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28.10.13

Un giorno all'anno, il mondo a posto

Mi alzo nell'ora che porta uno dei nomi più evocativi in fatto di possibilità, quel nome che al solo pensarlo ti sembra che la solita giornata, fatta di soliti gesti, gesti con i soliti effetti, soliti effetti che fanno di una giornata la solita giornata, ecco, solo pensarlo quel nome, ti sembra che oggi possa essere un oggi diverso. L'aurora. Il bello della potenza evocativa di certi nomi.
Ho il tempo per fare un po' di filosofia del linguaggio spicciola.
Preparo il caffè e stavolta aspettare che esca non è una danza macumba perché la moka lo faccia il più presto possibile. Stavolta aspettare significa aspettare davvero, senza premere tasti fast foward mentali.
Con la tazzina caldissima in mano, sono talmente tanto in anticipo che posso dedicarmi al mio lavoro grafico come se davanti avessi una giornata intera, prima che si svegli Sofia.
Sono talmente tanto in anticipo che stamattina invece di farle indossare quei tessuti polimerici lava e metti di impareggiabile sinteticità che nemmeno sotto bombardamento atomico conoscerebbero una grinza, decido di prepararle una di quelle magliette strato su strato che se pensi di indossarla devi cominciare due giorni prima a stirarla.

18.9.12

Menù a base di verde. Spegnete i condizionatori, ché se no i piatti si freddano.


Conoscete la storia del condizionatore acceso?
E no! che non la conoscete. Perché me la son inventata io in quella drammatica ultima ora di fine lunghissima storia d'amore col preciso intento di fare quell'unica cosa pietosa che è documento scritto e riscritto nel codice della dignità che per nessunissimo motivo s'ha da fare, nessunissimo, ma che alla fine noi tutti appartenenti alla grande stirpe eroica e prestigiosa dei cuori infranti ci ostiniamo a fare, ovvero salvare l'insalvabile. 
I battenti si stavano per chiudere, l'ora stava per scoccare, io non sapevo più dove andare a parare, e lì, con la testa impazzita, ad un tratto balenandomi l'immagine della sua stanza dove eravamo stati fino a due ore prima, ghiaccio polare che per staccare le mutande dal letto dovevi usare altro liquido di scongelamento, mi son inventata 'sta storia.
E niente, è la storia di questo condizionatore che fa un rumore infernale, sarà che è troppo usato, sarà che bisogna cambiare il liquido di raffreddamento, sarà che per forza devi arrivare alla temperatura che le mutande ti diventano di gesso e al momento del bisogno te le levi con un colpo di martello, comunque fa questo rumore assordante. Tu magari vorresti abbandonarti ad una pennica di fine pranzo siculo, dove la lasagna è servita come antipasto e lo zabaione come vivanda rinfrescante di passaggio tra un pasto e l'altro a mo' di sorbetto al limone.
Ma, nonostante la digestione sia appena iniziata e finirà solo tra due giorni, proprio non te la puoi fare 'sta santa pennica. Il rumore è fastidioso più di quello delle troniste della De Filippi.
E poi succede qualcosa.
All'improvviso.
Non l'hai voluto tu. Non hai fatto training autogeno per eliminare il mondo circostante.
E non è nemmeno un improvviso deficit uditivo.
E' che proprio non lo senti più. Il rumore del condizionatore non lo senti più.
I decibel dell'apparato son gli stessi ma è come se all'improvviso tutto si fosse ovattato.

Ti sei abituato.

20.3.11

News

Non guardo mai i tg.
Mentre faccio altro, mi basta dare un'occhiata distratta, priva di qualsiasi coinvolgimento, a quel martellante Rai news 24, canale preferito del Riccio, fedele fruitore e sommo discepolo di quel 24.
Non li guardo per una mia innata avversione ai sofismi. Discorsi apparentemente sorretti da consecutio logica ma tanto lontani dalla verità, la cui unica logica è quella che cerco di perseguire.
Quelle rappresentazioni teatrali a cui assistiamo ogni giorno, e che vanno sotto la categoria della gestione della cosa pubblica, non le tollero tanto quanto non tollero le soap opera o il vacuo sperimentato attraverso i contenuti cinematografici dei Vanzina.
E quella corsa affannosa all'ultimo versamento di sangue?
Di cosa mi informa la cronaca? Di avere terrore del vicino? Di guardare con sospetto tua sorella quando all'ennesima litigata per una maglietta arrivate alle mani? Che me ne faccio di sapere in quale girone dell'inferno operano certi uomini?

