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26.9.13

50 giga sulla fronte

Pulizia del pc. 
Che il nostro quinto arto figuri nella lista delle cose che hanno bisogno di cura, manutenzione, riorganizzazione, è ormai un fatto. 
Perciò alla casa, i cassetti, gli armadi, le agende, le borse, i giardinetti, i corpi e i portafogli da ordinare, si aggiunge il pc, ovvio.
Da questo punto di vista, si può dire che la vita, tra le altre cose, sia anche una storia di ordine, disordine e riordine. Passiamo una vita a riordinare quello che abbiamo appena disordinato. 
E forse non c'è un altro modo perché l'equilibrio si concretizzi.
Perciò si può anche dire che la vita sia una lunga, perenne marcia verso la realizzazione dell'equilibrio.
Del perché non saprei, ma la tensione di ognuno di noi mi sembra sia questa. Spossante il più delle volte, ma piena di bellezza alla fine.

Sto scaricando i 50 giga di foto e filmati realizzati dal Riccio in poi, da Sofia in poi.

5.8.12

Ritrattazione di un post mai scritto

Più volte qui dentro mi è stato fatto notare quanto sia cervellotica. E a me questo mi fa sorridere e mi piace. Se non altro perché persone che non ho mai visto occhi negli occhi usano questo termine con precisione. Mi piace sapere che la radice più cruda di me esca fuori e da voi venga accolta. Mi piace molto.
Dico questo perché da una settimana direi invece che cervellotica, nel bene e nel male, non mi si addica invece poi molto.

Lavoro da una settimana. 

E siccome a me pare che tutto qui, su questa terra, stia in equilibrio, i pianeti, yin e yang, le ricette di torte, le rime baciate, i corpi che galleggiano, le risa e i pianti, il botta e risposta, i libri in libreria, le ceste sui capi delle donne africane, il concavo e il convesso, il bene e il male, i meccanismi degli orologi (mo' me fermo), ché secondo me la forza più forte che tiene in piedi tutta 'sta baracca non è l'attrazione ma l'equilibrio appunto, allora dato che lavoro di muscoli, spalle a pezzi, piedi a pezzi, per la legge dell'equilibrio, che poi sarebbe anche di compensazione, non mi riesce in questi giorni di fare l'intellettualoide free lance come al mio solito.
Insomma, avrei tanto da raccontare ma due frasi come due che stiano in piedi, in piedi non ci stanno.
Starei scrivendo un post che racconta di questa mia Catania diventata una China town con tutti i santi crismi per le modalità di pagamento poco consone ad un trattamento che voglia definirsi umano. 
Ma oggi sono felice e lontanissima dai toni di quel post, che comunque rimane vero e da condividere.

È che oggi ho ricevuto la mia prima paga settimanale. 
E sono felice perché non so se in questi tempi di magra, di crisi, di diritti soffocati da un lato e accampati e pretesi dall'altro, succeda spesso che un datore di lavoro, che conta finanche i centesimi, ti fa risparmiare sulla carta, sulle materie da utilizzare, alla fine, pur essendo la prima settimana di prova di un lavoro che non avevo mai svolto prima in vita mia, ti paghi di più del prezzo pattuito perché il lavoro che hai svolto lo ha meritato. E rimandando già al prossimo Settembre all'aumento.
Lui non sa che ho lavorato una settimana intera come una matta forsennata, senza fermarmi mai un attimo, come se avessi un diavolo dentro, perché in effetti io quel diavolo lo avevo davvero dentro.
E però lo ha visto. E senza che chiedessi mi ha pagata di più.
Inutile dire quanto sia soddisfatta. Di me. Dio, quanto tempo è passato da quando non...

Qualche paranoia e senso di colpa in meno.
E con i lucciconi scemi agli occhi.
Perché potete immaginare cosa andrò a fare fra qualche minuto per la prima volta in tre anni, no? :) 

19.7.12

Chi va con lo zoppo (quello che fa "miiiiiiiii")...

Tanto per chiudere l'argomento, no: il padre di Mercoledì non è Gomez.

Piuttosto è l'unica figura che potrebbe più avvicinarsi a quella di riferimento. Rimprovera Mercoledì con il giusto tono d'autorevolezza, quello che non ammette repliche o mosse false. Ma coniuga benissimo durezza e gioco.
Ché credo sia questo il segreto per educare al meglio: stare a metà tra autorevolezza ed elasticità.
Pendere verso l'uno atteggiamento o l'altro sono convinta che tolga al genitore qualsiasi diritto ad essere riconosciuto dal figlio come individuo attendibile.
Ho cominciato ad avere fiducia nel suo modo di educare in due circostanze. Una quando, dopo giorni e giorni di malumore da parte di Mercoledì, l'ho sentita una sera ridere a gola aperta. Uno specie di miracolo. Giocava con lui.
L'altra, quando, dopo averla combinata grossa, l'ho sgridata per la prima volta senza remore e lui mi guardava lasciandomi fare, evidentemente condividendo.
Insomma, la pensiamo allo stesso modo.
E questo mi pone nei suoi confronti in una condizione di rispetto e simpatia (ego dicet :).
Una pecca: abbondanza spropositata nell'utilizzo di "miiiii" e "au!", tipici intercalare del dialetto siciliano in fase di delirio (per maggiori informazioni potete approfondire qui, precisamente al minuto 1:58).
Francamente quando Sofia ha cominciato ad usarli ho avuto timore, ché non c'è niente da fare: l'esterno condiziona.

