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15.2.13

Tacchi a spillo e mutandoni

Eeehh... ma alla fine che cos'è un'idea se non un apostrofo rosa tra le parole immaginazione e azione.
E a partire da questa minchiata chiedo formalmente scusa all'intero albero genealogico dei pensatori che va da Platone a Gentile, passando per l'esimio Professor Galimberti, fino al mio personale professeur di filosofia teoretica, menzionandoli uno ad uno, come il prete a Messa con tutti i santi (ma all'ottantesimo santo, fate anche voi come me? Non vi assale un dubbio e cominciate a guardarvi attorno per cercare  telecamere di Candid Camera?)

No, è che, pensateci, un'idea può avere pure ragione ontologica, esistere di una sua propria verità sostanziale, abitare un luogo meta fisico, con le sue leggi e le sue dinamiche che non puoi modificare nemmeno se invochi tutti i santi di cui sopra (di fatto lo sperimentiamo in qualche modo, vagamente, quando, non lo so, scriviamo una storia e ad un certo punto abbiamo come l'impressione di non essere più noi ad orchestrare le dinamiche ma è la storia stessa che si sviluppa secondo un suo volere personale, una coscienza, no?); ma, in soldoni, in questo nostro luogo, un'idea prende una direzione, una e una sola, quando si cristallizza in una forma.

11.11.12

PIL di un 32

Torniamo dal Med in Fest. Bolgia di gente anonima a cui riesco a dare, come unica parvenza di umanità, definizioni tipo mediocre, esaltatati, accasciati, sconclusionati, noiosi. Sola nota di merito Ivan Segreto, padrino onorario di Sofia, concepita a lume di uno dei suoi pezzi, e unico fine del nostro pellegrinaggio andato storto, visto che arriviamo appena ad ascoltare l'ultima strimpellata dell'ultimo pezzo, avendo, mea culpa, perso tempo a litigare con un posteggiatore abusivo che rivendicava come suo diritto a lavorare il pizzo che aveva imposto per parcheggiare.
Per liberarsi di una macchina tra una bolgia di macchine e andare incontro ad un altra bolgia di altro genere di macchine, m'è parso.
In macchina:
"Non lo so... non lo so... non lo so..."
"Cosa?"
"Non lo so... non lo so... non lo so..."
"Amore, cosa?"
"..."
"..."
"È che non riesco più a, non so, divertirmi, sentirmi viva. Mi annoia ogni cosa, la gente, i posti, i miei vestiti, quello che dico, quello che ascolto, mi annoia questo discorso su quanto mi annoio. Una volta..."
"...lo so cosa stai per dire: che non riesci a trovare più ispirazione, stimoli, risorse, che hai chiuso con tutto, ché sei vecchia, che la barca delle speranze si è infranta sui..."
"..."
"... si sta come in autunno..."
"..."
"..."
Say yeah.

16.4.12

Livelli

Prendersi sul serio significa stare davanti l'edificio, nascosta dietro un angolo, guardando inebetita, ubriaca e intimidita, ché certi edifici ti danno alla testa non certo per la loro struttura architettonica ordinaria.
Prendersi sul serio significa, ad un certo punto, all'improvviso e senza una ragione apparente, decidere di uscire da quell'angolo e fare le scale che portano all'ingresso, del tutto impreparata su quello che si sta facendo, sprovvista di tutto, persino della più pallida idea di quello che si dirà tra due secondi.
Prendersi sul serio significa presentarsi all'ingresso come "Salve, sono una pazza" talmente emozionata di essere anche solo sul ciglio della portineria. "Salve, sono una pazza e vorrei scrivere dei pezzi per voi".
Prendersi sul serio significa salire il primo piano di scale, ancora ubriaca, senza aver perso miracolosamente la capacità primaria di deambulare dopo aver sentito un "Vada là" senza alcun tipo di tentennamento da parte di chi lo diceva.
Significa incontrare i primi giornalisti, guardare quelle facce piene di parole, annoiate e intelligenti, scambiarsi due battute e trovarsi simpatici.
Significa entrare in un'ala dell'edificio assieme a qualcuno che ha un codice per attivare un'apertura, passare altre piccole prove, rispiegare ogni volta, ad ogni livello, di essere una pazza, e salire altre scale.
Prendersi sul serio significa guardare gli occhi divertiti di qualcuno in segreteria di redazione mentre non faccio il minimo sforzo per nascondere tutta l'emozione che ho.
Prendersi sul serio significa tenere in mano un post it su cui è scritto il nome e cognome di chi oggi pomeriggio avrà di fronte una pazza.
Prendersi sul serio significa ridiscendere tutti i piani e le scale e camminare veloce ridendo come un'idiota con quella strana sensazione di aver vinto non si sa bene che cosa.

