Visualizzazione post con etichetta Maschere. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Maschere. Mostra tutti i post

8.6.12

Stregatta ci cova

Non ho capito che specie di problema abbia certa gente nei confronti del sorriso.
Una vita che ci combatto.
Pare che il consenso generale al sorriso sia dettato da questioni di reazione: sorridere ad una battuta, ad un evento, ad una buona notizia, ad una condizione di contentezza. Avviene qualcosa e come un giocattolo interattivo premi un pulsante e tac! ridi. Reazione che come ogni dinamica del mondo ad un certo punto si esaurisce e trova la sua fine.
Dopo c'è uno stato neutro, amatissimo questo dal senso comune. 
La faccia non deve avere espressioni, non tira né all'insù, né all'ingiù. Sta in mezzo sospesa, finché un'altra reazione non la porta su o giù.
Ecco: a me è la neutralità che mi frega. O il pulsantino, non so. In tutte le cose della mia vita, non so stare neutra. O va bene o va male. O rido, o sono incazzata, o triste. O su, o giù. 
E siccome, anche quando il periodo non è dei più floridi, io se sto con la gente in genere mi svago, non penso ai guai del mio orticello ma a quello che mi porta nel bene e nel male in quel momento chi mi sta di fronte, succede allora che la gente mi veda sempre ridere.
E questo non è tollerato, non si confà, non s'addice. A meno che la persona in questione di fronte a me non abbia appena sfoderato la sua migliore ironia o comicità o non abbia un pezzo di lattuga tra i denti e allora via col tac!. 
La gente in genere non capisce e fraintende il mio sorriso e quasi sempre corre a controllarsi i denti.
Baby, a meno che tu non abbia vinto la lotteria, sia incinta, abbia ricevuto un premio di carriera, o non sia Ghandi, vedi di toglierti all'istante quel sorriso non reattivo. Senno sei scemo oppure mi è rimasta la lattuga di ieri.

4.11.11

La faccia buona delle maschere


Lei è la pelle che indossiamo.
Non quello che siamo. Quello che scegliamo di essere.

15.8.10

"Ma che sapore ha..."

Da quando ha scoperto la cannella, Sofia non se ne può più separare.
La odora, se ne inebria, la gusta nel palato e su tutto il corpo. Ci sono scie di cannella ovunque in casa. E in quel suo emanare forte e tenue allo stesso tempo, l'odorato viene toccato in segreto, silenziosamente, ma in modo pieno.



E
nonostante la durezza di questi ultimi giorni, di quando l'occhio abbandona la rotondità dell'essere madre e si poggia urtando sulla necessità quotidiana;
nonostante la mancanza di solidità di questa famiglia nuova, che poggerebbe volentieri su strutture ben più stabili di quelle offerte da questo tempo di crisi economica, che guarda ai numeri, alle quote, agli obiettivi, alla plastica, allo status, ma non ai sogni umani fatti a volte di niente, di sola aria buona, di volteggi ad occhi chiusi su luci e note gentili, adesso fatti muti perché anche la poesia passa oggi attraverso l'essere acquistata;
nonostante abbia sempre più spesso l'impulso d'afferrare gli oggetti che mi stanno davanti, che in questo caso non avrebbero più la valenza di catalizzatori di storie da ricordare ma sembrano stare lì per essere scagliati, e non si può perché io non sono più soggetto autoreferente ma modello altrui a cui ci si riferisce;
nonostante mi senta il personaggio di una rappresentazione teatrale che ha da finire, ma pare che la giostra di Sofia giri all'infinito e non dia spazio neanche per una fermata di sigaretta;
nonostante abbia la creatività impazzita, grazie a questa piccola, ma che non possa sgorgare nell'atto, per colpa di questa piccola, che soltanto nelle sue ore di sonno mi concede di condensare quello che funziona solo quando non viene condensato;
nonostante abbia capito quanto siano difficili i voli pindarici dell'anima quando il corpo è prigioniero, se pur d'amore;

nonostante tutto,
pare che questo tempo profumi ancora di cannella.



Lucio Battisti - Una giornata uggiosa

2.7.10

Guarda sotto

Sotto questa nuova pelle che indosso, che mi muove a gesti veloci, a parole a metà, a mozziconi di attenzioni, che mi muove come una marionetta ingarbugliata contro fili nervosi perché la rappresentazione deve concludersi e non ho più tempo, sono in ritardo, sono un bianconiglio.
E mi rimane ancora molto da fare, in corsa contro i sipari che devono chiudersi.
Guarda sotto.
Sono ancora quella che portava la matita nera attorno agli occhi, non per nascondere, no, ma perché nulla rimanesse nascosto.
Sono ancora quella che andava dritto e in avanti, facendo improvvise virate per il gusto ironico dell'esplorazione caotica senza che l'avanti fosse mai perduto.
Sono quella che seguiva il ritmo delle cose, che fossero da percorrere lente o veloci,
ancora quella che seguiva il tuo di ritmo.

Guarda sotto.
Sotto questa strana stanchezza, inestinguibile, che chiude i discorsi ancor prima che inizino.
Sotto questo silenzio delle sere, che finiscono il giorno, o lo sfiniscono.

Sono sempre quella che dalla sua giostra vertiginosa di parole si incantava ad ascoltare le tue, così nuove, petroliniane, funamboliche.
Quella che, provando a dare il nome e la parola ad ogni cosa, rimaneva muta di fronte a te e agli scenari che mi mostravi, troppo estesi perché potessero essere definiti.

Sono ancora quella a cui hai dato la vertigine sul 'picco di coscienza'.

Guarda sotto.
Sotto.
Più sotto.

Ti do la zappa, tieni:
Samuele Bersani - Replay.