Ma stamattina il mio primo pensiero è stato quello di accendere la tv e sapere che cosa, mentre Sofia cadeva dal letto, e decideva di rovinare l'unica sera di intimità mia e del Riccio attesa da una settimana, e piangeva per il ciuccio, e il Riccio lo cercava sotto al letto, nudo e infreddolito come tutti gli uomini che dormono in maglietta e boxer, e una volta ristabilita la calma di nuovo piedini molesti dappertutto, incubi da giocattolo preferito rubato da fantomatici ladri di balocchi, e 'acqua' e 'mamma mamma dove sei?' continui, mentre insomma si viveva una delle nostre notti di normalità, stamattina sono andata di corsa a vedere se c'è stato qualcosa stanotte che abbia potuto turbare il tranquillo abbandonarsi di una famiglia alla notte.



Ho trent'anni.
Sono siciliana.
Ho l'agilità del corpo tipica di questi nostri prolungati ammolli contemporanei nelle acque malsane dell'occidente: debilitanti per una qualsiasi idea di fuga lucida e ben architettata finalizzata alla sopravvivenza.

E soprattutto ho una bimba di 22 mesi, che ha imparato solo da qualche mese a camminare, e ancora barcolla se solo davanti le si presenta un filo di ostacolo; da qualche settimana appena beve il latte dalla tazza e indossa i pannolini.
Ancora troppo piccola per avere strategie di sopravvivenza, ma già abbastanza grande da avere paura degli orrori.

Sono preoccupata.
Per questa guerra.
Politicamente e geograficamente troppo vicina al diritto di Sofia di vivere i suoi giorni spensierata.

4.1.11

La verità rivelata

Sofia dammi un bacino, me lo dai un bacino, perché non mi dai un bacino, dai ti prego dammi un bacino. Sofia vieni in braccio, su dai, vieni in braccio, allora vai in braccio al nonno, allora vai in braccio allo zio, allora vai in braccio all'altro zio, allora vai in braccio al cognato, allora vai in braccio all'amico. Ma perché scappa. Sofia fai vedere come balli. Sofia fai vedere come canti. Sofia fai vedere come dici uno. Sofia fai vedere come corri. Sofia fai vedere come fai la pecorella. Sofia fai vedere come fai la mucca, come fai il leone, come fai la tigre, come fai la papera, come fai il gatto, come fai il cane. Ma perché dice sempre di no. Sofia alzati così ti riprendo tutta. Sofia girati che ti scatto una foto. Sofia mangia così ti scatto una foto. Sofia dì ciao che ti scatto una foto. Sofia vieni in braccio che ci facciamo una foto. Togliti che le faccio una foto. Aspetta che le faccio una foto. Torniamo che ho dimenticato la fotocamera. Vabbé niente faccio col telefonino. Ma perché è nervosa. Lo vuoi il pandoro. Lo vuoi l'ovetto. Le vuoi le patatine. La vuoi la caramella. Lo vuoi il cioccolatino. La vuoi la lasagna. La vuoi la salsiccia. Le vuoi le frittelle di broccolo. Ma perché non mangia. Sofia vieni a salutare l'amica della nonna. Sofia vieni a salutare l'altra amica della nonna. Sofia vieni a salutare il fratello del nonno. Sofia vieni a salutare l'amico di papà. Sofia vieni a salutare gli altri amici di papà. Sofia vieni a salutare la vicina di casa. Sofia vieni a salutare la vicina di quartiere. Sofia vieni a salutare la vicina di paese. Che fa, la portiamo in piazza così la vedono. Che fa la portiamo dal fioraio così la vede. Che fa la portiamo dal cognato del cognato così la vede. Che fa la portiamo a Modica, che vuoi che sia una passeggiata di appena 200 km, così il compare della comare del mio cugino di quinto grado la vede. Allora metti le foto su Facebook così la vedono. Ma perché vuole stare sempre con la mamma.


Al paese natio del Riccio, il dictum primo su tutto sembra essere "mostrare". Sofia deve mostrarsi, dimostrare, essere mostrata. Come la verità rivelata.

La buona notizia è che ho generato la Messia e non lo sapevo.
Quella cattiva è che siamo dovuti scappare per scampare alla persecuzione.

