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1.10.13

La sassaiola #2: Il ritorno di Maria Antonietta

Per la prima volta in cinquanta anni, Oro Saiwa sceglie di destinare una parte del ricavato alle famiglie povere italiane.
Mi rendo conto, in un moto di banale rassegnazione, come dopotutto non ci sia rimasto altro che questo: salvare l'Italia affamata a suon di biscottini.




15.6.13

Storia di vette

Credo sia l'effetto che fa leggere quattro libri in sette giorni.
Specie se non lo fai da molto tempo, da quando un giorno da qualche parte della tua vita ti sei detta che non potevi farlo più.
Quattro libri, centinaia di microstorie in ognuno di loro. Le quattro storie principali che salgono ciascuna la loro vetta e che non si smontano mai, non precipitano mai, semmai vengono scavate da centinaia di lingue di storie minori, e in quelle vette trovano l'umido di cui vivono.
Credo sia questo l'effetto, che mi fa vivere questi sette giorni di frasi impastate, è di una storia, no era l'altra, l'altro libro, era lui che lo diceva, no era lei, quella che apriva l'ombelico e le cosce,
e la porta che apriva era una, una sola.
Credo sia questo l'effetto che mi fa perdere qualche chilo addosso, quello che premeva di uscire da dentro esce ad ogni frase che leggo, che mi fa togliere i peli, mi fa vestire al contrario, rispetto alla mia vita di sempre, al contrario, di giorno bianca, il colore che non mi è mai appartenuto, di notte nera, una sottana nuda di seta, nera pesta di quel colore che ho sempre indossato per attutire certe luci indecenti del giorno, forse, chi lo sa.
L'effetto di sentirmi smarrita se risalgo alle cose di ogni giorno, se non ritorno a bermi le parole, quelle che ho soffocato nei miei tentativi di avere una vita normale, un lavoro, un affitto, una bimba a scuola, la recita, le camicie di lui, la polvere a terra, la casa pulita e ordinata, lei che salta sul letto, noi che ridiamo felici, davvero, eppure non basta,
non basta mai.

24.10.12

La vita pigiama

Appare quando il tempo comincia a rallentare sotto l'effetto delle foglie arancioni e il vento irrequieto.
Nel mese del ritorno alle attività programmate ed efficaci, quando il traffico torna alla forma cui è stato concepito, caotico e indaffarato, lei appare e comincia a vivere sulle persone rimaste un po' indietro, quelle che ancora un vero piano programmato non ce lo hanno ancora.
È generosa come una mama africana: ti costringe a vivere dentro le quattro mura di casa senza che un barlume di imprevisto possa mai portarti fuori, nemmeno il pane caldo delle 19.00, ma ti concede di tenere le finestre aperte per tutto il giorno, far entrare lievi in casa le prime timide piogge, l'odore della terra, il fresco che ancora non brucia sulla pelle; ti fa vagare lenta e arresa sotto l'effetto scordato delle prime luci mogie, ma all'improvviso, senza un motivo apparente, ti bacia sulla fronte e accende dentro la voglia di accendere fuori, candele profumate di cannella, luci soffuse, musica dolce, porte e tende aperte, e il corpo che balla, salta, si muove preso da fame di energia, di quella che si addice a questo tempo in questa casa, ovvero morbida e compassionevole, vigorosa ma senza sprechi. 
E allora, qui dove non accade niente, nel tempo casalingo, dove il mondo si ferma appena un attimo prima, guarda dentro e alla fine non entra mai, dove, se cose accadono, rimangono all'ombra del tempo privato senza che giungano all'attenzione delle faccende mondane, qui, accade che piccoli soffusi miracoli quotidiani avvengano, di quelli che solo nel silenzio di sé si sa, senza che fuori apparentemente nulla si muova. 
Ci si trucca da fate, si canta forte, si sta sedute a mangiare con le mani.

