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18.2.13

Rubare ai bambini

Supermercato. Arrivo alla cassa.
Il cassiere è spazientito. È probabile che la storia vada avanti già da un po': "... allora, Signora, si decida! Cosa lascia?".
Guardo sul banco, lei che guarda in giù e pesta il labbro, e non faccio fatica a capire il perché dello stallo.
In effetti a volte è difficile dover scegliere tra un sacco di patate e una merendina al cioccolato.
Il sacco di patate sfama una famiglia intera, ma quella merendina sfama tutto quell'altro genere di fame che adesso è negli occhi del suo bimbo, mentre aspetta silenzioso.
Aspettiamo tutti.
Noi dietro, lei, la mamma, avanti, in vista, assolutamente nuda. 
L'equità della fila, il rispetto del turno, non mi è mai sembrato tanto ingiusto nei confronti del pudore.
Chissà se quelli in fila con me abbiano pensato allo stesso mio modo "intervengo... o forse è meglio di no...", chissà se il prevalere del "o forse è meglio di no" li abbia fatti sentire meschini e impotenti come mi son sentita io, chissà se tutti abbiamo sperato allo stesso modo in un lieto fine, con il bimbo sporco di cioccolata e le patate abbandonate lì.
Oppure se abbiamo sperato tutti di vedere il bimbo sbraitare ossesso, capriccioso e molesto, pur di non vederlo così, silenzioso.
Chissà, se a vederli uscire chini e stanchi, quelli in fila con me abbiano sentito una specie di senso di colpa uguale al mio.


Dite patetico? Non ditelo.
Non ditelo se non conoscete la storia. Non ditelo se non avete mai provato il dolore di non avere più nessuna carta da giocare.

8.10.12

Una donna che non bacia i rospi

Il mio datore di lavoro è un pasticciere all'antica, di vecchio stampo, prepara torte e ogni sorta di pasticceria come si faceva quarant'anni fa, senza additivi o esaltatori, solo ingredienti base, zucchero, farina, uova e nient'altro.
Il mio datore di lavoro è un imprenditore all'antica, abbatte i prezzi, li tiene bassi nonostante i rincari spropositati da ogni parte e un suo motto, se lo avesse, sarebbe: vendi a meno, vendi di più.
Il mio datore di lavoro è un uomo all'antica, desidera che il personale sia educato, pulito e ordinato.

E che sia esclusivamente di genere femminile. 
Perché la gentilezza del servire è donna.
Che sia di genere femminile piacente, perché la gentilezza del servire si ha solo in dotazione al pacchetto bellezza e avvenenza.
Che sia di genere femminile piacente e servile, perché donna, essendo lui un uomo all'antica, significa questo.
Significa rispondere ai comandi in un nano secondo, lasciare il lavoro che si stava svolgendo, andargli a comprare il giornale e poi essere rimproverate per non aver completato il lavoro che si stava svolgendo.
Significa andargli a fare la spesa e nel frattempo servire i clienti e nel frattempo mantenere pulito e nel frattempo uscire di nuovo a comprargli altro. L'inadempienza dei lavori che secondo lui dovrebbero essere svolti in sincrono non gliela si può giustificare col fatto che la teoria degli universi multipli, delle stringhe, della non località, sono straordinarie teorie che amo ma che nello specifico della nostra esistenza non sono state ancora messe in esperimento.

20.5.12

Italia, mea culpa

L'Italia sta implodendo, o esplodendo, come più vi piace.
Il succo è che L'Italia sta morendo, sì.

Facciamo allora che additiamo questo mostro incorporeo che è la politica, il potere, le lobbies, i meccanismi e le dietrologie da complotti, e poi, visto che siamo gente pratica e moderna, e le incorporeità non ci piacciono ormai un granché, ché è finita già da un pezzo l'epoca del Romanticismo, gli diamo un nome, il primo che viene, anzi quello che è più in vista e va di moda, ché così non solo non facciamo magre figure ma non dobbiamo neanche sforzarci se non siamo dotati di grandi intuizioni creative. Ora Berlusconi, poi Monti, poi Bossi, poi Grillo, poi che ne so Pappa e Ciccia, e così fino alla fine delle liste in voga del momento con il beneplacito del copia e incolla da parte dei media.

