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11.10.13

L'amore che trema

Non torno mai indietro. Quasi mai.
Non lo faccio per un piccolo difetto di fabbrica nella funzione memoria.
Dimentico con sconcertante precisione centinaia di accadimenti della mia vita. 
Ho dimenticato quelle scarpe, epiche ed epocali, che ho portato per anni, talmente perfette da poter essere indossate d'estate e d'inverno, sempre, ogni giorno, abbinate ad ogni cosa, ad ogni storia, talmente perfette su di me che a vederle, in un'immediata associazione significante tra oggetto e soggetto, tutti pensavano "è lei". Le ricordano ancora tutti quelle scarpe, le ricordano al minimo accenno di un loro particolare, e continuano tutti a dire "eri tu". Io invece per ricordarle ho chiesto che le disegnassero.
È probabile che in questi casi la memoria si inceppi per una mia generale mancanza di interesse riguardo alla storia della mia identità, figuriamoci riguardo alle cose che in qualche modo "hanno fatto" la mia identità ma che comunque cose rimangono.

Ciò che invece sopravvive con ostinazione al difetto di fabbrica è quello che sa darmi una risposta al com'è che oggi sono arrivata qua, in questa stanza, su questa sedia dove sono seduta ora, i mobili intorno, le mie nuove scarpe che indosso.
Come quell'interminabile, senza possibilità di soluzione, primo affamato bacio col Riccio, iniziato di notte accanto alla porta del locale aperto e finito all'alba accanto alla porta del locale chiuso.
In mezzo, le sue mani tremanti sulla mia schiena.
Nessuna orribile locuzione romantica da soap opera da quattro soldi, prego.
Ma letteralmente, praticamente, mani tremanti.
Qualche ora prima, ancora prima che potessi chiederlo, lui con in mano il bicchiere di whisky ambrato tremante: "Non mi drogo e non faccio uso di psicofarmaci. Lo giuro, Vostro Onore".
Perciò adesso, accanto alla porta del locale, il suo tremore essenziale sulla mia schiena per tutta la notte, troppo bello, troppo facile a farmi innamorare.

Da qualche giorno un centro d'eccellenza qui in Sicilia ha finalmente saputo dare un nome, quello vero, al più generico tremore essenziale del Riccio.
Sarebbe anche un bel nome, dal sapore squisitamente francese, se non fosse che il difetto di fabbrica della mia funzione memoria ha già fatto il suo dovere, eliminando dalla patologia del Riccio le terre francesi e lasciando l'unica cosa che mi interessa ricordare.
Che l'amore, quando c'è, trema.

26.9.13

50 giga sulla fronte

Pulizia del pc. 
Che il nostro quinto arto figuri nella lista delle cose che hanno bisogno di cura, manutenzione, riorganizzazione, è ormai un fatto. 
Perciò alla casa, i cassetti, gli armadi, le agende, le borse, i giardinetti, i corpi e i portafogli da ordinare, si aggiunge il pc, ovvio.
Da questo punto di vista, si può dire che la vita, tra le altre cose, sia anche una storia di ordine, disordine e riordine. Passiamo una vita a riordinare quello che abbiamo appena disordinato. 
E forse non c'è un altro modo perché l'equilibrio si concretizzi.
Perciò si può anche dire che la vita sia una lunga, perenne marcia verso la realizzazione dell'equilibrio.
Del perché non saprei, ma la tensione di ognuno di noi mi sembra sia questa. Spossante il più delle volte, ma piena di bellezza alla fine.

Sto scaricando i 50 giga di foto e filmati realizzati dal Riccio in poi, da Sofia in poi.

