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3.8.10

Un diavolo per capello.

Una delle riflessioni che mi porto sempre in testa riguarda la profondissima correlazione che esiste tra i capelli e la visione che ciascuno di noi ha di se stesso.

C'è mia sorella che maltratta i suoi capelli, li colora sempre. Li fa biondi e sono troppo biondi, li fa neri e sono troppo neri, li fa castani con meches bionde e sono troppo finti. Una volta al mese, mia sorella li colora. Forse per raggiungere un effetto naturale. Paradosso della tintura vuole che non l'avrai mai, lì sui capelli, il naturale. Anche perché il naturale non è un effetto, è sostanza. Li colora sempre ma non li taglia mai. E l'effetto non arriva, anche quello, mai.
Mia sorella a tre anni è stata cavia delle paranoie di mia madre che vedeva i suoi capelli radi, deboli, sottili. La sua fissazione è stata curata con un bel taglio alla radice del problema.
Zac. Una naziskin treenne non si vedeva più da tempo neanche sul luogo natìo della moda sterminatrice, figuriamoci nell'allora paesello di tremila anime ciascuna con acconciatura "come s'addice".
Dicono che non bisogna usare ironia con i bambini, né retorica, perché sono forme del parlato astratto che non riescono a comprendere. Eppure a tre anni mia sorella usava già una certa retorica quando col labbro tremulo chiedeva con davvero poca convinzione di ricevere smentita: "Mamma, sono brutta?".
E' stato reciso qualcosa in quell'attimo di zac, io lo so, perché gli anni sono passati, ma mia sorella porta ancora spesso il labbro tremulo e replica quella domanda, stavolta con richiesta di smentita, ancora adesso, celata dietro oratorie sofisticate.
E in quella domanda c'è tutto il suo essere rada, debole, sottile.
Mai. I capelli non li taglia mai.

C'è una mia amica d'infanzia che, anche a distanza di giorni, i capelli li taglia sempre, li colora sempre, li tocca sempre. Li odia sempre.
La nonna, nonostante il periodo adolescenziale degli ormoni impazziti pure sul cuoio capelluto, non le permetteva di lavarli se non nel giorno del Signore, per il Quale la pulizia era dovuta, ma non dovuta per se stessi. 
E' stata abbandonata da madre e padre e lasciata alle cure dei nonni paterni.
Si vedrebbe con i capelli lunghissimi, bellissima e, in quanto bellissima, amatissima.
Ma proprio non ce la fa. Non riesce ad aspettare la Domenica. La sua testa ha bisogno d'essere martoriata molto prima.
Li lava sempre. Li taglia sempre. Si odia sempre.

C'è la mia amica del cuore che ha un rapporto più equilibrato con i suoi capelli. Li taglia, li fa allungare, li colora, gli cambia forma. Ogni sabato, da quando la conosco, va dal parrucchiere per la piega, che le rimane addosso fino al sabato seguente. Nei nostri vent'anni condivisi, l'avrò vista spettinata soltanto un paio di volte. Per il resto, il mantenimento dell'ordine semplice e della puntualità.
Mi sembra che segua i cicli naturali della propria persona. Nient'altro.
Essendo riccia, quando si sente in quello stato speciale di donna selvaggia, si lascia così com'è: riccia. Un riccio stupendo e feroce che ondeggia sulla sua sessualità. E siccome sa bene la mia amica quanto la sua sessualità sia sviluppata, per la maggior parte del tempo preferisce portare capelli addomesticati.

C'è mia cugina che all'età di due anni ha perso il padre. Da allora è stato un continuo cercarlo negli uomini della sua vita. Tentativi e uomini tutti sbagliati. Leitmotiv nell'affannosa ricerca, le acconciature da matrimonio. Per ogni occasione, dal gelato a casa dei miei alle uscite con le amiche fino all'etichetta cerimoniale, non c'era mai stacco nel portare svolazzi vertiginosi del capello. Un aggrovigliare insistente perché un uomo da chissà dove venisse a scioglierle i nodi. Finché non è arrivato l'uomo che oltre a darle il piccolo vero amore della sua vita non è stato per niente avaro di calci, pugni, ingiurie e azioni da stalking di ogni sorta.
E' così, purtroppo, che è scesa dalla giostra delle acconciature e s'è fatta donna.
Adesso ha trovato chi la protegge da qualsiasi genere di nodo.
Adesso questa donna porta capelli che non ricordo. Dunque niente più vertigini.

