Visualizzazione post con etichetta Arte del campeggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Arte del campeggio. Mostra tutti i post

5.12.13

Donna Chisciotta


Non ho mascherine protettive perciò attorno a naso e bocca mi avvolgo una sciarpa.

Nel frattempo mi viene in mente il primo anno di liceo, quando da subito fu evidente che sì, la filosofia mi apparteneva. Per la prima volta scoprivo che tutti quei miei contorti, appassionati processi mentali, portati al massimo delle possibilità, non erano una malattia, o una stramberia naif o temporanei rigurgiti intellettuali post fumo, ma avevano un nome, una loro legittimazione, era filosofia.
E come in tutte le cose, anche per la filosofia, si sceglie, o forse no, che tipo di filosofo essere.
Sostanzialmente si può essere un filosofo terreno, fare politica, studiare l'uomo, a volte vaneggiare di spirito e anima, ma tutto sommato salvarsi, rimanere saldi qui, perché l'uomo defeca e chi sceglie di vaneggiare intorno all'uomo prima o poi, spirito, anima o intelletto che sia, deve sempre confrontarsi col meccanismo della defecazione, e rimane a terra. Si salva.
E poi ci sono i Don Chisciotte della filosofia. Quelli che farneticano, se gli parli ti guardano come se fossi un marziano, quando invece la verità è che i marziani sono loro, perché non sono qui, su questa terra, ma stanno cercando il Fondamento. 
Il fondamento dell'esistenza, il fondamento degli effetti e di tutte le cause che generano tutti gli effetti. 
E visto che è evidente che tu non sei il Fondamento, mentre cerchi di instaurare con loro un qualche tipo di contatto, loro guardano oltre le tue spalle, si sa mai che il Fondamento sia proprio lì, dove non puoi mai guardarti. 
Cercano il Fondamento persino del loro cercare il Fondamento.

19.11.12

Foglietti

Ce li ho dappertutto. Sparsi in casa, sperduti nelle varie borse, presi, riposati e ripresi per ogni cambiata d'abito, finché non ne hanno abbastanza e per protesta si auto eliminano diventando mucchietti di carta illeggibile.
 A casa dei miei, in macchina, delle volte lasciati nelle tasche dei jeans.
Il lavaggio in lavatrice e la mia espressione mentre stendo la lavata fatta ormai di cellulosa appiccicaticcia, è la giusta punizione per la mia dimenticanza. 
Loro sono i promemoria, quelli scritti di fretta, dove ti capita, come ti capita. Trattati ingiustamente, come si conviene alle cose genere fast food: presi, consumati, cestinati. 
Sono mediani, ruolo di mezzo e precario, deciso da chi gode del diritto di rilegatura.
E ti salvano sempre il culo.



Ne ho una marea in questo periodo.

2.2.12

Il cuore in affitto

Il cuore in affitto non sente casa.
Non mette le tende alle finestre. Lascia le pareti bianche, ché i quadri sono incastri di vita col bordo scurito che non va via. Al più due stampe su carta di terza categoria, attaccate con lo scotch, perché a volte anche un cuore in affitto inorridisce di fronte al bianco.
Il cuore in affitto ignora gli AD in edicola, si premura di far rimbalzare lo sguardo dall'altro lato non appena abbia incidentalmente agganciato la bellezza delle forme architettoniche. Perché nessun suggerimento del bello in una casa possa mettere una qualsivoglia pulce ad un cuore in affitto.

4.1.12

Abitabile come un salone di Versailles

"Sofia, torniamo a casa?"
"No"

La cucina dei genitori del Riccio, lì al paese del Riccio, è un rettangolo di due metri per tre. Togliendo la cucina componibile, il frigo, una sedia e un porta-frutta, una bacinella turchese sempre presente in un angolo a terra in cucina, a volte un'altra sedia, la scopa e una confezione di acqua minerale, di spazio vivo calpestabile ne rimane un paio di metri quadrati scarsi. Scarsi. Davvero un nulla se a calpestarli sono quattro famiglie, dieci persone, di cui nove adulti e una bimba di due anni in preda alle smanie distruttive del diavolo della Tasmania, a volte un cane, eccitato dalle suddette smanie, altre volte amici, amici stretti, amici lontani, amici di amici, vicini di casa, tutti insieme contemporaneamente. Stipati come capretti, a darci pacche involontarie, permesso e scusate detti da ognuno di noi decine di volte, un andirivieni scomposto e una maniera genere cubo di Rubik per addensarci tutti al meglio in quei due metri quadrati scarsi.

