, il vento scagliato a chilometri orari di velocità che toglie il respiro, la terra sotto come olio dove si scivola distratti e inconsapevoli di quello che c'è attorno.
E il dramma non è questo. Non è correre alla cieca con tutte le cose che scappano pazze intorno. Non è nemmeno il qualunquismo della meta mai definita. Non è l'essere treni in corsa. 
Il dramma è quello di voler credere di stare arrivando, di starci fermando, di star per prendere respiro. 
Un rimando indefinito senza soluzione, un'utopia spinta sempre oltre, in avanti, correre sempre per non arrivare mai.
Il dramma è non voler riconoscere una sorta di bellezza, di potenza, di leggerezza nell'essere bolidi in corsa senza stazioni definitive dove fermarsi.
Le stazioni. Ci saranno pure le stazioni. E ci sono. Salvifiche terre franche di quiete. 
Le stazioni sono bar notturni pieni di luci gialle e alcool, sono case di mattoni e tende inamidate, sono stanze, sono piazze, sono luoghi di incontro tra persone, sono persone, sono storie d'amore, sono gesti d'amore, sono progetti. 
Sono anche e soprattutto calcoli errati. Come possiamo calcolare se non conosciamo i dati in nostro possesso, loro, che ci arrivano addosso senza che possiamo controllarli?
Le stazioni si incastrano benissimo sulla corsa, sono la nostra zona d'ombra e di ristoro. 
Ma quello che ci manca per dar loro il giusto peso è il senso del tempo: non abbiamo abbastanza senso del tempo per riconoscere che sono solo banchine di passaggio. 
Dopotutto ce lo siamo inventati il tempo. Il tempo è un disegno su una carta bianca, uno scarabocchio al quale abbiamo cominciato a credere. E ci è piaciuto così tanto sto scarabocchio che abbiamo cominciato a espanderlo, a farne dei ghirigori, lo abbiamo ricoperto di sfavillanti colori a olio e foglie d'oro. Ma rimane comunque che è uno scarabocchio.
E adesso ce lo portiamo addosso. Chiediamo a lui delle nostre azioni, delle nostre scelte. Lo tiriamo fuori dal taschino ogni volta che guardiamo il viso con le rughe, ogni volta che crediamo di stare scegliendo, ogni volta che tiriamo in ballo la nostra vita. 
La nostra vita. La vita non può mai essere nostra, via. 
È nostro solo il piccolo pezzetto di racconto che usiamo per raccontarla. Quello sì. Viviamo le cose. Le cose ci capitano. Ci accadono. Ma non sono le cose che ci accadono ad appartenerci. È quello che facciamo di loro attraverso il racconto, quello sì che ci appartiene. Le parole che scegliamo per raccontarli, sì che ci appartengono. 
Allora ce la raccontiamo in un modo questa vita, o in un altro, o  in un altro ancora, un modo comunque lo troviamo, dobbiamo pur trovarlo per capire. Ma cosa capiamo poi davvero se il racconto lo si inventa, lo si sforma, cosa potremmo mai capire se il racconto è la bugia che ci stiamo raccontando solo per il bisogno di averla, questa bugia.
Con le stazioni facciamo così. Ci inventiamo che siano casa nostra. La meta finale, insomma, dove il bolide stanco si cura le ferite del viaggio. E magari è anche così. Ci si ferma un po' per riposare. Per togliere le foglie, le sterpaglie, la terra, i graffi, l'arsura dei venti in picchiata. 
Ma non abbiamo abbastanza senso del tempo e così ci raccontiamo che quella stazione sarà nostra per sempre. 
Ma nostro e per sempre sono solo dei racconti malandati e scricchiolanti che ci raccontiamo.

Nostro e per sempre è solo il viaggio. È il correre. È avere il vento contro per tutto il tempo.
Ed è questo poi alla fine quello che ci tocca fare, l'unica vera assoluta cosa da fare. Nient'altro. 
Essere bolidi d'acciaio in picchiata contro vento. Ché se ci fermiamo per troppo tempo moriamo di ruggine. 
È il vento contro, scagliato a chilometri orari di velocità, che ci da esattamente la misura della nostra resistenza.

