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11.11.12

PIL di un 32

Torniamo dal Med in Fest. Bolgia di gente anonima a cui riesco a dare, come unica parvenza di umanità, definizioni tipo mediocre, esaltatati, accasciati, sconclusionati, noiosi. Sola nota di merito Ivan Segreto, padrino onorario di Sofia, concepita a lume di uno dei suoi pezzi, e unico fine del nostro pellegrinaggio andato storto, visto che arriviamo appena ad ascoltare l'ultima strimpellata dell'ultimo pezzo, avendo, mea culpa, perso tempo a litigare con un posteggiatore abusivo che rivendicava come suo diritto a lavorare il pizzo che aveva imposto per parcheggiare.
Per liberarsi di una macchina tra una bolgia di macchine e andare incontro ad un altra bolgia di altro genere di macchine, m'è parso.
In macchina:
"Non lo so... non lo so... non lo so..."
"Cosa?"
"Non lo so... non lo so... non lo so..."
"Amore, cosa?"
"..."
"..."
"È che non riesco più a, non so, divertirmi, sentirmi viva. Mi annoia ogni cosa, la gente, i posti, i miei vestiti, quello che dico, quello che ascolto, mi annoia questo discorso su quanto mi annoio. Una volta..."
"...lo so cosa stai per dire: che non riesci a trovare più ispirazione, stimoli, risorse, che hai chiuso con tutto, ché sei vecchia, che la barca delle speranze si è infranta sui..."
"..."
"... si sta come in autunno..."
"..."
"..."
Say yeah.

17.5.12

Colpo di fulmine e prima impressione: piccole grandi idiozie crescono


Ho sempre disprezzato la questione del colpo di fulmine, riferita a quell'ottundimento istantaneo del cervello di fronte ad una prima impressione piacevole. Più che piacevole. Di gradimento. Più che di gradimento. Perturbante, ecco.

24.4.12

Sfidare il presente ovvero "Full metal Jacket"

"Complimenti! L'azienda ha ricevuto la sua candidatura."

Complimenti un paio di zebedei! 
Sono la seicentosettantaquattresima candidata disperata per numero di posti vacanti sei. 
Perché quello che mi infastidisce davvero non è poi tanto il numero vergognosamente in eccesso rispetto al più piccolo che non sta nemmeno se gli applichi la formula della relatività, nemmeno se gli togli il vuoto, lo impacchetti per bene e lo spedisci a Bangkok per direttissima. Quello che mi infastidisce è l'enfasi del punto esclamativo in allegato al complimenti.
Complimenti! Lei è uno sfigato. Punto esclamativo.

Va bene, lo so.
La verità è che a volte si arriva ad essere come dei vecchi arteriosclerotici cui girano le palle anche solo per degli spifferi.

C'è che non sempre si riesce a tenere alto il morale, il sorriso stampato di chi non cede.
È tipico di chi ha spedito il curriculum fin su all'Himalaya e ancora non riesce a pagare le bollette. Tipico di chi ha telefonato fin dove parlano il turco e alla fine si rende conto che le ricariche, il loro costo, sono un vuoto a perdere.
È tipico di chi sente un esubero ancora prima di avere avuto il posto da occupare come esubero.

18.5.11

E tu, donna, sarai discriminata

Siamo nel tempo del progresso cieco e inarrestabile.
Non del progresso inteso come miglioramento, crescita, sviluppo.
Siamo nel tempo del progresso per il progresso, cioè del progresso fine a se stesso. "Stiamo tutti correndo, ragazza, non vedi? Vieni a correre anche tu" "Ma dove state andando?" "E chi lo sa, ragazza. Intanto si corre".
Siamo nel tempo in cui se non corri sei un esiliato sociale.
Siamo nel tempo dell'attività forsennata a tutti i costi.
Siamo nel tempo dove il lavoro è una condizione esistenziale: se non lavori, non sei.
Perciò siamo nel tempo dove il lavorare non è un momento importante in mezzo ai tanti momenti importanti dell'individuo: il lavorare è il Momento per eccellenza. Il resto sono pause che arrestano il lavorare.
Siamo nel tempo dove si lavora per ottenere gli strumenti per lavorare: la macchina per andare a lavorare, la moto per non arrivare tardi al lavoro, i vestiti per il lavoro, i giocattoli per occupare i pomeriggi dei nostri figli a casa, ché se fossimo presenti starebbero fuori a ruzzolare nel prato o al più giocherebbero con un sasso trovato per terra.
Siamo nel tempo dell'assenza delle figure genitoriali come fruitrici di cultura perché disperatamente impegnati a lavorare per la cultura dei nostri figli affinché in futuro possano trovare un degno posto di lavoro. Un paradosso.
Siamo nel tempo in cui si lavora asininamente per guadagnare e poi asininamente spendere la Domenica al centro commerciale.
Perché questo è il tempo del centro commerciale, spazio vitale dell'uomo che lavora una settimana intera per poterne nel giorno di riposo usufruire.
Perché la Domenica è ancora il giorno del Signore, la cui Parola fa din din.
Siamo nel tempo che, al solo leggere queste mie parole, molti di voi, chi per un motivo, chi per un altro, staranno rabbrividendo.



