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7.11.18

La sezione aurea di un trasloco

Fine del trasloco.
Le lumache fanno presto a trasportarsi la roba. È una pallottola di niente la loro, eppure ammucchiata secondo i criteri grandiosi di Fibonacci e sezione aurea: quella loro pallottola di niente è inscritta nei progetti che ha il cosmo riguardo alla bellezza.
Le lumache si portano addosso la meraviglia con lievità, in modo per nulla difficoltoso, ecco.
Noi invece che di vera bellezza non ne sappiamo più poi molto, abbiamo la necessità di far pacchi, pacchi su pacchi, pacchi piccoli, medi, grandi, giganti, quintali di carta di pubblicità dei market cittadini da avvolgere sulle cose della nostra vita.
Io se avessi potuto scegliere, avendo ancora sulla pelle il quanto ci sia costato reperire dieci anni di robe di vita, avrei magari avuto più cura nella scelta del nostro packaging esistenziale e senza tanto stare a scomodare Fibonacci mi sarebbe bastato avvolgere le nostre paccottiglie con, non so, le poesie di Alda Merini, le prove su carta di Modigliani, gli spartiti di Einaudi o fantasmagorie del genere.
E invece, eccole lì le nostre cose: una vita di dieci anni stipata in vagoni di Lenor, Coccolino e volantini tutto a meno di un euro.
Ma credo non sia un caso, questo. Che le nostre vite traslocate finiscano a far marchette, intendo.

29.6.16

Per un niente

L'incanto, quando fuori è la spesa, le marmitte, le bollette, la spazzatura che brucia, il condominio, la tariffa speciale,
il nulla, davvero, il nulla,
le antenne, il telegiornale, il mare morto che fa da sepolcro e noi di sopra a far la crociera, la gente che ha dimenticato qualcosa ma non sa cosa e allora urla, le verdure coi pesticidi, e i solfiti e nitrati, roba che non so, ma che hanno brutti nomi che solo a dirli, a pronunciarli ti inquini.
Se invece dici bellezza, dici bellezza.
E allora tutti a correre, a parlare di nulla, davvero, di nulla,
a scappare,
tutti pazzi, e arrabbiati, e inquinati senza saperlo. A invocare bellezza senza saperlo.
E non bisogna avere paura, dicono, bisogna aggredire, dicono.
Ma io non ho mai imparato
e quelli lì fuori mi fanno paura, ché mi sembrano tutti fuori di sé, tutti:
quelli al supermercato, alla posta, dal meccanico, in condominio, al telefono, quelli che annunciano le morti e poi la dieta per il bikini, piangendo e ridendo con un click, un telecomando.
Io non ce l'ho questo telecomando e quelli lì fuori continuano a farmi paura.
E una stanchezza che stavolta nemmeno il mare è riuscito a togliere. Ché lui in genere può, ma stavolta no. Il mare è morto. E se nemmeno il mare riesce a togliere la stanchezza, mi sembra tutto perduto.

Ma poi per un niente l'incanto.
Giuro, per un niente.
Per i capelli di Sofia, forse.
O forse per il balsamo sulla mia schiena portandole con i primi due spiccioli un costumino nuovo azzurro, forse. E lei bellissima con l'azzurro addosso, e vederla così un balsamo, e la ragione alla schiena spezzata era solo quella.
L'incanto per un niente.
Forse per la ballata di un nostro amico con la fisarmonica e gli archi e tutto il resto che solo a pensarla ti vien da piangere e non vedi l'ora che la senta il mondo intero, giuro, il mondo intero, ché una canzone con la fisarmonica e gli archi e tutto il resto che ti vien da piangere solo a pensarla secondo me il mondo intero lo guarisce. Come i grembiuli e le torte flosce nel forno, i bambini, il cielo cobalto.
C'hai davanti un pazzo e tu gli canti quella canzone e lui d'improvviso guarisce.
Che è un niente, giuro, un niente, che guarisce.
Come quando hai una pianta, le dai l'acqua tutti i giorni, tutti,
nonostante la schiena spezzata, i pesticidi, la gente che urla,
e lei è rigogliosa, ma poi all'improvviso una notte succede qualcosa, qualcosa deve per forza succedere se poi l'indomani dopo essere stata rigogliosa la trovi secca, completamente, da rimanerci secchi. Secca d'improvviso.
E tu continui a darle l'acqua, tutti i giorni, tutti, come sempre, e all'improvviso una notte succede qualcosa, qualcosa deve succedere per forza se poi l'indomani dopo essere stata morta le trovi addosso un fiore.
E allora pensi che forse di notte non succede niente.
E nemmeno quando le dai l'acqua succede niente.
Che forse è per un niente se una pianta decide di morire o regalare bellezza.
Giuro, forse è per un niente se, in mezzo al mondo pazzo, arriva l'incanto.
Con fisarmonica e archi e tutto il resto.
Da rimanerci secchi.


4.5.16

Per un millimetro

Giuseppe ha sei anni, è maggio, non legge e non scrive.
Sofia ha sei anni, è maggio, legge una storia intonando le frasi e scrive in corsivo cosa la rende felice, annoiata e triste. Scrive di pace e di guerra.
Giuseppe ha lo zaino lercio, a volte pieno zeppo di spazzatura e di cose che non servono, a volte vuoto, di colori, matite, quaderni, e adulti.
Sofia dentro la zaino porta le cose in modo decrescente: dietro i libri, poi i quaderni, poi i due astucci, infine il porta merenda.
Per quanto io sia tentata, la verità è che non so dare misure di felicità. Ho smesso da un po', che la bilancia per questo genere di cose non è mica affidabile e l'anima a volte sguazza felice negli inferni e annaspa intontita dentro le più comode delle vite.
Però mi capita di pensare che a volte è questione di un millimetro se due vite di uguale bellezza prendono storie diverse. Non so, una giornata storta, una pasta scotta, una stanchezza più forte, un cartello stradale sbagliato.
Per un solo millimetro, di deviazione infinitesimale, non so, una giornata storta, una pasta scotta, una stanchezza più forte, un cartello stradale sbagliato, due vite di uguale bellezza alla fine vanno una a capo nord e l'altra a capo sud.
Ma sulla felicità niente, me ne sto zitta.
Quello che faccio è ripulire lo zaino di Giuseppe, togliergli le erbacce e le malerbe, temperare matite, seminare parole.
Che è già maggio.

