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3.12.12

O la va o la spacca

No, niente.
Avrei voluto mettere giù qualche riga, ma niente, non ce la faccio.
È il grande giorno. La presentazione del mio progetto. Tra una manciata di ore.
Troppo poche per risolvere emotivamente quel grosso aut aut del o la va o la spacca.
Vendesi colite a prezzi stracciati.

17.5.12

Colpo di fulmine e prima impressione: piccole grandi idiozie crescono


Ho sempre disprezzato la questione del colpo di fulmine, riferita a quell'ottundimento istantaneo del cervello di fronte ad una prima impressione piacevole. Più che piacevole. Di gradimento. Più che di gradimento. Perturbante, ecco.

16.4.12

Livelli

Prendersi sul serio significa stare davanti l'edificio, nascosta dietro un angolo, guardando inebetita, ubriaca e intimidita, ché certi edifici ti danno alla testa non certo per la loro struttura architettonica ordinaria.
Prendersi sul serio significa, ad un certo punto, all'improvviso e senza una ragione apparente, decidere di uscire da quell'angolo e fare le scale che portano all'ingresso, del tutto impreparata su quello che si sta facendo, sprovvista di tutto, persino della più pallida idea di quello che si dirà tra due secondi.
Prendersi sul serio significa presentarsi all'ingresso come "Salve, sono una pazza" talmente emozionata di essere anche solo sul ciglio della portineria. "Salve, sono una pazza e vorrei scrivere dei pezzi per voi".
Prendersi sul serio significa salire il primo piano di scale, ancora ubriaca, senza aver perso miracolosamente la capacità primaria di deambulare dopo aver sentito un "Vada là" senza alcun tipo di tentennamento da parte di chi lo diceva.
Significa incontrare i primi giornalisti, guardare quelle facce piene di parole, annoiate e intelligenti, scambiarsi due battute e trovarsi simpatici.
Significa entrare in un'ala dell'edificio assieme a qualcuno che ha un codice per attivare un'apertura, passare altre piccole prove, rispiegare ogni volta, ad ogni livello, di essere una pazza, e salire altre scale.
Prendersi sul serio significa guardare gli occhi divertiti di qualcuno in segreteria di redazione mentre non faccio il minimo sforzo per nascondere tutta l'emozione che ho.
Prendersi sul serio significa tenere in mano un post it su cui è scritto il nome e cognome di chi oggi pomeriggio avrà di fronte una pazza.
Prendersi sul serio significa ridiscendere tutti i piani e le scale e camminare veloce ridendo come un'idiota con quella strana sensazione di aver vinto non si sa bene che cosa.

E insomma, non ne sono ancora sicura ma mi pare di avere capito che prendersi sul serio significa non prendersi sul serio.
E trovare il coraggio, ad un certo punto, all'improvviso e senza una ragione apparente, di svoltare l'angolo. 


25.1.11

Toh!

ore 10.00
lascio Sofia tra le braccia della nonna e del papà, urlante, disperata, paonazza di pianto ed un unico lungo suono straziante: Maaaammmmmaaaaaaahhhhhhhhhhhhhhhhhhhh......
i puntini di sospensione dopo le acca ripetute e prolungate rappresentano il suo allontanamento lungo la strada che porta alla macchina, le sue manine aperte verso di me, il reciproco senso di abbandono, inflitto e subìto
e la mia incapacità di sopportazione dello stato di sospensione 

ore 10.09
"Riccio, come va? E' disperata vero? E' addolorata, non riesce più a respirare, è cianotica? Oddio, che ho fatto, l'ho uccisa!, mi vesto e vengo!"
"Mmmh...veramente sta giocando con gli altri bimbi..."
"....."
"ogni tanto controlla da questa parte, ma poi si rigira a giocare"
"cioè? non sta urlando?"
"no"
"e non implora "mamma"?"
"no"
"e non è nemmeno catatonica tra le braccia della maestra?"
"no, te l'ho detto: gioca."

ore 10.32
driiinnn
"Ecco, lo sapevo! e' finita: ha realizzato, è crollata e state tornando, non è vero?"
"No...cioè sì"
"no, sì, cosa? dimmi, Riccio, ti prego!"
"Stiamo tornando ma non è crollata: ha solo fatto una scorreggia!"
"....."
"....."
"...ha fatto una scorreggia?"
"Sì, stava giocando, ha fatto una scorreggia e la maestra ha pensato dovesse essere cambiata"



Oggi la parola chiave è "toh!"

Toh!, come:"Toh!, prendetevela, portatela voi, ho bisogno di aiuto, penso che siate voi, Mamma e Riccio, a poterci traghettare dolcemente nel distacco, a farvi da morbido anello di congiuntura tra noi e il mondo: perciò oggi ve la mollo, toh!"

E una volta chiesto aiuto, mollato la presa, avere avuto mille dubbi e una qualche vaga fiducia, non avrei mai pensato, neanche tra le più floride delle aspettative, che dopo dieci giorni drammatici e sofferti, fatti di urla, sensi di abbandono da un lato e di colpa dall'altro, a sospendere l'ora di inserimento al nido potesse essere solo una scorreggia.

Toh!