1.2.12

Mi servirebbe rileggere Stuart Mill

Aveva quattro mesi Sofia quando in braccio alla nonna, dopo ripetuti richiami a forma di piagnisteo rivolti a me che stavo lavando i piatti, cominciò a tremare, smise di respirare e diventò nera. Mia madre lanciò un urlo, io i piatti in aria, la presi in braccio e Sofia riprese il colore rosa. Il pediatra la visitò e disse: "Stinnicchi (il siciliano blogger lo sottolinea in rosso :) ovvero: affezioni emotive". 
Ovvero: capricci.
Mia madre profetizzò allora che Sofia poco più grande sarebbe stata come quel genere di bimbi che strillano, sbattono i piedi e si buttano a terra per ottenere.
A. D. 2012: 
Sofia strilla, sbatte i piedi e al buttarsi a terra preferisce sostituire il più orribile tremare, togliersi il respiro dal pianto e diventare cianotica.
Allora la battaglia quotidiana contro i capricci, capite bene, diventa più spigolosa da affrontare. 
Le do il wrustel per merenda o lascio che la lingua le diventi blu?
Ieri, di fronte all'ennesima scena da scuoiamento di capretto per una camamellaahhaaaghhh fuori orario, velocissimamente ho pensato:
NO="Ti lacererò l'anima mentre mi guardi soffrire e rischiare la vita e sarai dannata per sempre"
SI="A quindici anni tornerò con un dragone tatuato sulle tette, il piercing sulla lingua e andrò a convivere con quel cinquantenne russo che mi ha messa incinta"
Ho scelto la dannazione.

24.10.11

Giochiamo a fare i grandi

È di nuovo polemica quella sollevata da alcune associazioni di genitori in seguito all'uscita del nuovo modello Barbie. Stavolta alla gogna è salita la barbie stile rocker, tutta glitter, leggings leopardati e tatuaggi, colpevole di essere troppo provocante, di fare da cattivo esempio per le bambine e di incoraggiare il loro naturale desiderio di apparire più grandi.
Che non ci fossero barbie modello "Promessi sposi" e "Domenica in piazza San Pietro" lo sapevamo già.
Ma, devo dire, come ogni volta che mi trovo davanti a questo genere di questioni, mi sembra che le reazioni siano esagerate. Specie per un oggetto, tra i tanti, cui alla fin fine spetta a noi dare un peso. Quello giusto, si spera.

Stile rocker ribelle, tatuaggi e teschio-cuore compresi. A parte che più che uno style pericolosamente fascinoso e da voler imitare, quello di questa barbie sembra uno dei tanti fantasmagorici out-fit partoriti dalla mente di Simona Ventura. Con un tocco di Platinette. E se avesse un bottone per parlare direbbe n'ascella sì, n'ascella no.

14.5.11

La palla

Siamo nel pieno dei terrible two, campo di battaglia furibondo.


Tra una rara espressione d'affetto e l'altra di vago bisogno di sicurezza, per il resto, nell'arco di un'intera giornata, è un interminabile, continuo, ultrasonico urlo.
Sofia urla. Cioè, Sofia canta, parlocchia, balla, bofonchia, mima, imita, ma, se dovessi riassumere con un'unica voce la sua personale maniera di comunicare, direi che Sofia urla.
Ha di recente scoperto la forza del portare all'estenuazione per ottenere eventuali oggetti del desiderio.
Ora so che la tortura cinese non è mica il frutto di un atteggiamento degenerato in seguito a sovrastrutture sociali esacerbate in seno allo sviluppo delle civiltà.
La tortura cinese è una naturale acquisizione metodologica dell'angioletto di casa. Forse addirittura una sua naturale disposizione.


Giorni interi a tiranneggiare urlando sui miei già precari equilibri psichici. Giorni interi a spuntarla urlando per intercessione dei miei tentativi di difendere i suddetti già precari equilibri psichici.
Fino a che ieri sera, sul bordo del letto: "payya!".
Palla.
"No, amore, a letto no la palla: è sporca".
Paaayyyaaa!!!
"No, amore, te l'ho già detto: è sporca e non può venire a letto con te"
Paaaaaaayyyyyyyyyyaaaaaa!!!!!!!