9.11.10

Le mie scarpette rosse

Accomodatevi, prego. 
Prendetevi del tempo, se potete. Perché è di tempo che qui si parla, ché me lo sono preso tutto per raccogliere i pensieri, come quando si tiene qualcosa in bocca non per divorare ma per assaporare il gusto, tenerlo finché non si scioglie nell'acidità degli umori corrosivi. Eliminate, se potete, gli umori corrosivi del tempo veloce-velocissimo e
gustate questa bevanda, che ho preparato con la stessa lunga metodica cinese gestualità.

Così tanto tempo lontana dalle scene in kbyte perché a un qualche balordo fancazzista è saltato in mente, se di mente si può parlare, di sabotare la centralina che dispensa connessioni all'intero quartiere dove vivo. Un Big Bang rionale delle telecomunicazioni.
E per quanto mi riguarda, una grande occasione.
Vi parlo di questa mia esperienza di durata bisettimanale nel buio medievale fuori dall'era internettiana perché ho avuto tanto tempo - tempo che, in caso contrario, in mancanza di questa esperienza dico, non avrei mai avuto o preso - per razionalizzarla e sviscerarla. Prima viverla ciecamente, come si fa con tutti i fatti contingenti che si vivono come inghiottiti dentro l'occhio di un ciclone, poi guardarla da lontano con l'occhio razionale ripulito dai venti vorticosi e detriti incontrollabili, infine poterla raccontare.


(Se di tempo ne avete poco, passate a "Scarpette Rosse" che più s'addice al mordiefuggi tipico di un blog categoria "personale" 
Se proprio non ne avete, saltate direttamente a "Conclusioni") 


Labirintinternet 
Quando la sera del 27 Ott. la connessione è saltata si è subito percepita la mole della questione.
Connessione in tilt. In tilt la mia testa.
Ho accelerato immediatamente l'attività, già di per sé spasmodica in tempi non sospetti, del nostro caro nevrotico dito indice.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (numero indefinito di click). Niente.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (n. i. di c). Niente.
Click e niente per un'ora.
Descrivo questa mia apparente insulsa reazione perché è stata questa a mettermi subito in stato di allerta. Dal dito indice molesto in poi ho infatti cominciato a mettere sotto lo screening dell'auto-osservazione ogni mia mossa di fronte a questa situazione.
All'indomani del Big Bang, dopo una lunga-fredda-nera-notte fatta di contorsioni di occhi e di testa a metà tra rabbia psicotica e possessione demoniaca, di pruriti inestinguibili e sogni allucinati, dalle tane puritane siamo usciti tutti noi ratti superstiti abitanti del complesso danneggiato. Al posto di frasi e sorrisi di rito cortese, un disagio che non abbiamo potuto mascherare con nessuna delle frasi di repertorio tipo "Come sta?" "Bene. E lei?" "Bene".
Labirintite acuta manifesta tra un lampione e un vaso di piante grasse, occhi vacui e arrossati, sguardo scoordinato lanciato nell'etere privo di punti di riferimento e un generale unico rantolo: "Sto impazzendo" "E adesso che faccio?". E giù tutti con sorrisi sgangherati di comprensione, empatia o compassione buddista.
Diagnosi: crisi d'astinenza per dipendenza da internet.
Allora ho dovuto per forza cominciare ad analizzarla, questa dipendenza.
Prima di tutto perché una così facile ostentazione di questa nostra debolezza?
In genere sono i mattoncini dell'ego incollati con la saliva che tentiamo di mostrare, le nostre code di pavone, i colori più iridescenti - come se il nostro comunicarci fosse sempre e solo una pantomima del corteggiamento, una danza per l'accoppiamento tra predatori e prede.
In questo caso però ostentare dipendenza da internet ci ha reso, o mantenuto, in qualche modo forti. Perché ammettere, con tanto di sorriso scaltro dovuto al  benessere che ti offre il senso d'appartenenza ad un gruppo affollatissimo, legittimato dal diritto proveniente unicamente dalla consuetudine, di passare davanti ad uno schermo tutta la serata, o anche molto di più, per non incontrare il/la tua compagna, i tuoi figli, la tua gente, i tuoi doveri, le cose rimaste in sospeso, la lampadina da cambiare, il libro sul comodino? Perché non abbiamo alcun riserbo ad esprimere la nostra totale mancanza di incanto per la vita presente in carne ed ossa?
Perché internet è una carrozza dorata, una montatura di paillettes e lustrini che facilmente incanta.
E' la Babele per eccellenza. Una Babele multimediale.
Anche la vita naturale sarebbe straordinariamente multimediale (con in più una indefinibile magia fatta di odori, di luci, di ombre, di suoni, che spesso comodamente definiamo con la parola "chimica"). Ma che ci vogliamo fare: c'è di mezzo sto corpo, così pesante, così stanco, così scomodo. E la vita naturale si vive attraverso il corpo.
Internet, con quel suo po' po' di contenuto da vivere con occhi, dito indice e culo seduto è molto più comodo. Hai tutto con il minimo sforzo.
Dunque è Babele multimediale, assoluta e soprattutto efficiente. Per questo ci diciamo facilmente suoi adepti. Chi potrebbe biasimare una dipendenza dall'efficienza?


