Visualizzazione post con etichetta Quotidiano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Quotidiano. Mostra tutti i post

19.11.12

Foglietti

Ce li ho dappertutto. Sparsi in casa, sperduti nelle varie borse, presi, riposati e ripresi per ogni cambiata d'abito, finché non ne hanno abbastanza e per protesta si auto eliminano diventando mucchietti di carta illeggibile.
 A casa dei miei, in macchina, delle volte lasciati nelle tasche dei jeans.
Il lavaggio in lavatrice e la mia espressione mentre stendo la lavata fatta ormai di cellulosa appiccicaticcia, è la giusta punizione per la mia dimenticanza. 
Loro sono i promemoria, quelli scritti di fretta, dove ti capita, come ti capita. Trattati ingiustamente, come si conviene alle cose genere fast food: presi, consumati, cestinati. 
Sono mediani, ruolo di mezzo e precario, deciso da chi gode del diritto di rilegatura.
E ti salvano sempre il culo.



Ne ho una marea in questo periodo.

3.12.11

In fondo anche i vampiri aspettano un'alba

Uno spettro si aggira per Catania. È lo spettro della donna-mamma vampirizzata.

La si riconosce, la donna-mamma vampirizzata, perché lei non appartiene alla categoria "vedrai!, dopo i due anni le cose cominciano a migliorare". Quel faro di speranza regalato alla fragilità emotiva di tutti i genitori del mondo non le appartiene. Piuttosto lei appartiene alla categoria "dopo i due anni, in linea con i sostanziali miglioramenti del figlio, ogni giorno è sempre peggio". La curva di crescita del bimbo va su, la donna-mamma vampirizzata va giù. Come in una bilancia.
La donna-mamma vampirizzata si vede dal mattino. Il gabinetto è ancora un tandem. È sempre più un tandem. E dato che ancora un minimo di dignità le è rimasta, se pur trattenuta con difficoltà, cerca di glissare il problema anticipando sui tempi. Così sono le otto e trenta. Poi le otto. Poi ancora le otto meno un quarto. Le sette e trenta. Le sette. E così fino a non riconoscere più la linea di demarcazione tra giorno che viene e giorno che se ne è appena andato.
Ma niente. Dopo un minuto appena che la donna-mamma vampirizzata pare stia assaporando le sue imprescindibili tre S, seduta-sigaretta-scritti, che siano le otto o le cinque del mattino non conta. Alla DMV verrà chiesto di chiudere il giornale, spegnere la sigaretta e alzarsi. Tutti i giorni.

14.4.11

La brum della mm ha un psss nella mm-mm

E dopo, in ordine cronologico, la partenza del Riccio per cercar fortuna in altri lidi e prossimo arrivo in questi di lidi di bolletta di luce salatissima per aver sopperito con distribuzione continua di energia elettrica alla sua mancanza, specie notturna; un mese e più di malattia - influenze, gittate brevi e intense di febbri atipiche, gastriti, tachicardie, virus intestinali e commiati finali con herpes, otiti e sfoghi cutanei; tubo del bagno saltato e conseguente allagamento; versamento di un intero flacone di detersivo, provocato da errore di dosaggio delle forze di Sofia, la cui prima mania in assoluto è quella di scagliare dentro la pila qualsiasi cosa possa generare fastidio e scompiglio, tipo flaconi di detersivo, interi; parabrezza disintegrato da anonimi teppisti impavidi e operanti in pieno giorno; esplosione della fogna condominiale nei lavandini della cucina (!!); notturno versamento di nafta dal motorino del vicino parcheggiato nel garage confinante con i muri di casa e notturna intossicazione da fumi chimici; dopo tutto questo, dicevo, ieri, al ritorno dall'asilo, ferma per ore sul ciglio di una strada che, sebbene cittadina, per un tacito accordo da parte di tutti gli automobilisti è stata ribattezzata autodromo, con una gomma implacabilmente a terra.

Sofia urlante e lacrimante urgentemente da cambiare.
Impossibilità di contattare qualcuno per cronica tendenza a dimenticare il telefonino.
Terra e detriti scagliati da vento a 150 km/h.
60 euro.
E una intera città all'ora di punta a guardare una quinta malamente raccolta in maglia stretch fucsia shock (ma sì, dai, tanto chi mi vede chiusa in macchina?)



Si accettano consigli su multivitaminici da prendere
o frasi voodoo contro la sfiga da recitare.

20.3.11

News

Non guardo mai i tg.
Mentre faccio altro, mi basta dare un'occhiata distratta, priva di qualsiasi coinvolgimento, a quel martellante Rai news 24, canale preferito del Riccio, fedele fruitore e sommo discepolo di quel 24.
Non li guardo per una mia innata avversione ai sofismi. Discorsi apparentemente sorretti da consecutio logica ma tanto lontani dalla verità, la cui unica logica è quella che cerco di perseguire.
Quelle rappresentazioni teatrali a cui assistiamo ogni giorno, e che vanno sotto la categoria della gestione della cosa pubblica, non le tollero tanto quanto non tollero le soap opera o il vacuo sperimentato attraverso i contenuti cinematografici dei Vanzina.
E quella corsa affannosa all'ultimo versamento di sangue?
Di cosa mi informa la cronaca? Di avere terrore del vicino? Di guardare con sospetto tua sorella quando all'ennesima litigata per una maglietta arrivate alle mani? Che me ne faccio di sapere in quale girone dell'inferno operano certi uomini?

