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11.10.13

L'amore che trema

Non torno mai indietro. Quasi mai.
Non lo faccio per un piccolo difetto di fabbrica nella funzione memoria.
Dimentico con sconcertante precisione centinaia di accadimenti della mia vita. 
Ho dimenticato quelle scarpe, epiche ed epocali, che ho portato per anni, talmente perfette da poter essere indossate d'estate e d'inverno, sempre, ogni giorno, abbinate ad ogni cosa, ad ogni storia, talmente perfette su di me che a vederle, in un'immediata associazione significante tra oggetto e soggetto, tutti pensavano "è lei". Le ricordano ancora tutti quelle scarpe, le ricordano al minimo accenno di un loro particolare, e continuano tutti a dire "eri tu". Io invece per ricordarle ho chiesto che le disegnassero.
È probabile che in questi casi la memoria si inceppi per una mia generale mancanza di interesse riguardo alla storia della mia identità, figuriamoci riguardo alle cose che in qualche modo "hanno fatto" la mia identità ma che comunque cose rimangono.

Ciò che invece sopravvive con ostinazione al difetto di fabbrica è quello che sa darmi una risposta al com'è che oggi sono arrivata qua, in questa stanza, su questa sedia dove sono seduta ora, i mobili intorno, le mie nuove scarpe che indosso.
Come quell'interminabile, senza possibilità di soluzione, primo affamato bacio col Riccio, iniziato di notte accanto alla porta del locale aperto e finito all'alba accanto alla porta del locale chiuso.
In mezzo, le sue mani tremanti sulla mia schiena.
Nessuna orribile locuzione romantica da soap opera da quattro soldi, prego.
Ma letteralmente, praticamente, mani tremanti.
Qualche ora prima, ancora prima che potessi chiederlo, lui con in mano il bicchiere di whisky ambrato tremante: "Non mi drogo e non faccio uso di psicofarmaci. Lo giuro, Vostro Onore".
Perciò adesso, accanto alla porta del locale, il suo tremore essenziale sulla mia schiena per tutta la notte, troppo bello, troppo facile a farmi innamorare.

Da qualche giorno un centro d'eccellenza qui in Sicilia ha finalmente saputo dare un nome, quello vero, al più generico tremore essenziale del Riccio.
Sarebbe anche un bel nome, dal sapore squisitamente francese, se non fosse che il difetto di fabbrica della mia funzione memoria ha già fatto il suo dovere, eliminando dalla patologia del Riccio le terre francesi e lasciando l'unica cosa che mi interessa ricordare.
Che l'amore, quando c'è, trema.

5.4.13

A volte un cerchio


Sarebbe dovuta essere la serata memorabile, una specie di anniversario esistenziale nei riguardi del destino, di quando all'improvviso un punto fora il tempo convenzionale che fino ad un attimo prima avevamo vissuto per abitudine coercitiva, ci fa dentro dei ghirigori per una manciata di anni, lo rivolta da capo a fondo e poi ritorna al punto di partenza. 
Insomma, quell'idea del cerchio che si chiude, idea romantica, confortevole, e inspiegabilmente piena di quel significato che ad un certo punto della nostra vita vogliamo dare agli eventi.
Quel cerchio stava lì, ieri sera, al locale dove io e il Riccio ci siamo incontrati.
Di quando ci siamo visti senza parlare, senza parole, stando ritti l'uno davanti l'altro e sembrava che tutto, una storia ancora senza storia, fosse già stata scritta da qualche parte.
Quel senso del destino a cui non badi, cui non vuoi credere per ideologia o solo antipatia, finché non lo hai davanti in tutta la sua evidenza. E in un attimo, in quel punto che fora, sei chiamato a scegliere: dire sì, dire no, andare a conoscerla quella storia o non avere nessuna voglia, o nessuna forza di farlo.
Noi, cinque mesi dopo, avremmo aspettato Sofia.

17.5.12

Colpo di fulmine e prima impressione: piccole grandi idiozie crescono


Ho sempre disprezzato la questione del colpo di fulmine, riferita a quell'ottundimento istantaneo del cervello di fronte ad una prima impressione piacevole. Più che piacevole. Di gradimento. Più che di gradimento. Perturbante, ecco.