14.10.15

Un divano

Sofia torna da scuola e me ne racconta alcune stranezze, come quando dopo aver finito il lavoretto il segnale da dare alla maestra è quello di mettersi a braccia conserte.
Evidentemente braccia conserte fa ancora parte del corredo scolastico, assieme alla scrittura in corsivo, il panino al prosciutto, la compagnetta bastarda e l'astuccio pieno di colori.
Lo racconta con un'incognita sugli occhi, a cui io non so rispondere.
È quel genere di cose incomprensibili che bolliamo come stranezze, ovvero singhiozzi tra un'aderenza alla nostra normalità e l'altra.
Io guardo la nostra normalità e mi sembra che Sofia ci cresca dentro in pienezza.

Ha un papà che lavora a intermittenza, il libero professionista di questi tempi: nessun gadget di lusso e tempo da gestire.
La va a prendere ogni giorno all'uscita da scuola. Infila chiavi e cellulare in tasca e va. Ama questo appuntamento, lo chiama rito.
Piccole, sciocche, meravigliose felicità che fanno quotidiano e che noi chiamiamo rito.
Si fottano allora tutti i gadgets di lusso di questo mondo.
Mangiamo, torniamo da scuola e ne facciamo dei riti. L'amore non è un gadget.

Ha un nonno che le invecchia attorno; lei cresce, lui ridiventa bambino.
Sofia cerca le parole nel vocabolario che sta costruendo, mio padre le perde nella memoria ingrigita. Un giorno si incontreranno a metà strada e avranno la stessa età.
Ho una foto di lui rosso paonazzo mentre posa il primo sguardo su sua nipote. Ha il sorriso tirato e le mani sui fianchi, scomode; è evidente che non sa bene dove metterle di fronte a tutta questa bellezza tornata improvvisa da vecchio.
Mi sa che l'amore a volte è anche questo. Non riuscire a trovare un posto a delle mani divenute all'improvviso scomode. Nemmeno dentro a una foto.

Ha una nonna che prima che Sofia nascesse badava a ripetere che nessuno avrebbe mai dovuto chiamarla nonna.
Le è sembrato una stupidaggine fin dal primo momento, quando le ha pulito la sua prima imbrattata di cacca nel mondo.
Adesso le prepara le lasagne la domenica, a Carnevale le compra il vestito di Frozen e sceglie il tema delle mutandine in base ai cartoni del momento.

Ha una zia che forse ha capito ancora poco dell'amore. Qualche volta le è arrivato addosso, ma le è rimasto impigliato da qualche parte nelle sue paure. Non è arrivato mai a scioglierle le ossa.
Cammina ossuta e spigolosa. Ma a volte, quando parla alla bambina, si piega su di lei e le parla a bassa voce, come se fosse un discorso segreto tutto loro, segreti come lo zaino è troppo pesante, hai sonno, prima la scarpa destra o quella sinistra, comunque un discorso tutto loro dove c'entra l'amore.

Io mi guardo attorno e benedico.

Ognuno di noi cresce nella normalità dei propri gesti quotidiani, sagome ben assestate sui divani.
Nessuno mai dovrebbe prenderne le misure, dire bene o male di una sagoma che non gli appartiene, visto che è già complicatissimo farlo in modo poco lontano dalla boiata con le proprie, si sa.
Ma ad ogni modo tra le miriadi di divani ce n'è qualcuno beccato, usurato, macchiato, qualcuno buttato accanto a un cassonetto e alla vista si riconoscono. Son quelli che per tenere attaccate giusto due sagome ci vuole tanta stanchezza.

Io perciò mi guardo attorno e benedico.

Sofia torna da scuola e mi racconta di alcune stranezze che ancora non le appartengono.
So già che un giorno smetterà di parlarmene, quando le stranezze avranno lasciato le sagome sul suo divano, accolte dalla sua normalità.
Fra qualche tempo si metterà a braccia conserte senza chiedersi più il perché.
Alla fine la vita è una storia di accoglienze. Alcune scomode, ma nel mucchio per lo più piene di bellezza e di grazia.
Io mi siedo sul divano, alle spalle le nostre sagome, mi guardo attorno e le benedico tutte.

30.9.15

Se la vita fosse una zuppa di lenticchie

Mi sa che l'essere umano è un po' snob.
S'è mica mai visto un cane seduto concentrato a nettar lenticchie. Questa sì, questa no.
Setacciare è una faccenda tutta umana. Se ci pensate non facciamo altro. E a furia di setacciare, in modo maldestro quanto improvvisato, stiamo facendo dei casini madornali. 
È che se non sono lenticchie la faccenda diventa più complicata.
Le persone, le scelte, i luoghi, le motivazioni, valle a setacciare senza che venga fatta strage di bellezza o al contrario senza che venga elargita salvezza a Barabba, a cazzo insomma. 
Se le cose della nostra vita fossero lenticchie il da farsi sarebbe più lineare ed evidente. Quelle tonde lisce marrone chiaro sì, quelle macchiate, col pallino nero, accartocciate rugose, no. Un solo semplice dito per farlo.
Io invece nella vita c'ho fatto dei gran casini con questo dito. Dovrei seguire un corso accelerato di differenziata esistenziale. Ho buttato cose buone in mezzo a quelle cattive e tenuto cose che m'hanno intossicato.
Per esempio, ho messo via delle scarpe meravigliose in pelle fatte a mano da un artigiano catanese, un paio al mondo, che a guardarle mi si diceva che ero io. Ora ai piedi porto plastica fiorata cinese, numero di serie n alla miliardesima, e mi confondo e non mi riconosco se mi guardo camminare. 
In compenso ho una guru nana di appena sei anni che con addosso gli occhiali in plastica con le pupille finte disegnate mi svela le cose invisibili del mondo, o almeno così mi sembra, e un compagno che ha deciso di invecchiare come Benicio del Toro, o almeno così mi sembra.
È che nonostante questa smania maldestra di setacciare, la vita poi, si sa, è una massaia straordinaria e con gli ingredienti che le recuperiamo a cazzo ci fa miracoli e alla fine vien su lo stesso bene.
Come la zuppa di lenticchie che è pronta in pentola. Pallino nero più, pallino nero meno.


28.9.15

Tutto a destra lento

Hai ragione, ragazzo, sorpassami pure.
Fuori piove, vado lenta e tu invece corri.
Me lo ricordo, prima di tutta questa mia vita rannicchiata adesso sul sedile posteriore, ché di notte la macchina spalma i sogni sull'asfalto; prima di tutta questa mia vita anch'io avevo la tua stessa urgenza.
Quella di fare strada senza scrupoli, come una specie di valchiria urbana venuta per radere al suolo a colpi d'acceleratore tutte le cose attorno che non mi appartenevano.
È un viaggio che non ha fermata, non ha asilo, che cerca l'appartenenza da qualche parte, alla cieca, a tentoni, ma che poi in una manciata di chilometri si brucia tornando al punto di partenza.