Ma stamattina il mio primo pensiero è stato quello di accendere la tv e sapere che cosa, mentre Sofia cadeva dal letto, e decideva di rovinare l'unica sera di intimità mia e del Riccio attesa da una settimana, e piangeva per il ciuccio, e il Riccio lo cercava sotto al letto, nudo e infreddolito come tutti gli uomini che dormono in maglietta e boxer, e una volta ristabilita la calma di nuovo piedini molesti dappertutto, incubi da giocattolo preferito rubato da fantomatici ladri di balocchi, e 'acqua' e 'mamma mamma dove sei?' continui, mentre insomma si viveva una delle nostre notti di normalità, stamattina sono andata di corsa a vedere se c'è stato qualcosa stanotte che abbia potuto turbare il tranquillo abbandonarsi di una famiglia alla notte.



Ho trent'anni.
Sono siciliana.
Ho l'agilità del corpo tipica di questi nostri prolungati ammolli contemporanei nelle acque malsane dell'occidente: debilitanti per una qualsiasi idea di fuga lucida e ben architettata finalizzata alla sopravvivenza.

E soprattutto ho una bimba di 22 mesi, che ha imparato solo da qualche mese a camminare, e ancora barcolla se solo davanti le si presenta un filo di ostacolo; da qualche settimana appena beve il latte dalla tazza e indossa i pannolini.
Ancora troppo piccola per avere strategie di sopravvivenza, ma già abbastanza grande da avere paura degli orrori.

Sono preoccupata.
Per questa guerra.
Politicamente e geograficamente troppo vicina al diritto di Sofia di vivere i suoi giorni spensierata.

27.2.11

Il Riccio è mobile

Abbiamo pulito casa come se non potessimo lasciare disordine, come quando si parte via e per respirare un po' di quello che non si conosce, un po' di riequilibrante senso di disorientamento tipico dei viaggi, quasi sempre però si ha la necessità di lasciare organizzato più di quanto non si faccia di norma nella vita di ogni giorno, che questa la conosci talmente bene, ci sguazzi con la stessa pacata disillusione di un pesce in un acquario, che non hai bisogno di renderla burocratica poi più di tanto.

Abbiamo attinto le forze da quel bisogno inconscio e un po' puerile di rendere tutto lo spazio a vista il più ordinato e controllato possibile quando è impossibile farlo sugli spazi invisibili dell'anima.
Perciò lenzuola pulite, panni al sole, finestre aperte, tappeti sbattuti, via la polvere, i piatti sporchi, chiuso il tavolo da lavoro per due e passato in rassegna le bollette da pagare, la spesa da fare, le scadenze da soddisfare.

Ci siamo dati questo specie di addio in questo modo, indaffarati a zittire parole che non avrebbe avuto molto senso pronunciare. Aiutati da questo nostro scricciolo alto 84 cm la cui unica inconsapevole priorità è quella di giocare a palla.
Perciò una palla, uno scricciolo, le sue urla, e due pierrot.   

E questo addio che nell'era della mobilità, dei viaggi lunghi e insieme della possibilità di tornare spesso, risulta stonato. Nonostante il Riccio si sia portato tutto, vestiti, pc, basso e pedaliera. Tutte le sue cose. E abbia lasciato decine di posti vuoti, nel letto, in bagno, a tavola, nell'armadio, in macchina, nello studio condiviso, le tazzine vuote.

Lo so, non siamo i soli: partecipiamo a una fitta moltitudine di famiglie divise dalla necessità.
Eppure è tutta mia questa paura, questo senso di vuoto e di silenzio. Questa mancanza di un Riccio che la sera spenga le luci di casa.

4.1.11

La verità rivelata

Sofia dammi un bacino, me lo dai un bacino, perché non mi dai un bacino, dai ti prego dammi un bacino. Sofia vieni in braccio, su dai, vieni in braccio, allora vai in braccio al nonno, allora vai in braccio allo zio, allora vai in braccio all'altro zio, allora vai in braccio al cognato, allora vai in braccio all'amico. Ma perché scappa. Sofia fai vedere come balli. Sofia fai vedere come canti. Sofia fai vedere come dici uno. Sofia fai vedere come corri. Sofia fai vedere come fai la pecorella. Sofia fai vedere come fai la mucca, come fai il leone, come fai la tigre, come fai la papera, come fai il gatto, come fai il cane. Ma perché dice sempre di no. Sofia alzati così ti riprendo tutta. Sofia girati che ti scatto una foto. Sofia mangia così ti scatto una foto. Sofia dì ciao che ti scatto una foto. Sofia vieni in braccio che ci facciamo una foto. Togliti che le faccio una foto. Aspetta che le faccio una foto. Torniamo che ho dimenticato la fotocamera. Vabbé niente faccio col telefonino. Ma perché è nervosa. Lo vuoi il pandoro. Lo vuoi l'ovetto. Le vuoi le patatine. La vuoi la caramella. Lo vuoi il cioccolatino. La vuoi la lasagna. La vuoi la salsiccia. Le vuoi le frittelle di broccolo. Ma perché non mangia. Sofia vieni a salutare l'amica della nonna. Sofia vieni a salutare l'altra amica della nonna. Sofia vieni a salutare il fratello del nonno. Sofia vieni a salutare l'amico di papà. Sofia vieni a salutare gli altri amici di papà. Sofia vieni a salutare la vicina di casa. Sofia vieni a salutare la vicina di quartiere. Sofia vieni a salutare la vicina di paese. Che fa, la portiamo in piazza così la vedono. Che fa la portiamo dal fioraio così la vede. Che fa la portiamo dal cognato del cognato così la vede. Che fa la portiamo a Modica, che vuoi che sia una passeggiata di appena 200 km, così il compare della comare del mio cugino di quinto grado la vede. Allora metti le foto su Facebook così la vedono. Ma perché vuole stare sempre con la mamma.