12.4.11

Soddisfatti o felici

Oltre alla mancanza in generale di padronanza e di sovranità sul mio corpo e sulla mia mente per usufrutto illimitato tendente al monopolio da parte del tiranno ventimesenne Sofia (si pensi in primis alla totale impossibilità - totale, e ripeto ingrassando totale perché alla vostra attenzione venga sottolineato il concetto di modo della totalità - dicevo, alla totale impossibilità, nel caso in cui il tiranno ponga il pollice verso - e si sa quanto per un tiranno il pollice verso contro il gladiatore sia attività di godimento -, di sopperire alle esigenze del corpo nel momento in cui quelle esigenze mi si presentano in modo inequivocabile e perentorio quali igiene primaria, evacuazione delle sostanze di rifiuto, esigenze di riequilibrio delle forze, ovvero rispettivamente doccia - bagno - attività motoria e riposo), una delle cose che hanno contribuito al black out sulla mia persona è la prolungata astinenza dal sopperire alle esigenze dell'intelletto, quali tutto ciò che non ha a che fare con l'attività ludica del tiranno ventimesenne e suo pollice verso.

Niente musica di sottofondo alle mie attività.
A dire il vero nessuna attività.
Nessuna ultima uscita al cinema.
A dire il vero nessuna uscita.
Nessuna conversazione liberatoria di durata illimitata.
A dire il vero nessuna conversazione liberatoria.
Nessuna lettura di ampliamento e perfezionamento dei punti di vista.
A dire il vero nessun punto di vista.

Cosi è.
Inesorabile, no?, questo così è.

Eppure anche dietro il cemento armato dell'inesorabilità tenta di spuntare sempre fuori quel germoglio tipico dell'essere umano che resiste, si aggrappa, usa le unghia, sopravvive nel nome di "a tutti i costi" per quell'ostinato senso di attaccamento alla vita che, nonostante tutti i cementi armati attorno, non si ammutolisce mai.
In breve: di necessità virtù.

Eccola la mia virtù.

Siamo di fronte all'ennesimo video su Sofiatube: questo motivetto lo abbiamo ascoltato centinaia di volte, ma stavolta Google decide in automatico di tradurre il titolo.
Se sei soddisfatto.
Soddisfatto. Non felice. Soddisfatto.
E' una traduzione alla buona, balza all'occhio l'approssimazione del sinonimo.

Ed è quanto di più efficace possa esistere.
Specie per una che non ha ancora neanche lontanamente capito come si fa, si fa, ad esserlo.
Specie per una che ad un certo punto della sua vita ha relegato il fare ad una posizione di inferiorità rispetto alla contemplazione come fosse una distrazione, distrazione da qualcosa di più sostanziale.
Non lo so perché poi, nel mio personale percorso, dalla consapevolezza di non poter reperire soddisfazione dall'acquisto di beni o dallo svago in generale, sia arrivata a concepire quasi tutte le attività come distrazioni, sviamenti da quello che pensavo esistesse e fosse più efficace per la mia soddisfazione (o felicità).
La storia finisce che sono un cazzo confuso.

Perciò la traduzione del motivetto scemo mi riporta all'importanza del fare per essere felici.
Felicità è troppo alto, un concetto enigmatico senza punti di riferimento.
Soddisfazione è più pratico, dice fai, tanto, satis (assai, da cui deriva sazio o sazietà) + facere.
Soddisfazione non ha nulla a che fare con contemplazioni amorfe di individui come me che si atteggiano ad anime del cosmo: soddisfazione è più umano, più umile, se vogliamo più infantile.
E i bambini, nel loro unico intento a fare, non sono forse felici?





