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14.12.12

La scuola delle possibilità

In questo momento da qualche parte del mondo i bambini nelle loro scuole pubbliche, fascia di età 3 anni, sono in piena fase creativa. 
Io sono qui che scrivo, voi siete qui che leggete, e loro, alcuni di loro, stanno parlando quasi correttamente una, ma anche due, tre, quattro, cinque lingue che non gli sono state tramandate in automatico dal paese di appartenenza: se sono francesi parlano tedesco, se sono tedeschi parlano francese, se parlano francese e tedesco ci stanno provando col cinese.
Loro che son furbi, assieme alle loro maestre, che son furbe pure loro, hanno deciso di comune accordo che quando devono bestemmiare è meglio farlo in seconda, o terza, o quarta lingua. 
Nessuno baderà al contenuto dell'espressione, quando ad esprimere un "merda" o "che palle" o "stronzetto spara caccole" in cinese è un bambino di tre anni. Baderanno piuttosto alla ottima forma acquisita di seconda, terza, quanta, quinta lingua e daranno un buffetto sulla guancia.
Il loro è un gioco.
In questo momento da qualche parte del mondo i bambini di tre anni sono riuniti in assemblea, non solo per scegliere con quale lingua sia più conveniente prendere per il culo il resto del mondo, ma anche per decidere le sorti del mondo.

14.7.12

C'era una volta un pesce di nome Veronica

Succede che ogni qualvolta qualcuno mi mette in discussione, mette in discussione qualche mia caratteristica, mi si può vedere all'istante trasformata in un contenitore di furia di tutte le megere che la letteratura e la vita reale hanno sfornato nelle ere. Qui da me lo sanno tutti.
E sono sicura che qualcuno di voi mi abbia già vista in azione da qualche parte.
Trovo che sia un formidabile esercizio di eloquenza e insieme catarsi dello spirito quello di usare a mio favore acidità e sarcasmo, che mi diverte parecchio dato che in genere è una pratica che non uso quando mi trovo allo stato mansueto.
La verità è che al di sotto dello strato superficiale di belva sbavosa e furiosa, sono una che ingoia e metabolizza i colpi. Insomma mi metto in discussione, spesso come con una specie di rassegnazione. Ai vari "sei così" "sei cosà" e "non dovresti essere così" "non dovresti essere cosà" mentre mi si vede rispondere lotta dura senza paura, in verità a conti fatti tra me e me rispondo "ah, va bene".
"Sei così", "sei cosà", "non dovresti essere così", "non dovresti essere cosà".
"Ah, va bene".
Se chi come me ha coscienza del fatto che mettersi in discussione sia una prova di intelligenza, di spirito, di acume e quant'altro faccia di un uomo comune un uomo "al di sopra", avrà coscienza anche del fatto che alla lunga questa prova di alta umanità e intelligenza mette paradossalmente k.o. proprio la sua umanità e intelligenza e tutta una serie di spinte personali che posso essere riassunte in coscienza di sé e autostima.
Perché la messa in discussione ad oltranza e senza certi filtri porta alla distruzione delle certezze.
E tanti saluti all'uomo "al di sopra" che da tutto questo ne esce annichilito, molto "al di sotto" di quello che potrebbe essere.
Scusate, ora la smetto con Nietzsche.

16.6.12

L'amore in Albania

Erding o Erdin o ancora non so, ma se lo senti pronunciare ricorda Ederlezi di Goran Bregovic.

E in effetti quando entra in casa, per la prima volta dopo un anno, Erding o Erdin o ancora non so, ma Ederlezi, quella sì che la so, quella musica, viscerale, triste e potente, come certi dolori che non appena si urlano, clarinetti, trombe e violini messi insieme, sono già belli che finiti, e quando entra in casa Erding o Erdin che se lo senti pronunciare ricorda Ederlezi, quella musica si sente ovunque, si sente anche col naso, viscerale fin dentro le sedie dove siamo seduti. Una musica che porta un dolore già bello e finito.

E lui seduto ci sta, composto e senza postura. Rimane curvo, un giovane curvo, occhi verde-azzurri, giovani loro, giovane lui, e curvo. Ci puoi pensare tutto lì sopra a quella curva, dopotutto è messa così in vista, senza postura appunto, ché ci leggi tutto, scritta come la mano sinistra delle zingare. Ci vedi tutta la vita di Erding o Erdin, in quell'attimo che lo vedi seduto, giovane e curvo. Che "senza postura" è semplicemente quello che è: Erding o Erdin, o ancora non so.
E adesso, è chiaro a tutti, bisogna dare parole a quella musica, che qui, stasera a casa nostra, una sera qualunque in Italia, mia madre, mia sorella, io, stasera, a casa nostra, quella musica bellissima che ha la colpa di venire dall'Albania.