5.4.13

A volte un cerchio


Sarebbe dovuta essere la serata memorabile, una specie di anniversario esistenziale nei riguardi del destino, di quando all'improvviso un punto fora il tempo convenzionale che fino ad un attimo prima avevamo vissuto per abitudine coercitiva, ci fa dentro dei ghirigori per una manciata di anni, lo rivolta da capo a fondo e poi ritorna al punto di partenza. 
Insomma, quell'idea del cerchio che si chiude, idea romantica, confortevole, e inspiegabilmente piena di quel significato che ad un certo punto della nostra vita vogliamo dare agli eventi.
Quel cerchio stava lì, ieri sera, al locale dove io e il Riccio ci siamo incontrati.
Di quando ci siamo visti senza parlare, senza parole, stando ritti l'uno davanti l'altro e sembrava che tutto, una storia ancora senza storia, fosse già stata scritta da qualche parte.
Quel senso del destino a cui non badi, cui non vuoi credere per ideologia o solo antipatia, finché non lo hai davanti in tutta la sua evidenza. E in un attimo, in quel punto che fora, sei chiamato a scegliere: dire sì, dire no, andare a conoscerla quella storia o non avere nessuna voglia, o nessuna forza di farlo.
Noi, cinque mesi dopo, avremmo aspettato Sofia.

30.11.12

Il Riccio si è fermato al suo paese

Non si sa come, non si sa il perché, ma tant'è, il Riccio tiene ancora in vita scambi di interessi, per lo più economici, con il suo paese d'origine.
Il paese della "domenica tutto chiuso" e quindi del sabato come giorno di via crucis dell'intero paese per il rifornimento degli approvvigionamenti, che manco fosse stato dichiarata allerta calamità, o forse sì, una specie, visto che all'orizzonte si staglia imponente e minaccioso l'arrivo del pranzo domenicale: 10 chili di pane, 10 chili di carne, salsicce, braciole, maiale e 30 di cacciaggione, che c'ha gli ossicini e a parità de magnata pesa di più, pasta, farine, dolciumi, famiglia media quindici persone.
Il paese di "tutti in macchina", quando l'estensione del paese sarà al massimo di un paio di chilometri quadrati, ma siccome il modello americano non si è lasciato intimorire, come si fece a Eboli, dal perseguire la colonizzazione culturale persino nei più piccoli anfratti del mondo, le abitazioni sono in verticale; allora il paese è abitatissimo e tutti hanno le macchine e certe statistiche son fatte proprio male, ché contano le proporzioni e mica i numeri e basta, ché se nelle statistiche contassero le proporzioni per intensità di traffico il paese del Riccio sarebbe Milano e Milano il paese del Riccio, ma a quel punto quelli che al nord si son fatti un mazzo così per essere considerati i più fighi tra le città d'Europa, non ci starebbero ad avere quel nome, insomma come si fa a dire "andiamo al paese del Riccio in via Monte Napoleone"? E allora quelli di Milano, per riappropriarsi del loro legittimo nome, dovrebbero prendere tutte le loro cose e portarle qui giù, e quelli del paese del Riccio, che la cosa di questa botta di culo improvvisa di essere considerata la città tra le più fighe d'Europa non gli starebbe proprio così male ma a quel punto dovrebbero per forza di cose tenere tutto aperto la Domenica e questo scombinerebbe i loro ritmi circadiani, e poi attacchi di panico, isteria collettiva, astenia, dovrebbero smontare le tende e salire su.
E insomma sarebbe un casino e allora lasciamo le cose come stanno.

17.5.12

Colpo di fulmine e prima impressione: piccole grandi idiozie crescono


Ho sempre disprezzato la questione del colpo di fulmine, riferita a quell'ottundimento istantaneo del cervello di fronte ad una prima impressione piacevole. Più che piacevole. Di gradimento. Più che di gradimento. Perturbante, ecco.

24.3.12

Pro pro prova prova

Fiuuuuuu: ce l'ho fatta.


No, è che se vi capita qua e là di leggere certi post alla Soule Mama's mood (scherzo: tengo alto il livello d'attenzione) o genere trasposizione in testo dei finali di Grey's Anatomy, vi esorto a non pensarla come ad una tecnica di comunicazione navigata di una rivista settimanale da quattro soldi che tende a far leva sulle nostre basse tendenze Armony sempre in agguato (sì, è una critica, sì, a certe editorie). 
No, è che è davvero la mia vita. La mia vita che sta cambiando, che sta prendendo una piega diversa, che fino a qualche mese fa era una merda e ora trova nuove risorse che mi va di celebrare in questo modo, con le parole, visto che siamo qui. E visto che qui non mi verrebbe poi tanto facile suonare la mazurka.