Tu avrai il profumo buono addosso, la macchina pulita e ordinata e tutta una vita da ingombrare.
Io puzzo di patatine fritte, i sedili son pieni di peli di cane e tutto quello che ho è qui dentro.
La tua urgenza è una giostra che gira, che non va verso nulla di preciso e per questo corre. Corre pazza perché l'urgenza che hai è una faccenda seria.
Io, invece, ecco, mi metto qui a destra, che ho tanto da ringraziare, che i grazie son troppi, e non vorrei che me ne sfuggisse neanche uno, mi metto a destra e tu mi passi.

Io lo so che per te non c'è ancora nessuna fermata, nessun ristoro, altrimenti ti metteresti dietro e insieme faremmo una fila di grazie.

Io, ragazzo, solo adesso ho capito che cos'è l'amore. Che quando prima di piovere ho il diaframma nervoso e non respiro e ho l'ansia e aspetto l'arrivo catastrofico di qualcosa.
E poi è solo che piove. 
Anche il mio cane fa così.
E allora è da poco che ho capito che l'amore sta anche nel corpo, lo riempie, gli toglie gli orpelli e le penne piumate, scava i solchi per farsi strada, lo rallenta altrimenti gli mancherebbe il respiro, e lo fa tremare prima della pioggia. L'ho capito solo ora che vado lenta.
Tu corri per non sentire la pioggia, quando invece è proprio quel tremore di vita prima che scenda e mentre poi cade quello che stai cercando.
Allora mentre cerchi quella cosa che stai ancora cercando sorpassami pure, ragazzo.
Io mi metto a destra, che tutta la mia vita è rannicchiata sul sedile posteriore, i grazie son tanti e fuori piove.



24.9.15

La fame non ha stelle

Oggi è quel caldo indispettito di Settembre che all'ora di pranzo scalcia ancora un po' per farsi spazio tra i primi freschi. I pescatori sulla strada fanno aria sui banchi e cacciano le mosche usando il piatto della bilancia.
Sono cinque o più messi in fila, uno dietro l'altro, e tutti usano lo stesso ventaglio d'alluminio. Portano ancora gli stivali di gomma nonostante il mezzogiorno e forse non li toglieranno se non per riposare prima della prossima pesca. È che quando son qui a cacciar via le mosche hanno fame di tornar in mare, e poi una volta lì, hanno fame della terra.
Guardandola la riconosco quella fame, o destino delle nostre piccole vite, che scalcia dai primissimi anni di vita e che pur riempiendo la pancia non s'acquieta mai, pur stando lì, ma in una zona che ha il destino di rimanere affamata e di non arrivare mai a far la digestione. 
Per questo rimaniamo radicati a ciò a cui siamo destinati. Perché è raro, anche se talvolta accade, che una focaccia tra i denti la possa sedare.
La mia fame ha dentro le parole, e in questi giorni divoro qualsiasi cosa che le porti addosso. 
Ci sono libri ovunque a casa. Aperti, chiusi col segnalibro che sporge, stropicciati nell'ultima pagina letta, lasciati sui divani, sull'asse da stiro, sul tavolo in cucina, tra un fare e disfare i pranzi e le cene, mischiati a una vita.
È come se le parole mi mancassero e dovessi stare lì ogni volta a scovarle sulla carta. 
Ma ora so che è tutto il contrario. Ho un ingorgo di parole che mi tocca dipanare gentilmente con questa sorta di spazzole, di sentieri già depurati da foglie e sassi. 
Sono ingorghi di buste della spesa che tagliano sulle dita, di concerti notturni, di Sofia e quella bellezza delle cose di scuola che capirà solo quando ne avrà nostalgia, di persone là fuori che ridono sguaiate e camminano di rabbia, calpestando, nonostante a terra rimanga ancora erba fresca, di mio padre che all'improvviso si è fatto vecchio, di rubinetti che si otturano, di domande di ogni giorno, hai preso le chiavi?, dov'è la maglietta?, il cane ha mangiato?, inezie che cuciono una vita a punti stretti.
È così tanta vita, tanto amore mai sentito, così veloce e tutto in una volta, che me ne rimango stupita e muta, seduta come a un tavolino e tutto attorno dentro al bar lo spettacolo dell'andirivieni. 
Ma le parole non sono come le stelle, ordinate e lontane. Loro lì in pancia s'ammassano e danno fame se nel frattempo rimango muta. 
La fame non ha stelle. La fame morde. Ho provato con la focaccia. E per fortuna non basta.



22.2.15

Prima dell'amore (ballata vana)

Prima dell'amore la vita era talmente semplice che me la dovevo complicare in qualche modo, 
così, 
tanto per, 
tanto per passare il tempo, ché prima dell'amore è così che si fa: si fa tanto per passar il tempo. 
Prendevo la tela dei miei pomeriggi intonsa di bianco e ci schiaffavo sopra getti di vernice con colori assortiti e ben accostati. La gente mi guardava e diceva "ha buon gusto".
Adesso i colori se ne vengono tutti da soli sulla tela, senza che io li schiaffi dentro, che tanto non c'avrei più il tempo; 
loro s'accozzano, si prendon a pugni, 
il blu vuole stare col marrone, l'arancione col fucsia, il bianco col bordeaux, s'accozzano e fanno un'accozzaglia di accostamenti senza mica tanto stile, ché anche loro non c'hanno più tempo, solo l'urgenza di saltare lì sulla tela a riempirla e non s'accostano più, 
e allora io, se posso, sui vestiti, sulla faccia, sui capelli, mi tengo addosso i colori meno appariscenti; 
la gente mi vede e pensa "questa è un po' mogia". Ma lo dice solo chi non è mai venuto a casa mia e non ha mai visto l'accozzaglia pazza sulla tela. Lo dice solo chi a casa sua non ha tele piene zeppe di colori.
Prima dell'amore non avevo calli, non avevo rughe, ma ascoltavo ballate di tango con dentro donne quarantenni e le loro rughe e i loro calli dentro ai tacchi. E aspettavo. 
Ora ho smesso di aspettare. E mi si vede ballare.
Ma non sempre ballo da sola. Per esempio quando tengo Sofia in braccio e a lei manca un metro per arrivare a terra e ballare e allora lo faccio io quel metro per lei, e balliamo.
Prima dell'amore mi ricordavo tutto dei sogni che facevo, lunghi e romanzati. 
E siccome ricordavo i sogni che facevo, di giorno da sveglia le cose che facevo mi sembravano i sogni che avevo fatto la notte prima e il prologo di quelli che avrei fatto la notte dopo.
Ora non ricordo uno straccio di sogno. Ho letto da qualche parte che non è cosa buona. 
Ma è che adesso di giorno vivo e basta.
Prima dell'amore non me ne fregava niente che le cose dovessero avere un posto. Ché tanto poi trovavo sempre tutto.
Ora non trovo mai la spazzola e me ne vado in giro coi capelli ancora scossi e smossi di letto. La gente mi vede e dice "questa non si pettina mai". Ma lo dice solo chi non ha ben chiaro che le spazzole si trovano solo prima dell'amore.
Prima dell'amore non avrei mai sprecato le parole in modo tanto vano, 
né scelto, tra le migliaia di possibilità delle parole, la parola spazzola, così tanto brutta che uno che di mestiere fa lo sceglitore di parole non sceglierebbe mai, 
nemmeno la parola spazzola avrei tollerato di sprecare così, 
non lo avrei tollerato come quando prima dell'amore guardavo la gente andare da qualche parte senza sapere il perché.
Ma adesso non ho più paura delle cose vane. 
Adesso niente mi sembra più lieve come andare da qualche parte senza sapere il perché.