Il gladiatore vuole essere soddisfatto.

Doccia, bagno, attività motoria nel momento in cui la necessità dello stato animale si presenta,
immagino sarebbe un buon inizio. 



(avere accesso alla bacheca di Blogger piuttosto che a www.disney.it, pure)

21.11.10

Cucitura e stiratura

Mentre stiro gli abitini di Sofia succede che, dopo un lavoro certosino e di enorme dispiegamento di energie da parte del sistema nervoso, tolga una prima piega e che, tolta la piega, tutte le volte fiduciosa oltre ogni limite di ingenuità che il lavoro [ecc. ecc] nervoso sia passato dall'altra parte del vestitino e che dunque sia definitivamente finito, succede che giri e ACCH!: tre pieghe ben bene formate dalla precedente pressatura del ferro. Allora mi metto di lena, tolgo le tre pieghe, giro e PORCH!: altre due pieghe, al posto della piega di partenza. E va così, di piega in piega, finché, colpita improvvisamente da una forma acuta ma di breve durata e spontaneamente reversibile di cecità senile, non mi decido a lasciar stare.

Ieri pomeriggio, stirando i vestitini di Sofia, mi sono resa conto che il problema non è mica nella stiratura ma molto prima: è nella cucitura del tessuto. 

Ieri pomeriggio, stirando i vestitini di Sofia, mi sono resa conto che in questo periodo la mia vita è così: un tessuto cucito in modo talmente complicato, arzigogolato, da non so quale geniale sarto, quasi certamente io stessa, da far sì che la stiratura sia una complicazione e non una soluzione. Più mi accanisco sulla stiratura mettendo forza, energia, attenzione, più la complessa cucitura mi si rivela in tutta la sua impossibilità ad essere spianata.
Mi chiedo come si fa?
Come si fa a tenere tutti i pezzi assieme? A far quadrare i conti?
Come si fa a tenere in costante equilibrio geometrico così tante facce di questo prisma che è la mia vita?
Eccole le facce.


La casa

  1. tenere in ordine, che poi significa lottare contro mulini al vento. Il disordine sembra avere una sua propria personalità, una sua vita biologica ed intelligente, sembra che segua scrupolosamente dei disegni misteriosi e soprattutto che vinca sempre
  2. pulire, scopare, lavare, spolverare, igienizzare, smistare ciclicamente nel frigo corpi amorfi da cibi ancora miracolosamente sopravvissuti alla bomba batteriologica, cambiare le lenzuola prima che i nostri corpi facciano da segna-posto umani 
  3. appendere il bucato, ritirarlo e stirarlo senza che sia vittima di abbandono in buste dentro l'armadio
  4. cucinare
  5. fare la spesa
  6. smaltire la burocrazia legata alla macchina quotidiana


Gestione personale 

  1. preparare almeno due materie per Gennaio
  2. tenersi ad un livello che almeno sfiori quello di decenza che non prevede affatto capelli isterici, unghia stile lupo mannaro, look genere "piccola fiammiferaia" con i primi cenci che trovo e pantofole logore
  3. tenersi sveglie, informate, presenti, attive, reattive, ma non iperattive, forti ma gentili, lucide ma tenere, tenendo in equilibrio tutte le sfumature tra forza mascolina e fragilità da vergine sacrificale 
  4. aggiornare il blog 
  5. fare in modo che l'uomo animale sociale, con le trame intricate delle sue relazioni che lo formano e lo sostengono e lo stimolano, non sia una barzelletta su Berlusconi (o non solamente)
  6. combattere, con tutta la forza e lo sforzo titanico che è in me, contro l'azione d'amebetizzazione che l'universo sta svolgendo su di me 

Sofia
Ehhh....Sofia. Fare tutto per Sofia. Tutti i punti delle liste lì sopra. E tutto quello che non mi viene in mente.
E poi