Sono certa che attraverso i capelli venga smascherato il lavorio sommesso che i demoni compiono dentro di noi.


E poi ci sono io.
Porto i capelli lunghi, raccolti solo in fronte, lasciati andare come se fosse sempre vento, come se fosse sempre primo mattino. Da quando mi sono allontanata dalla lava incandescente dell'adolescenza, non li coloro più e raramente, sempre per questioni di rinnovamento, li spunto e li liscio più di quanto non siano già.
Insomma, in genere li lascio spalleggiare la mia vita.
Per mia madre sono sempre stata "la migliore" e in quanto migliore avrei dovuto fare sempre la migliore. Quel "avrei dovuto" dice quanto l'abbia delusa.
Al primo tema del ginnasio, in mezzo ad una media di 4, sono stata la mosca bianca dell'8.
Per mia madre non era 10. Ha storto la bocca e si è voltata senza dire una parola. Io provengo da lì. I miei capelli provengono da lì.
E non vogliono essere molestati, aggiustati, sistemati, sistematizzati né votati.
Non sarò certo figlia di questo tempo, ma mamma di questo tempo lo sono eccome. E se lascio Sofia sporcarsi come se vivessimo in una palude di campagna, in alcune situazioni cerco di "pettinarla". Per insegnarle che c'è un tempo per il caos ed uno per l'ordine.
Sofia poi è come me: non vuole essere maneggiata. Allora io ci provo, la pettino alla bell'e meglio, le metto qualcosa, me la godo per quegli attimi di sua concessione e poi mio malgrado la lascio disfare.
Caos ed ordine in perfetto equilibrio.


Visto tutto quello di cui sopra, mi sembravano degne di nota le prime codine di Sofia.






14.7.10

I nuovi altari.



che invece tu possa vedere le onde, alzate e declini di ogni storia.
che tu possa sperimentare la bellezza dell'effimero e il fastidio per la sua breve durata, o il sollievo.
che tu possa atterrare sul terreno morbido del conforto, da te o da altri, dopo esserti lanciata su strade dissestate.
che tu possa scegliere di ascoltare le note cangianti del mondo, il vento, le foglie, i passi, le strade, le tavole imbandite, il caffè, le gallerie, la sabbia, le voci, migliaia di voci, le saracinesche, le pagine voltate, i mercati, la pioggia, la porta di casa al rientro, e vestirtene, secondo il tuo bisogno.
che tu possa partire verso tutto quello che ti potrebbe appartenere e che non ti ho dato.
che tu sia libera, di andar veloce o immobile lasciarti galleggiare, di aver risposte o rimanere muta, di sollevarti fin dove non si può arrivare a vedere o rimanere sospesa nell'attesa, di cambiar pelle ogni volta che salta il coperchio delle certezze senza dover confermare, mantenere, ribadire  qualcosa che nutre altri e non più te.
che tu possa perderti a vista d'occhio in scenari vertiginosi di luoghi e di umanità.
che tu possa pensare Dio, e magari rinnegarlo, ma avere il senso della divinità, che sia eterna o poggiata su un sasso di questa tua terra.
che tu possa ridere di fronte alla leggerezza, urlare di fronte ai pugni, rimanere in silenzio di fronte al sacro.
che tu possa provare il bruciare d'asfissia dei polmoni sotto il fango e godere del primo sorso d'aria dopo la lotta.
che tu possa sentire addosso mani buone, avere mani buone, lavorare con mani buone.
che tu possa seguire il movimento delle luci del giorno e quello degli anni e vedere nel tempo che scorre un continuo eroico andare avanti della tua storia.


che tu possa usare i tuoi occhi su questo
e su tutto quello che non riesco nemmeno a pensare.

e non su surrogati di vita radioattivi.

12.6.10

Le brioches e la collezione di Sua Maestà.