7.11.11

Il carpentiere e il suo alter-ego: la lumaca

Sulla questione delle diversità di genere per certi versi mi trovo allo stesso livello di una centenaria dell'entroterra siciliano seduta sul ciglio della strada a mugolare il rosario.
Procedo per scompartimenti stagni con poche possibilità di comunicazione tra una parte e l'altra.
Martello, cacciavite, sollevamento pesi per l'individuo con appendice estesa; polpettine di carne in agrodolce, deodorante per il bagno, sterilizzazione degli angoli più reconditi di casa, l'individuo con appendice a scomparsa.
Sappiate che la voce della ragione collabora costantemente affinché in me il precipitare del ruolo della donna ad un surrogato umano del robot da cucina non vinca. Lo fa a suon di schiaffi e di "Donna, muovi il culo, sii indipendente". Lo ha fatto anche qualche mese fa quando in autostrada con Sofia dovevo scegliere tra il buio pesto o gli abbaglianti. Sono stati momenti di panico. Poi sono arrivati gli schiaffi e ho deciso per gli abbaglianti con il getto tutto calato verso terra. Guardate che è una genialata. Anzi se vi capita di rimanere senza luci anabbaglianti in autostrada... Quando gli automobilisti della corsia opposta hanno smesso di prendermi per baldracca automunita a suon di clacson, lì ho capito di aver vinto.

26.10.11

Rezophonic e le tagliatelle di nonna Pina

Ore 3.45 della notte.
Sento aprire la porta di casa.
Faccio un balzo, Sofia dorme, e ancora dentro a quei momenti fatti di latte del dormiveglia penso "o ammazzo o abbraccio".
Abbraccio.
Il Riccio.
Tornato a sorpresa da una di quelle sue serate cui, da vera profana dell'arte musicale, mi avete vista indecorosamente partecipare nel mio con ricatti d'amore e sondaggi.
Torna con il premio Rezophonic che vedrà il suo gruppo aprire uno dei concerti da qualche parte in Italia.
Siamo sul letto prestato alle montagne russe per Sofia, mentre il Riccio mi racconta tutto, il dietro le quinte suo personale e della serata, minuzioso come solo lui sa fare per sopperire alla mia assenza. Ogni volta ci è necessaria questa minuzia dei particolari, specie per due che proprio non vorrebbero, costretti a vivere lontano, due vite parallele. Le minuzie nel racconto coprono le falle, lo spazio tra le parallele, seppur si sa che imbrogliano un po', ché il racconto è già di per sé una falla.

4.9.11

Ricatto d'amore

Senti tu, tu con quei ricci impertinenti e quegli occhi rotondi e nocciola, proprio quegli occhi lì, quelli che hai mentre mi parli della tua musica e io mi devo contenere, sforzarmi di tenere un contegno, di non farmi distrarre da certe tue cose messe ben bene a fare il tuo corpo, ché sebbene sia passato più di un decennio dalle tempeste ormonal-adolescenziali al solo guardarti mi assalgono gli stessi impeti sconnessi di una ragazzina: tu mi parli della tua vita, della nostra anche, perciò ti ascolto, a tratti commossa, presa, estasiata, ammirata e andando così tireremo avanti per tutta la notte senza renderci conto che il dopo cena sarà lungo più di sei ore e stamattina avrò due chiappe al posto degli occhi, a ricordarmi che, a parte i guizzi ormonali, della ragazzina non è rimasto poi molto;
senti tu, tu che sei il mio primo lettore per eccellenza, che tra le mie righe ci trovi cose che nemmeno io a volte so di avere messo, e se oggi sono a numero 120 e qualche numero in più di consapevolezze nei confronti di un talento è anche merito dei tuoi "ma come fai?" e "non sembri nemmeno tu", quest'ultima per lo più causa di disturbi dissociativi visto l'ambivalenza di significato;
senti tu, che mi hai reso una groupie, ché quando sei sopra un palco io vedo tutto rosso e non capisco niente e ti guardo inebetita perché là sopra "sei davvero tu" e prima o poi, magari nel pieno di una giustificazione di scompenso ormonale per sopraggiunta menopausa, te le tirerò quelle maledette mutandine;
ascolta
"[...] ora so che l'unico modo per tenerti avvinto è questo" (Kung Fu Panda)
dicevo, ascolta:
visto le reciproche ammirazioni nei confronti dei nostri talenti,
do ut des.
Il mio prossimo post arriverà solo dopo una tua nuova creatura.