6.10.14

43

Passo tutto il pomeriggio a leggere un libro sdraiata sul letto. Ogni tanto alzo gli occhi dalla lettura e guardo i calzini che indosso, il loro cotone poco convinto di esserlo, e il modo in cui i miei piedi se ne stanno molli sul letto. È la stessa posizione di quando ero ragazza, penso, è lo stesso modo di trascinarmi nei pomeriggi, è lo stesso casino del letto disfatto e disfatto tutt'intorno. I miei jeans a terra, appallottolati insieme ai calzini di ieri e una maglietta bianca.
È una forma che conosco benissimo quella dei vulcanelli di tessuto sbucati dal pavimento di una stanza da letto. Non mi sono mai preoccupata tanto dei miei vestiti. Non sono mai stata una che per dormire in pace ha bisogno che i vestiti stiano ripiegati e ordinati sulla poltroncina.
Penso che la mia pace notturna abbia bisogno di sostenere questioni di ben altro genere di ordine da quello dei vestiti. Lo penso come potrebbe farlo un ateo quando a volte per un attimo gli assale la dolcezza della promessa di pace che avrebbe se solo bastasse quella risposta definitiva e senza proteste e il mondo tornasse in silenzio. A quanto sarebbe più facile se solo avesse quella maledetta fede. 
Penso a quanto sarebbe più facile se solo bastasse avere dei vestiti piegati su una poltroncina.
Invece mi piace arrivare la sera all'ultimo minuto prima di crollare togliendomi con fare vago i vestiti e buttarli dove capita prima. A mia madre verrebbero gli attacchi di panico nel sonno a pensare a un tale disastro. Io lo trovo un gesto liberatorio. Sono gli ultimi colpi di coda di certi tratti dell'adolescenza mai del tutto risolta, lo so. E oggi non mi crea conflitti saperlo. Sapere che a 34 anni posso ancora a tratti ritenermi libera da certi doveri di donna adulta mi rilassa.
Guardo la chincaglieria polverosa e lontana dal suo solito posto assegnato da chissà quali mediocri regole d'arredamento.
Una volta gli oggetti avrebbero costituito l'unico elemento di disturbo al mio fare disordinato. Se da terra fino all'altezza del letto potevo ammettere con una certa forte dose di tolleranza il disastro, non ho invece mai tollerato il disordine delle forme sulle mensole, i tavolini, le cassapanche, le librerie. Ogni oggetto doveva stare incollato nell'angolo di mondo che gli avevo riservato. Un centimetro di dissonanza mi sembrava intollerabile. In questo ero una specie di nevrotica di fronte ad un quadro non perfettamente allineato.
Oggi invece trovare la giraffa a terra, il gatto di legno sul comodino, la lanterna con la finestrella aperta, mi da esattamente il senso della quotidianità che costruisce le sue storie mettendo fuori posto gli oggetti. La quotidianità non ha altro modo di parlare se non attraverso la voce degli oggetti mossi.
Quella che sta parlando adesso nella stanza da letto è il lavorio di Sofia che ha da poco armeggiato con la paccottiglia degli adulti. Le ho sempre permesso di toccarla. Ho sempre pensato che la bellezza delle mani di mia figlia impegnate a rimaneggiare di nuovo i miei ricordi immortalati sugli oggetti valesse molto di più del rammarico di perderli.
Così quando alzo gli occhi dal libro e guardo le lenzuola stropicciate, attorcigliate attorno al mio corpo sdraiato, il comodino traboccante di altre letture, fogli di manoscritti sparsi, diverse paia di scarpe di tre misure, stili e colori diversi seminate tutt'intorno, già sazia e morbida di tre ore mute di lettura, sento che la mollezza non s'incaglia sugli spigoli del disordine ma continua a sciogliere la pancia.
Leo viene a guardarmi, si ferma prima della porta, è un suo modo tenero ed educato di non infrangere questa specie di luogo intimo che mi sono ritagliata senza il consenso di nessuno tranne che il mio. Rimane lì, mi guarda, poi se ne torna di là. 
Entra solo per portarmi la tazzina di caffè fumante. Ammicco un po'. Il modo in cui sto sul letto, le lenzuola e i capelli scompigliati, la mollezza, il caffè. È come il nostro dopo aver fatto l'amore. Leo se ne torna di là ridendo.
In questi giorni mi prendo certe libertà, certe scivolate di stile. Ammicco, scuoto le tette come un'africana disinibita, mi rigiro sul letto languida come una Marilyn catanese mora improvvisata. 
Ho perso dieci chili.  E acquistato altrettanta sfrontatezza.
L'essere adulta mi ha resa diversa. Mi guardo e mi trovo bella.
Ho addosso dei Gas taglia 29. Mi son fatta il conto con la valuta europea e sulle mie chiappe porto la bellezza del 43. Con il resto di mezzo punto.
Ci sto comoda in questo 43. Mi s'incolla come pelle nelle parti calde ma resta largo e rilassato sulle cosce.
Penso che l'aut aut della taglia in questa parte del mondo sia l'esatta descrizione dei tempi che stiamo vivendo. O 42 o 44. 
Nessuna comodità del mezzo punto per te, bellezza. O ti adatti o vai in mutande.
Io me lo chiedo spesso com'è che la gente abbia questo dono innato di adattarsi ai canoni di questa vita. Me lo chiedo quando vedo qualcuno vestito per il pomeriggio e poi si cambia per la sera. Me lo chiedo quando sento qualcuno che sta cambiando il piano tariffario del suo gestore di telefonia. Me lo chiedo quando penso al sabato che è il giorno del parrucchiere. 
Io non ho mai avuto questo dono. Si vede perfettamente adesso che sono sdraiata sul letto a godere di questa lettura straordinaria, mentre la mia casa va a scatafascio. Si vede in tante altre decine di cose. Si vede anche su Leo.
Si vede che non ci siamo adattati affatto e che stiamo ancora cercando. Di adattarci? Non lo so.
Mi viene in mente la cassiera all'Auchan dove andiamo a fare spesa. Ha una capigliatura nero corvino lunga, ondulata e selvaggia, raccolta malamente in una specie di chignon incazzato. Me la immagino prendersi i capelli malamente, arrotolarseli alla bell'e meglio e venire qui, in cassa, a passare per l'ennesima noiosa volta una cena come tante, del pane, una zuppa, del formaggio. A volte mi assale una specie di irrequietezza nel veder spiattellata con così poca cura, su un bancone di alluminio, la mia intimità, la mia cena, quello che intorno a quella cena succederà. Mi pare che non veda l'ora di tornarsene, mi sembra una che non appena a casa non pensi ad altro che sciogliersi i capelli. 
Mi chiedo se adattarsi significhi questo. Farsi odiosi chignon e poi scioglierli e poi rifarli e poi riscioglierli.
Guardo Leo pagare. Ha dei mocassini in tinta con la polo. Ha fatto la barba, profuma di uomo, saluta la cassiera e le augura una buona serata. E mentre sciorina la sua più naturale cordialità mi chiedo se ci siamo adattati anche noi. Stiamo per farlo? Ci stiamo preparando a diventare dei perfetti noiosi borghesi, fingendo di avere ancora la possibilità di scegliere di non diventarlo?
Lo scorso week end abbiamo concesso a Sofia il suo primo Happy Meal. 
Siamo entrati in silenzio, parlando a bassissima voce, forse con lo stesso disagio di uno che ha passato per quarant'anni ininterrotti le sue serate in una balera sporca e puzzosa e poi all'improvviso si è ritrovato alla Scala con addosso ancora la puzza di vino scadente e le carte da briscola in mano.
Solo che al contrario. Eravamo stati alla Scala e ci siamo ritrovati in mezzo ad una bisca clandestina vestiti di seta, nudi.
Ci siamo sentiti nudi.
Abbiamo continuato a stare lì in silenzio, anche se leggeri, sorridendo a Sofia che scopriva il suo primo panino del peggior fast food al mondo, battezzando l'ingresso con il classico scarto del cetriolo.
La gente stava lì come se non avesse fatto altro nella vita.
Riconoscersi ancora diversi da quelle cose, riconoscerlo ci ha sollevato.
Ce lo diciamo spesso in questi giorni io e Leo.
Ci ritroviamo uniti contro questa specie di follia urbana che ci circonda. 
Sappiamo che dobbiamo andare via, che un posto, se un posto c'è, non è qui. 
Abbiamo definitivamente scoperto, e accettato anche, che ci manca quel dono, forse, quel dono di saperci adattare, quel dono di trovare nelle cose una specie di sazietà.
Abbiamo fame. 
Abbiamo voglia di andare a vedere come poterci nutrire altrove di altre cose.
Io porto una 43.
È comoda.
Forse, come tutti, stiamo solo cercando quel posto dove fanno la 43.