22.10.12

Ex dandy si racconta

Che v'aggia dì.
Certe cose non si dovrebbero pubblicare se non vuoi che il tuo blog venga poi tacciato di qualcosa di cui vorresti non fosse. Tacciato.
In mia discolpa mi preme dirvi che ultimamente c'è un'immagine di me che mi torna spesso, e che guardo con tanta nostalgia. Languore. Anelito. Fame. Bramosia. Cupidigia.
Bava alla bocca, insomma. Specie quando sono in faccende di casa affaccendata.
L'immagine è di me, quattro anni fa, a quest'ora, pomeriggio pieno, quando tutto è in possibilità, sta per accadere qualcosa, e sarà stanotte, con qualcuno a far qualcosa, per le strade di città, in qualche locale, dieci birre, jazz e io bellissima dentro le mie magliettine con spalla scoperta, un filo di trucco sugli occhi perché io sono il vero strepitoso trucco.
Fino all'alba. Fino a quando mi va.
E in questo mio pomeriggio, aspettando la buona possibilità, ho due, tre libri aperti, Rage against the machine al limite della legalità per questioni uditive, oppure la Bailey Rae più soffusa, qualche sigaretta, con le gambe all'aria sul letto.
Dio, ma voi ricordare la sensazione dei piedi all'aria sul letto della vostra stanza?
E le ore ferme.
E l'attesa della sera.
E le telefonate sceme e interminabili.
E alzarsi per far pipì e tornare a piedi all'aria.
E la porta chiusa.
Dio, la porta chiusa...
... la vostra stanza...

11.4.12

Cose belle

Cose belle mi fa pensare a quella disposizione tutta speciale che hanno certi venditori di mercatini alla periferia della società di urlare la bellezza dei loro prodotti. Poi vai a vedere ed è robaccia da quattro soldi. E però ti rimane quella loro spavalderia e faccia di culo nel dar forza alla loro robaccia. Sono artisti della robaccia. La guardi, non sai che farne, sai già che una volta a casa la butterai, ma, caspita, quel loro teatrino sulla millantata pregevole qualità merita un applauso e adesione incondizionata.
Questo per chiedervi di aderire incondizionatamente alla mia robaccia, ora che ve la urlo come cosa bella.

23.1.12

Non solo una lista

Mi stupisco sempre quando d'improvviso la vita è nuova.

Sofia all'asilo.
Sofia all'asilo che non si turba.
Sofia all'asilo che non si turba all'entrata.
Sofia all'asilo che non si turba all'entrata e all'uscita.
Io che mi turbo.
Io che, con Sofia all'asilo che non si turba, mi godo la città mattutina. Senza ansie. Il passo veloce, quello mio; quello, mi si dice, di chi sembra fuggire. E invece è quel passo tutto mio di chi vuole divorare.
E divoro ogni cosa, tutto quello che di questa città mi è sfuggito in questi anni, come se fossi uscita da un qualche letargo esistenziale, una specie di bimba cresciuta stupita e leggera per le strade.
Mi riprendo tutto. Mentre cerco lavoro, cammino veloce con il Riccio cercando di far qualcosa di buono per il nostro futuro, mi riprendo tutto. Tutta questa città che ho tenuto lontano in tutti modi.
Prendo il caffè, parlo con la gente, chiedo, rispondo, cerco il bello architettonico, mi fermo ad ascoltare la musica di strada, i quadri di strada, le stampe antiche di strada, chiedo informazioni su quell'edicola che sta chiudendo, mi fermo proprio su quello stemma incastonato a terra, il vaso su un tavolino di un bar lo faccio mio.
Cammino, cammino. Mi piace camminare.
E' come se i pensieri scivolassero giù, sotto i piedi.
Come ho potuto stare così tanto tempo a casa?
Mentre tutto avveniva qui fuori, qui, anche in questa piazza così ampia che mi ci perdo, mi chiedo come ho potuto stare così tanto tempo a casa?
So che se i miei occhi oggi sono nuovi è anche perché ho pescato qualcosa di buono dentro questa casa.
Ma adesso ho bisogno di aria. E di camminare. 
In questa piazza così ampia che mi ci perdo adesso mi accorgo di essere stupita come una bambina un po' cresciuta.
Mi stupisco sempre quando d'improvviso la vita è nuova.

