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6.11.13

Keyframes

A periodi più o meno regolari soffro di ritorni di timidezza patologica.
Dipende da quanto contatto ho con il mondo. Mi pare sia una cosa naturale, molto umana.
Voglio dire, se l'unico tuo interlocutore è un elettrodomestico quando poi chiedi duecento etti di prosciutto al salumiere hai lo stesso impatto emotivo di uno che prende parola al Parlamento di Bruxelles.
Figuriamoci per individui tendenzialmente votati alla timidezza.
Me.
Talmente timida, e di conseguenza emotiva, da essere ad esempio costretta, davvero costretta, a non poter dire nemmeno la più piccola, bianca, innocua bugia. Me la vedreste spiattellata in faccia, tutta rossa di vergogna. Perennemente costretta a dir la verità. È una croce, credetemi. Non avere filtri sociali è una croce.
È come dire che sulle mie scelte, sulla mia libertà d'espressione, sulla mia sacrosanta libertà di mentire non comando io ma il colore del viso. Il dittatore psicologico.
Non mi aiuta il fatto di essere una specie di individuo maledetto, schivo, eremita, portato per natura alle dinamiche volitive del pensiero, dove il contatto con la realtà, e dunque alla fine con i rapporti umani, è bandito. Credo sia stato Stephen King a dire che uno scrittore non dovrebbe dedicarsi ai dialoghi se non ha relazioni umane radicate, se non ha la benché minima idea di cosa voglia dire discutere del più e del meno con la gente, perché rischierebbe di non dare verosimiglianza all'interazione di due. Non interagendo, lo scrittore non può farlo fare in modo credibile ai personaggi di cui scrive. Che piuttosto si dedichi alle descrizioni.
Ecco, a volte non scrivo dialoghi.

15.6.13

Storia di vette

Credo sia l'effetto che fa leggere quattro libri in sette giorni.
Specie se non lo fai da molto tempo, da quando un giorno da qualche parte della tua vita ti sei detta che non potevi farlo più.
Quattro libri, centinaia di microstorie in ognuno di loro. Le quattro storie principali che salgono ciascuna la loro vetta e che non si smontano mai, non precipitano mai, semmai vengono scavate da centinaia di lingue di storie minori, e in quelle vette trovano l'umido di cui vivono.
Credo sia questo l'effetto, che mi fa vivere questi sette giorni di frasi impastate, è di una storia, no era l'altra, l'altro libro, era lui che lo diceva, no era lei, quella che apriva l'ombelico e le cosce,
e la porta che apriva era una, una sola.
Credo sia questo l'effetto che mi fa perdere qualche chilo addosso, quello che premeva di uscire da dentro esce ad ogni frase che leggo, che mi fa togliere i peli, mi fa vestire al contrario, rispetto alla mia vita di sempre, al contrario, di giorno bianca, il colore che non mi è mai appartenuto, di notte nera, una sottana nuda di seta, nera pesta di quel colore che ho sempre indossato per attutire certe luci indecenti del giorno, forse, chi lo sa.
L'effetto di sentirmi smarrita se risalgo alle cose di ogni giorno, se non ritorno a bermi le parole, quelle che ho soffocato nei miei tentativi di avere una vita normale, un lavoro, un affitto, una bimba a scuola, la recita, le camicie di lui, la polvere a terra, la casa pulita e ordinata, lei che salta sul letto, noi che ridiamo felici, davvero, eppure non basta,
non basta mai.

17.12.12

Bellissima

Con i bambini è così: stimolano all'inverosimile la tua ghiandola pineale, ti fanno fare salti quantistici nello spirito che non avresti mai creduto di poter essere capace di fare, ma, visto che c'è sempre un risvolto della medaglia, i moti opposti ci son sempre, mentre migliori da un lato diventi uno schifo dall'altro.
Mettete me. Ho imparato, ad esempio, ad essere pratica, a far tutto veloce, a non perdere tempo, a far tre cose alla volta. Bene. L'altro risvolto della medaglia è che facendo tre cose alla volta, ho detto definitivamente addio al mio perfezionismo. Male. Una volta ero così carina, facevo tutto così straordinariamente bene, tutto, che ne so, dai pacchi regalo ai visi delle statuette in pasta di sale, passando per l'esame di bioetica, la decodifica dei testi, la scelta degli arredo con sottofondo musicale e la piastra ai capelli. Eeeeh, la piastra! Semmai "na' ciocca sì, na' ciocca no".
Insomma, ora son pratica ma sciatta. Olé.
Oppure.
Ho imparato la forza della compassione. Una volta proclamavo la pace dello spirito ma ero uno stronza. Studiavo le religioni, gli spiritualismi, le filosofie del mondo, ma le studiavo solo, mi compiacevo di tanto intellettualismo, poi però se qualcuno mi mordeva lo facevo a pezzetti. A dirla tutta facevo a pezzetti anche senza esser per forza morsa. Il sadismo mi eccitava.
Ora guardatemi: piango persino di fronte agli spot natalizi.
Un altro olè per me, grazie.