E insomma, non ne sono ancora sicura ma mi pare di avere capito che prendersi sul serio significa non prendersi sul serio.
E trovare il coraggio, ad un certo punto, all'improvviso e senza una ragione apparente, di svoltare l'angolo. 


4.10.10

Il passeggio domenicale

Svago.
Distrazione.
Ho sempre trovato questi abbozzi di attività ridicoli, al limite dell'amebetizzazione, della bestialità.
Come se ci potessimo permettere di andare altrove, di perdere i nostri daffare e le nostre finalità nella mollezza dello svago indistinto e vago, del passeggio senza meta, con l'unico scopo di non avere scopi. 

Sono sempre stata un animale da sofà, da sedia, da moto immobile poggiato sui mobili perché il pensiero non ha bisogno di gambe fisiche.

Eppure da quando c'è Sofia, da quando l'ora d'aria è diventata indispensabile, sperimento sempre di più il fatto che ci sono cose che non si trovano al di qua delle trincee di casa, che magari offrono il sollievo del rito domestico escludendo però il balsamo della vita nuova venuta da fuori.
Fuori c'è l'aria di strada, il carnevale delle storie umane assortite. Non si conoscono, non ci appartengono, ma sono tutte messe qui a vista, esposte tra i passi di questa gente, i loro visi.
E basta così tanto poco per riempire gli occhi affamati di movimento.

Stasera siamo in tre, in questa città che ho abbandonato ma che mi perdona ogni volta accogliendo, come se la mia storia anonima mancasse qui, nel brulicare di centinaia di storie anonime.
Andiamo a raccogliere quello che a casa ci manca, e il solo cercarlo ci mette forza, ci ristora.
Ecco che si fa per strada, passeggiando, mi dico mentre lo faccio: si fa quello che rende l'uomo Uomo, si cerca. 

Status diversi, abiti, voci, nomi, aspirazioni diverse, migliaia di sfumature di colori accomunati dalla stessa mancanza congenita e dallo stesso bisogno di colmare.

Gli occhi febbrili di cura perlomeno ci rendono fratelli, per strada.






Incontro una Romania stanca che s'inchina mentre suona e mi commuove.

3.9.10

Pioggia nuova.

Oggi è la prima pioggia.
Quella che l'anno scorso mi faceva sentire freddo, nelle mie albe in solitaria, senza sapere cosa ne avrei dovuto fare, di fronte ad un intero lungo giorno, di tutto quel miracolo, di tutto quell'amore venuto così all'improvviso, senza preavviso, senza alcun tipo di preparazione.
Perché bisogna prepararsi alla straordinarietà dei miracoli, alla sua dose straripante e senza soste, specie se la tua vita è stata un quieto contenitore colmo d'ordinario.
Questa pioggia porta commozione, perché arriva da lontano, da un anno folle, folle di qualsiasi cosa, di estrema fragilità di fronte a cose più grandi di te, di tensioni, di nuove aspirazioni, mai volute, mai cercate e adesso necessarie, di una percezione del tempo schizofrenico che non ha eguali, insieme lento, estenuante, e velocemente cinico di fronte al bisogno di fermarsi a volerci capire qualcosa.
Questa nuova pioggia porta tutto questo e si porta via tutto questo, da qualche parte della mia memoria.
Perché oggi io e Sofia, amanti forsennate l'una dell'altra, siamo consapevoli. L'una dell'altra.
E questa consapevolezza ha cambiato qualcosa. Ci ha cambiato.
Non si può rimanere identici di fronte ad una rivoluzione.

Questa pioggia si fa memoria di quello che ho vissuto e celebra un nuovo traguardo di risvegli, di nuovi intuiti, e di nuova lentezza del cuore.
Perché ho tirato le somme e qualcosa di buono, se pur improvvisando, ne è venuto.

E poi è anche la prima pioggia di Sofia. 
Da consapevole.