Al paese natio del Riccio, il dictum primo su tutto sembra essere "mostrare". Sofia deve mostrarsi, dimostrare, essere mostrata. Come la verità rivelata.

La buona notizia è che ho generato la Messia e non lo sapevo.
Quella cattiva è che siamo dovuti scappare per scampare alla persecuzione.

18.11.10

Quella felicità di passaggio

Siamo nello spazio di casa destinato al "mistaggio", quello che non usiamo se non come passaggio da una stanza all'altra. E' lo spazio vuoto, qualche pezzo messo con poca convinzione, di passaggio anche questo se sta qui. 
Il Riccio è seduto a terra in una posa per lui insolita e gonfia palloncini. Sofia gli sta di fronte aspettando tutta tesa. Quando il palloncino è al massimo della pressione Sofia glielo toglie e il palloncino comincia a sbeffeggiare sui capelli del Riccio e di Sofia. Muoio dalle risate a guardare questi sbuffi sonori, questi sberleffi sulle loro facce divertite. Non mi trattengo. Ho gli occhi serrati dalle risate, non vedo più niente, e mentre sento Sofia chiamarmi un po' allarmata da questo mio moto sfrenato e il Riccio tentare di gonfiare un altro palloncino inutilmente ormai contagiato com'è dalle risate, penso che è da tanto che non rido così, che non ridiamo così, che mi sta facendo bene, che ci sta facendo bene. Sofia salta, urla, ha lo sguardo acceso, vibrante, corre a prendere il flauto e me lo da, io prendo un palloncino gonfiato dal Riccio e lo faccio soffiare sul flauto che suona come il fischio di un treno. 
La stanza è una bolla dentro tutto il resto adesso, colorata e rumorosa. E' questo scricciolo che l'ha gonfiata per noi. L'ha riempita.
E dura un attimo, l'apice di un'onda prima della sua caduta. Dura quel tanto che c'è di forza contro la gravità che spinge in basso. 
E' la signora che ci abita silenziosa e che d'improvviso dice qualcosa, e poi ritorna muta; quella felicità autentica che ci investe completamente senza lasciare spazi, e poi ha da andare via.   
Quella che più di tutto è di passaggio. 

5.10.10

I bagordi dei trentenni

Dopo cena, Veronica e il Riccio discutono di Sarajevo assediata, dello sguardo dall'interno della gente vessata dalla guerra, dove comunque riesce miracolosamente a sopravvivere una sorta di rituale del quotidiano. Discutono delle fotografie che hanno fatto il giro del mondo, e il Riccio, che ha l'occhio lungimirante, le parla di tutte le guerre i cui scatti non escono neanche dall'obiettivo che li fotografa perché non sempre le signore ferocia&morte vengono ritenute degne di posa, passeggiando ancora indisturbate nelle terre del Turkmenistan e della Georgia; discutono della bellezza scenica dei caschi blu, in molti casi slegata dal ruolo a cui sarebbe preposta, e della colonizzazione subdola del mondo di certuni autoproclamatisi senza possibilità di replica ammiragli della pace; e poi ancora dell'ultimo colpo di stato in Ecuador, dal sapore squisitamente vintage dei villani del Medioevo.
Continuano a pigolare di certe cose, ognuno seduto d'avanti al proprio computer.
Soltanto a letto smettono, perché la bambina dorme, e la guardano e si guardano, la guardano e si guardano, così per una decina di minuti.

E prima di iniziare la lettura della sera, alle ore 3, Veronica e il Riccio si danno la buonanotte e si dicono che magari  da questo momento in poi rinunceranno al caffè delle 20.

Ed è forse per il mal di testa della mattina che Veronica non è ancora ben sicura a cosa voler rinunciare: se alle eccitanti conversazioni notturne col Riccio e connessi sintomi post-sbornia dell'insonnia o a indolori e pacifici risvegli da serate borghesi.

21.9.10

Un passo indietro

Settembre.
In questa mia casa, settembre non rappresenta ancora una postazione d'inizio, non segna alcuna epifania di attività perché a stare dietro a Sofia si vive un'interminabile tempo di pausa, una vacanza protratta ad infinitum. I gesti di ogni giorno messi in loop, ogni giorno, ripetuti identicamente così tante volte da non essere più percepiti dall'attenzione, inghiottiti dal magma  di un enorme rito perpetuo, talmente spalmato però nel vivere quotidiano da non essere più evento straordinario quanto gestualità ordinaria del quotidiano.
Rito perpetuo del quotidiano. 
E mi chiedo che differenza ci sarebbe tra me adulta e Sofia, se continuassi a naufragare nel suo tempo molle, senza stacchi tra la memoria storica e l'immaginazione delle cose non ancora accadute?
Se non mettessi a raccolta sistematica le azioni finora vissute e di queste non ne facessi proiezioni e conseguenze future, cosa mi farebbe diversa da una bambina che balla dentro il cerchio colorato del suo tempo presente?
Una madre, un genitore, deve far da lente di ingrandimento sullo sguardo circoscritto dei propri figli, che, magari per giusto impulso a percorrere l'avanti indisturbato, si arrampicano sulle scale senza voltarsi mai indietro, dietro le loro spalle, dove s'acquatta la possibilità della caduta ripida.

Ci sono cose oggi che senza una forza opposta che le contrasti faranno della forza di gravità il loro facile scivolo, e scivoleranno.