4.12.12

Siate folli (cit.)

Dunque, vi ho lasciato con la colite a pacchi da cento.
Mi son messa sotto la doccia e mi son detta: "daaai, ma che cavolo di madre vuoi essere per Sofia... una molliccia oppure una dura, lucida, col sangue freddo, indifferente ai moti deboli dei sentimenti... e suuuu, esci le palle!"
Sì.
Sarà durata un paio di minuti. Dopotutto era una finzione. Quanto volete che duri una finzione?
E poi in macchina, mentre andavo, ho realizzato. Mi son venute in mente di tutte le volte che io e Sofia "litighiamo" e allora le dico "che fa, la cambiamo questa mamma?" e lei "no, voglio questa".
E sì, Sofia vuole questa.
Questo macello, questo casino, questa mamma che un giorno non smuove un dito e la casa è un campo di battaglia, e un altro giorno e la testimonial di tutti i detergenti del mondo. Che un giorno è un pagliaccio da circo e l'altro è un'eroina di noir.
Che un giorno ha paura persino delle foglie che cadono e soffre di colite e l'altro è un robot d'acciaio.
Una mamma, una visionaria, una donna casino. Vuole questa.
E perciò ieri ho proposto questo, quella che sono, che altro in effetti non ho.
La mia testa e le mie visioni e un centesimo in tasca.
Nient'altro.
Ma il signore che mi ascoltava diceva solo "è ambizioso".
Non si è scomposto nemmeno un secondo.
Nemmeno quando ho parlato di mongolfiere. Quelle vere.
Ripeteva "è ambizioso".
D'altronde lui fa parte di un organizzazione maestosa, quella che, per suo dna, quando si trova di fronte a follie non le chiama mai follie, le chiama ambizioni.


14.7.12

C'era una volta un pesce di nome Veronica

Succede che ogni qualvolta qualcuno mi mette in discussione, mette in discussione qualche mia caratteristica, mi si può vedere all'istante trasformata in un contenitore di furia di tutte le megere che la letteratura e la vita reale hanno sfornato nelle ere. Qui da me lo sanno tutti.
E sono sicura che qualcuno di voi mi abbia già vista in azione da qualche parte.
Trovo che sia un formidabile esercizio di eloquenza e insieme catarsi dello spirito quello di usare a mio favore acidità e sarcasmo, che mi diverte parecchio dato che in genere è una pratica che non uso quando mi trovo allo stato mansueto.
La verità è che al di sotto dello strato superficiale di belva sbavosa e furiosa, sono una che ingoia e metabolizza i colpi. Insomma mi metto in discussione, spesso come con una specie di rassegnazione. Ai vari "sei così" "sei cosà" e "non dovresti essere così" "non dovresti essere cosà" mentre mi si vede rispondere lotta dura senza paura, in verità a conti fatti tra me e me rispondo "ah, va bene".
"Sei così", "sei cosà", "non dovresti essere così", "non dovresti essere cosà".
"Ah, va bene".
Se chi come me ha coscienza del fatto che mettersi in discussione sia una prova di intelligenza, di spirito, di acume e quant'altro faccia di un uomo comune un uomo "al di sopra", avrà coscienza anche del fatto che alla lunga questa prova di alta umanità e intelligenza mette paradossalmente k.o. proprio la sua umanità e intelligenza e tutta una serie di spinte personali che posso essere riassunte in coscienza di sé e autostima.
Perché la messa in discussione ad oltranza e senza certi filtri porta alla distruzione delle certezze.
E tanti saluti all'uomo "al di sopra" che da tutto questo ne esce annichilito, molto "al di sotto" di quello che potrebbe essere.
Scusate, ora la smetto con Nietzsche.