Sinapsi e connessioni
Internet è un treno, è sinonimo di velocità, ma si espande lento come una macchia d'olio nelle nostre ore: fagocita il nostro tempo.
Per cui è strano il tempo nell'era delle connessioni in secondi: l'attività internettiana, secondo l'apparato che la supporta, dovrebbe svolgersi in tempi brevissimi, eppure si dilata in modo abnorme e assorbe il tempo naturale, come avviene nel cervello. 
L'attività cerebrale consta di migliaia di connessioni al secondo. Dici 'secondo' e già sono avvenuti migliaia di processi: è una quantità enorme in un tempo ridottissimo che non possiamo razionalizzare, misure che si muovono dentro di noi nella nostra più totale ignoranza.
Un'ignoranza buona questa, molto saggia, perché pur partecipando della complessità del reale noi non possiamo contenerla consapevolmente tutta.
Non riusciremmo a partecipare di tutti i costrutti della mente senza uscirne schiacciati.
Nel mondo conscio, quello in cui ci strutturiamo consapevolmente, le cose vanno molto più semplicemente. Viviamo sui binari della vita naturale, che seppur complessa segue una ripetitività che la fa sostenibile.
Le stagioni, i cicli, i giorni, il tempo, creazione/distruzione, nascita/conservazione/morte, ci offrono la possibilità di partecipare della complessità della vita.
Quella del cervello è una complessità non gestibile da noi.
Per cui nella realtà che percepiamo quelle misure spazio/tempo si ammutoliscono per lasciar spazio al buon caro vecchio tempo naturale: c'è un tempo per girare il cucchiaino nella tazzina e far sciogliere lo zucchero nel caffè, un'altro per stendere al sole la biancheria, un altro ancora per togliere le rimanenze di una tavola imbandita a fine pasto. Tempi lontanissimi dalla velocità della luce dei processi cerebrali perché il corpo è quello che è, vive il tempo naturale. 
I due tempi, cerebrale e naturale, non vanno mai in conflitto, sono anzi in qualche punto, ancora misterioso alla nostra conoscenza, interconnessi, cioè: l'abnorme lavoro compiuto dal cervello viene come filtrato da un imbuto, rimpicciolito progressivamente fino ad uscire da un forellino molto più piccolo della sua grandezza di partenza. Questo forellino è la vita che noi esperiamo attraverso il tempo naturale, semplice, uniforme, a misura d'uomo.
Nonostante non si sappia cosa sia esattamente questo imbuto, credo però che si possa dire che uno dei tanti anelli che tiene uniti i due tempi senza che vadano in conflitto sia l'ignoranza, la nostra assoluta inconsapevolezza nel nostro caro lento tempo naturale della velocità allucinata del tempo cerebrale.
Stop. 
Ora questo discorso potrebbe continuare con un facile parallelismo tra connessioni cerebrali e connessioni internettiane.
Potrei facilmente dire che la cosa che ci tiene incollati a questo mostro informe dal nome vagamente ed evocativamente cancerogeno come l'eternit è il fatto che sperimentiamo la velocità delle connessioni senza il filtro dell'ignoranza e che questo ci fa sentire al di sopra dei nostri limiti congeniti e naturali, dandoci l'ingannevole ma confortante illusione di poter guadagnare in un sol colpo di click quello che non possiamo abbracciare se non con infarinature superficiali.
E potrei dire molto altro. Sbagliando.
La verità è che parlare di dipendenza da internet significa generalizzare ciò che è molto più particolare e sfaccettato: è un modo parziale di parlare di dipendenze del genere umano.
Inutile demonizzare un qualcosa che è semplicemente strumento al pari di un televisore, di un cellulare, di una chitarra, di una lettura, forse il più sofisticato tra gli strumenti perché è un pentolone di tutte queste cose messe assieme, ma non di più. 