E allora un passo indietro. Faccio un passo indietro.
E forse per la prima volta nella mia vita cedo il passo ad altro e ad altri, per Sofia, senza che stare all'ombra scalfisca il mio purtroppo ben ramificato amor proprio.
Mi metto in un angolo, come un lare che veglia attendendo gli sviluppi, perché Sofia sappia che oltre questo mondo di donna ne esistono migliaia di mondi, che possono sostenerla e divertirla e stupirla e attrarla e confortarla allo stesso identico modo, e in certi casi anche meglio.
Ho messo il silenziatore al mio presenzialismo ostinato, puntellato qua e là di egocentrismo, e indurito la voce così che Sofia cerchi culle che non siano le mie braccia.
Sto risolvendo così il problema di una specie di sindrome di Stoccolma che fa della persona che la ferisce la stessa che la conforta.

Mi preparo al prossimo settembre. A quando per davvero le nostre vite cominceranno a prendere strade diverse.

Che si sappia che fare la cosa giusta un po' mi costa.



Vinicio Capossela-Scivola vai via

13.9.10

Il volo a bassa quota

Stamattina, ooooh che senso di onnipotenza quando con la mano alzata ad alt, voce dura con sorriso vagamente provocatorio e sguardo fermo tutto tuffato dentro quello di Sofia, le ho intimato di smetterla con i lamenti e le pretese e disposto che solo dopo aver finito la colazione avremmo fatto quello che lei stava chiedendo di dover fare immediatamente.
Sofia, appoggiata alle mie ginocchia, sguardo mortificato tutto tuffato dentro il mio, si è lasciata mollemente andare a terra, senza mai lasciare l'appiglio dello sguardo, come fa uno scalatore in discesa con la fune, anche lei con un certo sorriso, il suo però vagamente di sconfitta.
In un attimo di cervellotica, folle euforia, mi è sembrato che avessimo interpretato benissimo la scena della legge della giungla, quella che recita "in natura vince il più forte".

C'è però una differenza che ci allontana, per fortuna (ma in certi casi bisogna dire anche per sfortuna), dallo stato di natura.
Quella che generalmente il senso di onnipotenza arriva accompagnato dallo storico trio volgare/basso/meschino della coscienza parlante.
A me imbarazza sempre sperimentare certe alture dell'ego. Mi mortifica.
Davvero non ci è dato di provare l'onnipotenza senza sentire subito l'impulso di correre a nascondersi dietro un cespuglio.
E solo alcuni si accaparrano ancora indebitamente, e direi sadicamente (per lo più contro i loro propri confronti), il diritto di provare un tal senso senza conseguenze di coscienza.
Ma quasi sempre poi gli va male.



























Illustrazione di Benedetta Marasco, abilissima disegnatrice di immagini dell'inconscio.
Da lei anche raccontate.


p.s.: si sente che è una delle mie prime strigliatelle a Sofia, eh?

(Aspettando che Sofia cammini)

2.9.10

Mode II

Qualche sera fa, Veronica, in un eccesso di 8° peccato e suoi annessi e connessi, ha emesso suoni radioattivi contro il Riccio.
Perché lei è nata a Novembre, e gli astri la fanno scorpione, e quando si deve parlare dell'atteggiamento scorpionico si parla di un fantomatico veleno della coda, senza mai però specificare che, nell'individuo adulto di sesso femminile della specie Homo sapiens segno zodiacale scorpione, il veleno si trova prima della coda; no, non nel ventre, prima; no, neanche negli arti, prima; no, ancora prima della gola. Ecco: lì, nella lingua, sebbene ventre-gola-lingua, nell'individuo adulto di sesso femminile della specie Homo sapiens segno zodiacale scorpione, costituiscano un unica coda dalla quale diparte quel veleno che nell'estensione finale, la lingua appunto, trova massima espressione.
Così qualche sera fa, Veronica, all'apice di atteggiamento scorpionico, ha emesso quella parola che adesso non vuol più ripetere.
Quella che nelle pagine di alta letteratura fu data da pronunciare agli amanti clandestini shakespeariani perché il dramma si compiesse, o a quelli promessi manzoniani perché s'avesse da fare.
La stessa che, dalla carta stampata alla pellicola in bianco e nero dello scenario anni '50, è stata ricamata nella trama di storie come Gilda o Casablanca.
Separiamoci. 
Prendiamoci una pausa.
Pausa.
In quelle storie, "pausa" era un passaggio obbligato per l'inesorabilità del loro destino: non era strumento di un atteggiamento rinunciatario, nulla veniva messo alla deriva dell'abbandono, quello lavativo e privo di dignità, piuttosto era una mossa strategica, semmai cauta e paziente, perché la partita arrivasse al termine, in perdita o vittoria che fosse.
Poi, in decenni di disevoluzione dal gusto fatalista, gli eroi della letteratura e della cinematografia romantica hanno lasciato il posto a posticci interpreti di quella parola e dalle pagine, non più letterarie, non più cinematografiche, ma patinate di riviste gossippiane l'hanno rivoltata, stereotipata, trangugiata insieme a caviale, champagne e siliconi, e riconsegnata ai comuni mortali come panacea di facile somministrazione per equilibri instabili.
E nonostante, giura Veronica, quella sera lei avesse in mente, seppur in modo nebuloso, una qualche vaga funzione costruttiva di quella parola, una volta pronunciata è sembrato chiaro, a lei e al Riccio, che l'intenzione era piuttosto quella di un'adolescente che, stanca dei compitini da svolgere, con lucida-labbra, profumo alla vaniglia e borsetta mou volesse andare a svagarsi con pochi sensi di colpa e tanta rinnovata leggerezza.