26.10.10

Ladies and Gentlemen: il tam-tam

tam-tam
fa nel fondo della mia pancia un tamburo improvviso, improvviso come il tuo decidere di lanciarti
tam-tam tam-tam tam-tam
un battere che nasce dal senso di meraviglia negli occhi fino ad arrivare alla pelle, ma poi torna indietro perché alcune immagini stanno nelle viscere per non uscirne più
tam-tam tam-tam
che si accorda al silenzio che stiamo facendo spontaneo perché niente, neanche l'aria che ti sta attorno, Sofia, ci sembra non dover essere spostata, ché anche l'uomo più meschino ha la decenza di ammutolirsi di fronte allo stupore per il sacro; e qui ora ce n'è, di stupore e di sacro
tam-tam
fa il senso di vertigine che adesso abbiamo addosso anche se è tutta tua questa vertigine, mentre cerchi l'equilibrio
tam-tam
è la voce della strada che si è appena aperta davanti a te e davanti a noi
fatta di nuove tue scelte, di nuove direzioni, ma anche di nuovi limiti
perché le catene si annodano dove si aprono le possibilità insieme ai voli
tam-tam fanno le catene, tam-tam i voli
e la grazia di questo tuo momento, anche questa fa tam-tam, quella delle cose nuove che regalano respiro, ci tolgono da dosso il peso dell'impotenza nel non poter più cambiare l'ormai
e oggi ci fa tutti nuovi, questo tam-tam ci chiama tutti ad esser nuovi come bambini, come te
e a cambiare pure direzioni
tam-tam 
fa questa nuova storia mentre si tesse dei tuoi passi, perché quando il corpo si muove disegna il luogo e il tempo della narrazione

e mi batte ancora il tamburo nello stomaco
tam-tam tam-tam
a pensarti finalmente libera
perché un corpo libero dà corpo alle scelte

i muri, le pozzanghere, la bicicletta, la sabbia, le strade larghe, le corse immotivate, i balli, i salti, le pietre, le scale, l'erba, le cadute,

tam-tam è l'emozione nella mia pancia per tutto quello che faremo
per ogni tua sinistra e per ogni tua destra
sinistra, destra, sinistra, destra, sinistra, destra,
tam-tam tam-tam tam-tam tam-tam tam-tam

simmetria e ritmo
i tam-tam di questo mondo


Si ringrazia la Riccio Entertainment per la gentile collaborazione

9.10.10

Sofia's anatomy

Sospetto che Sofia abbia inalato un oggetto. Lo sospetto perché è una settimana che non respira malgrado tutte le cure del caso. O forse è il sospetto di una madre troppo sospettosa. 
Per una volta desidero essere smentita.

Policlinico. Reparto otorinolaringoiatria.

Il Riccio è andato incontro alla burocrazia, io sono seduta su una panca con Sofia che dorme appoggiata al seno.
La panca sta di fronte la porta del reparto che si apre e si chiude ininterrottamente per far passare la fiumana di medici. E' un fiume inarrestabile, instancabile, in corrente e controcorrente. Si apre, si chiude, si apre, si chiude. Il fiume.
Questo fiume ha occhi che si posano su di noi. Sembrano tutti rapiti per sindrome di Stendhal di fronte a una "Madonna con bambina". Nessuno passa oltre indifferente.
Credo che l'immagine trasporti i tirocinanti in avanti nel loro desiderio e, i medici fatti, indietro in quello che hanno vissuto. Capisco quanto possa essere fortemente evocativa.
C'è da dire che io e Sofia siamo l'una riproduzione dell'altra, bellissima lei, io di riflesso in questo specchio, per cui l'impatto è forte: un'unica persona con due età, che culla e viene cullata, che si abbandona a se stessa e protegge il suo abbandonarsi.
E io mi presto a questi loro occhi, perché fa bene, perché per qualche istante si liquefanno.
La verità però è che sono piuttosto smaliziata rispetto a questa Maternità, ci sono dentro in ogni istante; per me non è un impatto, è il mio stato. E non ho alcun interesse ad osservarlo, oggi.
Io guardo altro. Guardo loro.

Medici e tirocinanti, tantissimi, mischiati per età e attività, tutti in preda all'estasi della frenesia per il controllo sulla vita altrui, la cura.
Non è che in questo reparto ci sia l'adrenalina da intervento dell'ultimo istante al Pronto Soccorso: non esiste un codice rosso per emorragia di cerume.
Eppure c'è un formicolio vivo, l'eccitazione, quella che solo i medici che maneggiano la vita hanno, fatta di piedi che battono sul pavimento veloci, di mani smaniose a riposo nei camici, sotto ai camici gambe vestite di un qualcosa molto lontano dalla sterilità della divisa, perlopiù jeans e carne vibrante, che si scuote direbbe splendidamente Capossela in Morna.
Storie che non raccontano soltanto di analisi, cartelle, strumenti, diagnosi, ma dicono di incontri mancati, anelati, consumati, attesi.
S'incrociano per caso, fanno in modo di incrociarsi, lanciano in aria una parola, forse quella rimasta in sospeso. A volte si sfiorano.
Mi fido di tutti questi visi, di questi sorrisi, di questi corpi. Sono vivi, sono sani. Chiamano vita.
Tranne una: lei è tirocinante e fa la dottoressa. Non ride.

Ci stiamo guardando tutti, qui. Tutti la stessa cosa.
Loro, questa mia maternità statica; io, il loro desiderio in movimento.
La stessa origine.



Vostro Onore, la teste non è attendibile.
Io sono quella che nelle due anestesie avute, una a 16 anni e l'altra a 28 post-partum, ai due Professori di turno in un sospiro narcotizzato ha pronunciato: "Nome e Cognome, io l'aamo".
Divento fango molle di fronte al camice. Fango molle che arrossisce.

Eppure, quando torna:
"Riccio, se ci dovesse arrivare la crisi veniamo qui, per la cura ormonale"
Ride.

Allora non è affatto soltanto una mia impressione.