A meno che mercoledì sera, tu sul palco, verrò colta da menopausa precoce. 

26.6.11

Vecchio volpone

Uscita congresso MPA cui il Riccio è stato costretto a partecipare per lavoro.

"Riccio, com'è andata? di cosa discutevano? chi c'era?"
"un cumulo di merda!"
"ah, bene, e per il resto?"
"per il resto...non so...c'era la Cucinotta"
Lo sguardo torvo e incazzato causa gelosia-leièpiùfigadimeetuhaiosatoguardarla-autoindotta scatta all'istante.
"non ti preoccupare: era lontana e non ho potuto toccarla"
Poteredelcristallodilunavieniame mi assale mentre lo fulmino.
Ride, "ma che! fa cagare. tutta smilza e ossuta. tu sei più bona!" e mi bacia.
seeeeee.

Ad ogni modo potere del cristallo rinfoderato.

Quel genere di cazzate che, dall'alto dei miei trent'anni suonati, tutt'ora gradisco alquanto.

20.5.11

Tre anni dopo, lo stesso pasticcio

Quando tre anni fa Veronica e il Riccio si incontrarono per la seconda volta, al locale dove lui aveva appena tenuto un concerto, ancora tutto sudato, eccezionalmente riccio, e con in mano un dito di whisky ambrato, le disse: "mia mamma si chiama Maria, mio papà Giuseppe, io ho trentatré anni e fra due mesi l'avrò scampata".
Quel genere di frasi, assieme alle altre, creò per tutta la notte in Veronica fragori imbarazzanti di risate gallinacee e un colossale, trascinante, incontrovertibile innamoramento.

In effetti due mesi dopo il Riccio era ancora vivo se a mezzanotte esatta, sentendosi chiamare dal balcone di casa sua, si affacciò e rise.
Veronica allora era un'universitaria cronicamente afflitta da mancanza di capitale e tutto quello che portò per spegnere una candelina fu un pasticcio mignon panna e fragole che poi divisero.
Festeggiarono assieme per tutta la notte il fatto che il Riccio fosse ancora vivo, scampato alla maledizione.

Non avevano niente. Solamente quel pasticcio mignon panna e fragole da dividere. Ed erano felici.


Oggi Veronica, ancora più cronicamente afflitta da mancanza di capitale, pensa di replicare quella serata e di far spegnere la candelina al Riccio in un pasticcio identico a quello di tre anni fa.
Veronica, in un moto di ottimismo, crede che certe bellezze sopravvivano a qualsiasi cronica mancanza. 
E che dividere un pasticcio mignon panna e fragole possa ancora rendere felici.






Auguri.

  

4.5.11

Il mantra di Penelope

Io sono una donna moderna.
Il mio tempo è il nano secondo. Faccio la doccia in un nano secondo, le pulizie in un nano secondo, la cucina in un nano secondo, le bollette, le uscite, le telefonate, la pipì, il trucco, le letture in un nano secondo, pensare a come sterminare quella blatta sul muro in un nano secondo. Scrivo in un nano secondo.
Dimentico cellulare e chiavi, anche questo in un nano secondo.
Mi tengo costantemente, devotamente, doverosamente aggiornata, che non si dica che nel tempo del progresso illimitato io rimanga indietro. Riviste, rotocalchi, rubriche, approfondimenti, letture di ogni genere, affermazioni e confutazioni, persino Facejunkfood, perché pare che per coltivare il senso critico ci sia bisogno di stare al passo pure con la spazzatura.
Dopo la sbornia del boom economico di qualche decennio fa, avendo scoperto sulla pelle che è tutta una bolla campata per aria pronta ad esplodere e lasciare tutti nudi e bagnati, spendo il giusto, spendo per la qualità, per il resto riciclo, tengo con cura, e faccio vintage.
Dopo la sbornia dell'industrializzazione di qualche decennio fa, avendo appreso del radicato degrado ecologico e disumano, uso pochi prodotti chimici, giusto quelli che mantengono sotto controllo la moltiplicazione della vita sul gabinetto, faccio la differenziata e boicotto con rispetto ma con forza il cinese e lo sfruttamento delle multinazionali.  
Dopo la sbornia del sesso libero e insieme del femminismo di qualche decennio fa, avendo ormai equilibrato tutte quelle forze rivoluzionarie e dionisiache, oscillo, culturalmente sostenuta, tra il gattamortismo della vita sociale patinata di buone maniere e l'essere predatoria e disinibita dentro il talamo nuziale.
Vesto tutto per ogni occasione e umore. Tacchi, ballerine, pantofole, gonne, basse, medie, alte, abitini, jeans, pantaloni alla caviglia, larghi, stretti, alti, in vita, grembiuli, creme e pelurie invernali.
Tengo Sofia da sola, faccio la spesa da sola, vado al bar da sola.
E tra qualche tempo potrò dirmi di aver abitato tutte e due le facce della maternità, la mamma che sta a casa a tempo pieno, maternità mariana devota e sacrificale in nome della buona e feconda prosecuzione della specie, e la mamma che lavora, maternità mariana poco poco meno devota e sacrificale, o forse sacrificale in modo diverso, con tacchi e rossetto.