3.12.11

In fondo anche i vampiri aspettano un'alba

Uno spettro si aggira per Catania. È lo spettro della donna-mamma vampirizzata.

La si riconosce, la donna-mamma vampirizzata, perché lei non appartiene alla categoria "vedrai!, dopo i due anni le cose cominciano a migliorare". Quel faro di speranza regalato alla fragilità emotiva di tutti i genitori del mondo non le appartiene. Piuttosto lei appartiene alla categoria "dopo i due anni, in linea con i sostanziali miglioramenti del figlio, ogni giorno è sempre peggio". La curva di crescita del bimbo va su, la donna-mamma vampirizzata va giù. Come in una bilancia.
La donna-mamma vampirizzata si vede dal mattino. Il gabinetto è ancora un tandem. È sempre più un tandem. E dato che ancora un minimo di dignità le è rimasta, se pur trattenuta con difficoltà, cerca di glissare il problema anticipando sui tempi. Così sono le otto e trenta. Poi le otto. Poi ancora le otto meno un quarto. Le sette e trenta. Le sette. E così fino a non riconoscere più la linea di demarcazione tra giorno che viene e giorno che se ne è appena andato.
Ma niente. Dopo un minuto appena che la donna-mamma vampirizzata pare stia assaporando le sue imprescindibili tre S, seduta-sigaretta-scritti, che siano le otto o le cinque del mattino non conta. Alla DMV verrà chiesto di chiudere il giornale, spegnere la sigaretta e alzarsi. Tutti i giorni.

28.6.11

Ma quanti anni ho?

Non ho mai intrattenuto con la mia età rapporti di tolleranza.
Due decenni fa la Tav esisteva, ed ero io nei confronti del mio tempo biologico.

Avevo dieci anni.
Era l'estate del '90, in vacanza con l'allora mia amatissima amica.
Portavo la terza di seno, i capelli lunghi, la minigonna cortissima e la pelle abbronzata. Andavo sulle moto, uscivo la sera, frequentavo una comitiva dove il più piccolo aveva diciassette anni, mi innamorai di un capellone riccio e chitarrista (la catena del karma non si spezza!) che fu il mio primo fidanzato ufficiale per tre anni. Talmente pazzo che quando le vacanze finirono dopo qualche giorno me lo ritrovai sotto casa. Trecento chilometri di viaggio in autostrada sopra una vespa bianca 50 HP.
Ma prima di lui, sempre lì in vacanza, conobbi un militare ventenne.
Mi piaceva suscitare l'effetto sorpresa riguardo la mia età.
Adoravo impelagarmi nei discorsi degli adulti senza essere penalizzata da un accidente come gli anni che mi appartenevano solo per imposizione e non per un'effettivo adempimento alla mia natura. Insomma: avevo dieci anni ed ero biologicamente, ormonalmente, tendenzialmente donna. O comunque donneggiante.
Oggi ci stiamo abituando, da qualche tempo cominciamo, forse per sfinimento, a tollerare bimbette che fanno benissimo le donnine. Ma vent'anni fa una decenne era una decenne e basta, ascoltava Cristina D'Avena e, seppur di nascosto, intesseva storie d'amore tra Barbie e Ken. Vent'anni fa era difficile smascherare una decenne in un corpo di ventenne, tanto era insolita la questione.
Così una sera che il militare fece per baciarmi, forse improvvisamente assalita da una qualche paura della giusta misura di una bimba di dieci anni, gliela dissi, la mia età. Mi guardò di grado in grado prima sorpreso, poi perplesso, quindi scandalizzato, inorridito, e infine, incazzato nero, scappò via.