Mondo povero.
Non è reale la storia che se metti del cibo di fronte ad un bambino affamato lui si ingozza.
L'immagine di noi del mondo avanti, capelli al vento, bianche vesti di lino e sandali sulla polvere, con l'andatura piena di chi annuncia salvezza e cambierà il mondo, portando cibarie di ogni specie, forma, colore, profumo e il bambino giù lì per ore fino a quando, sazio come non ricorda d'esser stato mai, leva gli occhi dal banchetto pieno di gratitudine, è solo il più comune dei film.
La verità è che il bambino starebbe di fronte a quel ben di Dio come un cieco di fronte ad un tramonto mozzafiato.
Non ha fame. E' talmente profonda la fame, metabolizzata fin nei più reconditi processi del suo stato, da non averne. 
Il suo è un forzato stato d'anoressia.

18.5.10

Bang bang!, fa il capriccio degli dei.


Ieri, come oggi, ci siamo svegliati, alzati dal letto, ci siamo preparati, abbiamo lavorato, abbiamo dato il meglio, abbiamo dato il peggio, poi a casa, con la nostra famiglia, qualcuno ha pranzato assieme, altri si sono ritrovati la sera. Una giornata come tante. Bella, brutta, normale. Come sempre.
Sono morti altri due soldati.
Anche i potenti si sono svegliati, alzati dal letto, si sono preparati, hanno lavorato, poi a casa, con la loro famiglia, qualcuno ha pranzato assieme, altri si sono ritrovati la sera. Una giornata come tante. Bella, brutta, normale. Come sempre.






16.5.10

Stay cool, baby!

In merito a quello che ho scritto nel post precedente,
mi preme allegare una notifica.
Il mio è stato il frutto di uno sfogo personalissimo per crisi domesticans, verso un uomo, che però era l'Uomo, che però era la libertà del fare, che però era la sindrome delle pari opportunità. Che però, - e diciamolo!, è biologicamente quasi impossibile da applicare per noi donne. 
E siccome sono biologicamente una donna;
e siccome, se funziona la storia della metempsicosi, vorrei, se mi è concessa una scelta, continuare ad essere biologicamente una donna (squadra che vince non si cambia);
e siccome alla fine di ogni cosa, degli strozzamenti di collo, dell'iperattività forzata, dei momenti con se stessi quasi inesistenti, e di tutti gli altri nei che la maternità si porta come mappa genetica, mi va bene così;
e siccome i tentativi di mia madre di trasmettermi il suo femminismo misandrico sono già da tempo falliti, allora sai che c'è?:
"smorza un pò i termini, bambina!" 




15.5.10

Gli uomini vanno sulla luna.

Le donne hanno la luna di traverso.

Qualche sera fa, io e Lè. sul divano, io distesa come sempre e lui seduto come sempre, seguivamo l'intervista della Dandini a Piero Angela. 
Gran signore Piero Angela, miracolosamente sopravvissuto al virus della demenza catodica imperante, pandemica, uno degli ultimi baluardi della divulgazione culturale in televisione.
Ha scritto tanto quest'uomo, su quasi l'intero, se è possibile, scibile umano: dalla questione della funzionalità del cervello ai meccanismi complicati del comportamento umano, dai microorganismi nello spazio ai giganti estintisi milioni di anni fa sulla Terra. Si è persino occupato di gestazione della donna. Santo Dio!, mentre nasceva Albertuccio me lo immagino con quel  tipico cipiglio degli uomini di scienza impegnato nell'osservazione del travaglio di sua moglie! "Tu, Donna, partorirai con dolore! Tu, Uomo, se vuoi puoi prendere appunti e scriverci un bel libro".
Ha scritto e visto tanto, quest'uomo, raggiungendo luoghi che a noi comuni mortali è concesso visitare soltanto attraverso Quark. Appunto.
Ed era proprio su questo che faceva leva l'intera intervista della Dandini: la cultura enciclopedica di Angela, enciclopedica ma non generalista, quell'intrecciarsi disomogeneo, eppur coerente nella sete di conoscenze che abbiamo, di spinte verso il sapere più largo possibile.