Ecco. E' qui che in un istante da oggetto portatore ufficiale di spensieratezza, la palla si è trasformata in questione di principio. Per Sofia. Per me.
In un lampo, pensando ad un cedevole sì, ho immaginato Sofia a quattro anni picchiare il compagnetto al parco per un posto sull'altalena, a dieci diventare la bulla dell'istituto elementare, a tredici essere bocciata agli esami di terza media, a quindici scappare a Berlino con un cinquantenne musicista russo con la cresta, a venti tornare a casa a chiedere cento euro, "investimento per un progetto epocale, rivoluzionario, audace, con sicuri e ampi margini di sviluppo sulla scena internazionale del mercato" (bigiotteria di bassa lega in una bancarella a Berlino).
Perciò: no! la palla no!

Ho visto l'arcobaleno sul viso di Sofia lasciare poi il posto ad un rosso violaceo.
Urla strazianti, singhiozzi imploranti, muscoli tesi allo spasimo.
Mezz'ora.
Finché le ho preso il braccio e le ho urlato di smettere di urlare. Il paradosso della rabbia.
E poi, impotente e frustrata, le ho chiesto di scegliere: o calmarsi con Winnie the Pooh o la palla a letto e la mamma furibonda che le toglie la parola.
Siamo stremate. Lei succhia forte il ciuccio. Io vado fuori a fumarmi una sigaretta.


720 circa.
Le notti che abbiamo passato assieme.
Le notti in cui sono stata il solo e vero oggetto transizionale di Sofia.
720. Tutte da quando è nata. Meno che questa.
Quando torno da lei, dorme. Dorme e singhiozza.



Siamo nel pieno dei terrible two, campo di battaglia furibondo e impietoso.
Dove però non si fanno mai vincitori.

Qui ci sono solo una bimba che dorme con ancora le ciglia appiccicate e bagnate e una mamma con un misto ingestibile di rabbia e senso di colpa.
In mezzo a loro una palla.
La loro prima questione di principio.

25.4.11

Considerazioni pasquali, poco pasquali

Hai scelto di stare a casa per curare a tempo pieno la tua primogenita, nonché amore tuo grande, stella del firmamento, luce degli occhi tuoi?

Hai pensato che fosse più importante garantirle presenza costante, costante punto di riferimento e assidua rispondenza alle sue esigenze?

Hai ritenuto più urgente consacrare ogni tuo istante al suo piacere, alla sua crescita emotiva, intellettuale, sociale, musicale, manuale, artistica, morale, educativa, funzionale, ludica, istintuale?

Hai creduto più giusto metter da parte ogni tua ambizione personale in nome di una certa idea, venuta da chissà dove, di maternità perfetta, definita all'occorrenza dai mistici come trascendentale e dalla gente sana come repressiva e punitiva?

Hai portato con te il dubbio, facendolo dominare su ogni altra possibilità, di non saper coniugare tempo lavorativo con cucina sana, passeggiate all'aria aperta e presenzialismo di cure materne?




E allora, anche se oggi è Pasquetta, il 99% della popolazione mondiale è in ferie da qualche parte tra i posti più gradevoli degli spazi aperti a rimpinzarsi festosamente di amichevoli conversazioni, succulente carni alla brace e dolci per l'occasione, e tu, invece, approfittando della presenza del Riccio, a mezzogiorno sei ancora infognata in pigiama a fare le pulizie generali, e probabilmente Sofia ti odia perché non sei lì con lei, tua madre ti odia perché assente nei preparativi del pranzo e forse ti odia pure il Riccio perché quanto di meno ortodosso possa essere un Lunedì di Pasqua,
ti prego, fatti un favore: non ti lamentare. 

9.11.10

Le mie scarpette rosse

Accomodatevi, prego. 
Prendetevi del tempo, se potete. Perché è di tempo che qui si parla, ché me lo sono preso tutto per raccogliere i pensieri, come quando si tiene qualcosa in bocca non per divorare ma per assaporare il gusto, tenerlo finché non si scioglie nell'acidità degli umori corrosivi. Eliminate, se potete, gli umori corrosivi del tempo veloce-velocissimo e
gustate questa bevanda, che ho preparato con la stessa lunga metodica cinese gestualità.