E allora, dopo aver cenato in silenzio, e poi ascoltato quello che il Riccio aveva da dire, e guardato la piantina di basilico, che in mezzo ad una distesa di steppa è l'unico vegetale che sta sopravvivendo all'incuria perché così si sono imposti senza dirselo, lei ed il Riccio, per potersi dire persone con ancora una qualche attività cerebrale, l'adolescente quasi trentenne, quale Veronica è, ha dismesso lucida-labbra, profumo alla vaniglia, borsetta mou e ha ripreso i compitini, ché quelli fanno parte della leggerezza della sua vita.

Veronica parla in terza persona perché oggi è da se stessa e dalla sua linguaccia scorpionica che vorrebbe prendersi una pausa.




25.8.10

Tra pollice ed indice, l'invisible.

Unisco pollice ed indice, partendo da quelli di Sofia, che a 15 mesi avranno certo tenuto ancora poco ma già con l'intuizione dell'invisibile si uniscono pronti a trattenere, e da lì nascono evoluzioni di immagini metafisiche: non hanno forme ma richiamano forme; non hanno suoni ma sembra che muovendosi creino suono; pollice ed indice girano su di lei, s'attorcigliano, poi si aprono veloci verso l'alto lasciando che l'immagine si lanci a volteggiare; allora in aria tutt'e due i nasi, quello di Sofia a seguire il mio, insieme perdendo per qualche istante lo sguardo sulle traiettorie dei suoi volteggi; e poi in caduta libera riprendo l'immagine e la restituisco a Sofia, che da qualche giorno ha scelto che il compimento della storia si faccia portando le dita unite sulla bocca e soffiando fff f f  f   f     f
Sceglie di chiudere il cerchio dell'invisibile: dal niente venuto a volteggiare, torna soffiato al niente.
Sofia d'altronde conosce bene il vento, e, quando lo sente arrivare addosso o sulle foglie, gli parla imitando la sua voce fff f f  f   f     f

Cosa siano queste immagini, non lo sappiamo.
Cosa facciano neanche.
Ma, della loro breve storia, tutte le volte ce ne incantiamo.
E ne ridiamo. Perché la storia dell'invisibile è solo un gioco.





O come Victoria Chaplin ne "Le cirque invisible".

10.8.10

Sincope sulla schiena.

Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Il ricordo della giovinezza vissuta fino ad un anno fa ha eluso la sua possibilità, il senso del titanico ad essa correlato pure.
Ma gli indizi erano ovunque sul corpo.
Perché se per 14 mesi, 400 giorni e più, per 17 ore più varie ed eventuali al giorno, tieni un peso in un crescendo di gravità che da lontano ti guarda beffardo arrancare dietro la sua polvere: al terzo mese 4 chili ma, abituata a tener birra e sigaretta o libro e matita, ne sopporti di meno, all'ottavo mese 7 chili ma, abituata ai 4, ne sopporti meno, al dodicesimo di chili 13 ma ne sopporti meno, fino ad oggi che di chili sono 15;
perché se questo peso lo tieni addosso, poi tenti di accomodarlo da qualche parte, e proprio non s'accomoda da nessuna di parte se non quella che è appiccicata al tuo collo, e allora lo riprendi e poi, certo, per diversi motivi che si chiamano attività quotidiane, devi pur riaccomodarlo e questo peso alla fine, di fronte a qualche distrazione o corruzione o abbandono in direttissima, s'accomoda, sì, ma per qualche secondo e poi via con la crisi del "o mi prendi o mi faccio fuori a suon di pianto-pianto+urla-urla+tosse-tosse+sincope-sincope+asfissia" e tu magari alla tosse+sincope ci arrivi pure ma alla sincope+asfissia è fatta: hai di nuovo il peso addosso. E così tutto il giorno. Centinaia di accomodi-sincope-prendi, accomodi-sincope-prendi;
perché se questo peso, una volta che si è accomodato sulla parte dal collo in giù, ormai è lì stanziato e qualcosa dovrete pur farla; allora voli, salti, balletti, pernacchie, inseguimenti, prove di camminata, prestidigitazioni per dare, togliere, non fare cadere, raccogliere, acciuffare, agguantare all'ultimo istante, pulire, sistemare, riempire, asciugare;
perché se il peso in questione non è certo quello che viene qualificato come morto ma sembra un caffeinomane in costante crisi d'astinenza e le prestidigitazioni di cui sopra vengono svolte in condizioni funamboliche;
perché se, per acquietarsi nel sonno, questo peso ha bisogno che tu stia sospesa sulle ciabatte, a metà tra il suo lettino e il tuo, e la mattina ti senti mica il prestidigitatore ma la signorina che si è prestata ad essere tagliata in due;
allora certo che doveva accadere lo straamp!
La schiena ha ceduto: ha mangiato troppa polvere di gravità e ha fatto indigestione.
Straamp!


Ed eccolo il Riccio, alle prese col suo secondo bagnetto Sofia.
1° minuto: è confuso.
2° ": mi guarda e sorride ambiguo, punto dalla sfibrante evidenza.
3° ": vacilla.
4° ": fa qualche mal dissimulata smorfia. Ha stanche braccia e gambe.
5° ": non capisce bene se sia stata Sofia ad annaffiarlo, o la fatica.

E per il resto della serata, forse con ancora il gusto di quella polvere, è un continuo di: "come stai?"
E come sto? Sincopata.



28.7.10

Hallelujah Veronicae.