Perché oggi la donna è tutto. Deve essere tutto. 
Perché oggi, se la donna è moderna, deve dimostrare che Dio porta le ovaie e le poppe. 

E io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna...

...

...Io sono una donna moderna...

...Io sono una donna moderna...

...

A distanza di due mesi, di notte tengo ancora le luci accese, di giorno mi aggiro per casa come un'anima in cerca di ristoro, a volte selvaggia ed irritata, altre mesta e scorata, vampate di calore, poi brividi di freddo, irrequieta e apatica, in costante, inconsolabile, inesauribile, circolare, penelopenica attesa.
Che il Riccio torni e sbatti fuori da questa nostra casa i malumori venuti con la sua assenza a predare.



Io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna.

29.3.11

Il nodo snodato

La prima settimana le è sembrato normale.
La seconda una scocciatura.
La terza un problema serio.
La quarta settimana un labirinto senza fili d'Arianna.

Da un mese accade questo: ogni domenica puntuale all'appuntamento delle 18:30, in macchina che guida, improvvisamente tra Corso Sicilia e Piazza Stesicoro a Veronica manca il respiro. Si sente mancare, c'ha paura, è sola, al più Sofia. 
Vola a casa, pensandola un baluardo di salvezza. Ma non passa affatto. Continua il nodo al petto. 
Cerca di non pensarci, gioca con Sofia, ma il nodo la attanaglia insistente, è difficile non badargli, si infiltra in tutte le filastrocche, il papercutting e i lego sparsi ovunque. 
Veronica porta il nodo fino a sera, fino al letto, e vorrebbe non addormentarsi, lasciarsi così docile preda.  

Lunedì, al risveglio, eccolo, la notte non ha alleggerito nulla: il nodo, la mancanza di fiato è lì, non cede, anzi si è fatto più aggressivo. Tutto il giorno. 

Martedì. Fa fatica a fare qualsiasi cosa. Parla pure poco. E' stanca ancor prima di iniziare. 

Ed ecco che ad ogni mercoledì da cinque settimane il nodo esplode, si trasforma: la prima settimana in un'influenza, la seconda in una bronchite, la terza in tachicardia più gastrite, la quarta di nuovo in febbre a 40°.

Durano tutte tre giorni: mercoledì, giovedì, venerdì. Poi sabato più niente, fino alle 18:30 della domenica seguente.


Veronica, ipocondriaca doc, prima sacerdotessa di ogni tipo di paranoia psicosomatica riguardante complotti orditi da parte di un destino crudele ai danni della sua salute, nonostante anche questa quinta settimana sia andata come da copione, anticipando però per domenica l'arrivo del virus intestinale, da qualche giorno non ha più paura.

Da qualche giorno, a letto in pigiama, ha ripercorso il mese, ha fatto due conti e ha capito.
Nessun destino crudele.

Solo il Riccio.
Il Riccio, che torna sabato mattina carico carico di benessere da donare a Veronica e che poi riparte domenica alle 18:30 dalla stazione di Corso Sicilia adiacente Piazza Stesicoro.