Ad ogni modo, è così che ho sempre fatto. Non ho mai guardato la mia vera età. L'ho sempre occultata, aiutata da questo mio corpo maturo da quasi subito.
Sono stata davvero per poco bambina, incantata da quel mondo più grande di me che prometteva avventure, libertà ed eccitazione (prometteva solo, constatai dopo)

Oggi forse sconto questa specie di oltraggio al tempo naturale.
Oggi mi chiedo: ma che fanno le trentenni?
Di cosa parlano, per cosa si eccitano, cosa vedono guardando avanti;
camminano ancora a testa bassa o hanno vinto le loro paure;
cosa indossano, quali sono i loro miti, dove vanno la sera;
di cosa si innamorano, cosa le indigna, cosa le fa ridere a crepapelle;
dove stanno andando?
Senza di me.


Oggi, che cinque giorni su sette rimango a casa, con Sofia, e se esco è con e per Sofia, solo passeggiate solitarie e color pastello ai parchi; oggi che le mie conversazioni le intesso esclusivamente con i miei vicini di casa tutti più o meno sessantenni (ma quant'è bella Sofia, quant'è brava Sofia, quant'è grande Sofia), o con le maestre (Sofia ha fatto questo, ha mangiato questo, ha detto quest'altro), o con il macellaio, il panettiere, il salumiere (Sofia, guarda che ti do; per Sofia, Signora, guardi che le do), e tutto, ogni iniziativa della mia vita, sembra implodere in Sofia.
Oggi, che la mia vita sembra non c'entrare per niente con queste due generazioni che così bene si spalleggiano e per intenti mi toccano solamente di striscio (sessantenni e duenni pare sappiano benissimo come annullare il gap);
ecco, io oggi rivoglio i miei trentanni.


Trent'anni, cazzo, e sembro na' vecchia.

12.4.11

Soddisfatti o felici

Oltre alla mancanza in generale di padronanza e di sovranità sul mio corpo e sulla mia mente per usufrutto illimitato tendente al monopolio da parte del tiranno ventimesenne Sofia (si pensi in primis alla totale impossibilità - totale, e ripeto ingrassando totale perché alla vostra attenzione venga sottolineato il concetto di modo della totalità - dicevo, alla totale impossibilità, nel caso in cui il tiranno ponga il pollice verso - e si sa quanto per un tiranno il pollice verso contro il gladiatore sia attività di godimento -, di sopperire alle esigenze del corpo nel momento in cui quelle esigenze mi si presentano in modo inequivocabile e perentorio quali igiene primaria, evacuazione delle sostanze di rifiuto, esigenze di riequilibrio delle forze, ovvero rispettivamente doccia - bagno - attività motoria e riposo), una delle cose che hanno contribuito al black out sulla mia persona è la prolungata astinenza dal sopperire alle esigenze dell'intelletto, quali tutto ciò che non ha a che fare con l'attività ludica del tiranno ventimesenne e suo pollice verso.

Niente musica di sottofondo alle mie attività.
A dire il vero nessuna attività.
Nessuna ultima uscita al cinema.
A dire il vero nessuna uscita.
Nessuna conversazione liberatoria di durata illimitata.
A dire il vero nessuna conversazione liberatoria.
Nessuna lettura di ampliamento e perfezionamento dei punti di vista.
A dire il vero nessun punto di vista.

Cosi è.
Inesorabile, no?, questo così è.

Eppure anche dietro il cemento armato dell'inesorabilità tenta di spuntare sempre fuori quel germoglio tipico dell'essere umano che resiste, si aggrappa, usa le unghia, sopravvive nel nome di "a tutti i costi" per quell'ostinato senso di attaccamento alla vita che, nonostante tutti i cementi armati attorno, non si ammutolisce mai.
In breve: di necessità virtù.

Eccola la mia virtù.

Siamo di fronte all'ennesimo video su Sofiatube: questo motivetto lo abbiamo ascoltato centinaia di volte, ma stavolta Google decide in automatico di tradurre il titolo.
Se sei soddisfatto.
Soddisfatto. Non felice. Soddisfatto.
E' una traduzione alla buona, balza all'occhio l'approssimazione del sinonimo.