Scarpette rosse
E che cos'è la dipendenza se non un modo smodato, psicotico, nevrotico, malato, di sopperire ad una necessità?
Il fancazzista di cui sopra mi ha dato la possibilità di rendermi conto della mia necessità/dipendenza. Che non si trova affatto legata ad internet: è molto più in fondo.
E' in questa passione che è il mio blog. Ma non è neanche legata a questo blog: è più in fondo.
E' nella mia adesione allo scrivere. Ma alla fine non è neanche tanto legata allo scrivere: è più in fondo.
E' qui, guarda, in basso: è nella mia pancia.
Dove indosso le mie scarpette rosse. Sì!, scarpette rosse.
Alzi la mano chi non ha mai fantasticato sul fregiarsi di scarpette rosse, chi non le ha mai indossate o chi, per totale mancanza di intraprendenza contro i costumi sobri-perbene, non le ha mai fatte indossare ai propri figli.
Il fatto è che le scarpe in generale sono l'involucro di ciò che ci fa aderire di più alla concretezza della vita, la quale si nutre di sangue, di viscere, di sacrificio, di passione: di forza rossa. Le scarpe rosse perciò sono un archetipo: rappresentano l'anelito a che la nostra vita sia salda, vitale e creativa.
Ognuno di noi, dentro ai nostri moti psicologici, possiede e cerca di calzare in ogni modo delle scarpette rosse. Ed è un bene che sia così, è necessario per sentirsi vivi. Ma quando questa necessarietà diventa l'unica, quando le scarpette non ti fanno danzare più la tua danza, il tuo personalissimo swing, perché per la troppa importanza che hai loro concesso cominciano a condurti freneticamente come indemoniate su percorsi che non ti nutrono ma ti sfibrano, questo direi che comincia a farsi problema.
La frenesia, la danza sfrenata, arriva quando la fame delle cose che ci nutrono è stata così protratta nel tempo da voler ad un certo punto fare incetta di ciò che ci sembra poterci saziare l'anima, quando ci si presenta davanti.
Un giorno, affamata com'ero, ho indossato le mie scarpette e ho aperto questo blog. 
Avevo bisogno di un luogo e di un tempo tutti miei che fossero di concentrazione, di ricerca e di confronto attraverso lo strumento che più mi accorda e mi si accorda. Il blog si è rivelato da subito un grande stimolo per la mia creatività. 
Mi ha salvato dal mio essere mamma a tempo pieno di uno scricciolo fagocitante oltre ogni limite la mia persona. Quando le mie scarpette danzavano io mi sentivo libera.
Però ad un certo punto, forse per questo loro rappresentare la mia salvezza e redenzione, hanno cominciato a prendere il sopravvento e rubare il tempo a tutto il resto, anche se solo con la testa. Facevo e mi muovevo comunque, ma se la testa è altrove ogni azione si spoglia di efficacia.
Così tutto a rotoli, tutto, che riassumo con "organizzazione del tempo". Disastro a casa, caos ovunque, disordine, ritmi frenetici inutilmente. 
Energie perse e tutto storto. 
Il tutto condito con tanto nervosismo da parte mia, e dunque del Riccio e di Sofia. 

E venne il fancazzista a togliermi quello che non avevo la forza di togliere. 

Cosa è successo in queste due settimane? 
Ho vissuto la calma e la pace del tempo naturale senza cercare luoghi altrove. 
La casa è pulita e ordinata in modo commovente. Ho iniziato la materia. Ho imbastito lo zaino per i giochi di Sofia e Sofia è in pace perché sente che non ho bisogno di andare. Faccio le bolle e gonfio palloncini non per acquietarla ma per stare con lei. E mentre sta seduta sulla sua sediolina a vedere per l'ennesima-ennesima-ennesima volta Toy Story e io lavo i piatti e sembra che si stia vivendo dentro una schiuma, penso che dopo tutto il casino vissuto questa scena da Mulino Bianco sia tutt'altro che da prendere per il culo. 


Conclusioni 
  1. Se aderire a se stessi e cercare di essere liberi diventa un unico moto che impedisce altro, allora è solo un inganno che ci ammala.
  2. Ieri è tornata la connessione Alleluia-Alleluia e sono felice di essere qui e di ritrovarvi
  3. Un saluto speciale al fancazzista


p.s.: c'ho ragione o no?: tanto tempo senza scrivere e mo' vedi che fame!