Così tanto tempo lontana dalle scene in kbyte perché a un qualche balordo fancazzista è saltato in mente, se di mente si può parlare, di sabotare la centralina che dispensa connessioni all'intero quartiere dove vivo. Un Big Bang rionale delle telecomunicazioni.
E per quanto mi riguarda, una grande occasione.
Vi parlo di questa mia esperienza di durata bisettimanale nel buio medievale fuori dall'era internettiana perché ho avuto tanto tempo - tempo che, in caso contrario, in mancanza di questa esperienza dico, non avrei mai avuto o preso - per razionalizzarla e sviscerarla. Prima viverla ciecamente, come si fa con tutti i fatti contingenti che si vivono come inghiottiti dentro l'occhio di un ciclone, poi guardarla da lontano con l'occhio razionale ripulito dai venti vorticosi e detriti incontrollabili, infine poterla raccontare.


(Se di tempo ne avete poco, passate a "Scarpette Rosse" che più s'addice al mordiefuggi tipico di un blog categoria "personale" 
Se proprio non ne avete, saltate direttamente a "Conclusioni") 


Labirintinternet 
Quando la sera del 27 Ott. la connessione è saltata si è subito percepita la mole della questione.
Connessione in tilt. In tilt la mia testa.
Ho accelerato immediatamente l'attività, già di per sé spasmodica in tempi non sospetti, del nostro caro nevrotico dito indice.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (numero indefinito di click). Niente.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (n. i. di c). Niente.
Click e niente per un'ora.
Descrivo questa mia apparente insulsa reazione perché è stata questa a mettermi subito in stato di allerta. Dal dito indice molesto in poi ho infatti cominciato a mettere sotto lo screening dell'auto-osservazione ogni mia mossa di fronte a questa situazione.
All'indomani del Big Bang, dopo una lunga-fredda-nera-notte fatta di contorsioni di occhi e di testa a metà tra rabbia psicotica e possessione demoniaca, di pruriti inestinguibili e sogni allucinati, dalle tane puritane siamo usciti tutti noi ratti superstiti abitanti del complesso danneggiato. Al posto di frasi e sorrisi di rito cortese, un disagio che non abbiamo potuto mascherare con nessuna delle frasi di repertorio tipo "Come sta?" "Bene. E lei?" "Bene".
Labirintite acuta manifesta tra un lampione e un vaso di piante grasse, occhi vacui e arrossati, sguardo scoordinato lanciato nell'etere privo di punti di riferimento e un generale unico rantolo: "Sto impazzendo" "E adesso che faccio?". E giù tutti con sorrisi sgangherati di comprensione, empatia o compassione buddista.
Diagnosi: crisi d'astinenza per dipendenza da internet.
Allora ho dovuto per forza cominciare ad analizzarla, questa dipendenza.
Prima di tutto perché una così facile ostentazione di questa nostra debolezza?
In genere sono i mattoncini dell'ego incollati con la saliva che tentiamo di mostrare, le nostre code di pavone, i colori più iridescenti - come se il nostro comunicarci fosse sempre e solo una pantomima del corteggiamento, una danza per l'accoppiamento tra predatori e prede.
In questo caso però ostentare dipendenza da internet ci ha reso, o mantenuto, in qualche modo forti. Perché ammettere, con tanto di sorriso scaltro dovuto al  benessere che ti offre il senso d'appartenenza ad un gruppo affollatissimo, legittimato dal diritto proveniente unicamente dalla consuetudine, di passare davanti ad uno schermo tutta la serata, o anche molto di più, per non incontrare il/la tua compagna, i tuoi figli, la tua gente, i tuoi doveri, le cose rimaste in sospeso, la lampadina da cambiare, il libro sul comodino? Perché non abbiamo alcun riserbo ad esprimere la nostra totale mancanza di incanto per la vita presente in carne ed ossa?
Perché internet è una carrozza dorata, una montatura di paillettes e lustrini che facilmente incanta.
E' la Babele per eccellenza. Una Babele multimediale.
Anche la vita naturale sarebbe straordinariamente multimediale (con in più una indefinibile magia fatta di odori, di luci, di ombre, di suoni, che spesso comodamente definiamo con la parola "chimica"). Ma che ci vogliamo fare: c'è di mezzo sto corpo, così pesante, così stanco, così scomodo. E la vita naturale si vive attraverso il corpo.
Internet, con quel suo po' po' di contenuto da vivere con occhi, dito indice e culo seduto è molto più comodo. Hai tutto con il minimo sforzo.
Dunque è Babele multimediale, assoluta e soprattutto efficiente. Per questo ci diciamo facilmente suoi adepti. Chi potrebbe biasimare una dipendenza dall'efficienza?


