Lui mi guarda, mi scruta in fondo, comodo e a suo agio dietro la scrivania, senza moti di impazienza né fretta. Mi ascolta in silenzio, partecipando ai miei monologhi con una mimica facciale reattiva e comunicativa: strabuzza gli occhi, sorride, annuisce. Semmai intercala frasi brevissime, composte, e sempre propedeutiche a che il discorso si alimenti di nuove prospettive o si concluda con delle consapevolezze.
"Vede, Dottore, sono qui perché da qualche giorno mia madre mi taccia per un insensibile e per una madre degenere che non si occupa della salute di sua figlia. E questo mi sta creando forte ansia."
Sgrana gli occhi azzurrissimi, sorride punto e ironico: "Lei? Insensibile?"
La semplice retorica della sua reazione mi provoca subito piacere, mi rassicura all'istante.
"Signora, sono convinto che sua madre non la conosca affatto. Penso che non sappia nemmeno quale sia il suo nome. L'ho capito da subito, due anni fa".
E' una rivelazione, per me.
In un istante non ho più ansia, né sensi di colpa per eventuali mie diaboliche e congenite pecche.
C'è una donna nel mondo, che poi sarebbe mia mamma, che cerca lo scontro continuo, spesso anche solo comico e goliardico, semplicemente perché l'idea che ha di me fa malamente da filtro su quello che in verità sono. O perché mi chiama con un nome che non mi appartiene.
Da vedere. Da dosare. Da elaborare.
Ma me ne vado con un nodo in meno.
Ogni tre settimane non vedo l'ora di andare a trovarlo.
Nella sua etichetta non appare nessun prefisso psico.
Gli parlo apertamente, con fiducia e naturalezza, trovando a volte difficilissimo trattenere le lacrime di fronte a quello sguardo così profondo e rassicurante.
Tutte le volte è un'esperienza catartica ed esaltante farmi visitare dal pediatra di Sofia.