E che, non si sa ancora bene perché, ha deciso che come carico torna così carico riparte.   

27.2.11

Il Riccio è mobile

Abbiamo pulito casa come se non potessimo lasciare disordine, come quando si parte via e per respirare un po' di quello che non si conosce, un po' di riequilibrante senso di disorientamento tipico dei viaggi, quasi sempre però si ha la necessità di lasciare organizzato più di quanto non si faccia di norma nella vita di ogni giorno, che questa la conosci talmente bene, ci sguazzi con la stessa pacata disillusione di un pesce in un acquario, che non hai bisogno di renderla burocratica poi più di tanto.

Abbiamo attinto le forze da quel bisogno inconscio e un po' puerile di rendere tutto lo spazio a vista il più ordinato e controllato possibile quando è impossibile farlo sugli spazi invisibili dell'anima.
Perciò lenzuola pulite, panni al sole, finestre aperte, tappeti sbattuti, via la polvere, i piatti sporchi, chiuso il tavolo da lavoro per due e passato in rassegna le bollette da pagare, la spesa da fare, le scadenze da soddisfare.

Ci siamo dati questo specie di addio in questo modo, indaffarati a zittire parole che non avrebbe avuto molto senso pronunciare. Aiutati da questo nostro scricciolo alto 84 cm la cui unica inconsapevole priorità è quella di giocare a palla.
Perciò una palla, uno scricciolo, le sue urla, e due pierrot.   

E questo addio che nell'era della mobilità, dei viaggi lunghi e insieme della possibilità di tornare spesso, risulta stonato. Nonostante il Riccio si sia portato tutto, vestiti, pc, basso e pedaliera. Tutte le sue cose. E abbia lasciato decine di posti vuoti, nel letto, in bagno, a tavola, nell'armadio, in macchina, nello studio condiviso, le tazzine vuote.

Lo so, non siamo i soli: partecipiamo a una fitta moltitudine di famiglie divise dalla necessità.
Eppure è tutta mia questa paura, questo senso di vuoto e di silenzio. Questa mancanza di un Riccio che la sera spenga le luci di casa.

8.12.10

"Via, via, vieni via con me"

Veronica e il Riccio si sono conosciuti con una gentilezza.
Una sera in un locale, dove lui suonava ad una jam session, costretti da un corridoio stretto a incontrarsi, scontrarsi, fermarsi, lui le ha ceduto il passo, lei si è girata verso di lui e gli ha sorriso.
Nient'altro. Avanti lei, lui dietro, verso l'uscita del locale. 
Nient'altro, se non fosse che erano già inesorabilmente l'uno dell'altro. 
E che in mano portavano fuori dal locale la loro storia tutta da tessere.
E, una volta fuori, quella sera ce ne sono state altre di gentilezze. Come quando il Riccio ha chiesto a Veronica se avesse da accendere. E dopo un quarto d'ora che si parlavano fittamente, dalla tasca del Riccio sono venuti fuori tre accendini.
Ne hanno riso, e così ridendo si sono incamminati nella loro nuova vita senza punti di ritorno. 

Oggi hanno una casa, gli oggetti condivisi, asciugamani, lenzuola, piatti, bicchieri, tazzine, una vita da organizzare ex novo, una bambina e da qualche giorno, dopo un litigio, la loro prima crisi. 
E Veronica ne può parlare perché sa quanto siano fisiologiche le rotture, quanto siano focalizzanti e riequilibranti, come il riposo per il corpo, per due che hanno sperimentato soltanto la bolla saponosa del loro sentimento e mai il contrasto tutto da gestire. Veronica sa quanto valga che la bolla saponosa si riposi.
E soprattutto ne può parlare perché nonostante non si parlino da più di 5 giorni, non hanno dismesso le loro reciproche gentilezze, perché da questa pasta son nati e di questa pasta son fatti. 
La mattina il caffè lei per lui, il pomeriggio il caffè lui per lei. La preparazione dei pranzi e delle cene come sempre equamente distribuita e i soliti "com'è? ti piace?". 
E i vari sparsi "copriti, fa freddo"; 
"hai dimenticato il cellulare"; 
"lascia: è pesante, lo prendo io"; 
"ti accompagno". 
E ovviamente tutto quello che gira attorno alla loro bambina: risate, resoconti, teorie, sorprese. 
Per il resto (e ne rimane tanto di resto nella loro giornata) vige un assoluto silenzio, di quelli che fanno rumore tanto sono invadenti. 