  1. lavarla, cambiarla, vestirla, farle il bagnetto, farla mangiare, lasciarle la sua indipendenza e farla mangiare da sola, farla mangiare da sola e lasciarla sporcare, lasciarla sporcare e ricambiarle i vestiti appena messi, cambiarle di nuovo il pannolino
  2. prepararle colazione, spuntino, pranzo, merenda, cena, stando attenta alla variabilità, alla genuinità, alla bontà
  3. consolarla, incitarla, stimolarla, portarla fuori, divertirla, istruirla, tutto il giorno
  4. farla giocare tutto il giorno
  5. farle fare i pisolini e cantarle la ninna nanna
  6. fare avanti e indietro tutta la notte, lettone-lettino lettone-lettino lettone-lettino

Mannaggia a quando un giorno gli umanisti del 500 scelsero di ribellarsi all'autorità dell'apparato religioso medievale (che di certo soffocava ogni iniziativa individuale sotto tutta quella serie di norme a cui dover rispondere ma al contempo sollevava da ogni forma di responsabilità personale) e, facendo dell'uomo in balia della Provvidenza un artefice del proprio destino, ci regalarono quest'uomo faber responsabile di tutte le scelte e le azioni e le conseguenze della propria vita, un deus ex machina dentro questo mondo e la sua esistenza.

E sarebbe facile dire che non posso far tutto, esser tutto, tenere in piedi tutto. Sarebbe facile dire che dovrei delegare o scegliere una cosa per un'altra.
Non è così. Non più.
Sono una donna faber. Devo fare tutto. Tutto il puzzle.
Stirare tutte le pieghe finché il tessuto non sia tutto spianato. O scucirlo di tutti gli orpelli che lo sformano e ricucirlo.

Come?

Lasciate una speranza, voi ch'entrate
perché io credo di averla definitivamente esaurita.

20.8.10

8° peccato: Stress.

Da quando ho memoria, o poco più in là dei primi rudimenti di memoria, uno dei primi difetti di cui sono stata tacciata è la pigrizia.

Trovavo per niente interessante, al gioco del nascondino, infilare le vesti di un povero ispettore gastropatico affannosamente proteso a risolvere tutti quei casi che tanto, affanno o no, avrebbero comunque fatto eroe il Dylan Dog di turno. Piuttosto preferivo infilarmi nel sottobosco dei fuorilegge assieme all'amore della mia infanzia e starmene lì attendendo l'epilogo alla Bonnie e Clyde. 
La mia non era pigrizia: era romanticismo.

Mio padre, per lavoro, si alzava alle 5 e 30 del mattino tutti i giorni. E per abitudine anche la domenica. Si alzava, faceva tutto quello che doveva fare, e poi iniziava l'urlo costante e continuo: "Ssvegliaatiii, infingarda e pelandrooona". Quel 'infingarda e pelandrona' detto per anni, puntuale nell'appuntamento domenicale, mi ha segnata, si è insinuato nel dna, ha fatto tana e uova, e adesso è in pianta stabile nella mia persona, se non nella sostanza, nella sua cerebrale evocazione: "Ssvegliaatiii, infingarda e pelandrooona".
La mia non era pigrizia: erano le 7 del mattino. Di domenica. Quella di una bambina.

Al ginnasio, la mia professoressa di italiano, storia, geografia, latino, greco, educazione civica, quella insomma che per attività ed ore trascorse assieme si sarebbe dovuta, se non sostituire, affiancare come figura di riferimento, un giorno consegnò a mia madre una bella incisione nuova fiammante da lasciarmi come trofeo memoriale di quello che ero e che sarei dovuta certamente essere, magari nel tempo me lo fossi scordato. "Accidiosa". E che cos'è questa parola così stridente, con quelle C così affilate messe una di fianco all'altra sul punto di ferire, e perché la donna che premia, su tutti gli altri, ogni mio scritto, ogni mio sentire, ogni mia idea, la sta usando su di me, preferendo "acci" a "ra"? Vado a consultarmi.
La mia non era pigrizia: era che i miei genitori, a quel tempo, si tiravano i piatti addosso. E mi ero convinta che scopa e cocci toccassero a me.