8.6.12

Stregatta ci cova

Non ho capito che specie di problema abbia certa gente nei confronti del sorriso.
Una vita che ci combatto.
Pare che il consenso generale al sorriso sia dettato da questioni di reazione: sorridere ad una battuta, ad un evento, ad una buona notizia, ad una condizione di contentezza. Avviene qualcosa e come un giocattolo interattivo premi un pulsante e tac! ridi. Reazione che come ogni dinamica del mondo ad un certo punto si esaurisce e trova la sua fine.
Dopo c'è uno stato neutro, amatissimo questo dal senso comune. 
La faccia non deve avere espressioni, non tira né all'insù, né all'ingiù. Sta in mezzo sospesa, finché un'altra reazione non la porta su o giù.
Ecco: a me è la neutralità che mi frega. O il pulsantino, non so. In tutte le cose della mia vita, non so stare neutra. O va bene o va male. O rido, o sono incazzata, o triste. O su, o giù. 
E siccome, anche quando il periodo non è dei più floridi, io se sto con la gente in genere mi svago, non penso ai guai del mio orticello ma a quello che mi porta nel bene e nel male in quel momento chi mi sta di fronte, succede allora che la gente mi veda sempre ridere.
E questo non è tollerato, non si confà, non s'addice. A meno che la persona in questione di fronte a me non abbia appena sfoderato la sua migliore ironia o comicità o non abbia un pezzo di lattuga tra i denti e allora via col tac!. 
La gente in genere non capisce e fraintende il mio sorriso e quasi sempre corre a controllarsi i denti.
Baby, a meno che tu non abbia vinto la lotteria, sia incinta, abbia ricevuto un premio di carriera, o non sia Ghandi, vedi di toglierti all'istante quel sorriso non reattivo. Senno sei scemo oppure mi è rimasta la lattuga di ieri.

29.5.12

Vi racconto una storia vecchia - ashtag #quellocheavreivolutodiresuTwittersesololadirettaTwitternonfossefallita

Perché ieri la prima cosa che mi è venuta in mente appena sveglia è che avrei voluto raccontare con dei tweets gli anni 3 di Sofia, i preparativi, la festa.
Questo credo avrebbe risolto lo strano rapporto che ho con Twitter, visto che ancora non ho trovato il modo di servirmene bene. Mi dico che forse sono una specie di purista, nel senso che non mi piace usarlo come fosse una chat da condominio. D'altro canto le frasi lapidarie da Dalai Lama mi sembrano pretenziose e da saccente.
Stare in mezzo, come sempre, mi sembra un compromesso ragionevole.
Stare in mezzo raccontando una storia, mi sembra la soluzione migliore.
Magari, nel frattempo, è possibile che a furia di raccontarle, le storie, non oggi, non domani, né il prossimo 2 giugno, ma un giorno forse ci salveranno.

E invece niente.
Dopo una manciata di tweets mi sono arresa. È che in effetti sono una che per raccontare le storie che vive, appunto, le deve vivere.
Metterci in mezzo l'occhio che analizza, che giudica, che sceglie cosa è meglio raccontare, cosa no, mentre stanno accadendo, mi toglie buona parte di consapevolezza. Questo è anche il motivo per cui non sono una fotografa. Non riesco a rinchiudermi dietro quel box circolare senza avere la sensazione di stare perdendomi buona parte della storia. Inutile specificare che c'è chi invece riesce a seguire le narrazioni, focalizzarne i dettagli, soltanto attraverso quel box.
Appunto, non sono una fotografa.
E, in senso lato, mi sembra sia chiaro di non essere nemmeno una fotografa del momento presente.
Mi serve arrivare alla fine delle storie, bruciarle tutte, non lasciarne acceso fin l'ultimo dettaglio, per poi capirle e comunicarle.
Appunto: poi. Con me funziona il poi, l'a posteriori.
E invece penso che si dovrebbe tenere più in conto la potenza di questo megalito che è internet e che nel racconto del momento presente trova la sua potenza. Specie per le storie, appunto.
Voglio dire, le storie su internet diventano vecchie dopo appena qualche ora.
E non è un qualcosa da legare necessariamente agli orrori dei fast food. È che in questo modo avviene in presa diretta la cernita delle storie. Quelle buone diventano vecchie storie. Quelle inutili diventano storie vecchie.
In questo caso dunque il fast (ma anche il food in un certo senso) ha l'utilità di preservare il nostro bagaglio, la nostra memoria, dalle cose futili. Ci lascia invece quello che deve rimanere. Che diventa vecchio, quello buono, perché il tempo ha il buon senso di preservarlo da se stesso e se lo porta a spasso.
Imparerò, magari.