Secondo voi come fa quando dal pediatra, uomo che, oltre che per somiglianza al sex appeal di Mario Biondi migliorata dal capello sale e pepe e occhi azzurri, stimate per la capacità di tener contenuta entro limiti sopportabili la vostra inclinazione all'Apocalisse imminente dandovi, a quello che per voi è sciagura degli dei, definizioni tipo "brufolo" o "stitichezza" o "dentizione", abbastanza diplomatiche perché anche per questa volta i vostri nervi non dichiarino guerra alla vostra salute mentale, dopo avergli domandato se sia stato sbagliato non aver iscritto quest'anno all'asilo vostra figlia, visto la sua propensione a socializzare, lui vi risponda che è talmente stimolata da voi e quindi intellettualmente precoce che l'asilo potrebbe per il momento risultare limitante dato che, ancora in divenire, la bimba tenderebbe ad uniformarsi ai "livelli normali" (maledetta congenita tendenza all'omologazione!) ?.
E come fa se nel tragitto tra la sedia dell'Ara Pacis Veronicae eretta nello studio del pediatra e l'uscita, il vostro auto-panegirico dell'inettitudine e dei sensi di colpa, 
(in ordine di apparizione:
  • di non riuscir a tener lontana da casa la squadra disinfestazioni
  • che l'altra squadra disinfestazioni semprepresente è quella dei fantasmi del bucato pulito e/o stirato
  • di stare rimandando viaggi e scoperte, sotterrando la paura del confronto con il senso di organizzazione, per il momento nascosto Dio solo sa dove! assieme a buona parte di corredino-neonata/guardaroba-adulti/borse borsette e belletti/accessori high-tech/batterie/tappi di bottiglie/effetti personali/suppellettili vari, con la scusa che ancora non cammina
  • di essere troppo spesso nervosa
  • di fare troppo spesso la compagna di gioco piuttosto che la maman fatale)  
crolli in un sol colpo sotto un mormorio privato "forse che forse il lavoro che sto facendo non è niente male". ?.
E chiedo, sempre secondo voi, come fa quando volendo discutere col Riccio del seguito del pediatra, secondo il quale esistono bambini più raffinati dal punto di vista cognitivo ma più attaccati alla gonna materna (Sofia) e altri meno acuti nella capacità cognitiva ma senz'altro più intraprendenti, dicendogli che nell'attaccamento di Sofia nei miei confronti vedo la conseguenza di una visione più ampia di causa ed effetti, magari pericoli e quindi paure, il Riccio mi risponda che per lui la spiegazione è molto più semplice: essendo io la sua più grande fonte di stimolo, Sofia non vuole rinunciarvi mai. Ara Pacis Veronicae vs Panegirico dell'inettitudine 2-0. ?.  


No, dico, secondo voi come fa?
Perché mi chiedo se sia normale che a me oggi abbia fatto così:



17.7.10

I want you!

Delegare mi evoca storie politiche newyorchesi genere Onu, anche se vissute sotto una lingua che proprio non mi riesce a far passare dalla gola (afasia dell'inglese, direi).
Oppure ricorda protocolli di burocrazie in mano a signori anonimi, annoiati, così tanto stanchi degli anni compiuti ad inquadrare cavilli impersonali, da non aver più la voglia di cambiare nemmeno i consueti pantaloni grigio-sformato che fin da lontano li annunciano: "E' arrivato il delegato..."

Ecco, delegare è un verbo che vive nella mia immaginazione.

Delegare è un verbo transitivo che qui a casa mia non transita affatto.

Sofia vuole me. Come prima testimone di ogni sua azione.
Per tutto quel che riguarda la cura del corpo, Sofia vuole me.
Cambio dei pannolini, igiene quotidiana, preparazione della pappa e imbocco, vestizione, svestizione, rivestizione, risvestizione, in questo periodo così frequenti e puntuali come le cazzate di Berlusconi o le tasse universitarie.
L'addormentamento - e prima di Sofia, non avrei mai pensato che fosse davvero un lungo e lento lavorìo di sapiente alternanza di gesti e suoni, abilmente dosati, simile all'azione ipnotica di uno stregone o all'imposizione delle mani di un pranoterapeuta; il neonato, che si addormenta secondo il naturale bisogno di riposo con, al limite, qualche pacca e due note, vive nella città del Sole di Campanella - è questione assolutamente mia.
Questione assolutamente mia anche i risvegli notturni.
Il risveglio finale pure.
Essendo maestra nell'arte dei clown - moine, parole ridicole, versi da cavernicoli, posizioni del corpo al limite del contegno - Sofia nel tempo libero preferisce frequentare il mio bar. Avendo 13 mesi, fate un po' voi di quanto tempo libero c'ha. "Mamma, il solito!" E io giù lì con "Il gatto puzzolone" e "Nella vecchia fattoria".
Se delego, come per ovvi motivi sto facendo in questo preciso momento, si fanno strada  tre possibilità.
  1. Sofia non è piagnona né mammolina, è simpaticamente attratta da me, perciò se non ci sono s'arrangia, ma se mi trovo nell'area circolare di 20 metri attorno a lei, anche se non sono visibile, il suo radar s'attiva e scatta l'allarme "mam, mam, amm, maaahhhmmm" di cui solo io ho l'interruttore di spegnimento.
  2. se sono presente, aaabbè, entra in scena la rappresentazione così ben collaudata della tragedia greca (lei fa tutto, in crescendo, dal coro sommesso all'eroe furioso dal fato funesto) con indice annesso puntato su di me, tanto perché il motivo del suo dolore non sia travisato.
  3. Sofia non c'è, allarme in stand-by, tragedia greca rimandata, dito puntato pure, che succede? Da un punto imprecisato della selva mentale che tengo sopra il collo, arrivano al galoppo le vocine: "mamma snaturata mamma snaturata mamma snaturata". Io non riesco a delegare. Sofia invece avrà fatto qualche accordo con la mia coscienza e, quando fisicamente non può, manda le vocine a ricordarmi di lei.
    E dalle vocine a tornare a Sofia perché smettano passa in genere pochissimo tempo.
    Come sempre. Sempre con Sofia.