Sinapsi e connessioni
Internet è un treno, è sinonimo di velocità, ma si espande lento come una macchia d'olio nelle nostre ore: fagocita il nostro tempo.
Per cui è strano il tempo nell'era delle connessioni in secondi: l'attività internettiana, secondo l'apparato che la supporta, dovrebbe svolgersi in tempi brevissimi, eppure si dilata in modo abnorme e assorbe il tempo naturale, come avviene nel cervello. 
L'attività cerebrale consta di migliaia di connessioni al secondo. Dici 'secondo' e già sono avvenuti migliaia di processi: è una quantità enorme in un tempo ridottissimo che non possiamo razionalizzare, misure che si muovono dentro di noi nella nostra più totale ignoranza.
Un'ignoranza buona questa, molto saggia, perché pur partecipando della complessità del reale noi non possiamo contenerla consapevolmente tutta.
Non riusciremmo a partecipare di tutti i costrutti della mente senza uscirne schiacciati.
Nel mondo conscio, quello in cui ci strutturiamo consapevolmente, le cose vanno molto più semplicemente. Viviamo sui binari della vita naturale, che seppur complessa segue una ripetitività che la fa sostenibile.
Le stagioni, i cicli, i giorni, il tempo, creazione/distruzione, nascita/conservazione/morte, ci offrono la possibilità di partecipare della complessità della vita.
Quella del cervello è una complessità non gestibile da noi.
Per cui nella realtà che percepiamo quelle misure spazio/tempo si ammutoliscono per lasciar spazio al buon caro vecchio tempo naturale: c'è un tempo per girare il cucchiaino nella tazzina e far sciogliere lo zucchero nel caffè, un'altro per stendere al sole la biancheria, un altro ancora per togliere le rimanenze di una tavola imbandita a fine pasto. Tempi lontanissimi dalla velocità della luce dei processi cerebrali perché il corpo è quello che è, vive il tempo naturale. 
I due tempi, cerebrale e naturale, non vanno mai in conflitto, sono anzi in qualche punto, ancora misterioso alla nostra conoscenza, interconnessi, cioè: l'abnorme lavoro compiuto dal cervello viene come filtrato da un imbuto, rimpicciolito progressivamente fino ad uscire da un forellino molto più piccolo della sua grandezza di partenza. Questo forellino è la vita che noi esperiamo attraverso il tempo naturale, semplice, uniforme, a misura d'uomo.
Nonostante non si sappia cosa sia esattamente questo imbuto, credo però che si possa dire che uno dei tanti anelli che tiene uniti i due tempi senza che vadano in conflitto sia l'ignoranza, la nostra assoluta inconsapevolezza nel nostro caro lento tempo naturale della velocità allucinata del tempo cerebrale.
Stop. 
Ora questo discorso potrebbe continuare con un facile parallelismo tra connessioni cerebrali e connessioni internettiane.
Potrei facilmente dire che la cosa che ci tiene incollati a questo mostro informe dal nome vagamente ed evocativamente cancerogeno come l'eternit è il fatto che sperimentiamo la velocità delle connessioni senza il filtro dell'ignoranza e che questo ci fa sentire al di sopra dei nostri limiti congeniti e naturali, dandoci l'ingannevole ma confortante illusione di poter guadagnare in un sol colpo di click quello che non possiamo abbracciare se non con infarinature superficiali.
E potrei dire molto altro. Sbagliando.
La verità è che parlare di dipendenza da internet significa generalizzare ciò che è molto più particolare e sfaccettato: è un modo parziale di parlare di dipendenze del genere umano.
Inutile demonizzare un qualcosa che è semplicemente strumento al pari di un televisore, di un cellulare, di una chitarra, di una lettura, forse il più sofisticato tra gli strumenti perché è un pentolone di tutte queste cose messe assieme, ma non di più. 