Veronica ha però notato che quando sono fuori parlano. Camminano vicini, decidono assieme, si chiedono, si consigliano, insomma condividono. 
Forse perché nonostante tutto sono una famiglia e lì dove fuori piove un mondo freddo c'è bisogno di punti di riferimento, di appoggi delle coordinate, di portare il conosciuto nello sconosciuto, di portare casa dove casa non c'è. 
E lei guarda il Riccio, lo vede spingere gli occhi lontano, poco più sereni, così diversi da quelli che in questi giorni posa sulle loro cose, sulla loro casa. 

Allora in cuor suo Veronica pensa che quest'anno sotto l'albero metterà una bella e confortevole tenda a tre posti per portare lei, il Riccio e la loro bambina, a vivere magari in strada, al parco, al negozio di merceria o al supermercato e riprendere la loro mirabolante, saponosa avventura tra scaffali, carrelli, banconi del pesce e offerte del giorno.


Paolo Conte - Via con me

5.10.10

I bagordi dei trentenni

Dopo cena, Veronica e il Riccio discutono di Sarajevo assediata, dello sguardo dall'interno della gente vessata dalla guerra, dove comunque riesce miracolosamente a sopravvivere una sorta di rituale del quotidiano. Discutono delle fotografie che hanno fatto il giro del mondo, e il Riccio, che ha l'occhio lungimirante, le parla di tutte le guerre i cui scatti non escono neanche dall'obiettivo che li fotografa perché non sempre le signore ferocia&morte vengono ritenute degne di posa, passeggiando ancora indisturbate nelle terre del Turkmenistan e della Georgia; discutono della bellezza scenica dei caschi blu, in molti casi slegata dal ruolo a cui sarebbe preposta, e della colonizzazione subdola del mondo di certuni autoproclamatisi senza possibilità di replica ammiragli della pace; e poi ancora dell'ultimo colpo di stato in Ecuador, dal sapore squisitamente vintage dei villani del Medioevo.
Continuano a pigolare di certe cose, ognuno seduto d'avanti al proprio computer.
Soltanto a letto smettono, perché la bambina dorme, e la guardano e si guardano, la guardano e si guardano, così per una decina di minuti.

E prima di iniziare la lettura della sera, alle ore 3, Veronica e il Riccio si danno la buonanotte e si dicono che magari  da questo momento in poi rinunceranno al caffè delle 20.

Ed è forse per il mal di testa della mattina che Veronica non è ancora ben sicura a cosa voler rinunciare: se alle eccitanti conversazioni notturne col Riccio e connessi sintomi post-sbornia dell'insonnia o a indolori e pacifici risvegli da serate borghesi.