17.2.12

"Mamma blogger tu sei e mamma blogger tu rimarrai" ovvero "La maledizione della vacuità dei fatti personali"

C'è che un giorno rimani incinta e siccome non hai la benché minima idea di cosa sarà, di cosa avverrà, sostanzialmente te ne fotti. La pancia è ancora piatta, o normalmente dotata del solito adipe, per cui sì, sei al settimo cielo, sì, sei in stato di grazia, sì, ti senti la Madonna Madre dell'Umanità, ma sostanzialmente, essendo la pancia gravida ancora invisibile, se non vedi non ci credi. Te ne fotti.
Fino a che non arrivi al sesto/settimo mese.
Cominci a fartela sotto. I calci, il blob sottocutaneo che si muove con sempre più insistenza, il tempo che stringe, e quel cosa sarà, cosa avverrà si trasforma nel tuo incubo peggiore. 
Che però devi combattere in qualche modo perché, come disse un giorno la mia migliore amica "Che ti spaventi a fare? Tanto sempre dal buco deve uscire". La perentorietà, la delicatezza e soprattutto l'inesorabilità dell'affermazione mi mise di fronte all'urgenza di dovermi informare, così da assottigliare lo spazio tra "c'ho paura, non lo so, è un mistero" e il "tanto sempre dal buco deve uscire".
Tre anni fa usavo internet solo per Wikipedia.
Tre anni fa vedere il Riccio davanti internet per dieci minuti mi sembrava un caso lampante di dipendenza.

27.1.12

Il Riccio c'è


E dunque poi sarebbe questo quello che andavo cercando, quello che mancandomi mi stava in pancia mordendo arrabbiato tanto per farmi capire meglio la sua mancanza, tanto perché io non abbassassi mai la guardia scendendo a patti con l'umana quanto sciatta abitudine alle cose che non vanno.

4.1.12

Abitabile come un salone di Versailles

"Sofia, torniamo a casa?"
"No"

La cucina dei genitori del Riccio, lì al paese del Riccio, è un rettangolo di due metri per tre. Togliendo la cucina componibile, il frigo, una sedia e un porta-frutta, una bacinella turchese sempre presente in un angolo a terra in cucina, a volte un'altra sedia, la scopa e una confezione di acqua minerale, di spazio vivo calpestabile ne rimane un paio di metri quadrati scarsi. Scarsi. Davvero un nulla se a calpestarli sono quattro famiglie, dieci persone, di cui nove adulti e una bimba di due anni in preda alle smanie distruttive del diavolo della Tasmania, a volte un cane, eccitato dalle suddette smanie, altre volte amici, amici stretti, amici lontani, amici di amici, vicini di casa, tutti insieme contemporaneamente. Stipati come capretti, a darci pacche involontarie, permesso e scusate detti da ognuno di noi decine di volte, un andirivieni scomposto e una maniera genere cubo di Rubik per addensarci tutti al meglio in quei due metri quadrati scarsi.

4.11.11

La faccia buona delle maschere


Lei è la pelle che indossiamo.
Non quello che siamo. Quello che scegliamo di essere.

10.10.11

X Tu sei qui

Potreste trovare qualsiasi oggetto di casa in qualsiasi posto della casa.

Insomma, avrete tutti già guardato l'ultimo spot della nota azienda di telefonia dove c'è questo bimbo imbizzarrito in casa che fa della casa l'ultimo avamposto di un assedio.
E certamente avrete risposto a livello emotivo esattamente nel modo in cui i creatori dello spot si aspettavano lanciando una provocazione di tal genere, ovvero "anche mio figlio!!!..."
E ancora, vi sarete sentiti non poco sollevati da qualche mala responsabilità nell'educazione da voi impartita e spesso messa in dubbio quando, con quel senso di immedesimazione e di condivisione ispirata dallo spot, vi sarete crogiolati nel mal comune...
No, perché io l'ho fatto. L'ho fatto eccome.
Ho dovuto.
Da quando Sofia ha preso dimestichezza con l'interazione corpo\mani-oggetti ogni centimetro di casa è uno strambo ricettacolo di materia.
In questo momento c'è una baby tastiera musicale sulla cassapanca della mia stanza da letto con sopra elastici, collane, Pluto e un bicchiere in plastica messo in scrupoloso equilibrio; cacciaviti, viti e controviti reperiti da un lavoro di manutenzione del Riccio conficcati dentro lo spazio tra il forno e il piano cottura. Volendo, nel toglierli, ho trovato colori a cera semi disciolti, risolidificati e mostruosamente attaccati alla lamiera.
Non c'è limite alle sue possibilità di collocamento degli oggetti negli anfratti e non di casa.
Aprite un cassetto adesso qui da me. Qualsiasi.