Scarpette rosse
E che cos'è la dipendenza se non un modo smodato, psicotico, nevrotico, malato, di sopperire ad una necessità?
Il fancazzista di cui sopra mi ha dato la possibilità di rendermi conto della mia necessità/dipendenza. Che non si trova affatto legata ad internet: è molto più in fondo.
E' in questa passione che è il mio blog. Ma non è neanche legata a questo blog: è più in fondo.
E' nella mia adesione allo scrivere. Ma alla fine non è neanche tanto legata allo scrivere: è più in fondo.
E' qui, guarda, in basso: è nella mia pancia.
Dove indosso le mie scarpette rosse. Sì!, scarpette rosse.
Alzi la mano chi non ha mai fantasticato sul fregiarsi di scarpette rosse, chi non le ha mai indossate o chi, per totale mancanza di intraprendenza contro i costumi sobri-perbene, non le ha mai fatte indossare ai propri figli.
Il fatto è che le scarpe in generale sono l'involucro di ciò che ci fa aderire di più alla concretezza della vita, la quale si nutre di sangue, di viscere, di sacrificio, di passione: di forza rossa. Le scarpe rosse perciò sono un archetipo: rappresentano l'anelito a che la nostra vita sia salda, vitale e creativa.
Ognuno di noi, dentro ai nostri moti psicologici, possiede e cerca di calzare in ogni modo delle scarpette rosse. Ed è un bene che sia così, è necessario per sentirsi vivi. Ma quando questa necessarietà diventa l'unica, quando le scarpette non ti fanno danzare più la tua danza, il tuo personalissimo swing, perché per la troppa importanza che hai loro concesso cominciano a condurti freneticamente come indemoniate su percorsi che non ti nutrono ma ti sfibrano, questo direi che comincia a farsi problema.
La frenesia, la danza sfrenata, arriva quando la fame delle cose che ci nutrono è stata così protratta nel tempo da voler ad un certo punto fare incetta di ciò che ci sembra poterci saziare l'anima, quando ci si presenta davanti.
Un giorno, affamata com'ero, ho indossato le mie scarpette e ho aperto questo blog. 
Avevo bisogno di un luogo e di un tempo tutti miei che fossero di concentrazione, di ricerca e di confronto attraverso lo strumento che più mi accorda e mi si accorda. Il blog si è rivelato da subito un grande stimolo per la mia creatività. 
Mi ha salvato dal mio essere mamma a tempo pieno di uno scricciolo fagocitante oltre ogni limite la mia persona. Quando le mie scarpette danzavano io mi sentivo libera.
Però ad un certo punto, forse per questo loro rappresentare la mia salvezza e redenzione, hanno cominciato a prendere il sopravvento e rubare il tempo a tutto il resto, anche se solo con la testa. Facevo e mi muovevo comunque, ma se la testa è altrove ogni azione si spoglia di efficacia.
Così tutto a rotoli, tutto, che riassumo con "organizzazione del tempo". Disastro a casa, caos ovunque, disordine, ritmi frenetici inutilmente. 
Energie perse e tutto storto. 
Il tutto condito con tanto nervosismo da parte mia, e dunque del Riccio e di Sofia. 

E venne il fancazzista a togliermi quello che non avevo la forza di togliere. 

Cosa è successo in queste due settimane? 
Ho vissuto la calma e la pace del tempo naturale senza cercare luoghi altrove
La casa è pulita e ordinata in modo commovente. Ho iniziato la materia. Ho imbastito lo zaino per i giochi di Sofia e Sofia è in pace perché sente che non ho bisogno di andare. Faccio le bolle e gonfio palloncini non per acquietarla ma per stare con lei. E mentre sta seduta sulla sua sediolina a vedere per l'ennesima-ennesima-ennesima volta Toy Story e io lavo i piatti e sembra che si stia vivendo dentro una schiuma, penso che dopo tutto il casino vissuto questa scena da Mulino Bianco sia tutt'altro che da prendere per il culo. 


Conclusioni 
  1. Se aderire a se stessi e cercare di essere liberi diventa un unico moto che impedisce altro, allora è solo un inganno che ci ammala.
  2. Ieri è tornata la connessione Alleluia-Alleluia e sono felice di essere qui e di ritrovarvi
  3. Un saluto speciale al fancazzista


p.s.: c'ho ragione o no?: tanto tempo senza scrivere e mo' vedi che fame!