3.4.12

Come un'amazzone sull'onda

Io credo che dovremmo smetterla di usare questo caspita di pensiero positivo, o post moderno, o dello sviluppo, o quant'altro di robaccia simil, mmmm... non so, capitalista. Insomma questo modo di pensare sempre spinto in avanti, sempre spostando più in là gli obiettivi, sempre ridefinendo il limite, anzi superandolo continuamente, non mi sembra ci abbia sempre portato bene.
Avanti, avanti, avanti, andiam, andiam, andiam, ancora, ancora, ancora.
Non fermarsi mai. A tutti i costi.
Che poi, ma quanti son alti alla fine sti costi, no?
Questo genere di pensiero così schizzato in avanti mi fa pensare a quando lavoravo all'aereoporto vendendo carte di credito. La prima settimana cinque carte di credito andavano bene, due settimane dopo dieci andavano bene. Tutti ci arricchivamo. Guadagnavo benissimo, e figuriamoci se nella catena di montaggio della vendita quelli sopra di me non lo facevano, non ci guadagnavano, se io ci guadagnavo. Poi mi son fermata a dieci. Dieci. Una settimana prima dieci andava benissimo. Sette giorni dopo era diventato un numero di merda.
Cresci, cresci, cresci, aumenta, aumenta, aumenta.
Ma all'improvviso quale specie di prurito demoniaco t'è venuto se sette giorni fa ti arricchivi benissimo e ora non ti basta più? E quindi secondo te tra un mese dovrei vendere in quattro ore cento carte? E dove li trovo in una botta sola tutti sti idioti?
Io ero più che convinta, e lo sono ancora, che esiste solo una piccola percentuale di idioti, giusto quella che serve a confermare la regola che l'essere umano è un essere intelligente. Per cui, di conseguenza, nella vendita di ste carte di credito, ero più che convinta che dieci o venti, toh, delle mie carte più quelle dei miei colleghi avrebbero più che coperto giornalmente quella percentuale che serviva a sfamare le fauci dell'azienda.
E invece no.
Evidentemente il mio numero percentuale non corrispondeva al loro.

24.3.12

Pro pro prova prova

Fiuuuuuu: ce l'ho fatta.


No, è che se vi capita qua e là di leggere certi post alla Soule Mama's mood (scherzo: tengo alto il livello d'attenzione) o genere trasposizione in testo dei finali di Grey's Anatomy, vi esorto a non pensarla come ad una tecnica di comunicazione navigata di una rivista settimanale da quattro soldi che tende a far leva sulle nostre basse tendenze Armony sempre in agguato (sì, è una critica, sì, a certe editorie). 
No, è che è davvero la mia vita. La mia vita che sta cambiando, che sta prendendo una piega diversa, che fino a qualche mese fa era una merda e ora trova nuove risorse che mi va di celebrare in questo modo, con le parole, visto che siamo qui. E visto che qui non mi verrebbe poi tanto facile suonare la mazurka.

17.3.12

Gattacce di primavera

Se qualcuno dovesse chiedermi a quale personaggio mi potrei riferire dovendo parlare di me stessa, ecco, credo che non farei fatica ad identificarmi in Mary Fisher di She-Devil. 
Alla fine del film, però. 
Cioè, quando lei, delusa dall'amante, la famiglia del di lei amante, la moglie indemoniata, i casini, i rosa, i pouf, le pagliettes, la vita meringata che si costruisce e di cui scrive, ecco, dicevo, alla fine, presa dal disgusto per lo zucchero che impera nella sua vita e le ha reso solo una carie, lei alla fine sceglie di diventare nera.
Nera. Genere scrittrice maledetta. Genere continuo, profondo, proficuo ma fastidioso rantolo. Genere o rantolo o morte. Va bene, non vi sto qui a descrivere il colore e il tono dei "maledetti" ché sappiamo bene tutti.
Comunque sì, io sarei così. Non saprei bene dire quando è avvenuta la scelta, quand'è che ho vestito i panni della lady maledetta invece di quelli pastello, o giamaicani, o donna delle Fiandre o fluo di questi ultimi sgargianti tempi moderni. 
Forse quando, meno di dieci anni, regalo di una Pasqua, su un castello di cartone il cui interno aveva contenuto un nuovo di Pasqua della nota azienda di uova-ovetti-ovoni, invece che la storia di una principessa da salvare con l'ammore, inscenavo una psico tragedia familiare tra puffetta e Barbie. 
O forse quando nei miei pomeriggi di bimba libera, invece che scendere giù a giocare ad un, due, tre, stella!, preferivo ragionare sul principio cosmico dell'esistenza.

19.2.12

Il momento

Bisogna capire quando è arrivato il momento.

Di stare qui in piedi sapendo di essere qui in piedi, sentendolo.
Di non perdersi niente con gli occhi, di non tralasciare nulla, ma ché tutto attorno è già tutto e la frenesia degli occhi invece si perde, in tante cose, tante cose.

24.10.11

Giochiamo a fare i grandi

È di nuovo polemica quella sollevata da alcune associazioni di genitori in seguito all'uscita del nuovo modello Barbie. Stavolta alla gogna è salita la barbie stile rocker, tutta glitter, leggings leopardati e tatuaggi, colpevole di essere troppo provocante, di fare da cattivo esempio per le bambine e di incoraggiare il loro naturale desiderio di apparire più grandi.
Che non ci fossero barbie modello "Promessi sposi" e "Domenica in piazza San Pietro" lo sapevamo già.
Ma, devo dire, come ogni volta che mi trovo davanti a questo genere di questioni, mi sembra che le reazioni siano esagerate. Specie per un oggetto, tra i tanti, cui alla fin fine spetta a noi dare un peso. Quello giusto, si spera.

Stile rocker ribelle, tatuaggi e teschio-cuore compresi. A parte che più che uno style pericolosamente fascinoso e da voler imitare, quello di questa barbie sembra uno dei tanti fantasmagorici out-fit partoriti dalla mente di Simona Ventura. Con un tocco di Platinette. E se avesse un bottone per parlare direbbe n'ascella sì, n'ascella no.

27.12.10

"1°" Natale

Non me lo ricordo affatto il Natale dell'anno scorso.
Se già oggi soffro di grave deficit d'attenzione e tenere a mente due nozioni diverse, seppur connesse da funzione logica tipo latte + biscotti, mi risulta gravoso quanto per una foca studiare i sistemi integrali, figuriamoci com'ero messa un anno fa.

Quando ero nursery vivente e azienda produttrice di latte attiva 24 ore su 24: portavo Sofia in braccio tutto il giorno (leggi tutto il giorno), per una sorta di patto che avevo stretto con la mia paura di non essere abbastanza, e pareva che il latte che lei assumeva istante per istante venisse sistematicamente fagocitato da un buco nero, perso in uno spazio cosmico parallelo che a stare a sentire la legge della conservazione della massa certo qualcos'altro sarà andato ad alimentarlo; una specie di adozione coatta a distanza di nonsochiocosanonvogliosaperlo.