9.6.14

Rotonda

... dovreste immaginarla, poi, mentre pronuncia bisticcio. 
È la sua rotondità che mi stupisce. 
Se ci fosse una possibilità, anche una sola possibilità, matematica, o poetica, o folle, per oltrepassare il limite della rotondità massima, e dunque in fine della circolarità massima, e attribuire un superlativo, se dopo aver usato migliaia di volte un compasso, dal centro alla circonferenza, dal centro alla circonferenza, dal centro alla circonferenza, migliaia di volte così, dal centro alla circonferenza, e alla fine, dopo migliaia di volte, tra migliaia di cerchi tutti uguali, lo si potesse dire di un cerchio che fosse ancora più circolare, "è il cerchio più circolare del circolare" e dunque in fine più rotondo del rotondo, ecco, lo si direbbe su questa bambina.
È tutta un cruccio mentre dice bisticcio. È il suo cruccio. Per me è un'inezia che non diminuisce di niente la sua rotondità.
Ma chissà. Forse se esistesse, anche un Dio penserebbe lo stesso a guardarci crucciare di inezie.
Come per E., talmente ubriaco da non riconoscere più la differenza tra un whisky e un bicchiere d'acqua, il vomito da un'orzata. Un giorno ha deciso che sarebbe morto annegato di liquidità ma siccome lavorava al porto e sapeva nuotare benissimo gli venne il dubbio che non potesse mica morirne dal di fuori, di liquidità. Decise di farlo dal di dentro. E così è stato.
O come per M. che adesso è felice che il suo corpo un giorno si sia spento, così, spento, non morto ma spento, avete presente quei corpi spenti, no?, che fanno tutto, che fanno tutte le cose della vita, ma in ogni caso sono spenti, avete presente, no? Ecco, era così adesso il corpo di M. sotto quel vecchio puzzolente e bavoso, per fortuna il suo corpo era spento.
Ed L. di cui era scritto che prima o poi avrebbe avuto successo. Lo sapevano tutti, a guardarlo, che un giorno avrebbe avuto successo, tutti lo sapevano leggere quello, era scritto così chiaro che L. avrebbe avuto successo. Il problema però per L., e solo per L., certo, era che dove era scritto che prima o poi avrebbe avuto successo non c'era scritto nulla di più. Nessuna indicazione, nessun consiglio, nemmeno un indovinello, una caccia al tesoro, nulla. Immaginate una cartina geografica bianca, senza terre, senza laghi, senza strada, nulla di nulla, niente di niente, solo città, sparpagliate sul foglio bianco una costellazione di puntini neri, le città appunto, ma senza un senso apparente, senza la base stabile della terra, o anche solo di linee, quanto sono belle le linee, cosa faremmo, dove andremmo se non seguissimo linee? Perciò di L. era scritto che un giorno avrebbe avuto successo, c'era scritto davvero, tutti lo leggevano, ma su una cartina che praticamente era una mappa dell'universo. Alla fine gli venne una vertigine talmente grande che un giorno all'improvviso stabilì che il punto che gli era toccato in sorte fosse la sua poltrona. Aveva ormai quarantacinque anni e già da cinque stava su uno di quei punti a caso di quella mappa.
Così.
Ognuno, insomma, col suo cruccio. Inezie forse per un Dio, se esistesse.

Perciò rimane il fatto che per lei, bisticcio è il suo cruccio. Provo a rassicurarla in qualche modo, a darle soluzioni, ma lei ripete bisticcio così tante volte che ormai mi son persa nella sua rotondità, dovreste immaginarla mentre pronuncia bisticcio, è sempre tutta rotonda, il viso, gli occhi, le guance, il mento, i capelli, le braccia, tutta fino ad arrivare ai piedi, tutta, ma quando pronuncia bisticcio è ancora più rotonda.
Dovreste immaginarla.
Potrei farvela vedere, e voi guardereste ma senza trovarvi rotondità, non più di quella che vedreste sul bordo di una tazzina di caffè, una circonferenza piena e totale, massima, ma senza quel superlativo che vedo io.
Insomma, io dico che è una questione di appartenenza, e solo così potreste capirlo. Quello che ci appartiene, persino il tavolo su cui mangiamo fatto di spigoli, è rotondo, di quella rotondità superlativa che ci fa perdere testa. Non è una questione di forma. Deve essere piuttosto la lente interna con la quale vediamo le forme. Sono rotonde le cose che ci appartengono, le cose che amiamo. Di una rotondità superlativa. Le cose che amiamo sono più rotonde del rotondo.
È così adesso, mentre pronuncia bisticcio.
Mi chiedo poi chi le abbia mai consegnato questa parola. Mica io. Sarà stato certo quel modo tutto virale che abbiamo noi di imparare le cose. Federica l'avrà detto a lei. A Federica l'ha detto Giorgia. A Giorgia l'ha detto Michele, a Michele l'ha detto Lorenzo. Chissà quanto misura la lunghezza della catena che è arrivata a lei. Ma alla fine, o all'inizio, sì all'inizio della catena sono certa ci sarà stato un adulto.
Bisticcio non è una parola che i bambini hanno dentro. I bambini portano dentro parole più belle come acqua, mamma, saltare, patatine, piedi, culo, triste, felice, zucchero, casa.
Bisticcio è una sciocchezza di parola che i bambini non porterebbero mai dentro. Perciò deve essere stato di sicuro un adulto. Soltanto gli adulti possono consegnare ai bambini catene che iniziano con bisticcio.
Ad ogni modo:
"Federica dice che devo volere bene a lei e non a Martina".
"Tu dille che puoi voler bene a tutt'e due".
"E lei fa bisticcio".
... bisticcio...
... bisticcio...
... dovreste immaginarla, poi, mentre pronuncia bisticcio. 