27.1.12

Il Riccio c'è


E dunque poi sarebbe questo quello che andavo cercando, quello che mancandomi mi stava in pancia mordendo arrabbiato tanto per farmi capire meglio la sua mancanza, tanto perché io non abbassassi mai la guardia scendendo a patti con l'umana quanto sciatta abitudine alle cose che non vanno.

26.10.11

Rezophonic e le tagliatelle di nonna Pina

Ore 3.45 della notte.
Sento aprire la porta di casa.
Faccio un balzo, Sofia dorme, e ancora dentro a quei momenti fatti di latte del dormiveglia penso "o ammazzo o abbraccio".
Abbraccio.
Il Riccio.
Tornato a sorpresa da una di quelle sue serate cui, da vera profana dell'arte musicale, mi avete vista indecorosamente partecipare nel mio con ricatti d'amore e sondaggi.
Torna con il premio Rezophonic che vedrà il suo gruppo aprire uno dei concerti da qualche parte in Italia.
Siamo sul letto prestato alle montagne russe per Sofia, mentre il Riccio mi racconta tutto, il dietro le quinte suo personale e della serata, minuzioso come solo lui sa fare per sopperire alla mia assenza. Ogni volta ci è necessaria questa minuzia dei particolari, specie per due che proprio non vorrebbero, costretti a vivere lontano, due vite parallele. Le minuzie nel racconto coprono le falle, lo spazio tra le parallele, seppur si sa che imbrogliano un po', ché il racconto è già di per sé una falla.

4.9.11

Ricatto d'amore

Senti tu, tu con quei ricci impertinenti e quegli occhi rotondi e nocciola, proprio quegli occhi lì, quelli che hai mentre mi parli della tua musica e io mi devo contenere, sforzarmi di tenere un contegno, di non farmi distrarre da certe tue cose messe ben bene a fare il tuo corpo, ché sebbene sia passato più di un decennio dalle tempeste ormonal-adolescenziali al solo guardarti mi assalgono gli stessi impeti sconnessi di una ragazzina: tu mi parli della tua vita, della nostra anche, perciò ti ascolto, a tratti commossa, presa, estasiata, ammirata e andando così tireremo avanti per tutta la notte senza renderci conto che il dopo cena sarà lungo più di sei ore e stamattina avrò due chiappe al posto degli occhi, a ricordarmi che, a parte i guizzi ormonali, della ragazzina non è rimasto poi molto;
senti tu, tu che sei il mio primo lettore per eccellenza, che tra le mie righe ci trovi cose che nemmeno io a volte so di avere messo, e se oggi sono a numero 120 e qualche numero in più di consapevolezze nei confronti di un talento è anche merito dei tuoi "ma come fai?" e "non sembri nemmeno tu", quest'ultima per lo più causa di disturbi dissociativi visto l'ambivalenza di significato;
senti tu, che mi hai reso una groupie, ché quando sei sopra un palco io vedo tutto rosso e non capisco niente e ti guardo inebetita perché là sopra "sei davvero tu" e prima o poi, magari nel pieno di una giustificazione di scompenso ormonale per sopraggiunta menopausa, te le tirerò quelle maledette mutandine;
ascolta
"[...] ora so che l'unico modo per tenerti avvinto è questo" (Kung Fu Panda)
dicevo, ascolta:
visto le reciproche ammirazioni nei confronti dei nostri talenti,
do ut des.
Il mio prossimo post arriverà solo dopo una tua nuova creatura.


A meno che mercoledì sera, tu sul palco, verrò colta da menopausa precoce. 