Ed è quanto di più efficace possa esistere.
Specie per una che non ha ancora neanche lontanamente capito come si fa, si fa, ad esserlo.
Specie per una che ad un certo punto della sua vita ha relegato il fare ad una posizione di inferiorità rispetto alla contemplazione come fosse una distrazione, distrazione da qualcosa di più sostanziale.
Non lo so perché poi, nel mio personale percorso, dalla consapevolezza di non poter reperire soddisfazione dall'acquisto di beni o dallo svago in generale, sia arrivata a concepire quasi tutte le attività come distrazioni, sviamenti da quello che pensavo esistesse e fosse più efficace per la mia soddisfazione (o felicità).
La storia finisce che sono un cazzo confuso.

Perciò la traduzione del motivetto scemo mi riporta all'importanza del fare per essere felici.
Felicità è troppo alto, un concetto enigmatico senza punti di riferimento.
Soddisfazione è più pratico, dice fai, tanto, satis (assai, da cui deriva sazio o sazietà) + facere.
Soddisfazione non ha nulla a che fare con contemplazioni amorfe di individui come me che si atteggiano ad anime del cosmo: soddisfazione è più umano, più umile, se vogliamo più infantile.
E i bambini, nel loro unico intento a fare, non sono forse felici?





Il gladiatore vuole essere soddisfatto.

Doccia, bagno, attività motoria nel momento in cui la necessità dello stato animale si presenta,
immagino sarebbe un buon inizio. 



(avere accesso alla bacheca di Blogger piuttosto che a www.disney.it, pure)

8.1.11

Fiori per la lupa

Gira la voce che il 2011 sarà l'anno della svolta.
E' una dichiarazione dal sapore alchimista medioevale, di massaie sedute in riva a quartieri popolari o di sciocchi inserti d'oroscopo tra le pagine spente di una guida tv.
Eppure è coerente con l'aria di questa mia casa, di quello che sta succedendo adesso e che deve ancora, deve per forza, accadere.

Adesso però non si tratta più dell'attesa che la matrioska si incastri ben bene, ché l'aspettare è come la roulette russa, un gioco al massacro di qualsiasi accadimento.

Stavolta si tratta di attaccare, sferrare colpi precisi,
uscire fuori di sé,
ché a starsene dentro c'è solo la malattia della calma apparente.


Perciò
di quello che finora abbiamo costruito in questa casa
per Sofia faccio cadere ogni cosa, la rivolto
brucio fino alle radici più marce, fino a che ogni molecola di ossigeno abbia finito di nutrire quello che è destinato solo ad ammuffire
butto giù ogni cosa, che comprime, altera, rovina, ogni cosa a cui si può dare un nome, senza setacciare, discerne quale sì, quale no, ché tanto tutto è stato colto da malessere, persino le lampadine 

Per Sofia affino gli artigli, li esco, sputo fuoco, urlo su tutto, i capelli arruffati, gli occhi iniettati, mi faccio lupa e divoro
mi pianto fissa, non mi smuovo, e attorno via tutto, salta in aria tutto
Per Sofia picchio, graffio, pesto, sputo, sono la pazza sgangherata di strada che sporca i castelli dorati e getta imbarazzo, che è il modo più ovattato per gente perbene di avere paura nei confronti di chi cammina a raccattar criterio su strade che nessuno ha il coraggio neanche di guardare da lontano
mi metto anche a farneticare, direbbe chi non conosce l'ira contro l'ingiusto e non comprende l'uso a volte necessario della ragione folle

Di quello che abbiamo costruito in questa casa
i punti di vista mediocri, le omissioni, l'inefficienza, la faciloneria, l'inadeguatezza, la mollezza, la spazzatura dei comportamenti meschini, l'incuria, il più grande tra i crimini perpetrati alla vita. 

Mi faccio carnefice, terrorista di tutte le crepe che sono nate magari da buone intenzioni
ma che comunque crepe sono


e una volta fatto spazio
le offro i fiori della buona nuova semina




Gira la voce che il 2011 sarà l'anno della svolta.