27.4.14

Concime per il gelsomino

Cinque anni fa prendevamo casa, compravamo mobili e accessori, discutevamo su quelli che la gente mediocre chiama con vaghezza e timore progetti ma che per noi erano ovvietà, davamo battesimo ad ogni piccola modifica di casa facendoci su l'amore, eravamo ricercatori certosini di quell'oro che nel tempo sarebbe stato cifra e pelle tatuata di casa nostra: gamberoni, biscotti, carni, sughi, cioccolate, crepes, vini, libri, tende bianche di velo e di lino, calzini dimenticati in fondo al cesto della biancheria, filavamo lenti la maglia intricata dell'odore di casa e aspettavamo così, senza fretta, con il senso del tempo già compiuto, Sofia. 
Ma non è mai compiuto il tempo della maternità fino all'ultimo istante. Si arriva con quell'amore acerbo per gelsomini profumati e cani indifesi. Fino a quel momento la maternità è un senso di autocompiacimento e di fiducia per questa bontà generale e vaga nei confronti del mondo, tiepido e inesploso come due tettine abbozzate di una preadolescente. È solo nell'ultimo definitivo istante, fatto di sangue, umori, tocco e pelle nuova, che la maternità arriva senza corone di gelsomini e mugolii di cani, né vaga di bontà. La maternità esplode di bellezza a fiotti di affanno, dolore, sudore e rughe e si porta addosso due tettone giganti svuotate di latte e di smagliature.
Ma questo sarebbe arrivato dopo.
Nel frattempo, aspettando Sofia, piantammo nel giardinetto due gelsomini alti di un anno. Ci piaceva accoglierla nell'odore che avevamo costruito dentro e quello di miele del gelsomino fuori. 
Ma in questi cinque anni il miele è stato sempre poco e i due gelsomini son rimasti alti allo stesso modo.
Abbiamo innaffiato, dissodato, tolto le foglie secche, concimato con gli scarti del melograno accanto, ma niente. I gelsomini non sono mai esplosi. Nemmeno sotto ordine perentorio della primavera. Sono sempre rimasti in bilico, tra la rinuncia e la fioritura, in perenne lotta sul da farsi. Siamo sempre stati convinti che dopo ogni inverno li avremmo dovuti restituire al melograno come pagamento e nuovo concime.
E invece sono ancora lì.
Sopravvissuti persino alla furia del cane, un cucciolo di mesi gigante e stercaiolo al pari di una mucca. Ha deciso che i bisogni vanno fatti lì, dove mangia e dorme, tutt'intorno ai gelsomini. Mesi e mesi di vangatura del terreno hanno portato ad un tanfo indelebile, che si fa feroce quando piove e quando fa sole forte. Lo sterco mischiato al terreno è una poltiglia indistinguibile marrone che pestiamo e portiamo dentro casa. 
Lavoro tutto il giorno, non mi ricordo più del profumo di mia figlia, torno spezzata senza nessuna voglia di giocare e men che meno di salvare casa dagli intestini sciolti del cane. Il senso di colpa per quello che non sono mi attanaglia, quelle che mi sembravano una volta ovvietà adesso sono i progetti lontanissimi e di difficile fattibilità di una persona mediocre, i mobili si son scheggiati, graffiati, impolverati, il lino delle tende si è raggrinzito, il tempo è uno schizofrenico che non mi da tregua, e gli odori di casa son diventati la firma di un cane che defeca di fronte le finestre di casa ormai sempre chiuse.

Però per la prima volta i gelsomini sono rigogliosi e in fiore.