19.7.11

Abbiamo gli occhi rotondi e nocciola

Quando qualcuno è felice si vede.
Si vede.
Ripeto: si vede.
E' qualcosa di non bene identificato a cui non si può dare né nome né forma. Non è neanche un sorriso in bocca, ché ce lo sappiamo stampare tutti un bel sorriso e via a prendere per i fondelli il mondo.
Chi è felice non fa nulla di diverso da quello che faceva prima di non esserlo. Voglio dire: non si appende ai lampadari, non comincia a parlare l'eschimese.
No, chi è felice porta addosso quella cosa che si vede, dentro e tutt'intorno, che incolla ad uno ad uno i pori della pelle, che ammortizza gli urti del corpo, che fa morbida la camminata e le forme del viso.
E poi gli occhi.
Lo vedo il Riccio: ha finalmente quei gli occhi lì, quelli tutti pieni, rotondi e nocciola, quelli che non cercano più punti a cui appigliarsi ma stanno fermi perché ora è tutto, non manca più niente, sì insomma quegli occhi lì.
Sei mesi fa il Riccio è tornato per lavoro nel paese da cui anni prima è scappato per andare in cerca della propria vita.
Ma alla fine si ritorna sempre. E il ritorno ha sempre un po' il sapore della beffa.
Il Riccio ha trovato la sua vita e per mantenerla l'ha lasciata in città ed è dovuto tornare a tutto quello da cui è scappato.
E ora siamo tutti e tre qui. In questo paese quanto più lontano da tutte le nostre aspettative.
Ma ancor più lontano da tutte le nostre aspettative c'è che qui, in questi giorni, abbiamo tutti e tre gli occhi che non cercano più.

26.6.11

Vecchio volpone

Uscita congresso MPA cui il Riccio è stato costretto a partecipare per lavoro.

"Riccio, com'è andata? di cosa discutevano? chi c'era?"
"un cumulo di merda!"
"ah, bene, e per il resto?"
"per il resto...non so...c'era la Cucinotta"
Lo sguardo torvo e incazzato causa gelosia-leièpiùfigadimeetuhaiosatoguardarla-autoindotta scatta all'istante.
"non ti preoccupare: era lontana e non ho potuto toccarla"
Poteredelcristallodilunavieniame mi assale mentre lo fulmino.
Ride, "ma che! fa cagare. tutta smilza e ossuta. tu sei più bona!" e mi bacia.
seeeeee.

Ad ogni modo potere del cristallo rinfoderato.

Quel genere di cazzate che, dall'alto dei miei trent'anni suonati, tutt'ora gradisco alquanto.

20.5.11

Tre anni dopo, lo stesso pasticcio

Quando tre anni fa Veronica e il Riccio si incontrarono per la seconda volta, al locale dove lui aveva appena tenuto un concerto, ancora tutto sudato, eccezionalmente riccio, e con in mano un dito di whisky ambrato, le disse: "mia mamma si chiama Maria, mio papà Giuseppe, io ho trentatré anni e fra due mesi l'avrò scampata".
Quel genere di frasi, assieme alle altre, creò per tutta la notte in Veronica fragori imbarazzanti di risate gallinacee e un colossale, trascinante, incontrovertibile innamoramento.

In effetti due mesi dopo il Riccio era ancora vivo se a mezzanotte esatta, sentendosi chiamare dal balcone di casa sua, si affacciò e rise.
Veronica allora era un'universitaria cronicamente afflitta da mancanza di capitale e tutto quello che portò per spegnere una candelina fu un pasticcio mignon panna e fragole che poi divisero.
Festeggiarono assieme per tutta la notte il fatto che il Riccio fosse ancora vivo, scampato alla maledizione.

Non avevano niente. Solamente quel pasticcio mignon panna e fragole da dividere. Ed erano felici.


Oggi Veronica, ancora più cronicamente afflitta da mancanza di capitale, pensa di replicare quella serata e di far spegnere la candelina al Riccio in un pasticcio identico a quello di tre anni fa.
Veronica, in un moto di ottimismo, crede che certe bellezze sopravvivano a qualsiasi cronica mancanza. 
E che dividere un pasticcio mignon panna e fragole possa ancora rendere felici.






Auguri.

  

27.2.11

Il Riccio è mobile

Abbiamo pulito casa come se non potessimo lasciare disordine, come quando si parte via e per respirare un po' di quello che non si conosce, un po' di riequilibrante senso di disorientamento tipico dei viaggi, quasi sempre però si ha la necessità di lasciare organizzato più di quanto non si faccia di norma nella vita di ogni giorno, che questa la conosci talmente bene, ci sguazzi con la stessa pacata disillusione di un pesce in un acquario, che non hai bisogno di renderla burocratica poi più di tanto.

Abbiamo attinto le forze da quel bisogno inconscio e un po' puerile di rendere tutto lo spazio a vista il più ordinato e controllato possibile quando è impossibile farlo sugli spazi invisibili dell'anima.
Perciò lenzuola pulite, panni al sole, finestre aperte, tappeti sbattuti, via la polvere, i piatti sporchi, chiuso il tavolo da lavoro per due e passato in rassegna le bollette da pagare, la spesa da fare, le scadenze da soddisfare.