25.4.11

Considerazioni pasquali, poco pasquali

Hai scelto di stare a casa per curare a tempo pieno la tua primogenita, nonché amore tuo grande, stella del firmamento, luce degli occhi tuoi?

Hai pensato che fosse più importante garantirle presenza costante, costante punto di riferimento e assidua rispondenza alle sue esigenze?

Hai ritenuto più urgente consacrare ogni tuo istante al suo piacere, alla sua crescita emotiva, intellettuale, sociale, musicale, manuale, artistica, morale, educativa, funzionale, ludica, istintuale?

Hai creduto più giusto metter da parte ogni tua ambizione personale in nome di una certa idea, venuta da chissà dove, di maternità perfetta, definita all'occorrenza dai mistici come trascendentale e dalla gente sana come repressiva e punitiva?

Hai portato con te il dubbio, facendolo dominare su ogni altra possibilità, di non saper coniugare tempo lavorativo con cucina sana, passeggiate all'aria aperta e presenzialismo di cure materne?




E allora, anche se oggi è Pasquetta, il 99% della popolazione mondiale è in ferie da qualche parte tra i posti più gradevoli degli spazi aperti a rimpinzarsi festosamente di amichevoli conversazioni, succulente carni alla brace e dolci per l'occasione, e tu, invece, approfittando della presenza del Riccio, a mezzogiorno sei ancora infognata in pigiama a fare le pulizie generali, e probabilmente Sofia ti odia perché non sei lì con lei, tua madre ti odia perché assente nei preparativi del pranzo e forse ti odia pure il Riccio perché quanto di meno ortodosso possa essere un Lunedì di Pasqua,
ti prego, fatti un favore: non ti lamentare. 

9.11.10

Le mie scarpette rosse

Accomodatevi, prego. 
Prendetevi del tempo, se potete. Perché è di tempo che qui si parla, ché me lo sono preso tutto per raccogliere i pensieri, come quando si tiene qualcosa in bocca non per divorare ma per assaporare il gusto, tenerlo finché non si scioglie nell'acidità degli umori corrosivi. Eliminate, se potete, gli umori corrosivi del tempo veloce-velocissimo e
gustate questa bevanda, che ho preparato con la stessa lunga metodica cinese gestualità.

Così tanto tempo lontana dalle scene in kbyte perché a un qualche balordo fancazzista è saltato in mente, se di mente si può parlare, di sabotare la centralina che dispensa connessioni all'intero quartiere dove vivo. Un Big Bang rionale delle telecomunicazioni.
E per quanto mi riguarda, una grande occasione.
Vi parlo di questa mia esperienza di durata bisettimanale nel buio medievale fuori dall'era internettiana perché ho avuto tanto tempo - tempo che, in caso contrario, in mancanza di questa esperienza dico, non avrei mai avuto o preso - per razionalizzarla e sviscerarla. Prima viverla ciecamente, come si fa con tutti i fatti contingenti che si vivono come inghiottiti dentro l'occhio di un ciclone, poi guardarla da lontano con l'occhio razionale ripulito dai venti vorticosi e detriti incontrollabili, infine poterla raccontare.