2.1.14

Bagaglio a mano


2 Gennaio 2014.
Come sempre ho guardato fuori dal finestrino per tutto il tempo. È l'unico modo che ho per avere coscienza della grandezza. È un pensiero stupido e ridondante, da formica anonima che porta a spasso le sue misere zampette nel mondo, la sua piccola storia mediocre che non ha nemmeno l'originalità d'essere mediocre mescolata com'è a casaccio dentro a miliardi di storie dello stesso genere. Ma non ho altra ambizione io che essere quella che sono, formica anonima, tranne che a volte sentirmi la grandezza addosso. Per questo non posso fare a meno di starmene attaccata al finestrino e guardare. Se chiudo gli occhi c'è ancora verde e azzurro e poi le luci della sera. La grandezza nascosta nel buio un po' mi inquieta, mi sembra famelica senza la dolcezza dei colori del giorno. Mi piace partire dopo pranzo. È l'ora più silenziosa dentro il pullman. Che siamo cinque o trenta non fa poi molta differenza a quell'ora. A quell'ora è come se non fossimo dei veri viaggiatori con una meta, uno scopo, una traiettoria scelta. A quell'ora siamo solo spettatori inattivi dentro una bolla molle, e tutt'intorno lo spazio immenso verde e azzurro che ci ingloba.
È facile, dove sono, non pensarti. Mi arrivi alla mente continuamente, mentre qualcosa di quello spettacolo là fuori ha attirato la mia attenzione e già non c'è più, rimane indietro nel viaggio, e tu pure. E sarà così per tutto il viaggio, arriverai su un casolare rosa antico, pezzi di terra ordinati e con la prima peluria di erba del dopo pioggia, sulla fila delle pale eoliche che sembrano mulini, la distesa a perdita d'occhio degli aranci, le colline sfocate in fondo. Ti poserai ogni volta su pezzi di questa grandezza e assieme a questi pezzi ti lascerò indietro.
Non sento colpa in questo.
La bellezza che rimane indietro non perde mica niente di se stessa se io non la guardo più.
È lì.
E tu sei lì.
Sei ovunque, a dir il vero. Persino accanto, sul sedile vuoto dove ho avuto cura di mettere le mie cose. Un bagaglio a mano frettoloso e smunto perché è così che volevo partire senza averti con me, frettolosa e smunta.
Sei anche nell'assenza che solo io so di te, dentro gli occhi della gente seduta che mi studia di nascosto con la curiosità di chi deve condividere la stessa bolla e la stessa direzione senza essersi mai conosciuta, senza averlo concordato, compagni forzati di viaggio, e con un colpo di tosse, la posizione del corpo, il modo di guardare fuori dal finestrino, un accenno di vita, si gioca a fare congetture. Possono pensare tutto di me adesso, immaginare la mia vita, come io faccio con loro, senza per la prima volta avere l'appiglio immediato che mi fa madre all'istante.
Senza di te lo sono ancora per gli altri? Chissà se la maternità si scolpisce da qualche parte nel corpo. Chissà se magari i gesti delle mani che accudiscono lo possono esprimere. Chissà se si vede che su tutto quel verde e azzurro io vedo te. 
Non sento la tua mancanza. Scopro solo adesso, sulla pelle di questo viaggio, che si può provar mancanza solo quando si è mancanti, quando non si è pieni. Anche i sentimenti hanno a che fare con questioni di misura fisica. Anche loro si lasciano incantare dalla catena delle equazioni. 
Io sono piena di te e non posso averne mancanza.
Sento solo una sottilissima quasi insignificante assenza d'attenzione, di un punto di focalizzazione.
Dopotutto il filo con cui cuci le nostre cose di ogni giorno ce l'hai tu.
E adesso le mie sono cose mordicchiate appena e lasciate sul tavolo.
Farò una doccia, leggerò, andrò a dormire.
Per la prima volta lontana da me questa notte, e poi ancora un'altra.
Cercherò altri fili domani.