Oppure più semplicemente mi prendeva per il culo.

Se ne stava lì, quieta, ventosa appiccicata con attack, chiodi e cemento a presa rapida, ignara dei miei crampi, dei miei bisogni fisiologici impellenti, del baratro verso cui stava precipitando il mio sistema nervoso. 

Naturalmente, per la condizione paradossale che la genitorialità offre per cui mentre il senso del tuo personale mondo, così come te l'eri affannosamente costruito tassello per tassello, crolla sotto l'effetto domino per farti però allo stesso tempo contenitore più ampio del senso di tutto questo mondo, mi sembra superfluo sottolineare che la problematicità dell'anno scorso fosse condita da profonda, piena felicità.

Direi totalizzante, però.
Paralizzante.
Troppa.

Di quella felicità che stordisce, ti assale investendoti, si attacca sulla percezione del mondo reale ovattandola di melassa e togliendo il più piccolo barlume di raziocinio, si fa malattia dell'intelletto.
Ti rincoglionisce insomma.

Anche perché la simbiosi che si viene a creare tra due identità è per gioco forza reciproca, di mutuo rapporto.
Se Sofia si muoveva dentro una bolla, lo facevo anch'io.
Se non aveva il benché minimo sentore del tempo cadenzato, anch'io venivo risucchiata dal torpore denso del non-tempo.
Se per Sofia il rito millenario aveva la stessa rilevanza di un rutto, anche per me qualsiasi evento fuori dalla nostra bolla mi sembrava una storia lontana a cui io non appartenevo.
Mi sentivo dentro al sacro fuoco della maternità e fuori da ogni altro gioco.

Per cui no!: lo scorso Natale per me niente spazio per lustrini, lucine, palline, canzoncine, pucci pucci pa' pa' o atmosfere d'ispirazione.

Quest'anno, nonostante dalla banchina guardi ancora nostalgica i binari lineari della ragione aspettando di poterli ripercorrere, sembra che la nebbia dell'ottundimento attorno alle vette della testa stia cominciando a stemperarsi.
A poco a poco.
Lentissimamente.
A piccoli traguardi, come se stessi seguendo un corso di riabilitazione alle cose di ogni giorno.

Le cose di ogni giorno.
Come di questo nostro "1°" Natale.











21.11.10

Cucitura e stiratura

Mentre stiro gli abitini di Sofia succede che, dopo un lavoro certosino e di enorme dispiegamento di energie da parte del sistema nervoso, tolga una prima piega e che, tolta la piega, tutte le volte fiduciosa oltre ogni limite di ingenuità che il lavoro [ecc. ecc] nervoso sia passato dall'altra parte del vestitino e che dunque sia definitivamente finito, succede che giri e ACCH!: tre pieghe ben bene formate dalla precedente pressatura del ferro. Allora mi metto di lena, tolgo le tre pieghe, giro e PORCH!: altre due pieghe, al posto della piega di partenza. E va così, di piega in piega, finché, colpita improvvisamente da una forma acuta ma di breve durata e spontaneamente reversibile di cecità senile, non mi decido a lasciar stare.

Ieri pomeriggio, stirando i vestitini di Sofia, mi sono resa conto che il problema non è mica nella stiratura ma molto prima: è nella cucitura del tessuto. 

Ieri pomeriggio, stirando i vestitini di Sofia, mi sono resa conto che in questo periodo la mia vita è così: un tessuto cucito in modo talmente complicato, arzigogolato, da non so quale geniale sarto, quasi certamente io stessa, da far sì che la stiratura sia una complicazione e non una soluzione. Più mi accanisco sulla stiratura mettendo forza, energia, attenzione, più la complessa cucitura mi si rivela in tutta la sua impossibilità ad essere spianata.
Mi chiedo come si fa?
Come si fa a tenere tutti i pezzi assieme? A far quadrare i conti?
Come si fa a tenere in costante equilibrio geometrico così tante facce di questo prisma che è la mia vita?
Eccole le facce.


La casa

  1. tenere in ordine, che poi significa lottare contro mulini al vento. Il disordine sembra avere una sua propria personalità, una sua vita biologica ed intelligente, sembra che segua scrupolosamente dei disegni misteriosi e soprattutto che vinca sempre
  2. pulire, scopare, lavare, spolverare, igienizzare, smistare ciclicamente nel frigo corpi amorfi da cibi ancora miracolosamente sopravvissuti alla bomba batteriologica, cambiare le lenzuola prima che i nostri corpi facciano da segna-posto umani 
  3. appendere il bucato, ritirarlo e stirarlo senza che sia vittima di abbandono in buste dentro l'armadio
  4. cucinare
  5. fare la spesa
  6. smaltire la burocrazia legata alla macchina quotidiana


Gestione personale 

  1. preparare almeno due materie per Gennaio
  2. tenersi ad un livello che almeno sfiori quello di decenza che non prevede affatto capelli isterici, unghia stile lupo mannaro, look genere "piccola fiammiferaia" con i primi cenci che trovo e pantofole logore
  3. tenersi sveglie, informate, presenti, attive, reattive, ma non iperattive, forti ma gentili, lucide ma tenere, tenendo in equilibrio tutte le sfumature tra forza mascolina e fragilità da vergine sacrificale 
  4. aggiornare il blog 
  5. fare in modo che l'uomo animale sociale, con le trame intricate delle sue relazioni che lo formano e lo sostengono e lo stimolano, non sia una barzelletta su Berlusconi (o non solamente)
  6. combattere, con tutta la forza e lo sforzo titanico che è in me, contro l'azione d'amebetizzazione che l'universo sta svolgendo su di me 

Sofia
Ehhh....Sofia. Fare tutto per Sofia. Tutti i punti delle liste lì sopra. E tutto quello che non mi viene in mente.
E poi