21.9.10

Un passo indietro

Settembre.
In questa mia casa, settembre non rappresenta ancora una postazione d'inizio, non segna alcuna epifania di attività perché a stare dietro a Sofia si vive un'interminabile tempo di pausa, una vacanza protratta ad infinitum. I gesti di ogni giorno messi in loop, ogni giorno, ripetuti identicamente così tante volte da non essere più percepiti dall'attenzione, inghiottiti dal magma  di un enorme rito perpetuo, talmente spalmato però nel vivere quotidiano da non essere più evento straordinario quanto gestualità ordinaria del quotidiano.
Rito perpetuo del quotidiano. 
E mi chiedo che differenza ci sarebbe tra me adulta e Sofia, se continuassi a naufragare nel suo tempo molle, senza stacchi tra la memoria storica e l'immaginazione delle cose non ancora accadute?
Se non mettessi a raccolta sistematica le azioni finora vissute e di queste non ne facessi proiezioni e conseguenze future, cosa mi farebbe diversa da una bambina che balla dentro il cerchio colorato del suo tempo presente?
Una madre, un genitore, deve far da lente di ingrandimento sullo sguardo circoscritto dei propri figli, che, magari per giusto impulso a percorrere l'avanti indisturbato, si arrampicano sulle scale senza voltarsi mai indietro, dietro le loro spalle, dove s'acquatta la possibilità della caduta ripida.

Ci sono cose oggi che senza una forza opposta che le contrasti faranno della forza di gravità il loro facile scivolo, e scivoleranno.

E allora un passo indietro. Faccio un passo indietro.
E forse per la prima volta nella mia vita cedo il passo ad altro e ad altri, per Sofia, senza che stare all'ombra scalfisca il mio purtroppo ben ramificato amor proprio.
Mi metto in un angolo, come un lare che veglia attendendo gli sviluppi, perché Sofia sappia che oltre questo mondo di donna ne esistono migliaia di mondi, che possono sostenerla e divertirla e stupirla e attrarla e confortarla allo stesso identico modo, e in certi casi anche meglio.
Ho messo il silenziatore al mio presenzialismo ostinato, puntellato qua e là di egocentrismo, e indurito la voce così che Sofia cerchi culle che non siano le mie braccia.
Sto risolvendo così il problema di una specie di sindrome di Stoccolma che fa della persona che la ferisce la stessa che la conforta.

Mi preparo al prossimo settembre. A quando per davvero le nostre vite cominceranno a prendere strade diverse.

Che si sappia che fare la cosa giusta un po' mi costa.



Vinicio Capossela-Scivola vai via

13.9.10

Il volo a bassa quota

Stamattina, ooooh che senso di onnipotenza quando con la mano alzata ad alt, voce dura con sorriso vagamente provocatorio e sguardo fermo tutto tuffato dentro quello di Sofia, le ho intimato di smetterla con i lamenti e le pretese e disposto che solo dopo aver finito la colazione avremmo fatto quello che lei stava chiedendo di dover fare immediatamente.
Sofia, appoggiata alle mie ginocchia, sguardo mortificato tutto tuffato dentro il mio, si è lasciata mollemente andare a terra, senza mai lasciare l'appiglio dello sguardo, come fa uno scalatore in discesa con la fune, anche lei con un certo sorriso, il suo però vagamente di sconfitta.
In un attimo di cervellotica, folle euforia, mi è sembrato che avessimo interpretato benissimo la scena della legge della giungla, quella che recita "in natura vince il più forte".

C'è però una differenza che ci allontana, per fortuna (ma in certi casi bisogna dire anche per sfortuna), dallo stato di natura.
Quella che generalmente il senso di onnipotenza arriva accompagnato dallo storico trio volgare/basso/meschino della coscienza parlante.
A me imbarazza sempre sperimentare certe alture dell'ego. Mi mortifica.
Davvero non ci è dato di provare l'onnipotenza senza sentire subito l'impulso di correre a nascondersi dietro un cespuglio.
E solo alcuni si accaparrano ancora indebitamente, e direi sadicamente (per lo più contro i loro propri confronti), il diritto di provare un tal senso senza conseguenze di coscienza.
Ma quasi sempre poi gli va male.



























Illustrazione di Benedetta Marasco, abilissima disegnatrice di immagini dell'inconscio.
Da lei anche raccontate.


p.s.: si sente che è una delle mie prime strigliatelle a Sofia, eh?

(Aspettando che Sofia cammini)