Nel frattempo vi racconto questa nostra storia di ieri, già troppo vecchia da un giorno.
E per restare in campo, mi pare logico provare a farlo così:



Oppure




17.5.12

Colpo di fulmine e prima impressione: piccole grandi idiozie crescono


Ho sempre disprezzato la questione del colpo di fulmine, riferita a quell'ottundimento istantaneo del cervello di fronte ad una prima impressione piacevole. Più che piacevole. Di gradimento. Più che di gradimento. Perturbante, ecco.

11.4.12

Cose belle

Cose belle mi fa pensare a quella disposizione tutta speciale che hanno certi venditori di mercatini alla periferia della società di urlare la bellezza dei loro prodotti. Poi vai a vedere ed è robaccia da quattro soldi. E però ti rimane quella loro spavalderia e faccia di culo nel dar forza alla loro robaccia. Sono artisti della robaccia. La guardi, non sai che farne, sai già che una volta a casa la butterai, ma, caspita, quel loro teatrino sulla millantata pregevole qualità merita un applauso e adesione incondizionata.
Questo per chiedervi di aderire incondizionatamente alla mia robaccia, ora che ve la urlo come cosa bella.

3.4.12

Come un'amazzone sull'onda

Io credo che dovremmo smetterla di usare questo caspita di pensiero positivo, o post moderno, o dello sviluppo, o quant'altro di robaccia simil, mmmm... non so, capitalista. Insomma questo modo di pensare sempre spinto in avanti, sempre spostando più in là gli obiettivi, sempre ridefinendo il limite, anzi superandolo continuamente, non mi sembra ci abbia sempre portato bene.
Avanti, avanti, avanti, andiam, andiam, andiam, ancora, ancora, ancora.
Non fermarsi mai. A tutti i costi.
Che poi, ma quanti son alti alla fine sti costi, no?
Questo genere di pensiero così schizzato in avanti mi fa pensare a quando lavoravo all'aereoporto vendendo carte di credito. La prima settimana cinque carte di credito andavano bene, due settimane dopo dieci andavano bene. Tutti ci arricchivamo. Guadagnavo benissimo, e figuriamoci se nella catena di montaggio della vendita quelli sopra di me non lo facevano, non ci guadagnavano, se io ci guadagnavo. Poi mi son fermata a dieci. Dieci. Una settimana prima dieci andava benissimo. Sette giorni dopo era diventato un numero di merda.
Cresci, cresci, cresci, aumenta, aumenta, aumenta.
Ma all'improvviso quale specie di prurito demoniaco t'è venuto se sette giorni fa ti arricchivi benissimo e ora non ti basta più? E quindi secondo te tra un mese dovrei vendere in quattro ore cento carte? E dove li trovo in una botta sola tutti sti idioti?
Io ero più che convinta, e lo sono ancora, che esiste solo una piccola percentuale di idioti, giusto quella che serve a confermare la regola che l'essere umano è un essere intelligente. Per cui, di conseguenza, nella vendita di ste carte di credito, ero più che convinta che dieci o venti, toh, delle mie carte più quelle dei miei colleghi avrebbero più che coperto giornalmente quella percentuale che serviva a sfamare le fauci dell'azienda.
E invece no.
Evidentemente il mio numero percentuale non corrispondeva al loro.

24.2.12

Che ne ha fatto del momento?

Alla fine si è cacciata quelle mani in tasca ed è andata.

"Tutte le donne, dopo aver partorito, si tagliano i capelli. Anzi, tu sei in ritardo"
"..."
"A pensarci bene anche tu hai fatto qualcosa. Hai deciso di allungarli ad oltranza"
"Infatti è così"

Solo che quando arriva quel momento, dove tutto non è più uguale a prima, dove d'improvviso, una domenica qualunque, la visione del mondo cambia, c'è un'unica cosa che si può fare per suggellare il momento.
Il rituale è solo uno.

19.2.12

Il momento

Bisogna capire quando è arrivato il momento.

Di stare qui in piedi sapendo di essere qui in piedi, sentendolo.
Di non perdersi niente con gli occhi, di non tralasciare nulla, ma ché tutto attorno è già tutto e la frenesia degli occhi invece si perde, in tante cose, tante cose.