  1. lavarla, cambiarla, vestirla, farle il bagnetto, farla mangiare, lasciarle la sua indipendenza e farla mangiare da sola, farla mangiare da sola e lasciarla sporcare, lasciarla sporcare e ricambiarle i vestiti appena messi, cambiarle di nuovo il pannolino
  2. prepararle colazione, spuntino, pranzo, merenda, cena, stando attenta alla variabilità, alla genuinità, alla bontà
  3. consolarla, incitarla, stimolarla, portarla fuori, divertirla, istruirla, tutto il giorno
  4. farla giocare tutto il giorno
  5. farle fare i pisolini e cantarle la ninna nanna
  6. fare avanti e indietro tutta la notte, lettone-lettino lettone-lettino lettone-lettino

Mannaggia a quando un giorno gli umanisti del 500 scelsero di ribellarsi all'autorità dell'apparato religioso medievale (che di certo soffocava ogni iniziativa individuale sotto tutta quella serie di norme a cui dover rispondere ma al contempo sollevava da ogni forma di responsabilità personale) e, facendo dell'uomo in balia della Provvidenza un artefice del proprio destino, ci regalarono quest'uomo faber responsabile di tutte le scelte e le azioni e le conseguenze della propria vita, un deus ex machina dentro questo mondo e la sua esistenza.

E sarebbe facile dire che non posso far tutto, esser tutto, tenere in piedi tutto. Sarebbe facile dire che dovrei delegare o scegliere una cosa per un'altra.
Non è così. Non più.
Sono una donna faber. Devo fare tutto. Tutto il puzzle.
Stirare tutte le pieghe finché il tessuto non sia tutto spianato. O scucirlo di tutti gli orpelli che lo sformano e ricucirlo.

Come?

Lasciate una speranza, voi ch'entrate
perché io credo di averla definitivamente esaurita.

9.11.10

Le mie scarpette rosse

Accomodatevi, prego. 
Prendetevi del tempo, se potete. Perché è di tempo che qui si parla, ché me lo sono preso tutto per raccogliere i pensieri, come quando si tiene qualcosa in bocca non per divorare ma per assaporare il gusto, tenerlo finché non si scioglie nell'acidità degli umori corrosivi. Eliminate, se potete, gli umori corrosivi del tempo veloce-velocissimo e
gustate questa bevanda, che ho preparato con la stessa lunga metodica cinese gestualità.

Così tanto tempo lontana dalle scene in kbyte perché a un qualche balordo fancazzista è saltato in mente, se di mente si può parlare, di sabotare la centralina che dispensa connessioni all'intero quartiere dove vivo. Un Big Bang rionale delle telecomunicazioni.
E per quanto mi riguarda, una grande occasione.
Vi parlo di questa mia esperienza di durata bisettimanale nel buio medievale fuori dall'era internettiana perché ho avuto tanto tempo - tempo che, in caso contrario, in mancanza di questa esperienza dico, non avrei mai avuto o preso - per razionalizzarla e sviscerarla. Prima viverla ciecamente, come si fa con tutti i fatti contingenti che si vivono come inghiottiti dentro l'occhio di un ciclone, poi guardarla da lontano con l'occhio razionale ripulito dai venti vorticosi e detriti incontrollabili, infine poterla raccontare.


(Se di tempo ne avete poco, passate a "Scarpette Rosse" che più s'addice al mordiefuggi tipico di un blog categoria "personale" 
Se proprio non ne avete, saltate direttamente a "Conclusioni") 


Labirintinternet 
Quando la sera del 27 Ott. la connessione è saltata si è subito percepita la mole della questione.
Connessione in tilt. In tilt la mia testa.
Ho accelerato immediatamente l'attività, già di per sé spasmodica in tempi non sospetti, del nostro caro nevrotico dito indice.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (numero indefinito di click). Niente.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (n. i. di c). Niente.
Click e niente per un'ora.
Descrivo questa mia apparente insulsa reazione perché è stata questa a mettermi subito in stato di allerta. Dal dito indice molesto in poi ho infatti cominciato a mettere sotto lo screening dell'auto-osservazione ogni mia mossa di fronte a questa situazione.
All'indomani del Big Bang, dopo una lunga-fredda-nera-notte fatta di contorsioni di occhi e di testa a metà tra rabbia psicotica e possessione demoniaca, di pruriti inestinguibili e sogni allucinati, dalle tane puritane siamo usciti tutti noi ratti superstiti abitanti del complesso danneggiato. Al posto di frasi e sorrisi di rito cortese, un disagio che non abbiamo potuto mascherare con nessuna delle frasi di repertorio tipo "Come sta?" "Bene. E lei?" "Bene".
Labirintite acuta manifesta tra un lampione e un vaso di piante grasse, occhi vacui e arrossati, sguardo scoordinato lanciato nell'etere privo di punti di riferimento e un generale unico rantolo: "Sto impazzendo" "E adesso che faccio?". E giù tutti con sorrisi sgangherati di comprensione, empatia o compassione buddista.
Diagnosi: crisi d'astinenza per dipendenza da internet.
Allora ho dovuto per forza cominciare ad analizzarla, questa dipendenza.
Prima di tutto perché una così facile ostentazione di questa nostra debolezza?
In genere sono i mattoncini dell'ego incollati con la saliva che tentiamo di mostrare, le nostre code di pavone, i colori più iridescenti - come se il nostro comunicarci fosse sempre e solo una pantomima del corteggiamento, una danza per l'accoppiamento tra predatori e prede.
In questo caso però ostentare dipendenza da internet ci ha reso, o mantenuto, in qualche modo forti. Perché ammettere, con tanto di sorriso scaltro dovuto al  benessere che ti offre il senso d'appartenenza ad un gruppo affollatissimo, legittimato dal diritto proveniente unicamente dalla consuetudine, di passare davanti ad uno schermo tutta la serata, o anche molto di più, per non incontrare il/la tua compagna, i tuoi figli, la tua gente, i tuoi doveri, le cose rimaste in sospeso, la lampadina da cambiare, il libro sul comodino? Perché non abbiamo alcun riserbo ad esprimere la nostra totale mancanza di incanto per la vita presente in carne ed ossa?
Perché internet è una carrozza dorata, una montatura di paillettes e lustrini che facilmente incanta.
E' la Babele per eccellenza. Una Babele multimediale.
Anche la vita naturale sarebbe straordinariamente multimediale (con in più una indefinibile magia fatta di odori, di luci, di ombre, di suoni, che spesso comodamente definiamo con la parola "chimica"). Ma che ci vogliamo fare: c'è di mezzo sto corpo, così pesante, così stanco, così scomodo. E la vita naturale si vive attraverso il corpo.
Internet, con quel suo po' po' di contenuto da vivere con occhi, dito indice e culo seduto è molto più comodo. Hai tutto con il minimo sforzo.
Dunque è Babele multimediale, assoluta e soprattutto efficiente. Per questo ci diciamo facilmente suoi adepti. Chi potrebbe biasimare una dipendenza dall'efficienza?