E poi arriva lei, la donna che ha rimescolato tutte le carte e rinominato quell'indice puntato su di me chiamandolo "mente filosofica". E detto da chi avrebbe mantenuto quell'indicibile eleganza venusiana, nonostante l'appartenenza alle moli di Botero piuttosto che a quelle di Botticelli, anche se fosse venuta a far lezione con le infradito e che una volta al mese portava in aula il trolley perché di lì a poco avrebbe raggiunto 'Dacia' (Maraini n.d.r.), mi dava quell'attendibilità necessaria a crederle.

Ho questa patologia, sì, affezione filosofica, sì.
E se pensate al filosofo come ad un pioppo fisso immobile con lo sguardo vacuo nell'indistinto alla "Io sono Sean", ancora sì: è così.

E adesso prendete 'sto pioppo, sradicatelo dal terreno delle paturnie concettuali, innaffiatelo di sonaglini che rallegrano la scenografia di "It", di jingle subdoli che ti entrano leggeri come giochi da latte ma, quando, in momenti di cui tu non hai comandato l'arrivo, ti ritornano svelando la pericolosità delle ipnosi di qualsiasi genere (anche quelle de "Il coccodrillo come fa"), ti rendi conto che al confronto le pubblicità kitsch delle suonerie sono più innocue; innaffiatelo di frenesia, di capacità di sopportazione portata allo stremo, di una forma mentis costretta all'arte dell'arrangiarsi, dell'accomodarsi, l'arte del campeggiatore, insomma, piuttosto che a quella dell'organizzazione metodica di cui, in tempi ormai remoti, ci si poteva vantare...
... et voilà!: il pioppo perde lo sguardo vacuo dell'indagine speculativa e attraversando in qualche istante le ere evolutive acquisisce lo status di pesce lesso.

E adesso, se di qualcosa mi si deve tacciare, che sia di stress.
Ora so che lo stress, l'ottavo peccato, è il padre dei vizi.
Da stressata pecco di:

  1. gola: se, dopo cena, addormentare Sofia si rivela una Parigi-Dakar, al mio rientro rinfocolare le forze con lo spuntino di mezzanotte mi sembra naturale
  2. invidia: invidio tutto. Invidio chi ha tempo, chi lo usa e chi lo spreca, chi ha silenzio, chi sta da solo, chi si fa la doccia, chi fa shopping, chi legge, chi fa la Settimana Enigmistica, chi appende la biancheria, chi dorme, chi non dorme per attività gratificanti, invidio insomma chi oltre ad essere fa l'umano. No: paradosso del 'tutto invidio' vuole che in realtà invidi anche cani e gatti, così vicini all'essere e così lontani dalle cose che fanno umani (come l'invidia).
  3. superbia: dal lamento al "Io sono Colei che prende su di se i mali del mondo" il passo è davvero breve.
  4. avarizia: la Colei si da così tanto che tutto ciò che non fa rima con Sofia può soltanto vagheggiarla.
  5. ira: una finestra troppo aperta, troppo chiusa, una bottiglia che cade, la pasta scotta, il lavandino intasato, la folla, il ciuccio che cade a terra, e tutto quello che non appartiene alla categoria "decido io" oggi mi farebbe partecipare al casting di "L'esorcista".
  6. lussuria: dato non pervenuto. Appunto.     

Ecco mi sono confessata.

E no. Ovviamente no.
Se nei momenti liberi (che intitoliamo Sofia non c'è) piuttosto che assolvere ai doveri di una madre di famiglia me ne sto qui a confessarmi...
no, la mia non è pigrizia: è istinto di sopravvivenza.

Vedi se lo stress non è l'ottavo!

28.7.10

Hallelujah Veronicae.