Ad ogni modo, stavo lì sul divano, a gongolare di fronte a così tanto sfoggio di erudizione e di classe, quella che soltanto l'erudizione apporta, e lo seguivo, vi giuro lo seguivo, come fa un'asino dietro la sua carota. Fino a quando....
Fino a quando non ci comunica che la sua vocazione verso l'indagine scientifica nasce da uno studio condotto in America, alla Nasa...
La Naaasa?
No, la Nasa no!
Mi sale un moto, dalla Nasa al divano, dal divano al cervello, dalla Nasa al furore.
Perché mentre tu ti facevi ispirare dai viaggi sulla luna, chi è che cambiava i pannolini ad Alberto? Tua moglie!
Mentre eri alla Nasa e magari ti interessavi, tra le tante cose, anche ai cibi liofilizzati degli astronauti, chi preparava le pappine ad Albertino? Tua moglie!
Mentre, in un momento di tempo libero, ti crogiolavi all'ombra della libertà americana redatta da Jefferson, chi portava al parchetto sotto casa il pargoletto? Tua moglie!
Ché l'unica libertà che vedeva era quella della statua impressa nelle cartoline che le mandavi.
E magari, adesso che Alberto è diventato quello che è diventato, uomo di cultura quanto te, magari te ne pigli anche il merito.
O' Piero, Pieruzzo, Pierino
guarda un pò cosa ti combino.
Lascia per un attimo l'odissea che tanti anni fa hai intrapreso all'ombra del melo posto nel Giardino dell'Eden, e siediti qui...qui, guarda, tra un pannolino, il biberon di latte, le magliettine della salute da lavare col Napisan e i 294 fogli di Focus Pico che Sofia divora, no Piero, non per inestinguibile sete di lettura che tanto ci accomuna, ma per voglia di maltrattare, stritolare e sparpagliare ovunque qualsiasi cosa le capiti sotto tiro. E mentre conversiamo, per favore allunga un pò il collo perchè ti possa vedere, ché questa montagna non si scala: si stira.
Inizia a darmi un pò della tua conoscenza, per favore, dato che l'unica mia indagine scientifica di questo periodo è quella della teoria della relatività di Einstein: un mese mi pare un giorno e un giorno mi pare una settimana. Ma com'è?
Ti interessi di paleoantropologia, di come si sia sviluppato l'uomo, dici?
Sì, anch'io mi chiedo come questa bambina da 2.750 g sia passata in meno di undici mesi a 14 Kg, urla, strepita e comanda le nostre vite.
Ti occupi di fisica, della materia, e di fisica delle particelle, di ciò che c'è dentro la materia?
Anche a me preme la stessa ricerca, togliendo caccole di qualsiasi genere e in qualsiasi antro della mole di mia figlia e controllando accuratamente la materia oscura che trovo nel pannolino.
Ti sei preoccupato, assieme agli astrofisici, che i voli dallo spazio non portassero germi dannosi al sistema della Terra?
Vieni qua, e chiama l'intera equipe di Houston, che qui a casa mia c'è un problema.

E prima di andare aspetta un momento, che ti sei seduto su un biscottino.

No, non ce l'ho con Piero Angela: lui per tutti.
Anzi: che ce ne fossero altri mille come lui.
Ma vorrei che insieme a questi mille e uno uomini alla continua ricerca, ci fossero mille e una donne (dove quell'una magari sarei io). Con figli, s'intende!
E qualcuno mi dica se ce sono di donne con figli che riescono ad essere così straordinariamente grandi, in costante crescita, a raffinare le conoscenze, a fare ricerca, perchè a me viene in mente solo la Gelmini, cioè non me ne viene in mente proprio nessuna.

Perché ci vuole tempo. E noi di tempo non ne abbiamo, tra continua cura dei figli e la stanchezza.


Qualche sera fa, sul divano, lui seduto come sempre, io distesa, apparentemente come sempre. 




Orbitavo attorno alla luna. Di traverso.

27.4.10

Pesca buona nella Rete. Palcoscenico e Libero arbitrio.

Da dove potrei iniziare?
Proprio io, che ho scoperto Msn solo un paio d'anni fa, che so di Facebook per detto e non per fatto, che leggo le e-mail una volta al mese, Twitter rimane ancora solo un'icona muta su molti blog e non sono del tutto convinta di aver compreso bene il meccanismo RSS.
Proprio io, che immaginavo internet luogo di perdizione del tempo, un'osteria dove i beoni iniziano la mattina a trincare vino e per tutto il giorno, seduti nei loro affari liquidi, cercano di smaltire la lucidità sonnecchiando. O tutt'al più la pensavo come una trattoria di quint'ordine dove, se ti va bene, la pasta cotta, ricotta e scotta ti viene servita intiepidita dal microonde.
Insomma, un modo per maneggiare male il tempo, servito nel detto e ridetto dozzinale e generalista.