Ci siamo dati questo specie di addio in questo modo, indaffarati a zittire parole che non avrebbe avuto molto senso pronunciare. Aiutati da questo nostro scricciolo alto 84 cm la cui unica inconsapevole priorità è quella di giocare a palla.
Perciò una palla, uno scricciolo, le sue urla, e due pierrot.   

E questo addio che nell'era della mobilità, dei viaggi lunghi e insieme della possibilità di tornare spesso, risulta stonato. Nonostante il Riccio si sia portato tutto, vestiti, pc, basso e pedaliera. Tutte le sue cose. E abbia lasciato decine di posti vuoti, nel letto, in bagno, a tavola, nell'armadio, in macchina, nello studio condiviso, le tazzine vuote.

Lo so, non siamo i soli: partecipiamo a una fitta moltitudine di famiglie divise dalla necessità.
Eppure è tutta mia questa paura, questo senso di vuoto e di silenzio. Questa mancanza di un Riccio che la sera spenga le luci di casa.

17.2.11

Latte e pomodoro

"Riccio, cos'è la semplicità?"
Silenzio. "E' il latte senza nesquik, è la pasta col pomodoro fresco"

Mi deludono queste parole.
Dal Riccio pretendo di più. Ho bisogno che mi spieghi per filo e per segno dov'è che posso trovare quello di cui adesso ho più bisogno.
Per filo e per segno.
Che mi dica che la semplicità è come camminare pur sembrando fermi, il movimento immobile, quel andare verso ma essere sempre al proprio posto, quell'esserci pieno e risolto, come gli alberi, il loro crescere verso le zone di sole e la dignità del loro stare radicati.
Che mi dica che è sospendere il giudizio affamato, quello che insegue con affanno le cose ma rimane sempre a un passo tutto attorno a loro. Perciò che mi dica che la semplicità è sospendere il giudizio sulle cose e piuttosto tenerle in mano, toccarle.
L'armistizio tra immaginazione e realtà.
Come fanno i bambini.
Che non è né la domenica di Pasqua né la sua attesa, ma il timo e il rosmarino sulla carne al fuoco di tutte le domeniche di festa.
E delle domeniche di festa non il tavolo e il chiacchiericcio che l'imbandisce, ma i bambini che corrono tutto attorno urlando.
Che il Riccio mi dica che la semplicità è suonare la chitarra per la sua bambina ancora in pigiama e cantare, come in questo momento, e tutti i rumori della casa sembrano niente.
Che la semplicità è tacere aspettando che le cose parlino loro di se stesse.

Tacere.

Aspettare.

Sospendere il giudizio.

....

....


Bah. Ecco. Appunto. 
Il "per filo e per segno" complica quello che deve restarsene così com'è.
La semplicità viene prima del filo, prima del segno.


C'ha ragione il Riccio. La semplicità è il latte senza nesquik, è la pasta col pomodoro fresco.

5.10.10

I bagordi dei trentenni

Dopo cena, Veronica e il Riccio discutono di Sarajevo assediata, dello sguardo dall'interno della gente vessata dalla guerra, dove comunque riesce miracolosamente a sopravvivere una sorta di rituale del quotidiano. Discutono delle fotografie che hanno fatto il giro del mondo, e il Riccio, che ha l'occhio lungimirante, le parla di tutte le guerre i cui scatti non escono neanche dall'obiettivo che li fotografa perché non sempre le signore ferocia&morte vengono ritenute degne di posa, passeggiando ancora indisturbate nelle terre del Turkmenistan e della Georgia; discutono della bellezza scenica dei caschi blu, in molti casi slegata dal ruolo a cui sarebbe preposta, e della colonizzazione subdola del mondo di certuni autoproclamatisi senza possibilità di replica ammiragli della pace; e poi ancora dell'ultimo colpo di stato in Ecuador, dal sapore squisitamente vintage dei villani del Medioevo.
Continuano a pigolare di certe cose, ognuno seduto d'avanti al proprio computer.
Soltanto a letto smettono, perché la bambina dorme, e la guardano e si guardano, la guardano e si guardano, così per una decina di minuti.