9.6.14

Rotonda

... dovreste immaginarla, poi, mentre pronuncia bisticcio
È la sua rotondità che mi stupisce. 
Se ci fosse una possibilità, anche una sola possibilità, matematica, o poetica, o folle, per oltrepassare il limite della rotondità massima, e dunque in fine della circolarità massima, e attribuire un superlativo, se dopo aver usato migliaia di volte un compasso, dal centro alla circonferenza, dal centro alla circonferenza, dal centro alla circonferenza, migliaia di volte così, dal centro alla circonferenza, e alla fine, dopo migliaia di volte, tra migliaia di cerchi tutti uguali, lo si potesse dire di un cerchio che fosse ancora più circolare, "è il cerchio più circolare del circolare" e dunque in fine più rotondo del rotondo, ecco, lo si direbbe su questa bambina.
È tutta un cruccio mentre dice bisticcio. È il suo cruccio. Per me è un'inezia che non diminuisce di niente la sua rotondità.
Ma chissà. Forse se esistesse, anche un Dio penserebbe lo stesso a guardarci crucciare di inezie.
Come per E., talmente ubriaco da non riconoscere più la differenza tra un whisky e un bicchiere d'acqua, il vomito da un'orzata. Un giorno ha deciso che sarebbe morto annegato di liquidità ma siccome lavorava al porto e sapeva nuotare benissimo gli venne il dubbio che non potesse mica morirne dal di fuori, di liquidità. Decise di farlo dal di dentro. E così è stato.
O come per M. che adesso è felice che il suo corpo un giorno si sia spento, così, spento, non morto ma spento, avete presente quei corpi spenti, no?, che fanno tutto, che fanno tutte le cose della vita, ma in ogni caso sono spenti, avete presente, no? Ecco, era così adesso il corpo di M. sotto quel vecchio puzzolente e bavoso, per fortuna il suo corpo era spento.
Ed L. di cui era scritto che prima o poi avrebbe avuto successo. Lo sapevano tutti, a guardarlo, che un giorno avrebbe avuto successo, tutti lo sapevano leggere quello, era scritto così chiaro che L. avrebbe avuto successo. Il problema però per L., e solo per L., certo, era che dove era scritto che prima o poi avrebbe avuto successo non c'era scritto nulla di più. Nessuna indicazione, nessun consiglio, nemmeno un indovinello, una caccia al tesoro, nulla. Immaginate una cartina geografica bianca, senza terre, senza laghi, senza strada, nulla di nulla, niente di niente, solo città, sparpagliate sul foglio bianco una costellazione di puntini neri, le città appunto, ma senza un senso apparente, senza la base stabile della terra, o anche solo di linee, quanto sono belle le linee, cosa faremmo, dove andremmo se non seguissimo linee? Perciò di L. era scritto che un giorno avrebbe avuto successo, c'era scritto davvero, tutti lo leggevano, ma su una cartina che praticamente era una mappa dell'universo. Alla fine gli venne una vertigine talmente grande che un giorno all'improvviso stabilì che il punto che gli era toccato in sorte fosse la sua poltrona. Aveva ormai quarantacinque anni e già da cinque stava su uno di quei punti a caso di quella mappa.
Così.
Ognuno, insomma, col suo cruccio. Inezie forse per un Dio, se esistesse.