    Il mio non è un lamento. E' semplicemente una constatazione.
    Perché, quando mai nella mia vita sono stata "condizione necessaria e sufficiente affinché" ?
    Penso mai.
    Non riesco a delegare perché, nel caso, non sarei più così squisitamente essenziale. 
    E siccome, quello dell'essere "necessaria e sufficiente", è una favola che avrà, come il sano vuole, presto la sua fine, lascio che per adesso sia così. 
    Il mio ego ringrazia.

    Vado, che le vocine non è che lascino scrivere più di tanto.
    Nel frattempo, potete chiamarmi Ally McBeal.



    10.7.10

    Un oggetto.

    Abbiamo deciso di prenderla senza tanto soppesarne le motivazioni. 
    Un mordi e fuggi dell'acquisto.
    Provata. Pagata. Portata.
    Non ti aspetti grandi cose da un oggetto, sebbene gli venga attribuito, a partire dalla denominazione, l'essere da supporto all'atto creativo, funzione necessaria e determinante all'opera.
    Lo strumento è pur sempre un oggetto, uno delle innumerevoli appendici di cui ci si equipaggia perché le salite risultino meno faticose.
    Uno degli innumerevoli gingilli che fanno peso e lasciano scoperte le nostre carenze costituzionali.

    Invece comincia ad aver respiro, lei,
    a star seduta nel luogo che più raccoglie le nostre storie,
    ad inalare gli odori che ci appartengono e rilasciarli suono a suono.
    Sta lì, 
    vicino, 
    a portata di mano, 
    perché la mano la trovi in fretta e perché in fretta faccia il suo.
    Sta lì, quando la calma dei gesti quotidiani, dei gesti umani, cerca silenzio
    e anche quando c'è la caotica sublime ascesa dello stare felici insieme. 

    E ha una lingua che muove sul senza-demarcazione.
    Né adulta, né acerba.
    La riconosciamo tutti e tre, perché è una lingua che ci appartiene, come quella delle risa e del pianto.


    A volte ho la sciocca impressione che non si stia neanche più in tre.

    5.7.10

    Comune unione.

    Avete presente quando ci si sente interi?
    Quello stare. Senza altri attributi o modi.
    Senza fuoriuscite del pensiero, senza labirinti.

    Il luogo è intero. Ma non ha importanza.
    Il suono è intero. Ma non ha importanza.
    Il tempo è intero.
    E questo sì che ha importanza.
    Perché significa che gli scatti di prospettiva, che siano in avanti o in dietro, stanno fermi.
    Significa che non ci si rende conto della finitezza, della perdita.
    Non c'è alcuna perdita dove non c'è tempo.

    Si sta. 




    Interi. 



















    29.6.10

    Il vaccino con le corna.













    Gossippost.
    Per non farla proprio banale banale, mettiamola così: il mio è il tentativo di rendere ancor più normativo, o di dare ancor più fondamento scientifico a quel comportamento umano troppo umano, animalissimo, chiamato poligamia, che è l'atavica attitudine dell'essere umano all'espansione territoriale e colonizzazione attraverso un'attività paragonabile a quella agricola, aratura e semina del maschio, raccolta e gestione del raccolto la femmina.


    La giornata inizia col vaccino di Sofia.
    E con il crollo delle certezze mio.
    Maguardacomesicambia:qualchemesefasareisembrataunamuccapazza
    sull'orlodiunacrisidinervieguardaadesso,fredda,gelida,distaccata,efficiente,
    senzanessunacrisidinervi,
    senzapianterellodrammaturgico.Vaai,grande,hosuperatomestessa.
    "Ora si sieda, Signora, e si calmi, faccia training autogeno mentre preparo..."
    'azz...

    Per riavermi, dal vaccino e dal training autogeno, andiamo a prendere un caffè.
    Di fronte a dove siamo seduti c'è una ragazza che aspetta. 
    Non ha un benemerito da fare: si vede da come sta molle sulla sedia, da come è omogeneamente spalmata di crema oleosa, da come porta la pedicure bell'e in mostra e da come ha perfettamente orchestrato lì sulla testa le due mollettine  Hello Kitty - che c'avrò trentanni e passa ma la gattina morta fa sempre ever green. E mi rendo conto che non ha un benemerito da fare perché, alle 10 e 30 del mattino sei al bar, non stai lavorando, non stai studiando, non stai pulendo casa, non hai portato tua figlia a fare il vaccino, non sei un pensionato, non appartieni alla categoria varie ed eventuali e soprattutto hai le mollettine di Hello Kitty ben orchestrate in testa, mentre io, per far prima, da un anno porto sempre lo stesso squallidissimo elastico blu elettrico.

    Aspetta e guarda in alto, in basso, di lato, per obliquo, dritto e rovescio. Insomma non guarda niente. Fino a che non arriva lui, il suo lui. E adesso guarda, eccome se guarda. Ha l'occhio da pesce lesso, lei, con un tiepido accento di lampo. Quel lampo genere è stato bellissimo stanotte. Ci sta facendo colazione con quello: lo spalma su tutto.
    Lui è di spalle, maglietta rosso fuoco. Si sa: su certe faccende, gli uomini sono più discreti.
    Le porta qualcosa da mangiare. Sempre di spalle.
    "Va bene questo?"
    "Si grazie. è stato bellissimo stanotte"
    "Vuoi qualcosa da bere?"
    "Per il momento no. è stato bellissimo stanotte"
    "Vado a prendere il caffè"
    "Ok. Sono qua. è stato bellissimo stanotte"
    E' cretinamente ridondante.
    Oddio, qualcuno l'avrà visto anche su di me il cretinamente ridondante.  Anche a me piaceva metterlo su tutto, l':è stato bellissimo stanotte, prima che Sofia mi trasformasse in Nostra Signora di Clausura.