2.9.10

Mode II

Qualche sera fa, Veronica, in un eccesso di 8° peccato e suoi annessi e connessi, ha emesso suoni radioattivi contro il Riccio.
Perché lei è nata a Novembre, e gli astri la fanno scorpione, e quando si deve parlare dell'atteggiamento scorpionico si parla di un fantomatico veleno della coda, senza mai però specificare che, nell'individuo adulto di sesso femminile della specie Homo sapiens segno zodiacale scorpione, il veleno si trova prima della coda; no, non nel ventre, prima; no, neanche negli arti, prima; no, ancora prima della gola. Ecco: lì, nella lingua, sebbene ventre-gola-lingua, nell'individuo adulto di sesso femminile della specie Homo sapiens segno zodiacale scorpione, costituiscano un unica coda dalla quale diparte quel veleno che nell'estensione finale, la lingua appunto, trova massima espressione.
Così qualche sera fa, Veronica, all'apice di atteggiamento scorpionico, ha emesso quella parola che adesso non vuol più ripetere.
Quella che nelle pagine di alta letteratura fu data da pronunciare agli amanti clandestini shakespeariani perché il dramma si compiesse, o a quelli promessi manzoniani perché s'avesse da fare.
La stessa che, dalla carta stampata alla pellicola in bianco e nero dello scenario anni '50, è stata ricamata nella trama di storie come Gilda o Casablanca.
Separiamoci. 
Prendiamoci una pausa.
Pausa.
In quelle storie, "pausa" era un passaggio obbligato per l'inesorabilità del loro destino: non era strumento di un atteggiamento rinunciatario, nulla veniva messo alla deriva dell'abbandono, quello lavativo e privo di dignità, piuttosto era una mossa strategica, semmai cauta e paziente, perché la partita arrivasse al termine, in perdita o vittoria che fosse.
Poi, in decenni di disevoluzione dal gusto fatalista, gli eroi della letteratura e della cinematografia romantica hanno lasciato il posto a posticci interpreti di quella parola e dalle pagine, non più letterarie, non più cinematografiche, ma patinate di riviste gossippiane l'hanno rivoltata, stereotipata, trangugiata insieme a caviale, champagne e siliconi, e riconsegnata ai comuni mortali come panacea di facile somministrazione per equilibri instabili.
E nonostante, giura Veronica, quella sera lei avesse in mente, seppur in modo nebuloso, una qualche vaga funzione costruttiva di quella parola, una volta pronunciata è sembrato chiaro, a lei e al Riccio, che l'intenzione era piuttosto quella di un'adolescente che, stanca dei compitini da svolgere, con lucida-labbra, profumo alla vaniglia e borsetta mou volesse andare a svagarsi con pochi sensi di colpa e tanta rinnovata leggerezza.

E allora, dopo aver cenato in silenzio, e poi ascoltato quello che il Riccio aveva da dire, e guardato la piantina di basilico, che in mezzo ad una distesa di steppa è l'unico vegetale che sta sopravvivendo all'incuria perché così si sono imposti senza dirselo, lei ed il Riccio, per potersi dire persone con ancora una qualche attività cerebrale, l'adolescente quasi trentenne, quale Veronica è, ha dismesso lucida-labbra, profumo alla vaniglia, borsetta mou e ha ripreso i compitini, ché quelli fanno parte della leggerezza della sua vita.

Veronica parla in terza persona perché oggi è da se stessa e dalla sua linguaccia scorpionica che vorrebbe prendersi una pausa.




20.5.10

Torneremo mai sulla Terra?

Ti ho incontrato in un bar, alle prese tutt'e due con l'anonimato. Il luogo, le facce, i gesti, i suoni, le voci, le storie. Anche noi avevamo ciascuno la nostra storia, ma sapevamo che non aveva ancora raccontato niente. Aspettavamo che parlasse, che facesse trama.
Noi le raccontavamo al più, tu le cantavi, io le scrivevo, le storie. Ma mai che fossero nostre. Mai che una storia ci trascinasse verso i suoi eventi, mai che ci facesse protagonisti eroi o incarnazioni delle sue vicende. Andavamo indietro nel tempo e già non eravamo più. Andavamo avanti, come in cerca di, perché non eravamo ancora. E facevamo così col tempo della storia, indossando costumi e maschere, e mai l'abito a nostra misura ed immagine. 
Finché...tik tik tun ta tik...tik...ta...ta..ta ta tun tik...finché qualcuno, tik tik tun, qualche istante prima che tu mi cedessi il passo, ta ta ta tic tik, non ha iniziato a battere sui tasti, tli tik ta ta, prima piano, ta...ta....tik...indugiando e sommesso, poi deciso, tik t t ta tik ta tt t t, fino a scalpitare fluido tiktiktiktatatututuntattttaktaktak ta ta ta, e scrivere di tutto quello che avremmo fatto, che avremmo voluto già da tempo, che saremmo stati; a scrivere la storia del non ritorno, ineluttabile, l'incontro di noi stessi con le cose che ci aspettavano.
E allora occhi.
I nomi.
I visi.
La nostra storia.
Mentre tutto attorno si spegneva. L'anonimato, il luogo, le facce, i gesti, i suoni, le voci, le storie non nostre.
   


Ti ho incontrato in un bar, e guarda ora dove siamo.
Sul pianeta delle cose che si fanno.

Auguri, Lè.
Per i tuoi anni che hai e che non hai.
Per i tuoi due nuovi di zecca.
Per il primo anno da papà.
E per quello che ti aspetta, che ti spetta, che verrà.