(Se di tempo ne avete poco, passate a "Scarpette Rosse" che più s'addice al mordiefuggi tipico di un blog categoria "personale" 
Se proprio non ne avete, saltate direttamente a "Conclusioni") 


Labirintinternet 
Quando la sera del 27 Ott. la connessione è saltata si è subito percepita la mole della questione.
Connessione in tilt. In tilt la mia testa.
Ho accelerato immediatamente l'attività, già di per sé spasmodica in tempi non sospetti, del nostro caro nevrotico dito indice.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (numero indefinito di click). Niente.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (n. i. di c). Niente.
Click e niente per un'ora.
Descrivo questa mia apparente insulsa reazione perché è stata questa a mettermi subito in stato di allerta. Dal dito indice molesto in poi ho infatti cominciato a mettere sotto lo screening dell'auto-osservazione ogni mia mossa di fronte a questa situazione.
All'indomani del Big Bang, dopo una lunga-fredda-nera-notte fatta di contorsioni di occhi e di testa a metà tra rabbia psicotica e possessione demoniaca, di pruriti inestinguibili e sogni allucinati, dalle tane puritane siamo usciti tutti noi ratti superstiti abitanti del complesso danneggiato. Al posto di frasi e sorrisi di rito cortese, un disagio che non abbiamo potuto mascherare con nessuna delle frasi di repertorio tipo "Come sta?" "Bene. E lei?" "Bene".
Labirintite acuta manifesta tra un lampione e un vaso di piante grasse, occhi vacui e arrossati, sguardo scoordinato lanciato nell'etere privo di punti di riferimento e un generale unico rantolo: "Sto impazzendo" "E adesso che faccio?". E giù tutti con sorrisi sgangherati di comprensione, empatia o compassione buddista.
Diagnosi: crisi d'astinenza per dipendenza da internet.
Allora ho dovuto per forza cominciare ad analizzarla, questa dipendenza.
Prima di tutto perché una così facile ostentazione di questa nostra debolezza?
In genere sono i mattoncini dell'ego incollati con la saliva che tentiamo di mostrare, le nostre code di pavone, i colori più iridescenti - come se il nostro comunicarci fosse sempre e solo una pantomima del corteggiamento, una danza per l'accoppiamento tra predatori e prede.
In questo caso però ostentare dipendenza da internet ci ha reso, o mantenuto, in qualche modo forti. Perché ammettere, con tanto di sorriso scaltro dovuto al  benessere che ti offre il senso d'appartenenza ad un gruppo affollatissimo, legittimato dal diritto proveniente unicamente dalla consuetudine, di passare davanti ad uno schermo tutta la serata, o anche molto di più, per non incontrare il/la tua compagna, i tuoi figli, la tua gente, i tuoi doveri, le cose rimaste in sospeso, la lampadina da cambiare, il libro sul comodino? Perché non abbiamo alcun riserbo ad esprimere la nostra totale mancanza di incanto per la vita presente in carne ed ossa?
Perché internet è una carrozza dorata, una montatura di paillettes e lustrini che facilmente incanta.
E' la Babele per eccellenza. Una Babele multimediale.
Anche la vita naturale sarebbe straordinariamente multimediale (con in più una indefinibile magia fatta di odori, di luci, di ombre, di suoni, che spesso comodamente definiamo con la parola "chimica"). Ma che ci vogliamo fare: c'è di mezzo sto corpo, così pesante, così stanco, così scomodo. E la vita naturale si vive attraverso il corpo.
Internet, con quel suo po' po' di contenuto da vivere con occhi, dito indice e culo seduto è molto più comodo. Hai tutto con il minimo sforzo.
Dunque è Babele multimediale, assoluta e soprattutto efficiente. Per questo ci diciamo facilmente suoi adepti. Chi potrebbe biasimare una dipendenza dall'efficienza?