Sinapsi e connessioni
Internet è un treno, è sinonimo di velocità, ma si espande lento come una macchia d'olio nelle nostre ore: fagocita il nostro tempo.
Per cui è strano il tempo nell'era delle connessioni in secondi: l'attività internettiana, secondo l'apparato che la supporta, dovrebbe svolgersi in tempi brevissimi, eppure si dilata in modo abnorme e assorbe il tempo naturale, come avviene nel cervello. 
L'attività cerebrale consta di migliaia di connessioni al secondo. Dici 'secondo' e già sono avvenuti migliaia di processi: è una quantità enorme in un tempo ridottissimo che non possiamo razionalizzare, misure che si muovono dentro di noi nella nostra più totale ignoranza.
Un'ignoranza buona questa, molto saggia, perché pur partecipando della complessità del reale noi non possiamo contenerla consapevolmente tutta.
Non riusciremmo a partecipare di tutti i costrutti della mente senza uscirne schiacciati.
Nel mondo conscio, quello in cui ci strutturiamo consapevolmente, le cose vanno molto più semplicemente. Viviamo sui binari della vita naturale, che seppur complessa segue una ripetitività che la fa sostenibile.
Le stagioni, i cicli, i giorni, il tempo, creazione/distruzione, nascita/conservazione/morte, ci offrono la possibilità di partecipare della complessità della vita.
Quella del cervello è una complessità non gestibile da noi.
Per cui nella realtà che percepiamo quelle misure spazio/tempo si ammutoliscono per lasciar spazio al buon caro vecchio tempo naturale: c'è un tempo per girare il cucchiaino nella tazzina e far sciogliere lo zucchero nel caffè, un'altro per stendere al sole la biancheria, un altro ancora per togliere le rimanenze di una tavola imbandita a fine pasto. Tempi lontanissimi dalla velocità della luce dei processi cerebrali perché il corpo è quello che è, vive il tempo naturale. 
I due tempi, cerebrale e naturale, non vanno mai in conflitto, sono anzi in qualche punto, ancora misterioso alla nostra conoscenza, interconnessi, cioè: l'abnorme lavoro compiuto dal cervello viene come filtrato da un imbuto, rimpicciolito progressivamente fino ad uscire da un forellino molto più piccolo della sua grandezza di partenza. Questo forellino è la vita che noi esperiamo attraverso il tempo naturale, semplice, uniforme, a misura d'uomo.
Nonostante non si sappia cosa sia esattamente questo imbuto, credo però che si possa dire che uno dei tanti anelli che tiene uniti i due tempi senza che vadano in conflitto sia l'ignoranza, la nostra assoluta inconsapevolezza nel nostro caro lento tempo naturale della velocità allucinata del tempo cerebrale.
Stop. 
Ora questo discorso potrebbe continuare con un facile parallelismo tra connessioni cerebrali e connessioni internettiane.
Potrei facilmente dire che la cosa che ci tiene incollati a questo mostro informe dal nome vagamente ed evocativamente cancerogeno come l'eternit è il fatto che sperimentiamo la velocità delle connessioni senza il filtro dell'ignoranza e che questo ci fa sentire al di sopra dei nostri limiti congeniti e naturali, dandoci l'ingannevole ma confortante illusione di poter guadagnare in un sol colpo di click quello che non possiamo abbracciare se non con infarinature superficiali.
E potrei dire molto altro. Sbagliando.
La verità è che parlare di dipendenza da internet significa generalizzare ciò che è molto più particolare e sfaccettato: è un modo parziale di parlare di dipendenze del genere umano.
Inutile demonizzare un qualcosa che è semplicemente strumento al pari di un televisore, di un cellulare, di una chitarra, di una lettura, forse il più sofisticato tra gli strumenti perché è un pentolone di tutte queste cose messe assieme, ma non di più. 