10.2.12

Essere donna vs Nostalgia dell'utero?

Ci diciamo "fidanzatine".

"'nnamo'ata. Ofia 'nnamo'ata 'i mamma".
"Tu puoi essere innamorata di chiunque e di qualunque cosa, Sofia".
"No! 'i mamma".

Ci diciamo "fidanzatine", e per quantità del tempo condiviso, qualità, attenzioni reciproche tendenti all'assolutismo, non c'è alcun dubbio: in qualche modo lo siamo veramente.
L'altro dubbio inesistente è sulla voglia che tutto questo si perpetui ad oltranza. Da parte di Sofia perché ancora non sa, le mancano tutti quei grossi pezzi di vita a cui un giorno non potrà rinunciare con quella forza dell'aut aut che avranno di imporsi tra noi. 
Da parte mia perché so, e di grossi pezzi di vita ne ho ingoiati abbastanza.

2.2.12

Il cuore in affitto

Il cuore in affitto non sente casa.
Non mette le tende alle finestre. Lascia le pareti bianche, ché i quadri sono incastri di vita col bordo scurito che non va via. Al più due stampe su carta di terza categoria, attaccate con lo scotch, perché a volte anche un cuore in affitto inorridisce di fronte al bianco.
Il cuore in affitto ignora gli AD in edicola, si premura di far rimbalzare lo sguardo dall'altro lato non appena abbia incidentalmente agganciato la bellezza delle forme architettoniche. Perché nessun suggerimento del bello in una casa possa mettere una qualsivoglia pulce ad un cuore in affitto.

27.1.12

Il Riccio c'è


E dunque poi sarebbe questo quello che andavo cercando, quello che mancandomi mi stava in pancia mordendo arrabbiato tanto per farmi capire meglio la sua mancanza, tanto perché io non abbassassi mai la guardia scendendo a patti con l'umana quanto sciatta abitudine alle cose che non vanno.

23.1.12

Non solo una lista

Mi stupisco sempre quando d'improvviso la vita è nuova.

Sofia all'asilo.
Sofia all'asilo che non si turba.
Sofia all'asilo che non si turba all'entrata.
Sofia all'asilo che non si turba all'entrata e all'uscita.
Io che mi turbo.
Io che, con Sofia all'asilo che non si turba, mi godo la città mattutina. Senza ansie. Il passo veloce, quello mio; quello, mi si dice, di chi sembra fuggire. E invece è quel passo tutto mio di chi vuole divorare.
E divoro ogni cosa, tutto quello che di questa città mi è sfuggito in questi anni, come se fossi uscita da un qualche letargo esistenziale, una specie di bimba cresciuta stupita e leggera per le strade.
Mi riprendo tutto. Mentre cerco lavoro, cammino veloce con il Riccio cercando di far qualcosa di buono per il nostro futuro, mi riprendo tutto. Tutta questa città che ho tenuto lontano in tutti modi.
Prendo il caffè, parlo con la gente, chiedo, rispondo, cerco il bello architettonico, mi fermo ad ascoltare la musica di strada, i quadri di strada, le stampe antiche di strada, chiedo informazioni su quell'edicola che sta chiudendo, mi fermo proprio su quello stemma incastonato a terra, il vaso su un tavolino di un bar lo faccio mio.
Cammino, cammino. Mi piace camminare.
E' come se i pensieri scivolassero giù, sotto i piedi.
Come ho potuto stare così tanto tempo a casa?
Mentre tutto avveniva qui fuori, qui, anche in questa piazza così ampia che mi ci perdo, mi chiedo come ho potuto stare così tanto tempo a casa?
So che se i miei occhi oggi sono nuovi è anche perché ho pescato qualcosa di buono dentro questa casa.
Ma adesso ho bisogno di aria. E di camminare. 
In questa piazza così ampia che mi ci perdo adesso mi accorgo di essere stupita come una bambina un po' cresciuta.
Mi stupisco sempre quando d'improvviso la vita è nuova.

3.12.11

In fondo anche i vampiri aspettano un'alba

Uno spettro si aggira per Catania. È lo spettro della donna-mamma vampirizzata.