Secondo voi come fa quando dal pediatra, uomo che, oltre che per somiglianza al sex appeal di Mario Biondi migliorata dal capello sale e pepe e occhi azzurri, stimate per la capacità di tener contenuta entro limiti sopportabili la vostra inclinazione all'Apocalisse imminente dandovi, a quello che per voi è sciagura degli dei, definizioni tipo "brufolo" o "stitichezza" o "dentizione", abbastanza diplomatiche perché anche per questa volta i vostri nervi non dichiarino guerra alla vostra salute mentale, dopo avergli domandato se sia stato sbagliato non aver iscritto quest'anno all'asilo vostra figlia, visto la sua propensione a socializzare, lui vi risponda che è talmente stimolata da voi e quindi intellettualmente precoce che l'asilo potrebbe per il momento risultare limitante dato che, ancora in divenire, la bimba tenderebbe ad uniformarsi ai "livelli normali" (maledetta congenita tendenza all'omologazione!) ?.
E come fa se nel tragitto tra la sedia dell'Ara Pacis Veronicae eretta nello studio del pediatra e l'uscita, il vostro auto-panegirico dell'inettitudine e dei sensi di colpa, 
(in ordine di apparizione:
  • di non riuscir a tener lontana da casa la squadra disinfestazioni
  • che l'altra squadra disinfestazioni semprepresente è quella dei fantasmi del bucato pulito e/o stirato
  • di stare rimandando viaggi e scoperte, sotterrando la paura del confronto con il senso di organizzazione, per il momento nascosto Dio solo sa dove! assieme a buona parte di corredino-neonata/guardaroba-adulti/borse borsette e belletti/accessori high-tech/batterie/tappi di bottiglie/effetti personali/suppellettili vari, con la scusa che ancora non cammina
  • di essere troppo spesso nervosa
  • di fare troppo spesso la compagna di gioco piuttosto che la maman fatale)  
crolli in un sol colpo sotto un mormorio privato "forse che forse il lavoro che sto facendo non è niente male". ?.
E chiedo, sempre secondo voi, come fa quando volendo discutere col Riccio del seguito del pediatra, secondo il quale esistono bambini più raffinati dal punto di vista cognitivo ma più attaccati alla gonna materna (Sofia) e altri meno acuti nella capacità cognitiva ma senz'altro più intraprendenti, dicendogli che nell'attaccamento di Sofia nei miei confronti vedo la conseguenza di una visione più ampia di causa ed effetti, magari pericoli e quindi paure, il Riccio mi risponda che per lui la spiegazione è molto più semplice: essendo io la sua più grande fonte di stimolo, Sofia non vuole rinunciarvi mai. Ara Pacis Veronicae vs Panegirico dell'inettitudine 2-0. ?.  


No, dico, secondo voi come fa?
Perché mi chiedo se sia normale che a me oggi abbia fatto così:



9.7.10

"Chi sei tu...

...che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei pensieri più segreti?"

Scena I. Finalmente, dopo settimane di esperimento su quale e quanta flora batterica si possa sviluppare in condizioni favorevoli, è arrivato il momento di sospendere la ricerca e tirare le somme, con pezze, aspirapolvere e disinfettante. Perciò affido lo scricciolo a ?
Dopo alcune ore, vedo sul pannolino di Sofia un rigonfiamento vertiginoso, come se sul culetto avesse una boa d'ancoraggio, che la fa incedere a tratti, barcollando.
Il baricentro di Sofia sta pendendo pericolosamente verso terra. 
Io: "A meno che tu non stia cercando una forza uguale o maggiore a quella di gravità o non stia sondando il mistero che tiene in piedi la torre di Pisa...potresti gentilmente cambiarle il pannolino?"
?: "Uso questo e questo?"
Io: "Sì: acqua...sapone..."
?: "I pannolini dove sono?"
Io: "Ma dentro la stampante, naturalmente..."
(non mi sorprenderei affatto se mi ribattesse che con questo caldo sarebbe meglio tenerli in frigo)
E la crema lenitiva gliela do direttamente io.
Tanto per non rischiare che Sofia profumi di dentifricio.