Scarpette rosse
E che cos'è la dipendenza se non un modo smodato, psicotico, nevrotico, malato, di sopperire ad una necessità?
Il fancazzista di cui sopra mi ha dato la possibilità di rendermi conto della mia necessità/dipendenza. Che non si trova affatto legata ad internet: è molto più in fondo.
E' in questa passione che è il mio blog. Ma non è neanche legata a questo blog: è più in fondo.
E' nella mia adesione allo scrivere. Ma alla fine non è neanche tanto legata allo scrivere: è più in fondo.
E' qui, guarda, in basso: è nella mia pancia.
Dove indosso le mie scarpette rosse. Sì!, scarpette rosse.
Alzi la mano chi non ha mai fantasticato sul fregiarsi di scarpette rosse, chi non le ha mai indossate o chi, per totale mancanza di intraprendenza contro i costumi sobri-perbene, non le ha mai fatte indossare ai propri figli.
Il fatto è che le scarpe in generale sono l'involucro di ciò che ci fa aderire di più alla concretezza della vita, la quale si nutre di sangue, di viscere, di sacrificio, di passione: di forza rossa. Le scarpe rosse perciò sono un archetipo: rappresentano l'anelito a che la nostra vita sia salda, vitale e creativa.
Ognuno di noi, dentro ai nostri moti psicologici, possiede e cerca di calzare in ogni modo delle scarpette rosse. Ed è un bene che sia così, è necessario per sentirsi vivi. Ma quando questa necessarietà diventa l'unica, quando le scarpette non ti fanno danzare più la tua danza, il tuo personalissimo swing, perché per la troppa importanza che hai loro concesso cominciano a condurti freneticamente come indemoniate su percorsi che non ti nutrono ma ti sfibrano, questo direi che comincia a farsi problema.
La frenesia, la danza sfrenata, arriva quando la fame delle cose che ci nutrono è stata così protratta nel tempo da voler ad un certo punto fare incetta di ciò che ci sembra poterci saziare l'anima, quando ci si presenta davanti.
Un giorno, affamata com'ero, ho indossato le mie scarpette e ho aperto questo blog. 
Avevo bisogno di un luogo e di un tempo tutti miei che fossero di concentrazione, di ricerca e di confronto attraverso lo strumento che più mi accorda e mi si accorda. Il blog si è rivelato da subito un grande stimolo per la mia creatività. 
Mi ha salvato dal mio essere mamma a tempo pieno di uno scricciolo fagocitante oltre ogni limite la mia persona. Quando le mie scarpette danzavano io mi sentivo libera.
Però ad un certo punto, forse per questo loro rappresentare la mia salvezza e redenzione, hanno cominciato a prendere il sopravvento e rubare il tempo a tutto il resto, anche se solo con la testa. Facevo e mi muovevo comunque, ma se la testa è altrove ogni azione si spoglia di efficacia.
Così tutto a rotoli, tutto, che riassumo con "organizzazione del tempo". Disastro a casa, caos ovunque, disordine, ritmi frenetici inutilmente. 
Energie perse e tutto storto. 
Il tutto condito con tanto nervosismo da parte mia, e dunque del Riccio e di Sofia. 

E venne il fancazzista a togliermi quello che non avevo la forza di togliere. 

Cosa è successo in queste due settimane? 
Ho vissuto la calma e la pace del tempo naturale senza cercare luoghi altrove. 
La casa è pulita e ordinata in modo commovente. Ho iniziato la materia. Ho imbastito lo zaino per i giochi di Sofia e Sofia è in pace perché sente che non ho bisogno di andare. Faccio le bolle e gonfio palloncini non per acquietarla ma per stare con lei. E mentre sta seduta sulla sua sediolina a vedere per l'ennesima-ennesima-ennesima volta Toy Story e io lavo i piatti e sembra che si stia vivendo dentro una schiuma, penso che dopo tutto il casino vissuto questa scena da Mulino Bianco sia tutt'altro che da prendere per il culo. 


Conclusioni 
  1. Se aderire a se stessi e cercare di essere liberi diventa un unico moto che impedisce altro, allora è solo un inganno che ci ammala.
  2. Ieri è tornata la connessione Alleluia-Alleluia e sono felice di essere qui e di ritrovarvi
  3. Un saluto speciale al fancazzista


p.s.: c'ho ragione o no?: tanto tempo senza scrivere e mo' vedi che fame!

26.10.10

Ladies and Gentlemen: il tam-tam

tam-tam
fa nel fondo della mia pancia un tamburo improvviso, improvviso come il tuo decidere di lanciarti
tam-tam tam-tam tam-tam
un battere che nasce dal senso di meraviglia negli occhi fino ad arrivare alla pelle, ma poi torna indietro perché alcune immagini stanno nelle viscere per non uscirne più
tam-tam tam-tam
che si accorda al silenzio che stiamo facendo spontaneo perché niente, neanche l'aria che ti sta attorno, Sofia, ci sembra non dover essere spostata, ché anche l'uomo più meschino ha la decenza di ammutolirsi di fronte allo stupore per il sacro; e qui ora ce n'è, di stupore e di sacro
tam-tam
fa il senso di vertigine che adesso abbiamo addosso anche se è tutta tua questa vertigine, mentre cerchi l'equilibrio
tam-tam
è la voce della strada che si è appena aperta davanti a te e davanti a noi
fatta di nuove tue scelte, di nuove direzioni, ma anche di nuovi limiti
perché le catene si annodano dove si aprono le possibilità insieme ai voli
tam-tam fanno le catene, tam-tam i voli
e la grazia di questo tuo momento, anche questa fa tam-tam, quella delle cose nuove che regalano respiro, ci tolgono da dosso il peso dell'impotenza nel non poter più cambiare l'ormai
e oggi ci fa tutti nuovi, questo tam-tam ci chiama tutti ad esser nuovi come bambini, come te
e a cambiare pure direzioni
tam-tam 
fa questa nuova storia mentre si tesse dei tuoi passi, perché quando il corpo si muove disegna il luogo e il tempo della narrazione

e mi batte ancora il tamburo nello stomaco
tam-tam tam-tam
a pensarti finalmente libera
perché un corpo libero dà corpo alle scelte

i muri, le pozzanghere, la bicicletta, la sabbia, le strade larghe, le corse immotivate, i balli, i salti, le pietre, le scale, l'erba, le cadute,

tam-tam è l'emozione nella mia pancia per tutto quello che faremo
per ogni tua sinistra e per ogni tua destra
sinistra, destra, sinistra, destra, sinistra, destra,
tam-tam tam-tam tam-tam tam-tam tam-tam

simmetria e ritmo
i tam-tam di questo mondo


Si ringrazia la Riccio Entertainment per la gentile collaborazione

21.9.10

Un passo indietro

Settembre.
In questa mia casa, settembre non rappresenta ancora una postazione d'inizio, non segna alcuna epifania di attività perché a stare dietro a Sofia si vive un'interminabile tempo di pausa, una vacanza protratta ad infinitum. I gesti di ogni giorno messi in loop, ogni giorno, ripetuti identicamente così tante volte da non essere più percepiti dall'attenzione, inghiottiti dal magma  di un enorme rito perpetuo, talmente spalmato però nel vivere quotidiano da non essere più evento straordinario quanto gestualità ordinaria del quotidiano.
Rito perpetuo del quotidiano. 
E mi chiedo che differenza ci sarebbe tra me adulta e Sofia, se continuassi a naufragare nel suo tempo molle, senza stacchi tra la memoria storica e l'immaginazione delle cose non ancora accadute?
Se non mettessi a raccolta sistematica le azioni finora vissute e di queste non ne facessi proiezioni e conseguenze future, cosa mi farebbe diversa da una bambina che balla dentro il cerchio colorato del suo tempo presente?
Una madre, un genitore, deve far da lente di ingrandimento sullo sguardo circoscritto dei propri figli, che, magari per giusto impulso a percorrere l'avanti indisturbato, si arrampicano sulle scale senza voltarsi mai indietro, dietro le loro spalle, dove s'acquatta la possibilità della caduta ripida.