    Porto la maglietta rosso fuoco per dire anch'io che stanotte è stato bellissimo, torna col caffè e si siede. Di fronte a me. Lo vedo.
    E' lui. L'amico di mio cugino di una vita. Che ho visto trasformarsi da gufo brufoloso a extrasistole del sesso, da "boh non so" a "vieni, bambina, che con due tre paroline ti rivolto come una cotoletta".
    Fa finta di non conoscermi.
    Faccio finta di non conoscerlo.
    Fai finta di non conoscermi?!
    Prendo lo scricciolo e vado da lui.
    "ohhhh, non ti avevo riconosciuta"
    Mi sa che se l'inizio è così...a voglia di paroline per rivoltarmi come una cotoletta.
    Insomma, si insinua subito uno specie di legittimo dubbio che non so spiegare bene da dove arrivi mentre lei è ancora col guizzo da pesce lesso.
    E mo' basta!: abemus capito della fumata bianca di stanotte.
    Lui è stranamente matador disarcionato: si scaglia su Sofia e incomincia l'Encomio.
    Non sto qui a riportare "o che bei piedini, o che belle manine, io piaccio ai bambini, quanto mi piacciono i bambini", quanto piuttosto di come sti poveri bambini si immolino inconsapevolmente alla causa "salvate l'adulto incasinato".
    E sto lì a guardarlo il maschio extrasistole disarcionato, e c'è qualcosa che stona.
    Perché è così nervoso?
    Perché è così nervosamente proteso verso la bimba?
    Perché mi sembra che stia sfuggendo da qualcosa, che stia facendo bibidibobidibù pur di non dire altro o perché io non dica altro che bibidibobidibù?
    E soprattutto perché mia figlia comincia a sembrarmi una cotoletta?

    Prima di vedermela con l'occhio fritto guarnita con fette di limone, saluto e vado.


    Ed è fuori, all'ombra dei platani di fronte al bar, che la visione si allarga e punta il bersaglio. E vedo contadini, semine, raccolte e pesci lessi.

    Lui è sposato. E ha un figlio.
    E non con la sorella occhi di triglia di Hello Kitty. 
    Con l'altra. Che è a casa. E l'unica crema oleosa che sta mettendo è quella sul culetto arrossato di suo figlio.





    p.s.:per par condicio, non saprei dire a quale legame stia disattendendo occhi di triglia, avendole notato addosso soltanto una parentela felina.

    25.6.10

    No, no e poi no!

    La parola del momento.
    No.

    "Sofia, vuoi venire in braccio?"
    No.
    "Allora vuoi restare a terra?"
    No.
    "Ti vuoi sedere sul seggiolone?"
    No.
    "Dunque, immagino tu voglia stare sospesa in aria?"
    No.

    Certo è che questo "no", un gioco al massacro delle intenzioni per il gusto fine a se stesso del massacro, che da luogo a paradossi ontologici, ha ancora bisogno di bilanciamento, piuttosto di una focalizzazione più precisa dell'oggetto a cui è rivolto, ma già è evidente quanto sia impregnato di atteggiamento.
    L'atteggiamento di chi per esprimere il suo volere deve passare attraverso il rifiuto.   
    L'atteggiamento di chi per affermare se stesso deve negare tutto il resto.

    "Sofia, hai voglia di dire sì a qualcosa?"
    No.
    "Allora hai proprio voglia di dire no a tutto?"
    No.

    Che Aristotele e il suo compare il signor Terzo Escluso mi aiutino!

    22.6.10

    Amabile clown.

    Li guardo, quello scricciolo bellissimo che fa tremare il labbro a comando mentre ti guarda angosciata come se fosse l'ultima volta che si starà assieme, e il Riccio, l'uomo dalla voce del vento, che ha cantato tutto quello che aveva da raccontarmi seduto sul velluto delle corde basse, che suona il basso e canta il vento, suona il basso e muove ogni gesto secondo un preciso ritmo, suona il basso e parla dando alle cose la grazia del suo sussurrarle.
    Li guardo, tutt'e due affaccendati, lo scricciolo a disperarsi, il Riccio a spegnere la sua disperazione. Con ogni mezzo, tutt'e due. Lei, una girandola di crescendo di lacrime, occhi pesti e stropicciati, smorfie di dolore e "...amo'e..." su di me, lui, tentativi poco convincenti di stemperamento della crisi con canzoncine sciocche, balletti del corpo nervosi, smorfie ridicole, a tratti efficaci, su di lei.
    Li guardo, mentre sono a un palmo dalle loro fatiche, e penso a quanto sia miracoloso e devastante ad un tempo l'entrata in scena di un lattante sulla personalità di un adulto. L'inconsapevolezza del suo vivere riesce a scardinare il più collaudato, non tanto per valore quanto per durata di tempo, tra gli abiti di un uomo, nonostante il lungo lavorìo del taglia e cuci. 

    Lo vedo, sul Riccio, quel piccolo dolore, che appartiene tutto all'essere genitore, di quando si prova a far qualcosa ed è un buco nell'acqua, quell'andare all'infuori di se stesso per uno scricciolo ululante, quel calarsi al di sotto del suo far musica su ogni cosa, nuotare in acque che non gli appartengono e risalire a galla con ancora addosso i vestiti da clown.

    Lo scricciolo, in braccio a me, già ride.
    Il Riccio torna a suonare le sue corde basse. Ancora tutto bagnato.