Sinapsi e connessioni
Internet è un treno, è sinonimo di velocità, ma si espande lento come una macchia d'olio nelle nostre ore: fagocita il nostro tempo.
Per cui è strano il tempo nell'era delle connessioni in secondi: l'attività internettiana, secondo l'apparato che la supporta, dovrebbe svolgersi in tempi brevissimi, eppure si dilata in modo abnorme e assorbe il tempo naturale, come avviene nel cervello. 
L'attività cerebrale consta di migliaia di connessioni al secondo. Dici 'secondo' e già sono avvenuti migliaia di processi: è una quantità enorme in un tempo ridottissimo che non possiamo razionalizzare, misure che si muovono dentro di noi nella nostra più totale ignoranza.
Un'ignoranza buona questa, molto saggia, perché pur partecipando della complessità del reale noi non possiamo contenerla consapevolmente tutta.
Non riusciremmo a partecipare di tutti i costrutti della mente senza uscirne schiacciati.
Nel mondo conscio, quello in cui ci strutturiamo consapevolmente, le cose vanno molto più semplicemente. Viviamo sui binari della vita naturale, che seppur complessa segue una ripetitività che la fa sostenibile.
Le stagioni, i cicli, i giorni, il tempo, creazione/distruzione, nascita/conservazione/morte, ci offrono la possibilità di partecipare della complessità della vita.
Quella del cervello è una complessità non gestibile da noi.
Per cui nella realtà che percepiamo quelle misure spazio/tempo si ammutoliscono per lasciar spazio al buon caro vecchio tempo naturale: c'è un tempo per girare il cucchiaino nella tazzina e far sciogliere lo zucchero nel caffè, un'altro per stendere al sole la biancheria, un altro ancora per togliere le rimanenze di una tavola imbandita a fine pasto. Tempi lontanissimi dalla velocità della luce dei processi cerebrali perché il corpo è quello che è, vive il tempo naturale. 
I due tempi, cerebrale e naturale, non vanno mai in conflitto, sono anzi in qualche punto, ancora misterioso alla nostra conoscenza, interconnessi, cioè: l'abnorme lavoro compiuto dal cervello viene come filtrato da un imbuto, rimpicciolito progressivamente fino ad uscire da un forellino molto più piccolo della sua grandezza di partenza. Questo forellino è la vita che noi esperiamo attraverso il tempo naturale, semplice, uniforme, a misura d'uomo.
Nonostante non si sappia cosa sia esattamente questo imbuto, credo però che si possa dire che uno dei tanti anelli che tiene uniti i due tempi senza che vadano in conflitto sia l'ignoranza, la nostra assoluta inconsapevolezza nel nostro caro lento tempo naturale della velocità allucinata del tempo cerebrale.
Stop. 
Ora questo discorso potrebbe continuare con un facile parallelismo tra connessioni cerebrali e connessioni internettiane.
Potrei facilmente dire che la cosa che ci tiene incollati a questo mostro informe dal nome vagamente ed evocativamente cancerogeno come l'eternit è il fatto che sperimentiamo la velocità delle connessioni senza il filtro dell'ignoranza e che questo ci fa sentire al di sopra dei nostri limiti congeniti e naturali, dandoci l'ingannevole ma confortante illusione di poter guadagnare in un sol colpo di click quello che non possiamo abbracciare se non con infarinature superficiali.
E potrei dire molto altro. Sbagliando.
La verità è che parlare di dipendenza da internet significa generalizzare ciò che è molto più particolare e sfaccettato: è un modo parziale di parlare di dipendenze del genere umano.
Inutile demonizzare un qualcosa che è semplicemente strumento al pari di un televisore, di un cellulare, di una chitarra, di una lettura, forse il più sofisticato tra gli strumenti perché è un pentolone di tutte queste cose messe assieme, ma non di più. 


Scarpette rosse
E che cos'è la dipendenza se non un modo smodato, psicotico, nevrotico, malato, di sopperire ad una necessità?
Il fancazzista di cui sopra mi ha dato la possibilità di rendermi conto della mia necessità/dipendenza. Che non si trova affatto legata ad internet: è molto più in fondo.
E' in questa passione che è il mio blog. Ma non è neanche legata a questo blog: è più in fondo.
E' nella mia adesione allo scrivere. Ma alla fine non è neanche tanto legata allo scrivere: è più in fondo.
E' qui, guarda, in basso: è nella mia pancia.
Dove indosso le mie scarpette rosse. Sì!, scarpette rosse.
Alzi la mano chi non ha mai fantasticato sul fregiarsi di scarpette rosse, chi non le ha mai indossate o chi, per totale mancanza di intraprendenza contro i costumi sobri-perbene, non le ha mai fatte indossare ai propri figli.
Il fatto è che le scarpe in generale sono l'involucro di ciò che ci fa aderire di più alla concretezza della vita, la quale si nutre di sangue, di viscere, di sacrificio, di passione: di forza rossa. Le scarpe rosse perciò sono un archetipo: rappresentano l'anelito a che la nostra vita sia salda, vitale e creativa.
Ognuno di noi, dentro ai nostri moti psicologici, possiede e cerca di calzare in ogni modo delle scarpette rosse. Ed è un bene che sia così, è necessario per sentirsi vivi. Ma quando questa necessarietà diventa l'unica, quando le scarpette non ti fanno danzare più la tua danza, il tuo personalissimo swing, perché per la troppa importanza che hai loro concesso cominciano a condurti freneticamente come indemoniate su percorsi che non ti nutrono ma ti sfibrano, questo direi che comincia a farsi problema.
La frenesia, la danza sfrenata, arriva quando la fame delle cose che ci nutrono è stata così protratta nel tempo da voler ad un certo punto fare incetta di ciò che ci sembra poterci saziare l'anima, quando ci si presenta davanti.
Un giorno, affamata com'ero, ho indossato le mie scarpette e ho aperto questo blog. 
Avevo bisogno di un luogo e di un tempo tutti miei che fossero di concentrazione, di ricerca e di confronto attraverso lo strumento che più mi accorda e mi si accorda. Il blog si è rivelato da subito un grande stimolo per la mia creatività. 
Mi ha salvato dal mio essere mamma a tempo pieno di uno scricciolo fagocitante oltre ogni limite la mia persona. Quando le mie scarpette danzavano io mi sentivo libera.
Però ad un certo punto, forse per questo loro rappresentare la mia salvezza e redenzione, hanno cominciato a prendere il sopravvento e rubare il tempo a tutto il resto, anche se solo con la testa. Facevo e mi muovevo comunque, ma se la testa è altrove ogni azione si spoglia di efficacia.
Così tutto a rotoli, tutto, che riassumo con "organizzazione del tempo". Disastro a casa, caos ovunque, disordine, ritmi frenetici inutilmente. 
Energie perse e tutto storto. 
Il tutto condito con tanto nervosismo da parte mia, e dunque del Riccio e di Sofia. 