E' in questo tempo che si inserisce il mio colloquio di lavoro.
Ci sono la responsabile dell'agenzia di collocamento e l'esaminatore responsabile dell'azienda che mi deve assumere.
L'esaminatore ha due occhi azzurrissimi, uno sguardo di chi ha visto tanto, un po' stanco ma comunque agguerrito. E' quel genere di sguardo che mi piace: potrebbe appartenere anche ad una persona cinica ma che gioca comunque a viso aperto.
Ci guardiamo a fondo negli occhi, ci facciamo simpatia.
Prima domanda: "E' sposata?"
Seconda domanda: "Ha figli?"
...
Qui finisce il colloquio. Dopo è solo un farfugliare inutile. Sa, non diamo part time - sarebbe ideale, ma se non è possibile sono comunque disponibile - la Domenica si lavora più che negli altri giorni per recuperare - non importa, un giorno vale l'altro - non ammettiamo dunque assenze, lo so poi come vanno queste cose: la Domenica le mamme prendono la malattia...- sì, ho capito perfettamente cosa intende dire -...ecco! 
La responsabile dell'agenzia interviene chiedendomi quale siano le mie intenzioni riguardo l'università.
- Non si preoccupi, Lei che al primo colloquio ha usato su di noi il termine smistare, verrete smistati come fossimo ovini e suini, non si preoccupi, non ho intenzione di studiare, perciò di chiedervi una volta al mese un giorno per l'esame. Sono già asservita quanto voi alle esigenze dell'Azienda che ci fa parlare tutti col plurale maiestatis -

Qui si sta parlando di tempo vitale, io lo so, lo sa l'esaminatore.
Loro vogliono il mio intero tempo vitale, ma io il mio tempo vitale lo dovrei un po' anche a Sofia.
Io lo so, lo sa anche l'esaminatore.

Io dunque non posso correre: ho un carico di quindici chili con ciuccio e pannolino.
Sono ufficialmente un'esiliata sociale.
Anche se solo per fare la commessa (ops!, scusate, 'addetta alle vendite') di un centro commerciale.

Colloquio finito. Dieci minuti al massimo. Il più breve della storia.



L'esaminatore ha una cinquantina d'anni.
Ha figli.
E' una donna.

20.3.11

News

Non guardo mai i tg.
Mentre faccio altro, mi basta dare un'occhiata distratta, priva di qualsiasi coinvolgimento, a quel martellante Rai news 24, canale preferito del Riccio, fedele fruitore e sommo discepolo di quel 24.
Non li guardo per una mia innata avversione ai sofismi. Discorsi apparentemente sorretti da consecutio logica ma tanto lontani dalla verità, la cui unica logica è quella che cerco di perseguire.
Quelle rappresentazioni teatrali a cui assistiamo ogni giorno, e che vanno sotto la categoria della gestione della cosa pubblica, non le tollero tanto quanto non tollero le soap opera o il vacuo sperimentato attraverso i contenuti cinematografici dei Vanzina.
E quella corsa affannosa all'ultimo versamento di sangue?
Di cosa mi informa la cronaca? Di avere terrore del vicino? Di guardare con sospetto tua sorella quando all'ennesima litigata per una maglietta arrivate alle mani? Che me ne faccio di sapere in quale girone dell'inferno operano certi uomini?

Ma stamattina il mio primo pensiero è stato quello di accendere la tv e sapere che cosa, mentre Sofia cadeva dal letto, e decideva di rovinare l'unica sera di intimità mia e del Riccio attesa da una settimana, e piangeva per il ciuccio, e il Riccio lo cercava sotto al letto, nudo e infreddolito come tutti gli uomini che dormono in maglietta e boxer, e una volta ristabilita la calma di nuovo piedini molesti dappertutto, incubi da giocattolo preferito rubato da fantomatici ladri di balocchi, e 'acqua' e 'mamma mamma dove sei?' continui, mentre insomma si viveva una delle nostre notti di normalità, stamattina sono andata di corsa a vedere se c'è stato qualcosa stanotte che abbia potuto turbare il tranquillo abbandonarsi di una famiglia alla notte.