La si riconosce, la donna-mamma vampirizzata, perché lei non appartiene alla categoria "vedrai!, dopo i due anni le cose cominciano a migliorare". Quel faro di speranza regalato alla fragilità emotiva di tutti i genitori del mondo non le appartiene. Piuttosto lei appartiene alla categoria "dopo i due anni, in linea con i sostanziali miglioramenti del figlio, ogni giorno è sempre peggio". La curva di crescita del bimbo va su, la donna-mamma vampirizzata va giù. Come in una bilancia.
La donna-mamma vampirizzata si vede dal mattino. Il gabinetto è ancora un tandem. È sempre più un tandem. E dato che ancora un minimo di dignità le è rimasta, se pur trattenuta con difficoltà, cerca di glissare il problema anticipando sui tempi. Così sono le otto e trenta. Poi le otto. Poi ancora le otto meno un quarto. Le sette e trenta. Le sette. E così fino a non riconoscere più la linea di demarcazione tra giorno che viene e giorno che se ne è appena andato.
Ma niente. Dopo un minuto appena che la donna-mamma vampirizzata pare stia assaporando le sue imprescindibili tre S, seduta-sigaretta-scritti, che siano le otto o le cinque del mattino non conta. Alla DMV verrà chiesto di chiudere il giornale, spegnere la sigaretta e alzarsi. Tutti i giorni.

9.9.11

Weltanshauung settembrina

Prima di discutere il risultato del mercoledì... mmmh... beh, ormai l'aggettivo è venuto fuori... scabroso, adesso avrei in realtà un'urgenza diversa.
Dire di cosa sta succedendo. Cosa sta cambiando.
Finalmente... Cambiamenti.
A volte ho temuto davvero di naufragare ingoiata dalla pappa informe che è stata la mia vita in questi ultimi mesi. Ho perso mille volte nel tentativo di trovare un filo di senso, di capirci qualcosa. Io proprio faccio fatica a viaggiare senza una qualche vaga consapevolezza. Non riesco a starmene comoda nell'ottusità. E' che probabilmente non ho pazienza. In questi casi, di deliri, annaspamenti e confusione, si dovrebbe invece alzare le spalle, lasciare stare, stare a vedere, avere fiducia che le cose si metteranno a posto. Io invece in genere faccio come l'anguilla che s'affanna per liberarsi dalla morsa della cattura in rete. E più mi affanno...
Si vede quando mi dimeno. A tutti i livelli della mia persona. Nelle scelte, negli intenti, nei movimenti del corpo, frettolosi e nervosi, nei discorsi. Persino in un ciclo mestruale che balla la macarena.

21.8.11

Sofia come Elisewin. Un libro può cambiarti la vita. Rovinarla, anche.

< inizio sigla Quark > Le formiche cercano il cibo. La loro è una straordinaria organizzazione di massa fatta di attività diverse. Ma la loro prima attività, come sopravvivenza comanda, è quella di cercare CIBOCIBOCIBOCIBOCIBOCIBO. 
Durante il viaggio, che può esser lungo fino a 200 metri, il comandamento primo è: CIBOCIBOCIBO.
Si mettono lì, in fila indiana come i sette nani e ♫ andiam, andiam, andiamo a cercar il pan ♫ 
Non fanno nient'altro, le formiche esploratrici. Non è che fanno soste di ristoro, non si fermano agli autogrill per presa pipì isterica, non fumano sigarette sul ciglio della strada, non scattano foto al panorama. Uno, perché la specie non ha ancora scoperto il silicio e la sua applicazione nel chip; due, perché non pensano a null'altro che non sia CIBOCIBOCIBO. Indefesse, stacanoviste, bulimiche formiche. CIBOCIBOCIBOCIBO. < fine sigla Quark >
Sofia è una formica.
No, dico, quando usciamo, scendiamo al centro, Sofia è come una formica.
Siccome, ringraziando Dio, l'angoscia per la sopravvivenza, nonostante certe manovre politiche fallimentar-berlusconiane e la massiccia deontologia speculativa - no, non è un ossimoro, non più -, è qualcosa che nel mondo occidentale non si da più, almeno nella maggior parte dei casi, quando siamo fuori, da brava figlia dell'Occidente, Sofia è una formica vorace di musica.
Non importa che tra noi e la fonte ci siano centinaia di metri, non importa che io sia fornita di tacchi e fitte lancinanti all'alluce valgo, non importa che l'intenzione sia di andare da tutt'altra parte.
Lei va. In uno stato delirante MUCHICAMUCHICAMUCHICA, ignorando pedoni, sassi, scaffe, pali, cacche canine, lei va.