E venne il fancazzista a togliermi quello che non avevo la forza di togliere. 

Cosa è successo in queste due settimane? 
Ho vissuto la calma e la pace del tempo naturale senza cercare luoghi altrove. 
La casa è pulita e ordinata in modo commovente. Ho iniziato la materia. Ho imbastito lo zaino per i giochi di Sofia e Sofia è in pace perché sente che non ho bisogno di andare. Faccio le bolle e gonfio palloncini non per acquietarla ma per stare con lei. E mentre sta seduta sulla sua sediolina a vedere per l'ennesima-ennesima-ennesima volta Toy Story e io lavo i piatti e sembra che si stia vivendo dentro una schiuma, penso che dopo tutto il casino vissuto questa scena da Mulino Bianco sia tutt'altro che da prendere per il culo. 


Conclusioni 
  1. Se aderire a se stessi e cercare di essere liberi diventa un unico moto che impedisce altro, allora è solo un inganno che ci ammala.
  2. Ieri è tornata la connessione Alleluia-Alleluia e sono felice di essere qui e di ritrovarvi
  3. Un saluto speciale al fancazzista


p.s.: c'ho ragione o no?: tanto tempo senza scrivere e mo' vedi che fame!

18.10.10

Non lo so

C'è un uomo seduto sul pancone di cemento che costeggia da un fianco il parco e dall'altro il corridoio che io e Sofia stiamo percorrendo in lungo e in largo.
Sarà un quarantenne e un poeta, mi dico, si vede da subito, da come porta il corpo e lo sguardo.
Gli passiamo accanto e Sofia gli va incontro, perché lui è un papà e ha due bambine, immagino una duenne (ormai ho imparato: i duenni sono alti come Sofia, possiedono il suo stesso vocabolario ma loro camminano) e una cinque-seienne (lo si vede da come siede senza moti scomposti accanto al papà).
Quando gli siamo di fronte, l'uomo allarga occhi, bocca e voce e guardandoci chiede a Sofia:
"E tu da quale pianeta provieni?"
Sono talmente assuefatta a rispondere alle tipiche domande che comunemente si porgono a una bambina, che a questa sono del tutto impreparata. Anche io allargo occhi e bocca, ma sorrido silenziosa.
Sofia ha già perso interesse e mi libera da un certo imbarazzante senso di spiazzamento.
Ci allontaniamo. 
Di nuovo sul corridoio in lungo, e poi in largo, fino a tornare accanto all'uomo.
Stavolta non Sofia, ma sono io a decidere di fermarmi.

"Ci ho pensato, e la risposta è: non lo so"
"...'non lo so', cosa?"
"il pianeta" 
punta l'indice in alto e
"il pianeta dei bambini è tutto loro, un mondo..."  
"...troppo lontano per sapere quale sia" 

Ci guardiamo.

Non ricordo altro.