Ho trent'anni.
Sono siciliana.
Ho l'agilità del corpo tipica di questi nostri prolungati ammolli contemporanei nelle acque malsane dell'occidente: debilitanti per una qualsiasi idea di fuga lucida e ben architettata finalizzata alla sopravvivenza.

E soprattutto ho una bimba di 22 mesi, che ha imparato solo da qualche mese a camminare, e ancora barcolla se solo davanti le si presenta un filo di ostacolo; da qualche settimana appena beve il latte dalla tazza e indossa i pannolini.
Ancora troppo piccola per avere strategie di sopravvivenza, ma già abbastanza grande da avere paura degli orrori.

Sono preoccupata.
Per questa guerra.
Politicamente e geograficamente troppo vicina al diritto di Sofia di vivere i suoi giorni spensierata.

14.2.11

E' niente, tesoro

E niente, tesoro.
E' così che deve andare.
La tua mamma ci ha provato a proteggerti dalle paure, prime fra tutte quelle che le sembrano le più grandi, forse perché fanno paura anche a lei, il senso di abbandono e di solitudine, a proteggerti dalle delusioni, le noie, le fragilità dell'essere senza scudi di sorta, i disagi, i malesseri di chi non si sente ancora parte piena di questo mondo, la rabbia a fartela assaggiare a piccole dosi, il minimo indispensabile per poterti dire capace di ribellarti; ci ha provato, la tua mamma, a difenderti dai venti caldi che ti inaridiscono la pelle e da quelli freddi che offendono le ossa, a farti ombra sotto il sole, a non fartelo mancare mai però; ci ha provato a infonderti coraggio e serenità a partire dalle piccole cose di questa nostra casa per poi saperle investire là fuori dove le cose sono poco più grandi. 
Ma non è servito granché se adesso pensi che il benessere e tutte le spinte più buone ti arrivino a partire da me, e ritorno.
Non mi sembra di averti reso forte se ti dai il permesso di assaggiare tutte le cose che del mondo ami solo se seduta sulle mie gambe.

Perciò adesso devi vedertela tu. Studiare il modo di capire da sola certe cose, primo fra tutto il fatto che da sola devi arrampicarti sui muri che ti soffocano e scavalcarli. Che tu hai una storia, è la tua, e certe frasi le devi scrivere solo tu.

E sai, tesoro? 
Mi va bene.
Mi va bene perché adesso anch'io ho bisogno di scrivere la mia storia. Riscriverla.
Mi va bene perché la tua sofferenza oggi mi tocca meno. 
Ché non sento più niente, non ci sto capendo più niente, sono decentrata, persa su un pianeta che non parla la mia lingua, e spaventata per questo, un po' per le circostanze di questi giorni, un po' perché il nutrirti continuamente e indefessamente ha affamato me. 
E c'è poca empatia. C'è poco da immedesimarsi e capirti e farti da sostegno e ombra, se non riesco ad essere nemmeno sostegno di me stessa.
Perciò nonostante il tuo sentirti persa in questo tuo nuovo mondo, a me va bene così.
Ché ti sarai accorta che la tua mamma incarna lo stereotipo più squallido dell'essere madre, quella sempre stanca, che non ride, immersa in tutte quelle faccende che hanno poco dall'appartenerle fino in fondo. 
Ti sarai sicuramente accorta che la tua mamma è lontana mille miglia da quella donna che faceva le boccacce, a terra a quattro zampe a far la tigre, e ti offriva le mele sbucciate felice che in un così piccolissimo gesto fosse custodita tutta la tenerezza di questo mondo.

E mentre sarai lì a vincere le tue paure,
io sarò qui a vedere di capirci qualcosa, a pensare, a scendere da questa giostra che mi ha sfiancato, 
a interessarmi di nuovo delle mie cose o di cose nuove,
ad aprire un libro e fermarmici per più di venti minuti,
a cercare di sentire come una volta la musica,
a calmare il cuore che messo a folle non riesce a sentire niente 
e a ridarmi il mio nome. Veronica.

Vedrai, è niente tesoro.
Una volta che avremo scavalcato ognuna i nostri muri.