Perciò rimane il fatto che per lei, bisticcio è il suo cruccio. Provo a rassicurarla in qualche modo, a darle soluzioni, ma lei ripete bisticcio così tante volte che ormai mi son persa nella sua rotondità, dovreste immaginarla mentre pronuncia bisticcio, è sempre tutta rotonda, il viso, gli occhi, le guance, il mento, i capelli, le braccia, tutta fino ad arrivare ai piedi, tutta, ma quando pronuncia bisticcio è ancora più rotonda.
Dovreste immaginarla.
Potrei farvela vedere, e voi guardereste ma senza trovarvi rotondità, non più di quella che vedreste sul bordo di una tazzina di caffè, una circonferenza piena e totale, massima, ma senza quel superlativo che vedo io.
Insomma, io dico che è una questione di appartenenza, e solo così potreste capirlo. Quello che ci appartiene, persino il tavolo su cui mangiamo fatto di spigoli, è rotondo, di quella rotondità superlativa che ci fa perdere testa. Non è una questione di forma. Deve essere piuttosto la lente interna con la quale vediamo le forme. Sono rotonde le cose che ci appartengono, le cose che amiamo. Di una rotondità superlativa. Le cose che amiamo sono più rotonde del rotondo.
È così adesso, mentre pronuncia bisticcio.
Mi chiedo poi chi le abbia mai consegnato questa parola. Mica io. Sarà stato certo quel modo tutto virale che abbiamo noi di imparare le cose. Federica l'avrà detto a lei. A Federica l'ha detto Giorgia. A Giorgia l'ha detto Michele, a Michele l'ha detto Lorenzo. Chissà quanto misura la lunghezza della catena che è arrivata a lei. Ma alla fine, o all'inizio, sì all'inizio della catena sono certa ci sarà stato un adulto.
Bisticcio non è una parola che i bambini hanno dentro. I bambini portano dentro parole più belle come acqua, mamma, saltare, patatine, piedi, culo, triste, felice, zucchero, casa.
Bisticcio è una sciocchezza di parola che i bambini non porterebbero mai dentro. Perciò deve essere stato di sicuro un adulto. Soltanto gli adulti possono consegnare ai bambini catene che iniziano con bisticcio.
Ad ogni modo:
"Federica dice che devo volere bene a lei e non a Martina".
"Tu dille che puoi voler bene a tutt'e due".
"E lei fa bisticcio".
... bisticcio...
... bisticcio...
... dovreste immaginarla, poi, mentre pronuncia bisticcio

27.4.14

Concime per il gelsomino

Cinque anni fa prendevamo casa, compravamo mobili e accessori, discutevamo su quelli che la gente mediocre chiama con vaghezza e timore progetti ma che per noi erano ovvietà, davamo battesimo ad ogni piccola modifica di casa facendoci su l'amore, eravamo ricercatori certosini di quell'oro che nel tempo sarebbe stato cifra e pelle tatuata di casa nostra: gamberoni, biscotti, carni, sughi, cioccolate, crepes, vini, libri, tende bianche di velo e di lino, calzini dimenticati in fondo al cesto della biancheria, filavamo lenti la maglia intricata dell'odore di casa e aspettavamo così, senza fretta, con il senso del tempo già compiuto, Sofia. 
Ma non è mai compiuto il tempo della maternità fino all'ultimo istante. Si arriva con quell'amore acerbo per gelsomini profumati e cani indifesi. Fino a quel momento la maternità è un senso di autocompiacimento e di fiducia per questa bontà generale e vaga nei confronti del mondo, tiepido e inesploso come due tettine abbozzate di una preadolescente. È solo nell'ultimo definitivo istante, fatto di sangue, umori, tocco e pelle nuova, che la maternità arriva senza corone di gelsomini e mugolii di cani, né vaga di bontà. La maternità esplode di bellezza a fiotti di affanno, dolore, sudore e rughe e si porta addosso due tettone giganti svuotate di latte e di smagliature.
Ma questo sarebbe arrivato dopo.
Nel frattempo, aspettando Sofia, piantammo nel giardinetto due gelsomini alti di un anno. Ci piaceva accoglierla nell'odore che avevamo costruito dentro e quello di miele del gelsomino fuori. 
Ma in questi cinque anni il miele è stato sempre poco e i due gelsomini son rimasti alti allo stesso modo.
Abbiamo innaffiato, dissodato, tolto le foglie secche, concimato con gli scarti del melograno accanto, ma niente. I gelsomini non sono mai esplosi. Nemmeno sotto ordine perentorio della primavera. Sono sempre rimasti in bilico, tra la rinuncia e la fioritura, in perenne lotta sul da farsi. Siamo sempre stati convinti che dopo ogni inverno li avremmo dovuti restituire al melograno come pagamento e nuovo concime.
E invece sono ancora lì.
Sopravvissuti persino alla furia del cane, un cucciolo di mesi gigante e stercaiolo al pari di una mucca. Ha deciso che i bisogni vanno fatti lì, dove mangia e dorme, tutt'intorno ai gelsomini. Mesi e mesi di vangatura del terreno hanno portato ad un tanfo indelebile, che si fa feroce quando piove e quando fa sole forte. Lo sterco mischiato al terreno è una poltiglia indistinguibile marrone che pestiamo e portiamo dentro casa. 
Lavoro tutto il giorno, non mi ricordo più del profumo di mia figlia, torno spezzata senza nessuna voglia di giocare e men che meno di salvare casa dagli intestini sciolti del cane. Il senso di colpa per quello che non sono mi attanaglia, quelle che mi sembravano una volta ovvietà adesso sono i progetti lontanissimi e di difficile fattibilità di una persona mediocre, i mobili si son scheggiati, graffiati, impolverati, il lino delle tende si è raggrinzito, il tempo è uno schizofrenico che non mi da tregua, e gli odori di casa son diventati la firma di un cane che defeca di fronte le finestre di casa ormai sempre chiuse.

Però per la prima volta i gelsomini sono rigogliosi e in fiore.