Ci sono cose oggi che senza una forza opposta che le contrasti faranno della forza di gravità il loro facile scivolo, e scivoleranno.

E allora un passo indietro. Faccio un passo indietro.
E forse per la prima volta nella mia vita cedo il passo ad altro e ad altri, per Sofia, senza che stare all'ombra scalfisca il mio purtroppo ben ramificato amor proprio.
Mi metto in un angolo, come un lare che veglia attendendo gli sviluppi, perché Sofia sappia che oltre questo mondo di donna ne esistono migliaia di mondi, che possono sostenerla e divertirla e stupirla e attrarla e confortarla allo stesso identico modo, e in certi casi anche meglio.
Ho messo il silenziatore al mio presenzialismo ostinato, puntellato qua e là di egocentrismo, e indurito la voce così che Sofia cerchi culle che non siano le mie braccia.
Sto risolvendo così il problema di una specie di sindrome di Stoccolma che fa della persona che la ferisce la stessa che la conforta.

Mi preparo al prossimo settembre. A quando per davvero le nostre vite cominceranno a prendere strade diverse.

Che si sappia che fare la cosa giusta un po' mi costa.



Vinicio Capossela-Scivola vai via

11.9.10

Evoluzioni.

Dicevo dello stress, a cui si da la definizione di "adattamento del corpo ad un generico cambiamento fisico e/o psichico". Cambiamento. 
E in effetti i miei criteri di interpretazione e di accostamento al reale sono tutti sovvertiti, o ricodificati, o anche rasi al suolo, smistati e riassemblati.
Accanto al "nulla si crea e nulla si distrugge", c'è un continuo lavorio di distruzione e ricreazione di forme, naturali e terrene ma anche psichiche-emotive, che la bravissima ammaliatrice di inconsci Clarissa Pinkola Estès chiamerebbe natura Vita/Morte/Vita e che in qualche modo equivale al maccheronico corsi e ricorsi del tizio anziano seduto al tavolino del bar con sigaro, briscola, caffè, e sguardo e pelle saturi.
Si seguono i cicli, in questa terra. E' atavica la nostra attrazione per il movimento del mare, ché ci restituisce nel modo più immediato l'immagine del ciclo.

Questo qui sotto è un mio scritto per una materia che ho dato. Allora, quando potevo permettermi di indugiare la notte tra libri, penne e sigarette, mi piaceva alternare il suono ovattato dei pensieri al ticchettio plastico della tastiera.
Tra le parentesi quadre ho tracciato in parole quello che per me, sempre allora, esprimeva l'immagine del ciclo delle cose della terra, compreso l'uomo.  


Allora però potrei dire che ero ferma ad una stazione di servizio aspettando di prender parte al movimento ondoso del vivere. Parlavo di cicli senza averne l'esperienza.
L'esperienza del reale che Sofia ha concesso alla mia vita notturna e diafana, ha rivoluzionato il concetto e adesso l'ho riformulato.
Crisi. Rivoluzione. Evoluzione. Equilibrio.
Un sistema è per sua definizione in equilibrio, finalizzato a qualcosa e per questo funzionante.
Ad un certo punto un accidente suo interno o esterno lo sbilancia, lo destabilizza. Il sistema entra in crisi.
Ma siccome la vita tende all'equilibrio, il sistema si mette in moto perché lo scontro con l'accidente venga medicato. Dalle macerie alla ricostruzione. E' la fase della rivoluzione.
L'accidente è un evento ormai accaduto, non si può tornare indietro, non si può ignorare perché ormai è. Per cui la ricostruzione del sistema avviene riassorbendo, inglobando l'accidente, o il segno che ha lasciato nello scontro. Dopo la rivoluzione il sistema non si ripropone mai più sotto la vecchia forma. Per questo è un'evoluzione.
A cui, dopo qualche scossa di assestamento, segue l'equilibrio. Il nuovo sistema nuovo di zecca.
Ci possiamo riconoscere in questo movimento perché l'essere umano è un sistema nel sistema nel sistema... Una matrioska spettacolare e, fino a che la teoria dell'infinito non venga confutata, infinita.


Dunque di fronte ad una rivoluzione, la persona non ne può uscire indenne, identica agli stadi precedenti la rivoluzione.
Io sono in stato di rivoluzione.
Mai, prima di adesso, ho investito così tanto di me.
Mai ho lasciato che le mie appartenenze, quelle predestinate, cadessero per lasciar posto a nuove appartenenze.
E, al contrario, mai prima di adesso ho permesso alla mia persona di vivere la reciproca appartenenza.
E in questo periodo di rivoluzione, o di adattamento del corpo ad un generico cambiamento fisico e/o psichico, si incastona splendidamente l'esperienza del sublime. 
E quello che ai miei occhi è esperienza del sublime, in questi giorni per Sofia è crisi.
Siamo, ma soprattutto è, in attesa.
Come quando è nuvoloso e il cielo aspetta, che la pioggia cada. O quando cade, che smetta.
Come al semaforo, che si riparta.
Siamo come nell'attesa che qualcosa avvenga, che l'attesa vada.
E tutto quello che facciamo in questi giorni sembra cammini in punta di piedi, che sussurri come le voci in chiesa aspettando la messa.
Perché, certe volte, l'attesa, l'anelito in genere, la si porta dentro con la stessa delicatezza dei gesti di cura e di protezione, come fosse portatrice di sacro.
Anche le parole di questi giorni sembrano stare sospese ed evadere da quello che stiamo attendendo con profondo trasporto.

Aspettiamo la rivoluzione.
L'evoluzione.
E il nuovo equilibrio.

Aspettiamo, ma soprattutto Sofia aspetta, che cammini.