Scena II. Sofia comincia ad avere un colore del viso simile alla carbonara e agita le mani in alto come se stesse allontanando immaginari calabroni.
Io: "Ma da quand'è che non beve?"
?: "Non lo so, non mi ricordo"
...
Il mio viso palesemente turbato.
?: "Le do l'acqua?"
E perché mai?: oggi è il giorno di rum e pera a un euro.

Scena III.
Dopo estenuanti minuti di intensa noia, ? decide di delegare l'intrattenimento di Sofia a Mister Tu Sia Lodato You Tube.
Dato che, passato un tempo simile a quello necessario alla stagionatura del formaggio, sospetto un'imminente trasformazione di Sofia nell'erede del "Tagliaerbe" di Brett Leonard, chiedo a ? di portare la bimba a fare una passeggiata fuori.
?: "Prendo il passeggino?"
Considerato che Sofia non cammina ancora, considerato che pesa 15 chili, considerato anche che non disponiamo di carrucole, carriole, porta-pacchi e carrelli della spesa: "Sì, magari sarebbe indicato"

E poi c'è tutta la letteratura del "Che faccio?" di ?.
Che faccio, prendo il giubbotto? e sono i giorni della merla.
Che faccio, prendo un tovagliolo? e tutta la Parmalat sembra essersi domiciliata addosso a Sofia.
Che faccio, la prendo? e mentre cerco di scrivere qualcosa, Sofia è impegnata ai miei piedi a fare benissimo Vivien Leigh in Via col vento.


Chi è "?".
E' forse la tata rincoglionita dal nome impronunciabile che viene da un posto ugualmente impronunciabile del mondo e non ci stà per colpa della lingua o del fuso orario o senza una ragionevole causa non ci stà e basta?
No.
E' l'amica che tra un aperitivo, il lavoro, un aperitivo, un'altro aperitivo, un'altro ancora, il parrucchiere e seguente aperitivo, si ricorda di avere un'amica con figlia e si fa vedere ogni 6 mesi e nelle due misere volte che è venuta a trovare Sofia la prima volta l'ha chiamata "Ti Andrebbe" e la seconda volta "Un'altro Aperitivo"?
No.
E' la nonna che "amo mia nipote più dei miei stessi figli" e si fa vedere anche lei ogni 6 mesi?
No.

No.
E' il Riccio. Papà di Sofia da ben, e dico ben, 13-quasi-14-mesi.
Ma sembra che per alcune questioni il tempo non gli abbia chiarito le idee.

Ecco chi è che inciampa nei miei pensieri più segreti.
Per quanto riguarda il contenuto di questi miei pensieri nei confronti di chi ci inciampa...
... sono segreti, no?



15.5.10

Gli uomini vanno sulla luna.

Le donne hanno la luna di traverso.

Qualche sera fa, io e Lè. sul divano, io distesa come sempre e lui seduto come sempre, seguivamo l'intervista della Dandini a Piero Angela. 
Gran signore Piero Angela, miracolosamente sopravvissuto al virus della demenza catodica imperante, pandemica, uno degli ultimi baluardi della divulgazione culturale in televisione.
Ha scritto tanto quest'uomo, su quasi l'intero, se è possibile, scibile umano: dalla questione della funzionalità del cervello ai meccanismi complicati del comportamento umano, dai microorganismi nello spazio ai giganti estintisi milioni di anni fa sulla Terra. Si è persino occupato di gestazione della donna. Santo Dio!, mentre nasceva Albertuccio me lo immagino con quel  tipico cipiglio degli uomini di scienza impegnato nell'osservazione del travaglio di sua moglie! "Tu, Donna, partorirai con dolore! Tu, Uomo, se vuoi puoi prendere appunti e scriverci un bel libro".
Ha scritto e visto tanto, quest'uomo, raggiungendo luoghi che a noi comuni mortali è concesso visitare soltanto attraverso Quark. Appunto.
Ed era proprio su questo che faceva leva l'intera intervista della Dandini: la cultura enciclopedica di Angela, enciclopedica ma non generalista, quell'intrecciarsi disomogeneo, eppur coerente nella sete di conoscenze che abbiamo, di spinte verso il sapere più largo possibile.