9.10.10

Sofia's anatomy

Sospetto che Sofia abbia inalato un oggetto. Lo sospetto perché è una settimana che non respira malgrado tutte le cure del caso. O forse è il sospetto di una madre troppo sospettosa. 
Per una volta desidero essere smentita.

Policlinico. Reparto otorinolaringoiatria.

Il Riccio è andato incontro alla burocrazia, io sono seduta su una panca con Sofia che dorme appoggiata al seno.
La panca sta di fronte la porta del reparto che si apre e si chiude ininterrottamente per far passare la fiumana di medici. E' un fiume inarrestabile, instancabile, in corrente e controcorrente. Si apre, si chiude, si apre, si chiude. Il fiume.
Questo fiume ha occhi che si posano su di noi. Sembrano tutti rapiti per sindrome di Stendhal di fronte a una "Madonna con bambina". Nessuno passa oltre indifferente.
Credo che l'immagine trasporti i tirocinanti in avanti nel loro desiderio e, i medici fatti, indietro in quello che hanno vissuto. Capisco quanto possa essere fortemente evocativa.
C'è da dire che io e Sofia siamo l'una riproduzione dell'altra, bellissima lei, io di riflesso in questo specchio, per cui l'impatto è forte: un'unica persona con due età, che culla e viene cullata, che si abbandona a se stessa e protegge il suo abbandonarsi.
E io mi presto a questi loro occhi, perché fa bene, perché per qualche istante si liquefanno.
La verità però è che sono piuttosto smaliziata rispetto a questa Maternità, ci sono dentro in ogni istante; per me non è un impatto, è il mio stato. E non ho alcun interesse ad osservarlo, oggi.
Io guardo altro. Guardo loro.

Medici e tirocinanti, tantissimi, mischiati per età e attività, tutti in preda all'estasi della frenesia per il controllo sulla vita altrui, la cura.
Non è che in questo reparto ci sia l'adrenalina da intervento dell'ultimo istante al Pronto Soccorso: non esiste un codice rosso per emorragia di cerume.
Eppure c'è un formicolio vivo, l'eccitazione, quella che solo i medici che maneggiano la vita hanno, fatta di piedi che battono sul pavimento veloci, di mani smaniose a riposo nei camici, sotto ai camici gambe vestite di un qualcosa molto lontano dalla sterilità della divisa, perlopiù jeans e carne vibrante, che si scuote direbbe splendidamente Capossela in Morna.
Storie che non raccontano soltanto di analisi, cartelle, strumenti, diagnosi, ma dicono di incontri mancati, anelati, consumati, attesi.
S'incrociano per caso, fanno in modo di incrociarsi, lanciano in aria una parola, forse quella rimasta in sospeso. A volte si sfiorano.
Mi fido di tutti questi visi, di questi sorrisi, di questi corpi. Sono vivi, sono sani. Chiamano vita.
Tranne una: lei è tirocinante e fa la dottoressa. Non ride.

Ci stiamo guardando tutti, qui. Tutti la stessa cosa.
Loro, questa mia maternità statica; io, il loro desiderio in movimento.
La stessa origine.



Vostro Onore, la teste non è attendibile.
Io sono quella che nelle due anestesie avute, una a 16 anni e l'altra a 28 post-partum, ai due Professori di turno in un sospiro narcotizzato ha pronunciato: "Nome e Cognome, io l'aamo".
Divento fango molle di fronte al camice. Fango molle che arrossisce.

Eppure, quando torna:
"Riccio, se ci dovesse arrivare la crisi veniamo qui, per la cura ormonale"
Ride.

Allora non è affatto soltanto una mia impressione.

4.10.10

Il passeggio domenicale

Svago.
Distrazione.
Ho sempre trovato questi abbozzi di attività ridicoli, al limite dell'amebetizzazione, della bestialità.
Come se ci potessimo permettere di andare altrove, di perdere i nostri daffare e le nostre finalità nella mollezza dello svago indistinto e vago, del passeggio senza meta, con l'unico scopo di non avere scopi. 