2.1.14

Bagaglio a mano


2 Gennaio 2014.
Come sempre ho guardato fuori dal finestrino per tutto il tempo. È l'unico modo che ho per avere coscienza della grandezza. È un pensiero stupido e ridondante, da formica anonima che porta a spasso le sue misere zampette nel mondo, la sua piccola storia mediocre che non ha nemmeno l'originalità d'essere mediocre mescolata com'è a casaccio dentro a miliardi di storie dello stesso genere. Ma non ho altra ambizione io che essere quella che sono, formica anonima, tranne che a volte sentirmi la grandezza addosso. Per questo non posso fare a meno di starmene attaccata al finestrino e guardare. Se chiudo gli occhi c'è ancora verde e azzurro e poi le luci della sera. La grandezza nascosta nel buio un po' mi inquieta, mi sembra famelica senza la dolcezza dei colori del giorno. Mi piace partire dopo pranzo. È l'ora più silenziosa dentro il pullman. Che siamo cinque o trenta non fa poi molta differenza a quell'ora. A quell'ora è come se non fossimo dei veri viaggiatori con una meta, uno scopo, una traiettoria scelta. A quell'ora siamo solo spettatori inattivi dentro una bolla molle, e tutt'intorno lo spazio immenso verde e azzurro che ci ingloba.
È facile, dove sono, non pensarti. Mi arrivi alla mente continuamente, mentre qualcosa di quello spettacolo là fuori ha attirato la mia attenzione e già non c'è più, rimane indietro nel viaggio, e tu pure. E sarà così per tutto il viaggio, arriverai su un casolare rosa antico, pezzi di terra ordinati e con la prima peluria di erba del dopo pioggia, sulla fila delle pale eoliche che sembrano mulini, la distesa a perdita d'occhio degli aranci, le colline sfocate in fondo. Ti poserai ogni volta su pezzi di questa grandezza e assieme a questi pezzi ti lascerò indietro.
Non sento colpa in questo.
La bellezza che rimane indietro non perde mica niente di se stessa se io non la guardo più.
È lì.
E tu sei lì.
Sei ovunque, a dir il vero. Persino accanto, sul sedile vuoto dove ho avuto cura di mettere le mie cose. Un bagaglio a mano frettoloso e smunto perché è così che volevo partire senza averti con me, frettolosa e smunta.
Sei anche nell'assenza che solo io so di te, dentro gli occhi della gente seduta che mi studia di nascosto con la curiosità di chi deve condividere la stessa bolla e la stessa direzione senza essersi mai conosciuta, senza averlo concordato, compagni forzati di viaggio, e con un colpo di tosse, la posizione del corpo, il modo di guardare fuori dal finestrino, un accenno di vita, si gioca a fare congetture. Possono pensare tutto di me adesso, immaginare la mia vita, come io faccio con loro, senza per la prima volta avere l'appiglio immediato che mi fa madre all'istante.
Senza di te lo sono ancora per gli altri? Chissà se la maternità si scolpisce da qualche parte nel corpo. Chissà se magari i gesti delle mani che accudiscono lo possono esprimere. Chissà se si vede che su tutto quel verde e azzurro io vedo te. 
Non sento la tua mancanza. Scopro solo adesso, sulla pelle di questo viaggio, che si può provar mancanza solo quando si è mancanti, quando non si è pieni. Anche i sentimenti hanno a che fare con questioni di misura fisica. Anche loro si lasciano incantare dalla catena delle equazioni. 
Io sono piena di te e non posso averne mancanza.
Sento solo una sottilissima quasi insignificante assenza d'attenzione, di un punto di focalizzazione.
Dopotutto il filo con cui cuci le nostre cose di ogni giorno ce l'hai tu.
E adesso le mie sono cose mordicchiate appena e lasciate sul tavolo.
Farò una doccia, leggerò, andrò a dormire.
Per la prima volta lontana da me questa notte, e poi ancora un'altra.
Cercherò altri fili domani.

18.11.13

L'orrore sotto casa

Sono circa le 23:30 di stanotte.
È una serata qualunque in una città qualunque. 
Sentiamo un tonfo. E in una serata qualunque di una città qualunque è facile associare un tonfo al solito gesto balordo di fine giornata, magari dei soliti due scriteriati che non hanno di meglio da fare nelle loro vite che molestare i cassonetti della spazzatura.
In una serata qualunque di una città qualunque non ti viene in mente che proprio sotto casa tua stia avvenendo l'orrore.
L'orrore è sempre qualcosa di lontano, proviene dai resoconti delle cronache dei giornali che guardi distrattamente mentre il tempo quotidiano scivola indisturbato. L'orrore è una brutta favola che a volte si inventa qualcuno per una sorta di senso del macabro, perché il tempo quotidiano di ognuno di noi venga strattonato, così, per gioco.
L'orrore insomma non ci appartiene.
C'è un secondo tonfo.
Sto addormentando Sofia e sento il Riccio correre, telefonare a qualcuno, non sento a chi, è già fuori di nuovo che corre.
Mi alzo, apro la porta di fuori, dal giardinetto vedo fuoco. Un fuoco diverso, quasi bianco, feroce, penso alle nostre macchine parcheggiate proprio lì, dove qualcosa sta bruciando. Non mollo Sofia, sento una, poi due, poi tre sirene, vigili del fuoco, certo, ma quanti ne sento? 
In pochi secondi più niente. Dal giardinetto vedo un fumo bianco, altissimo, poi più niente.

6.11.13

Keyframes

A periodi più o meno regolari soffro di ritorni di timidezza patologica.
Dipende da quanto contatto ho con il mondo. Mi pare sia una cosa naturale, molto umana.
Voglio dire, se l'unico tuo interlocutore è un elettrodomestico quando poi chiedi duecento etti di prosciutto al salumiere hai lo stesso impatto emotivo di uno che prende parola al Parlamento di Bruxelles.
Figuriamoci per individui tendenzialmente votati alla timidezza.
Me.
Talmente timida, e di conseguenza emotiva, da essere ad esempio costretta, davvero costretta, a non poter dire nemmeno la più piccola, bianca, innocua bugia. Me la vedreste spiattellata in faccia, tutta rossa di vergogna. Perennemente costretta a dir la verità. È una croce, credetemi. Non avere filtri sociali è una croce.
È come dire che sulle mie scelte, sulla mia libertà d'espressione, sulla mia sacrosanta libertà di mentire non comando io ma il colore del viso. Il dittatore psicologico.
Non mi aiuta il fatto di essere una specie di individuo maledetto, schivo, eremita, portato per natura alle dinamiche volitive del pensiero, dove il contatto con la realtà, e dunque alla fine con i rapporti umani, è bandito. Credo sia stato Stephen King a dire che uno scrittore non dovrebbe dedicarsi ai dialoghi se non ha relazioni umane radicate, se non ha la benché minima idea di cosa voglia dire discutere del più e del meno con la gente, perché rischierebbe di non dare verosimiglianza all'interazione di due. Non interagendo, lo scrittore non può farlo fare in modo credibile ai personaggi di cui scrive. Che piuttosto si dedichi alle descrizioni.
Ecco, a volte non scrivo dialoghi.

26.9.13

50 giga sulla fronte

Pulizia del pc. 
Che il nostro quinto arto figuri nella lista delle cose che hanno bisogno di cura, manutenzione, riorganizzazione, è ormai un fatto. 
Perciò alla casa, i cassetti, gli armadi, le agende, le borse, i giardinetti, i corpi e i portafogli da ordinare, si aggiunge il pc, ovvio.
Da questo punto di vista, si può dire che la vita, tra le altre cose, sia anche una storia di ordine, disordine e riordine. Passiamo una vita a riordinare quello che abbiamo appena disordinato. 
E forse non c'è un altro modo perché l'equilibrio si concretizzi.
Perciò si può anche dire che la vita sia una lunga, perenne marcia verso la realizzazione dell'equilibrio.
Del perché non saprei, ma la tensione di ognuno di noi mi sembra sia questa. Spossante il più delle volte, ma piena di bellezza alla fine.