15.9.10

Spot scriptum

Scendo le scale di casa, velocissima, le guardo le scale mentre le pesto di fuga ma sono già scomparse, come se stessi scappando da qualcosa, lì in casa.
Mi infilo in macchina, i gesti di sempre ma con l'ansia dell'evasione indisturbata, metto in moto, in moto anche la musica, apro il cancello, indosso la cintura, e vado.
Adesso, mentre guido, un vado lentissimo.
Dal cancello in poi là fuori tutto è in una bolla serale e silenziosa: è per non infrangerla che vado lentamente.
La strada che percorro è deserta, una di quelle strade che accolgono come se tu fossi l'unico navigatore su questa terra, offrendoti per qualche istante maternamente l'ebbrezza dell'unicità.
Scendo dall'auto. Lo sportello chiuso suona violento.
L'impatto rompe la bolla ma la strada non si spezza: rimane serale e silenziosa. Si  rompe solo l'ansia della fuga perché ormai sono lontana da casa, le gambe appoggiate salde alla strada, e respiro
mmmmhh - ùùùh h  h   h    h
Compro il pane, è caldo, ne prendo un po', come sempre.
E torno a casa, come sempre.
Lentamente.
E più mi avvicino più vado lentamente. Sempre per questioni di fuga, ma in un altro senso.

E' stato niente. Solo 3 minuti.
Non è vero, non è stato niente. Sono stati 3 minuti, e non di vita, che la vita io ce l'ho, ma di respiro sì.

Spot di una donna affamata di tempo.





Oppure...



Aspettando che Sofia cammini.
E se possibile anch'io 30 minuti di corsa. 

7.5.10

Strada ------------------------------

E pensare che, sempre nella stessa macchina, qualche sera fa ho meditato la fuga. Pioggia scrosciante, qualche avventore eroe della spesa come me, e una strada larga, lunghissima, senza curve.

Quella che ho percorso per 30 anni. Prima in braccio, poi a piedi, a piedi con le amiche, ancora a piedi con i fidanzati, in motorino con amiche e fidanzati.
Poi in macchina. 
Da sola. 
La libertà. La liberazione. L'esplorazione senza compromessi o toni smorzati. Sola, con le mie faccende a cui dover render conto.

La strada, in macchina sulla strada, mi ha parlato subito di luoghi del vivere su cui non avevo ancora posato nessuna mia vicenda, di esperienze nascoste negli intrecci di spazi urbani ed extraurbani, di percorsi dove non avevo osato alcuna audacia, di guida della mia persona verso. Verso. La strada mi ha insegnato il movimento delle scelte verso un'intenzione e mi ha offerto il senso di appagamento della conquista.
In macchina, sospesa sulla strada ho mangiato, bevuto, letto, studiato, lavorato, dormito, fumato, sviscerato con Vì. interminabili conversazioni fino ai mal di testa, consumato l'assurdità di certi amori e la straordinarietà di altri, ho pianto, d'amarezza e di gusto, ho sfidato tutto ciò che era possibile sfidare a 180 km/h, sbattuto sportelli, tirato calci, gridato, sussurrato e sperimentato il contenuto del silenzio nell'ascoltare quello che avevo da dirmi.
Mi sono data all'evasione da certi strozzamenti di collo, e poi sono tornata; mi sono smarrita nei vicoli d'ombra delle incongruenze della mia persona, e sulla strada ho rimontato i pezzi, curva per curva, salita per salita, discesa per discesa.
Ho avuto paura.
Ho trovato le forze.
Ho avuto fretta.
Ho preso tempo di fronte alle prime e ultime vesti del giorno.
Sono caduta. Centinaia di volte. E la strada mi ha tollerata, anche da caduta.                                                                                                madre passionaria

E' in macchina, sulla strada, che le forme della mia città una sera si sono liquefatte e non le ho mai più riviste come sempre ho fatto. La sera che ho scoperto di aspettare mia figlia. Di essere diventata madre.
                                                      
Ed è in macchina che in questi giorni, io guido, guardando dallo specchietto retrovisore trovo Lè. e Sofia, ed è tutto quello che ho.

E pensare che, sempre nella stessa macchina, qualche sera fa ho meditato la fuga. Pioggia scrosciante, qualche avventore eroe della spesa come me, e una strada larga, lunghissima, senza curve.
Che ancora mi tollera se cado.