Ad ogni modo, stavo lì sul divano, a gongolare di fronte a così tanto sfoggio di erudizione e di classe, quella che soltanto l'erudizione apporta, e lo seguivo, vi giuro lo seguivo, come fa un'asino dietro la sua carota. Fino a quando....
Fino a quando non ci comunica che la sua vocazione verso l'indagine scientifica nasce da uno studio condotto in America, alla Nasa...
La Naaasa?
No, la Nasa no!
Mi sale un moto, dalla Nasa al divano, dal divano al cervello, dalla Nasa al furore.
Perché mentre tu ti facevi ispirare dai viaggi sulla luna, chi è che cambiava i pannolini ad Alberto? Tua moglie!
Mentre eri alla Nasa e magari ti interessavi, tra le tante cose, anche ai cibi liofilizzati degli astronauti, chi preparava le pappine ad Albertino? Tua moglie!
Mentre, in un momento di tempo libero, ti crogiolavi all'ombra della libertà americana redatta da Jefferson, chi portava al parchetto sotto casa il pargoletto? Tua moglie!
Ché l'unica libertà che vedeva era quella della statua impressa nelle cartoline che le mandavi.
E magari, adesso che Alberto è diventato quello che è diventato, uomo di cultura quanto te, magari te ne pigli anche il merito.
O' Piero, Pieruzzo, Pierino
guarda un pò cosa ti combino.
Lascia per un attimo l'odissea che tanti anni fa hai intrapreso all'ombra del melo posto nel Giardino dell'Eden, e siediti qui...qui, guarda, tra un pannolino, il biberon di latte, le magliettine della salute da lavare col Napisan e i 294 fogli di Focus Pico che Sofia divora, no Piero, non per inestinguibile sete di lettura che tanto ci accomuna, ma per voglia di maltrattare, stritolare e sparpagliare ovunque qualsiasi cosa le capiti sotto tiro. E mentre conversiamo, per favore allunga un pò il collo perchè ti possa vedere, ché questa montagna non si scala: si stira.
Inizia a darmi un pò della tua conoscenza, per favore, dato che l'unica mia indagine scientifica di questo periodo è quella della teoria della relatività di Einstein: un mese mi pare un giorno e un giorno mi pare una settimana. Ma com'è?
Ti interessi di paleoantropologia, di come si sia sviluppato l'uomo, dici?
Sì, anch'io mi chiedo come questa bambina da 2.750 g sia passata in meno di undici mesi a 14 Kg, urla, strepita e comanda le nostre vite.
Ti occupi di fisica, della materia, e di fisica delle particelle, di ciò che c'è dentro la materia?
Anche a me preme la stessa ricerca, togliendo caccole di qualsiasi genere e in qualsiasi antro della mole di mia figlia e controllando accuratamente la materia oscura che trovo nel pannolino.
Ti sei preoccupato, assieme agli astrofisici, che i voli dallo spazio non portassero germi dannosi al sistema della Terra?
Vieni qua, e chiama l'intera equipe di Houston, che qui a casa mia c'è un problema.

E prima di andare aspetta un momento, che ti sei seduto su un biscottino.

No, non ce l'ho con Piero Angela: lui per tutti.
Anzi: che ce ne fossero altri mille come lui.
Ma vorrei che insieme a questi mille e uno uomini alla continua ricerca, ci fossero mille e una donne (dove quell'una magari sarei io). Con figli, s'intende!
E qualcuno mi dica se ce sono di donne con figli che riescono ad essere così straordinariamente grandi, in costante crescita, a raffinare le conoscenze, a fare ricerca, perchè a me viene in mente solo la Gelmini, cioè non me ne viene in mente proprio nessuna.

Perché ci vuole tempo. E noi di tempo non ne abbiamo, tra continua cura dei figli e la stanchezza.


Qualche sera fa, sul divano, lui seduto come sempre, io distesa, apparentemente come sempre. 




Orbitavo attorno alla luna. Di traverso.