E prima di iniziare la lettura della sera, alle ore 3, Veronica e il Riccio si danno la buonanotte e si dicono che magari  da questo momento in poi rinunceranno al caffè delle 20.

Ed è forse per il mal di testa della mattina che Veronica non è ancora ben sicura a cosa voler rinunciare: se alle eccitanti conversazioni notturne col Riccio e connessi sintomi post-sbornia dell'insonnia o a indolori e pacifici risvegli da serate borghesi.

2.9.10

Mode II

Qualche sera fa, Veronica, in un eccesso di 8° peccato e suoi annessi e connessi, ha emesso suoni radioattivi contro il Riccio.
Perché lei è nata a Novembre, e gli astri la fanno scorpione, e quando si deve parlare dell'atteggiamento scorpionico si parla di un fantomatico veleno della coda, senza mai però specificare che, nell'individuo adulto di sesso femminile della specie Homo sapiens segno zodiacale scorpione, il veleno si trova prima della coda; no, non nel ventre, prima; no, neanche negli arti, prima; no, ancora prima della gola. Ecco: lì, nella lingua, sebbene ventre-gola-lingua, nell'individuo adulto di sesso femminile della specie Homo sapiens segno zodiacale scorpione, costituiscano un unica coda dalla quale diparte quel veleno che nell'estensione finale, la lingua appunto, trova massima espressione.
Così qualche sera fa, Veronica, all'apice di atteggiamento scorpionico, ha emesso quella parola che adesso non vuol più ripetere.
Quella che nelle pagine di alta letteratura fu data da pronunciare agli amanti clandestini shakespeariani perché il dramma si compiesse, o a quelli promessi manzoniani perché s'avesse da fare.
La stessa che, dalla carta stampata alla pellicola in bianco e nero dello scenario anni '50, è stata ricamata nella trama di storie come Gilda o Casablanca.
Separiamoci. 
Prendiamoci una pausa.
Pausa.
In quelle storie, "pausa" era un passaggio obbligato per l'inesorabilità del loro destino: non era strumento di un atteggiamento rinunciatario, nulla veniva messo alla deriva dell'abbandono, quello lavativo e privo di dignità, piuttosto era una mossa strategica, semmai cauta e paziente, perché la partita arrivasse al termine, in perdita o vittoria che fosse.
Poi, in decenni di disevoluzione dal gusto fatalista, gli eroi della letteratura e della cinematografia romantica hanno lasciato il posto a posticci interpreti di quella parola e dalle pagine, non più letterarie, non più cinematografiche, ma patinate di riviste gossippiane l'hanno rivoltata, stereotipata, trangugiata insieme a caviale, champagne e siliconi, e riconsegnata ai comuni mortali come panacea di facile somministrazione per equilibri instabili.
E nonostante, giura Veronica, quella sera lei avesse in mente, seppur in modo nebuloso, una qualche vaga funzione costruttiva di quella parola, una volta pronunciata è sembrato chiaro, a lei e al Riccio, che l'intenzione era piuttosto quella di un'adolescente che, stanca dei compitini da svolgere, con lucida-labbra, profumo alla vaniglia e borsetta mou volesse andare a svagarsi con pochi sensi di colpa e tanta rinnovata leggerezza.

E allora, dopo aver cenato in silenzio, e poi ascoltato quello che il Riccio aveva da dire, e guardato la piantina di basilico, che in mezzo ad una distesa di steppa è l'unico vegetale che sta sopravvivendo all'incuria perché così si sono imposti senza dirselo, lei ed il Riccio, per potersi dire persone con ancora una qualche attività cerebrale, l'adolescente quasi trentenne, quale Veronica è, ha dismesso lucida-labbra, profumo alla vaniglia, borsetta mou e ha ripreso i compitini, ché quelli fanno parte della leggerezza della sua vita.

Veronica parla in terza persona perché oggi è da se stessa e dalla sua linguaccia scorpionica che vorrebbe prendersi una pausa.




10.8.10

Sincope sulla schiena.

Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Il ricordo della giovinezza vissuta fino ad un anno fa ha eluso la sua possibilità, il senso del titanico ad essa correlato pure.
Ma gli indizi erano ovunque sul corpo.
Perché se per 14 mesi, 400 giorni e più, per 17 ore più varie ed eventuali al giorno, tieni un peso in un crescendo di gravità che da lontano ti guarda beffardo arrancare dietro la sua polvere: al terzo mese 4 chili ma, abituata a tener birra e sigaretta o libro e matita, ne sopporti di meno, all'ottavo mese 7 chili ma, abituata ai 4, ne sopporti meno, al dodicesimo di chili 13 ma ne sopporti meno, fino ad oggi che di chili sono 15;
perché se questo peso lo tieni addosso, poi tenti di accomodarlo da qualche parte, e proprio non s'accomoda da nessuna di parte se non quella che è appiccicata al tuo collo, e allora lo riprendi e poi, certo, per diversi motivi che si chiamano attività quotidiane, devi pur riaccomodarlo e questo peso alla fine, di fronte a qualche distrazione o corruzione o abbandono in direttissima, s'accomoda, sì, ma per qualche secondo e poi via con la crisi del "o mi prendi o mi faccio fuori a suon di pianto-pianto+urla-urla+tosse-tosse+sincope-sincope+asfissia" e tu magari alla tosse+sincope ci arrivi pure ma alla sincope+asfissia è fatta: hai di nuovo il peso addosso. E così tutto il giorno. Centinaia di accomodi-sincope-prendi, accomodi-sincope-prendi;
perché se questo peso, una volta che si è accomodato sulla parte dal collo in giù, ormai è lì stanziato e qualcosa dovrete pur farla; allora voli, salti, balletti, pernacchie, inseguimenti, prove di camminata, prestidigitazioni per dare, togliere, non fare cadere, raccogliere, acciuffare, agguantare all'ultimo istante, pulire, sistemare, riempire, asciugare;
perché se il peso in questione non è certo quello che viene qualificato come morto ma sembra un caffeinomane in costante crisi d'astinenza e le prestidigitazioni di cui sopra vengono svolte in condizioni funamboliche;
perché se, per acquietarsi nel sonno, questo peso ha bisogno che tu stia sospesa sulle ciabatte, a metà tra il suo lettino e il tuo, e la mattina ti senti mica il prestidigitatore ma la signorina che si è prestata ad essere tagliata in due;
allora certo che doveva accadere lo straamp!
La schiena ha ceduto: ha mangiato troppa polvere di gravità e ha fatto indigestione.
Straamp!


Ed eccolo il Riccio, alle prese col suo secondo bagnetto Sofia.
1° minuto: è confuso.
2° ": mi guarda e sorride ambiguo, punto dalla sfibrante evidenza.
3° ": vacilla.
4° ": fa qualche mal dissimulata smorfia. Ha stanche braccia e gambe.
5° ": non capisce bene se sia stata Sofia ad annaffiarlo, o la fatica.

E per il resto della serata, forse con ancora il gusto di quella polvere, è un continuo di: "come stai?"
E come sto? Sincopata.



9.7.10

"Chi sei tu...

...che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei pensieri più segreti?"

Scena I. Finalmente, dopo settimane di esperimento su quale e quanta flora batterica si possa sviluppare in condizioni favorevoli, è arrivato il momento di sospendere la ricerca e tirare le somme, con pezze, aspirapolvere e disinfettante. Perciò affido lo scricciolo a ?
Dopo alcune ore, vedo sul pannolino di Sofia un rigonfiamento vertiginoso, come se sul culetto avesse una boa d'ancoraggio, che la fa incedere a tratti, barcollando.
Il baricentro di Sofia sta pendendo pericolosamente verso terra. 
Io: "A meno che tu non stia cercando una forza uguale o maggiore a quella di gravità o non stia sondando il mistero che tiene in piedi la torre di Pisa...potresti gentilmente cambiarle il pannolino?"
?: "Uso questo e questo?"
Io: "Sì: acqua...sapone..."
?: "I pannolini dove sono?"
Io: "Ma dentro la stampante, naturalmente..."
(non mi sorprenderei affatto se mi ribattesse che con questo caldo sarebbe meglio tenerli in frigo)
E la crema lenitiva gliela do direttamente io.
Tanto per non rischiare che Sofia profumi di dentifricio.

