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5.4.13

A volte un cerchio


Sarebbe dovuta essere la serata memorabile, una specie di anniversario esistenziale nei riguardi del destino, di quando all'improvviso un punto fora il tempo convenzionale che fino ad un attimo prima avevamo vissuto per abitudine coercitiva, ci fa dentro dei ghirigori per una manciata di anni, lo rivolta da capo a fondo e poi ritorna al punto di partenza. 
Insomma, quell'idea del cerchio che si chiude, idea romantica, confortevole, e inspiegabilmente piena di quel significato che ad un certo punto della nostra vita vogliamo dare agli eventi.
Quel cerchio stava lì, ieri sera, al locale dove io e il Riccio ci siamo incontrati.
Di quando ci siamo visti senza parlare, senza parole, stando ritti l'uno davanti l'altro e sembrava che tutto, una storia ancora senza storia, fosse già stata scritta da qualche parte.
Quel senso del destino a cui non badi, cui non vuoi credere per ideologia o solo antipatia, finché non lo hai davanti in tutta la sua evidenza. E in un attimo, in quel punto che fora, sei chiamato a scegliere: dire sì, dire no, andare a conoscerla quella storia o non avere nessuna voglia, o nessuna forza di farlo.
Noi, cinque mesi dopo, avremmo aspettato Sofia.

27.1.12

Il Riccio c'è


E dunque poi sarebbe questo quello che andavo cercando, quello che mancandomi mi stava in pancia mordendo arrabbiato tanto per farmi capire meglio la sua mancanza, tanto perché io non abbassassi mai la guardia scendendo a patti con l'umana quanto sciatta abitudine alle cose che non vanno.

18.11.10

Quella felicità di passaggio

Siamo nello spazio di casa destinato al "mistaggio", quello che non usiamo se non come passaggio da una stanza all'altra. E' lo spazio vuoto, qualche pezzo messo con poca convinzione, di passaggio anche questo se sta qui. 
Il Riccio è seduto a terra in una posa per lui insolita e gonfia palloncini. Sofia gli sta di fronte aspettando tutta tesa. Quando il palloncino è al massimo della pressione Sofia glielo toglie e il palloncino comincia a sbeffeggiare sui capelli del Riccio e di Sofia. Muoio dalle risate a guardare questi sbuffi sonori, questi sberleffi sulle loro facce divertite. Non mi trattengo. Ho gli occhi serrati dalle risate, non vedo più niente, e mentre sento Sofia chiamarmi un po' allarmata da questo mio moto sfrenato e il Riccio tentare di gonfiare un altro palloncino inutilmente ormai contagiato com'è dalle risate, penso che è da tanto che non rido così, che non ridiamo così, che mi sta facendo bene, che ci sta facendo bene. Sofia salta, urla, ha lo sguardo acceso, vibrante, corre a prendere il flauto e me lo da, io prendo un palloncino gonfiato dal Riccio e lo faccio soffiare sul flauto che suona come il fischio di un treno. 
La stanza è una bolla dentro tutto il resto adesso, colorata e rumorosa. E' questo scricciolo che l'ha gonfiata per noi. L'ha riempita.
E dura un attimo, l'apice di un'onda prima della sua caduta. Dura quel tanto che c'è di forza contro la gravità che spinge in basso. 
E' la signora che ci abita silenziosa e che d'improvviso dice qualcosa, e poi ritorna muta; quella felicità autentica che ci investe completamente senza lasciare spazi, e poi ha da andare via.   
Quella che più di tutto è di passaggio. 

22.6.10

Amabile clown.

Li guardo, quello scricciolo bellissimo che fa tremare il labbro a comando mentre ti guarda angosciata come se fosse l'ultima volta che si starà assieme, e il Riccio, l'uomo dalla voce del vento, che ha cantato tutto quello che aveva da raccontarmi seduto sul velluto delle corde basse, che suona il basso e canta il vento, suona il basso e muove ogni gesto secondo un preciso ritmo, suona il basso e parla dando alle cose la grazia del suo sussurrarle.
Li guardo, tutt'e due affaccendati, lo scricciolo a disperarsi, il Riccio a spegnere la sua disperazione. Con ogni mezzo, tutt'e due. Lei, una girandola di crescendo di lacrime, occhi pesti e stropicciati, smorfie di dolore e "...amo'e..." su di me, lui, tentativi poco convincenti di stemperamento della crisi con canzoncine sciocche, balletti del corpo nervosi, smorfie ridicole, a tratti efficaci, su di lei.
Li guardo, mentre sono a un palmo dalle loro fatiche, e penso a quanto sia miracoloso e devastante ad un tempo l'entrata in scena di un lattante sulla personalità di un adulto. L'inconsapevolezza del suo vivere riesce a scardinare il più collaudato, non tanto per valore quanto per durata di tempo, tra gli abiti di un uomo, nonostante il lungo lavorìo del taglia e cuci. 

Lo vedo, sul Riccio, quel piccolo dolore, che appartiene tutto all'essere genitore, di quando si prova a far qualcosa ed è un buco nell'acqua, quell'andare all'infuori di se stesso per uno scricciolo ululante, quel calarsi al di sotto del suo far musica su ogni cosa, nuotare in acque che non gli appartengono e risalire a galla con ancora addosso i vestiti da clown.

Lo scricciolo, in braccio a me, già ride.
Il Riccio torna a suonare le sue corde basse. Ancora tutto bagnato.