Sto scaricando i 50 giga di foto e filmati realizzati dal Riccio in poi, da Sofia in poi.

15.6.13

Storia di vette

Credo sia l'effetto che fa leggere quattro libri in sette giorni.
Specie se non lo fai da molto tempo, da quando un giorno da qualche parte della tua vita ti sei detta che non potevi farlo più.
Quattro libri, centinaia di microstorie in ognuno di loro. Le quattro storie principali che salgono ciascuna la loro vetta e che non si smontano mai, non precipitano mai, semmai vengono scavate da centinaia di lingue di storie minori, e in quelle vette trovano l'umido di cui vivono.
Credo sia questo l'effetto, che mi fa vivere questi sette giorni di frasi impastate, è di una storia, no era l'altra, l'altro libro, era lui che lo diceva, no era lei, quella che apriva l'ombelico e le cosce,
e la porta che apriva era una, una sola.
Credo sia questo l'effetto che mi fa perdere qualche chilo addosso, quello che premeva di uscire da dentro esce ad ogni frase che leggo, che mi fa togliere i peli, mi fa vestire al contrario, rispetto alla mia vita di sempre, al contrario, di giorno bianca, il colore che non mi è mai appartenuto, di notte nera, una sottana nuda di seta, nera pesta di quel colore che ho sempre indossato per attutire certe luci indecenti del giorno, forse, chi lo sa.
L'effetto di sentirmi smarrita se risalgo alle cose di ogni giorno, se non ritorno a bermi le parole, quelle che ho soffocato nei miei tentativi di avere una vita normale, un lavoro, un affitto, una bimba a scuola, la recita, le camicie di lui, la polvere a terra, la casa pulita e ordinata, lei che salta sul letto, noi che ridiamo felici, davvero, eppure non basta,
non basta mai.

18.2.13

Rubare ai bambini

Supermercato. Arrivo alla cassa.
Il cassiere è spazientito. È probabile che la storia vada avanti già da un po': "... allora, Signora, si decida! Cosa lascia?".
Guardo sul banco, lei che guarda in giù e pesta il labbro, e non faccio fatica a capire il perché dello stallo.
In effetti a volte è difficile dover scegliere tra un sacco di patate e una merendina al cioccolato.
Il sacco di patate sfama una famiglia intera, ma quella merendina sfama tutto quell'altro genere di fame che adesso è negli occhi del suo bimbo, mentre aspetta silenzioso.
Aspettiamo tutti.
Noi dietro, lei, la mamma, avanti, in vista, assolutamente nuda. 
L'equità della fila, il rispetto del turno, non mi è mai sembrato tanto ingiusto nei confronti del pudore.
Chissà se quelli in fila con me abbiano pensato allo stesso mio modo "intervengo... o forse è meglio di no...", chissà se il prevalere del "o forse è meglio di no" li abbia fatti sentire meschini e impotenti come mi son sentita io, chissà se tutti abbiamo sperato allo stesso modo in un lieto fine, con il bimbo sporco di cioccolata e le patate abbandonate lì.
Oppure se abbiamo sperato tutti di vedere il bimbo sbraitare ossesso, capriccioso e molesto, pur di non vederlo così, silenzioso.
Chissà, se a vederli uscire chini e stanchi, quelli in fila con me abbiano sentito una specie di senso di colpa uguale al mio.


Dite patetico? Non ditelo.
Non ditelo se non conoscete la storia. Non ditelo se non avete mai provato il dolore di non avere più nessuna carta da giocare.

14.12.12

La scuola delle possibilità

In questo momento da qualche parte del mondo i bambini nelle loro scuole pubbliche, fascia di età 3 anni, sono in piena fase creativa. 
Io sono qui che scrivo, voi siete qui che leggete, e loro, alcuni di loro, stanno parlando quasi correttamente una, ma anche due, tre, quattro, cinque lingue che non gli sono state tramandate in automatico dal paese di appartenenza: se sono francesi parlano tedesco, se sono tedeschi parlano francese, se parlano francese e tedesco ci stanno provando col cinese.
Loro che son furbi, assieme alle loro maestre, che son furbe pure loro, hanno deciso di comune accordo che quando devono bestemmiare è meglio farlo in seconda, o terza, o quarta lingua. 
Nessuno baderà al contenuto dell'espressione, quando ad esprimere un "merda" o "che palle" o "stronzetto spara caccole" in cinese è un bambino di tre anni. Baderanno piuttosto alla ottima forma acquisita di seconda, terza, quanta, quinta lingua e daranno un buffetto sulla guancia.
Il loro è un gioco.
In questo momento da qualche parte del mondo i bambini di tre anni sono riuniti in assemblea, non solo per scegliere con quale lingua sia più conveniente prendere per il culo il resto del mondo, ma anche per decidere le sorti del mondo.

8.10.12

Una donna che non bacia i rospi

Il mio datore di lavoro è un pasticciere all'antica, di vecchio stampo, prepara torte e ogni sorta di pasticceria come si faceva quarant'anni fa, senza additivi o esaltatori, solo ingredienti base, zucchero, farina, uova e nient'altro.
Il mio datore di lavoro è un imprenditore all'antica, abbatte i prezzi, li tiene bassi nonostante i rincari spropositati da ogni parte e un suo motto, se lo avesse, sarebbe: vendi a meno, vendi di più.
Il mio datore di lavoro è un uomo all'antica, desidera che il personale sia educato, pulito e ordinato.

E che sia esclusivamente di genere femminile. 
Perché la gentilezza del servire è donna.
Che sia di genere femminile piacente, perché la gentilezza del servire si ha solo in dotazione al pacchetto bellezza e avvenenza.
Che sia di genere femminile piacente e servile, perché donna, essendo lui un uomo all'antica, significa questo.
Significa rispondere ai comandi in un nano secondo, lasciare il lavoro che si stava svolgendo, andargli a comprare il giornale e poi essere rimproverate per non aver completato il lavoro che si stava svolgendo.
Significa andargli a fare la spesa e nel frattempo servire i clienti e nel frattempo mantenere pulito e nel frattempo uscire di nuovo a comprargli altro. L'inadempienza dei lavori che secondo lui dovrebbero essere svolti in sincrono non gliela si può giustificare col fatto che la teoria degli universi multipli, delle stringhe, della non località, sono straordinarie teorie che amo ma che nello specifico della nostra esistenza non sono state ancora messe in esperimento.