Proprio io, dicevo, qui ed ora, seduta di fronte ad internet, nel mio blog, a parlar di internet, inizio dal blog che curo. Appunto.

Ho trascorso 10 anni della mia vita in completa assenza di parole. Scritte. Non so per quale motivo. Sono stata sportiva in ritiro forzato, musicista a prestazione di cover, chef nella mensa operaia: tratteggiavo schizzi evanescenti su pezzi di carta scovati alla buona che regolarmente si smarrivano sui fondi delle borse, dei cassetti della scrivania, della macchina, della spazzatura. Direi quasi metodicamente abbandonati alla casualità del caos, stavano ovunque tranne dove sarebbero dovuti realmente stare: in una raccolta organizzata di ciò che mi rappresentava. E' così che ho perso, irrimediabilmente, fotografie di ciò che ero e che vivevo, slanci a volte anche appassionati di idee che in divenire sarebbero potuti essere progetti concreti. Perché se non si tiene, non si raccoglie, non si custodisce, non si fissa, ogni cosa è destinata a perdersi.
Marcela Serrano ne "Il tempo di Blanca" conclude con una sequenza di parole farneticanti, alla rinfusa, perdute nella testa dell'eroina colpita da afasia.
Di afasia in un certo senso si è ammalato il mio scrivere.
Di afasia sta guarendo grazie al blog.
Che è terreno privato e terreno pubblico. Stanza intima e luogo di confronto. Incontro con sé e incontro con gli altri.

Soltanto qualche mese fa, avrei pensato con tutta la forza delle mie convinzioni che scrivere di sé su internet fosse una forma sofisticata di esibizionismo, che desse nutrimento al voyeurismo imperante di questi tempi moderni, fatti a volte di vuoti di fame da colmare con la vista. Che questi scritti fossero per lo più marionette di cartapesta manovrate su un palcoscenico da riempire per il piacere di sguardi indiscreti. Che sotto la pressione di anonimi spettatori le parole e le esperienze intime non potessero sgorgare libere, manipolate dalle possibili reazioni degli osservatori piuttosto che dalla spontaneità e dalla spinta creativa degli autori.
Così come opera la pubblicità di un prodotto sui fruitori. Pubblicità vanesia di se stessi.
Ma di fronte all'esperienza anche le convinzioni più dure si ammorbidiscono.

Penso ancora ad una certa forma di esibizionismo/voyeurismo, ma nel modo più moderato e sociale del concetto, nel senso di "se tu mi guardi testimoni la mia presenza" e insieme "se io ti guardo, ti comprendo e mi comprendo". Insomma, comunicazione e confronto.
Internet è anche questo.
Ai social network preferisco ancora  il social dinner party a casa mia, ché se ho voglia di quattro chiacchiere pretendo occhi, "Peermeesso?" "Entraate", articolazioni delle mani, padelle e un piatto di carbonara.
E ritengo che non sempre le informazioni cercate siano coerenti con la esaustività degli argomenti. Ma è anche vero che un paio di 30 e lode li ho guadagnati studiando su internet, cercando e trovando.

Perché internet è la rete del pescatore, colma di gamberoni rossi e qualche vecchio scarpone.