28.12.13

Sei pagine


Fortezza. Mi torna in mente senza che io l'abbia voluto mentre faccio le cose della mia vita, distrattamente, come quando ci si scopre a tenere tra le dita un oggetto di piccole dimensioni, un pezzo di carta, una chiave, un lembo di giacca, e pare che si sia insinuato da solo come solo l'arroganza ottusa delle cose di piccole dimensioni sa fare.  
Non so dove l'abbia letto, ma insomma sarà stato in uno di quei giri alla cieca di ricerche e risposte che prima o poi arrivano sulla strada, di questa meravigliosa qualità dello spirito che nel nome porta il senso di una battaglia.
Fortezza. Non forza. Fortezza. 
Come se stavolta, per la prima volta nella storia secolare tra carne e spirito costruita sempre in verticale, per lo spirito fosse necessario andare giù, richiamare una qualità fisica, di materia, di pietra, di cemento, di struttura che non cede, per andare un po' più su; per la prima volta, l'elemento materiale, molecolare, si fa mattone perché lo spirito possa esprimere questa virtù. 
Fortezza: l'impulso a non fermarsi di fronte agli ostacoli, procedere con pazienza, fermezza, avanti. Avanti. Non guardarlo l'avanti, quel porto nero pesto dove non si vede niente, ma andargli incontro, un passo alla volta, un passo alla volta.
Ognuno il proprio passo, un passo alla volta. Il musicista una nota alla volta, il costruttore un pilastro alla volta, il pittore un colore alla volta.
Io, una parola alla volta.
Costruisco storie, io. O vorrei, via.
Ma a me quell'avanti mi frega. 
Io lo guardo quel nero pesto, non mi fa abbastanza paura da distogliere lo sguardo ma, allo stesso tempo, non ho abbastanza fortezza per andargli incontro, un passo alla volta, una parola alla volta.
Sono a pagina sei.
Il primo passo l'ho fatto. È il secondo che non riesco a fare. 
Mente chi parla del coraggio di compiere il primo passo. Non c'è coraggio nel lanciarsi ad occhi chiusi. Lo fa la pioggia, lo fa un sasso, lo fanno le foglie. Lo fanno le cose, che sono cieche.
Coraggio è fare il secondo passo, ad occhi aperti, dopo aver visto il primo, continuarlo.
La verità è che adesso l'unica cosa che vorrei fare è salire sulla cima della montagna più alta, non avere nessun peso addosso, nessun peso dentro la testa, nessun peso dentro, fare come un crocifisso abbandonato sull'ultimo avamposto di vuoto e starmene a braccia aperte senza parole, guardare il mondo giù, guardarlo tutto, o almeno fare finta che sia tutto, ché neanche un crocifisso può tenerlo tutto dentro, il mondo, e lasciarlo parlare, farlo spogliare nudo, costringerlo a rivelarsi. Da laggiù salirebbe ogni storia, lo so, ché le storie sono la nostra aria calda. 
Ma la verità è che io lassù sulla montagna ci rimarrei confinata a urlare soltanto, senza alla fine raccoglierle le storie. Ne coprirei ogni parola, anzi. 
Perché ora, dopo aver scritto le mie prime sei pagine, le possibilità infinite che hanno le parole di raccontare le storie mi fanno una paura matta.

E adesso sapete qual è il contrario di fortezza.
Pusillanimità.
Nessun senso di battaglia nel nome.

10.12.13

Impressioni dentro una libreria


E penso che sarebbe bello se ogni libraio conoscesse ogni libro, ogni storia, ogni contenuto parola dopo parola dentro ogni costa multicolore dei chilometrici scaffali di questa libreria. 
Sarebbe bello se di ogni storia il libraio avesse la stessa conoscenza che si ha con le persone in carne e ossa, dal cui spazio limitato di carne e ossa si tira alla fine una somma, una parola, una sensazione, perché dietro quello spazio seppur limitato c'è un infinito complesso difficilissimo da comprendere, e allora non si può far altro che far così: tirare somme.
Ed è bellezza e cruccio assieme, quello dell'essere umano di tirare somme. È l'unico suo modo per non perdersi dentro la marea complessa di ogni cosa, tira una somma ed è fatta, sa, conosce: il mare è genitore, castiga e culla, la terra è alimento, la paura è pietra, Sofia è figlia mia.
Tira una somma, l'uomo, sulle cose e così le conosce. 
Eppure no. Come si può in modo definitivo dare una somma al mare, alla terra, alla paura umana, ai figli, senza perderne qualcosa? Qualcosa di sciocco o di fondamentale, non conta. Pur sempre qualcosa. 
Sarebbe bello, allora, se ogni libraio conoscesse in carne e ossa ogni libro, tanto da saperne tirare le somme di ognuno e districarsi in quel chilometrico getto di storie, ma definitivamente, senza saper perderne niente del loro senso.
E a partire da quella parola che è somma, il libraio potesse consigliare alla gente la storia che le serve, facendo così:
"Mi dica una frase"
"Come, scusi?"
"Una frase. Mi dica una frase."
"Ma quale frase devo dire?"
"Appunto. È lei che me la deve dire. Qualsiasi cosa le venga in mente."
E da quello che alla gente viene in mente, saperne tirare alla svelta un'altra somma, abbinarla come sposa a quella di una delle chilometriche storie di libri che conosce, e dire:
"Tenga. Questa è la storia di cui ha bisogno. Questa è la storia che la salverà".
Sarebbe bello se ogni libraio conoscesse in carne e ossa le persone e le storie che vanno in cerca le une delle altre in carne ed ossa.