Sono sempre stata un animale da sofà, da sedia, da moto immobile poggiato sui mobili perché il pensiero non ha bisogno di gambe fisiche.

Eppure da quando c'è Sofia, da quando l'ora d'aria è diventata indispensabile, sperimento sempre di più il fatto che ci sono cose che non si trovano al di qua delle trincee di casa, che magari offrono il sollievo del rito domestico escludendo però il balsamo della vita nuova venuta da fuori.
Fuori c'è l'aria di strada, il carnevale delle storie umane assortite. Non si conoscono, non ci appartengono, ma sono tutte messe qui a vista, esposte tra i passi di questa gente, i loro visi.
E basta così tanto poco per riempire gli occhi affamati di movimento.

Stasera siamo in tre, in questa città che ho abbandonato ma che mi perdona ogni volta accogliendo, come se la mia storia anonima mancasse qui, nel brulicare di centinaia di storie anonime.
Andiamo a raccogliere quello che a casa ci manca, e il solo cercarlo ci mette forza, ci ristora.
Ecco che si fa per strada, passeggiando, mi dico mentre lo faccio: si fa quello che rende l'uomo Uomo, si cerca. 

Status diversi, abiti, voci, nomi, aspirazioni diverse, migliaia di sfumature di colori accomunati dalla stessa mancanza congenita e dallo stesso bisogno di colmare.

Gli occhi febbrili di cura perlomeno ci rendono fratelli, per strada.






Incontro una Romania stanca che s'inchina mentre suona e mi commuove.

15.9.10

Spot scriptum

Scendo le scale di casa, velocissima, le guardo le scale mentre le pesto di fuga ma sono già scomparse, come se stessi scappando da qualcosa, lì in casa.
Mi infilo in macchina, i gesti di sempre ma con l'ansia dell'evasione indisturbata, metto in moto, in moto anche la musica, apro il cancello, indosso la cintura, e vado.
Adesso, mentre guido, un vado lentissimo.
Dal cancello in poi là fuori tutto è in una bolla serale e silenziosa: è per non infrangerla che vado lentamente.
La strada che percorro è deserta, una di quelle strade che accolgono come se tu fossi l'unico navigatore su questa terra, offrendoti per qualche istante maternamente l'ebbrezza dell'unicità.
Scendo dall'auto. Lo sportello chiuso suona violento.
L'impatto rompe la bolla ma la strada non si spezza: rimane serale e silenziosa. Si  rompe solo l'ansia della fuga perché ormai sono lontana da casa, le gambe appoggiate salde alla strada, e respiro
mmmmhh - ùùùh h  h   h    h
Compro il pane, è caldo, ne prendo un po', come sempre.
E torno a casa, come sempre.
Lentamente.
E più mi avvicino più vado lentamente. Sempre per questioni di fuga, ma in un altro senso.

E' stato niente. Solo 3 minuti.
Non è vero, non è stato niente. Sono stati 3 minuti, e non di vita, che la vita io ce l'ho, ma di respiro sì.

Spot di una donna affamata di tempo.





Oppure...



Aspettando che Sofia cammini.
E se possibile anch'io 30 minuti di corsa. 

12.6.10

Le brioches e la collezione di Sua Maestà.

Mondo povero.
Non è reale la storia che se metti del cibo di fronte ad un bambino affamato lui si ingozza.
L'immagine di noi del mondo avanti, capelli al vento, bianche vesti di lino e sandali sulla polvere, con l'andatura piena di chi annuncia salvezza e cambierà il mondo, portando cibarie di ogni specie, forma, colore, profumo e il bambino giù lì per ore fino a quando, sazio come non ricorda d'esser stato mai, leva gli occhi dal banchetto pieno di gratitudine, è solo il più comune dei film.
La verità è che il bambino starebbe di fronte a quel ben di Dio come un cieco di fronte ad un tramonto mozzafiato.
Non ha fame. E' talmente profonda la fame, metabolizzata fin nei più reconditi processi del suo stato, da non averne. 
Il suo è un forzato stato d'anoressia.