26.10.10

Ladies and Gentlemen: il tam-tam

tam-tam
fa nel fondo della mia pancia un tamburo improvviso, improvviso come il tuo decidere di lanciarti
tam-tam tam-tam tam-tam
un battere che nasce dal senso di meraviglia negli occhi fino ad arrivare alla pelle, ma poi torna indietro perché alcune immagini stanno nelle viscere per non uscirne più
tam-tam tam-tam
che si accorda al silenzio che stiamo facendo spontaneo perché niente, neanche l'aria che ti sta attorno, Sofia, ci sembra non dover essere spostata, ché anche l'uomo più meschino ha la decenza di ammutolirsi di fronte allo stupore per il sacro; e qui ora ce n'è, di stupore e di sacro
tam-tam
fa il senso di vertigine che adesso abbiamo addosso anche se è tutta tua questa vertigine, mentre cerchi l'equilibrio
tam-tam
è la voce della strada che si è appena aperta davanti a te e davanti a noi
fatta di nuove tue scelte, di nuove direzioni, ma anche di nuovi limiti
perché le catene si annodano dove si aprono le possibilità insieme ai voli
tam-tam fanno le catene, tam-tam i voli
e la grazia di questo tuo momento, anche questa fa tam-tam, quella delle cose nuove che regalano respiro, ci tolgono da dosso il peso dell'impotenza nel non poter più cambiare l'ormai
e oggi ci fa tutti nuovi, questo tam-tam ci chiama tutti ad esser nuovi come bambini, come te
e a cambiare pure direzioni
tam-tam 
fa questa nuova storia mentre si tesse dei tuoi passi, perché quando il corpo si muove disegna il luogo e il tempo della narrazione

e mi batte ancora il tamburo nello stomaco
tam-tam tam-tam
a pensarti finalmente libera
perché un corpo libero dà corpo alle scelte

i muri, le pozzanghere, la bicicletta, la sabbia, le strade larghe, le corse immotivate, i balli, i salti, le pietre, le scale, l'erba, le cadute,

tam-tam è l'emozione nella mia pancia per tutto quello che faremo
per ogni tua sinistra e per ogni tua destra
sinistra, destra, sinistra, destra, sinistra, destra,
tam-tam tam-tam tam-tam tam-tam tam-tam

simmetria e ritmo
i tam-tam di questo mondo


Si ringrazia la Riccio Entertainment per la gentile collaborazione

21.9.10

Un passo indietro

Settembre.
In questa mia casa, settembre non rappresenta ancora una postazione d'inizio, non segna alcuna epifania di attività perché a stare dietro a Sofia si vive un'interminabile tempo di pausa, una vacanza protratta ad infinitum. I gesti di ogni giorno messi in loop, ogni giorno, ripetuti identicamente così tante volte da non essere più percepiti dall'attenzione, inghiottiti dal magma  di un enorme rito perpetuo, talmente spalmato però nel vivere quotidiano da non essere più evento straordinario quanto gestualità ordinaria del quotidiano.
Rito perpetuo del quotidiano. 
E mi chiedo che differenza ci sarebbe tra me adulta e Sofia, se continuassi a naufragare nel suo tempo molle, senza stacchi tra la memoria storica e l'immaginazione delle cose non ancora accadute?
Se non mettessi a raccolta sistematica le azioni finora vissute e di queste non ne facessi proiezioni e conseguenze future, cosa mi farebbe diversa da una bambina che balla dentro il cerchio colorato del suo tempo presente?
Una madre, un genitore, deve far da lente di ingrandimento sullo sguardo circoscritto dei propri figli, che, magari per giusto impulso a percorrere l'avanti indisturbato, si arrampicano sulle scale senza voltarsi mai indietro, dietro le loro spalle, dove s'acquatta la possibilità della caduta ripida.

Ci sono cose oggi che senza una forza opposta che le contrasti faranno della forza di gravità il loro facile scivolo, e scivoleranno.

E allora un passo indietro. Faccio un passo indietro.
E forse per la prima volta nella mia vita cedo il passo ad altro e ad altri, per Sofia, senza che stare all'ombra scalfisca il mio purtroppo ben ramificato amor proprio.
Mi metto in un angolo, come un lare che veglia attendendo gli sviluppi, perché Sofia sappia che oltre questo mondo di donna ne esistono migliaia di mondi, che possono sostenerla e divertirla e stupirla e attrarla e confortarla allo stesso identico modo, e in certi casi anche meglio.
Ho messo il silenziatore al mio presenzialismo ostinato, puntellato qua e là di egocentrismo, e indurito la voce così che Sofia cerchi culle che non siano le mie braccia.
Sto risolvendo così il problema di una specie di sindrome di Stoccolma che fa della persona che la ferisce la stessa che la conforta.

Mi preparo al prossimo settembre. A quando per davvero le nostre vite cominceranno a prendere strade diverse.

Che si sappia che fare la cosa giusta un po' mi costa.



Vinicio Capossela-Scivola vai via