3.8.10

Un diavolo per capello.

Una delle riflessioni che mi porto sempre in testa riguarda la profondissima correlazione che esiste tra i capelli e la visione che ciascuno di noi ha di se stesso.

C'è mia sorella che maltratta i suoi capelli, li colora sempre. Li fa biondi e sono troppo biondi, li fa neri e sono troppo neri, li fa castani con meches bionde e sono troppo finti. Una volta al mese, mia sorella li colora. Forse per raggiungere un effetto naturale. Paradosso della tintura vuole che non l'avrai mai, lì sui capelli, il naturale. Anche perché il naturale non è un effetto, è sostanza. Li colora sempre ma non li taglia mai. E l'effetto non arriva, anche quello, mai.
Mia sorella a tre anni è stata cavia delle paranoie di mia madre che vedeva i suoi capelli radi, deboli, sottili. La sua fissazione è stata curata con un bel taglio alla radice del problema.
Zac. Una naziskin treenne non si vedeva più da tempo neanche sul luogo natìo della moda sterminatrice, figuriamoci nell'allora paesello di tremila anime ciascuna con acconciatura "come s'addice".
Dicono che non bisogna usare ironia con i bambini, né retorica, perché sono forme del parlato astratto che non riescono a comprendere. Eppure a tre anni mia sorella usava già una certa retorica quando col labbro tremulo chiedeva con davvero poca convinzione di ricevere smentita: "Mamma, sono brutta?".
E' stato reciso qualcosa in quell'attimo di zac, io lo so, perché gli anni sono passati, ma mia sorella porta ancora spesso il labbro tremulo e replica quella domanda, stavolta con richiesta di smentita, ancora adesso, celata dietro oratorie sofisticate.
E in quella domanda c'è tutto il suo essere rada, debole, sottile.
Mai. I capelli non li taglia mai.

C'è una mia amica d'infanzia che, anche a distanza di giorni, i capelli li taglia sempre, li colora sempre, li tocca sempre. Li odia sempre.
La nonna, nonostante il periodo adolescenziale degli ormoni impazziti pure sul cuoio capelluto, non le permetteva di lavarli se non nel giorno del Signore, per il Quale la pulizia era dovuta, ma non dovuta per se stessi. 
E' stata abbandonata da madre e padre e lasciata alle cure dei nonni paterni.
Si vedrebbe con i capelli lunghissimi, bellissima e, in quanto bellissima, amatissima.
Ma proprio non ce la fa. Non riesce ad aspettare la Domenica. La sua testa ha bisogno d'essere martoriata molto prima.
Li lava sempre. Li taglia sempre. Si odia sempre.

C'è la mia amica del cuore che ha un rapporto più equilibrato con i suoi capelli. Li taglia, li fa allungare, li colora, gli cambia forma. Ogni sabato, da quando la conosco, va dal parrucchiere per la piega, che le rimane addosso fino al sabato seguente. Nei nostri vent'anni condivisi, l'avrò vista spettinata soltanto un paio di volte. Per il resto, il mantenimento dell'ordine semplice e della puntualità.
Mi sembra che segua i cicli naturali della propria persona. Nient'altro.
Essendo riccia, quando si sente in quello stato speciale di donna selvaggia, si lascia così com'è: riccia. Un riccio stupendo e feroce che ondeggia sulla sua sessualità. E siccome sa bene la mia amica quanto la sua sessualità sia sviluppata, per la maggior parte del tempo preferisce portare capelli addomesticati.

C'è mia cugina che all'età di due anni ha perso il padre. Da allora è stato un continuo cercarlo negli uomini della sua vita. Tentativi e uomini tutti sbagliati. Leitmotiv nell'affannosa ricerca, le acconciature da matrimonio. Per ogni occasione, dal gelato a casa dei miei alle uscite con le amiche fino all'etichetta cerimoniale, non c'era mai stacco nel portare svolazzi vertiginosi del capello. Un aggrovigliare insistente perché un uomo da chissà dove venisse a scioglierle i nodi. Finché non è arrivato l'uomo che oltre a darle il piccolo vero amore della sua vita non è stato per niente avaro di calci, pugni, ingiurie e azioni da stalking di ogni sorta.
E' così, purtroppo, che è scesa dalla giostra delle acconciature e s'è fatta donna.
Adesso ha trovato chi la protegge da qualsiasi genere di nodo.
Adesso questa donna porta capelli che non ricordo. Dunque niente più vertigini.

Sono certa che attraverso i capelli venga smascherato il lavorio sommesso che i demoni compiono dentro di noi.


E poi ci sono io.
Porto i capelli lunghi, raccolti solo in fronte, lasciati andare come se fosse sempre vento, come se fosse sempre primo mattino. Da quando mi sono allontanata dalla lava incandescente dell'adolescenza, non li coloro più e raramente, sempre per questioni di rinnovamento, li spunto e li liscio più di quanto non siano già.
Insomma, in genere li lascio spalleggiare la mia vita.
Per mia madre sono sempre stata "la migliore" e in quanto migliore avrei dovuto fare sempre la migliore. Quel "avrei dovuto" dice quanto l'abbia delusa.
Al primo tema del ginnasio, in mezzo ad una media di 4, sono stata la mosca bianca dell'8.
Per mia madre non era 10. Ha storto la bocca e si è voltata senza dire una parola. Io provengo da lì. I miei capelli provengono da lì.
E non vogliono essere molestati, aggiustati, sistemati, sistematizzati né votati.
Non sarò certo figlia di questo tempo, ma mamma di questo tempo lo sono eccome. E se lascio Sofia sporcarsi come se vivessimo in una palude di campagna, in alcune situazioni cerco di "pettinarla". Per insegnarle che c'è un tempo per il caos ed uno per l'ordine.
Sofia poi è come me: non vuole essere maneggiata. Allora io ci provo, la pettino alla bell'e meglio, le metto qualcosa, me la godo per quegli attimi di sua concessione e poi mio malgrado la lascio disfare.
Caos ed ordine in perfetto equilibrio.


Visto tutto quello di cui sopra, mi sembravano degne di nota le prime codine di Sofia.