Scena II. Sofia comincia ad avere un colore del viso simile alla carbonara e agita le mani in alto come se stesse allontanando immaginari calabroni.
Io: "Ma da quand'è che non beve?"
?: "Non lo so, non mi ricordo"
...
Il mio viso palesemente turbato.
?: "Le do l'acqua?"
E perché mai?: oggi è il giorno di rum e pera a un euro.

Scena III.
Dopo estenuanti minuti di intensa noia, ? decide di delegare l'intrattenimento di Sofia a Mister Tu Sia Lodato You Tube.
Dato che, passato un tempo simile a quello necessario alla stagionatura del formaggio, sospetto un'imminente trasformazione di Sofia nell'erede del "Tagliaerbe" di Brett Leonard, chiedo a ? di portare la bimba a fare una passeggiata fuori.
?: "Prendo il passeggino?"
Considerato che Sofia non cammina ancora, considerato che pesa 15 chili, considerato anche che non disponiamo di carrucole, carriole, porta-pacchi e carrelli della spesa: "Sì, magari sarebbe indicato"

E poi c'è tutta la letteratura del "Che faccio?" di ?.
Che faccio, prendo il giubbotto? e sono i giorni della merla.
Che faccio, prendo un tovagliolo? e tutta la Parmalat sembra essersi domiciliata addosso a Sofia.
Che faccio, la prendo? e mentre cerco di scrivere qualcosa, Sofia è impegnata ai miei piedi a fare benissimo Vivien Leigh in Via col vento.


Chi è "?".
E' forse la tata rincoglionita dal nome impronunciabile che viene da un posto ugualmente impronunciabile del mondo e non ci stà per colpa della lingua o del fuso orario o senza una ragionevole causa non ci stà e basta?
No.
E' l'amica che tra un aperitivo, il lavoro, un aperitivo, un'altro aperitivo, un'altro ancora, il parrucchiere e seguente aperitivo, si ricorda di avere un'amica con figlia e si fa vedere ogni 6 mesi e nelle due misere volte che è venuta a trovare Sofia la prima volta l'ha chiamata "Ti Andrebbe" e la seconda volta "Un'altro Aperitivo"?
No.
E' la nonna che "amo mia nipote più dei miei stessi figli" e si fa vedere anche lei ogni 6 mesi?
No.

No.
E' il Riccio. Papà di Sofia da ben, e dico ben, 13-quasi-14-mesi.
Ma sembra che per alcune questioni il tempo non gli abbia chiarito le idee.

Ecco chi è che inciampa nei miei pensieri più segreti.
Per quanto riguarda il contenuto di questi miei pensieri nei confronti di chi ci inciampa...
... sono segreti, no?



2.7.10

Guarda sotto

Sotto questa nuova pelle che indosso, che mi muove a gesti veloci, a parole a metà, a mozziconi di attenzioni, che mi muove come una marionetta ingarbugliata contro fili nervosi perché la rappresentazione deve concludersi e non ho più tempo, sono in ritardo, sono un bianconiglio.
E mi rimane ancora molto da fare, in corsa contro i sipari che devono chiudersi.
Guarda sotto.
Sono ancora quella che portava la matita nera attorno agli occhi, non per nascondere, no, ma perché nulla rimanesse nascosto.
Sono ancora quella che andava dritto e in avanti, facendo improvvise virate per il gusto ironico dell'esplorazione caotica senza che l'avanti fosse mai perduto.
Sono quella che seguiva il ritmo delle cose, che fossero da percorrere lente o veloci,
ancora quella che seguiva il tuo di ritmo.

Guarda sotto.
Sotto questa strana stanchezza, inestinguibile, che chiude i discorsi ancor prima che inizino.
Sotto questo silenzio delle sere, che finiscono il giorno, o lo sfiniscono.

Sono sempre quella che dalla sua giostra vertiginosa di parole si incantava ad ascoltare le tue, così nuove, petroliniane, funamboliche.
Quella che, provando a dare il nome e la parola ad ogni cosa, rimaneva muta di fronte a te e agli scenari che mi mostravi, troppo estesi perché potessero essere definiti.

Sono ancora quella a cui hai dato la vertigine sul 'picco di coscienza'.

Guarda sotto.
Sotto.
Più sotto.

Ti do la zappa, tieni:
Samuele Bersani - Replay.