Ci sono rivoluzioni in atto su internet: la liberazione da vecchi dogmi da parte di popolazioni in evoluzione; c'è, una per tutti, Yoani Sànchez che, sotto il peso di un regime autoritario che tiene sotto scacco la velocità di acquisizione del sapere attraverso connessioni internet a 56k, si batte per la liberalizzazione di internet come strumento di trasmissione e diffusione della cultura; sotto l'inibizione del dibattito politico voluta alle regionali di qualche settimana fa, c'è stato l'approdo in rete di un qualcosa di organizzato (difficile da definire visto la novità dell'evento) che protestando ha eluso il mutismo forzato delle televisioni a 56k. E poi c'è la costante denuncia alle aberrazioni disumane di ogni genere, ci sono pagine di grande poesia, di grande impatto emotivo, e manuali d'istruzioni per ogni disegno o progetto che si abbia voglia di realizzare, testimonianze, indicazioni, spunti, miliardi di punti di vista, in su, in giù, per ogni punto dello spazio di cui si può avere un'opinione, e scontri, ammissioni di colpa, discolpa, e gamberoni rossi.
E vecchi scarponi, certo.
E' così che anche su internet si affaccia l'esercizio del libero arbitrio.
Ogni istante siamo chiamati ad assumere dalla vita sostanze di qualsiasi genere, che ci cambiano, ci plasmano, entrano nel dna della nostra coscienza e ci fanno nuovi, o vecchi, ma mai uguali. Siamo quello che viviamo, che decidiamo di vivere. E il libero arbitrio è questa scelta, la direzione determinante che ci muove verso l'oggetto, la sostanza che vogliamo dia forma alla persona che vorremmo essere. E una volta esercitato il libero arbitrio, entra in gioco la coscienza critica, il separare la pula dal grano, o viceversa, la plastica dall'alimento, o viceversa, il bene dal male, o viceversa, i gamberoni rossi dai vecchi scarponi, o viceversa.
Si fa in strada, in ufficio, a scuola, a casa, al bar, in noi, con gli altri, ovunque e sempre.
E se internet mi pare sia la letteratura di questa vita, si fa anche qui. Si deve fare anche qui.

Nonostante pensi ad internet come ad una potenzialità ancora acerba, un Mozart in maturazione, è per questi motivi, e per qualcos'altro, che ho sottoscritto la mia adesione al progetto "Internet for peace".

Naturalmente su:
www.internetforpeace.org       

30.3.10

L'incostanza dell'amor perfetto.


''Cosa ho fatto, Maestro?''
''Hai dato acqua ai tulipani, Mama''.

Maestro venne un giorno con in mano dei tulipani. Disse che avrebbe voluto raccontarmi. Rimase in silenzio per tutto il tempo che gli ci volle a disporre i fiori secondo i disegni della Kadō, e poi seduti cominciò.
Parlò di quanto lunghi fossero stati quei vent'anni sepolto in una stanza bianca ad aspettare il momento in cui avrebbe dipinto le mura d'azzurro e sarebbe partito. Venne il momento, e puntuale Maestro si allontanò portandosi dietro la sensazione che non sarebbe più tornato, e un pò di vernice azzurra nel caso se lo fosse dimenticato. Descrisse con tale ricercatezza dei particolari, come se le immagini fossero state custodite nella trama della pelle, la notte in cui, vestito da contrabbandiere di reperti archeologici, si mischiò al gruppo illecito, questi per trovare il Cristo d'oro, quella volta sperando fortemente, in segreto, che Dio li perdonasse, Maestro per cercare Nina, considerando neanche troppo segretamente che non avrebbe perdonato nessun "dannato Dio". Sotto le macerie sacre di St. Denis.
"Quando la vidi mi sembrò che stesse dormendo, Mama, tanto da allontanarle i detriti con cautela perché...". Cadde un petalo. Si interruppe, un rapido sguardo, e continuò. Cautela nelle mani e delirio della testa: "...non svegliarti, Nina"...perché non vedesse l'orrore. E un altro petalo ancora. Tutte le volte interrompeva il delirio per un istante e lo riprendeva salendo petalo per petalo le scale del dolore. "Non aprire gli occhi adesso, bambina. Tu che non li hai mai avuti. Ti ho dato in dote il bianco, Nina, o il nero, è uguale. Non un colore. Mai l'azzurro per te. Non svegliarti, Nina bambina mia, questo luogo indignato, tutto su di te, che cercavi... Cosa andavi cercando qua dentro?"...il delirio..."l'acqua è sacra ovunque quest'acqua che ti ha inaridito la tua mano muta ti chiudo gli occhi ancora una volta non guardare non svegliarti lassù ha il colore del tuo vedere ma non è il tuo abisso non svegliarti Nina". Non si svegliò.
Cadevano in processione i petali, dai tulipani.
''Tornai là, Mama, la stanza azzurra,"...si ritorna sempre... "portando mio figlio, tutto ciò che mi rimaneva, e in quell'azzurro lo feci giocare con le pietre di St. Denis perchè sapesse delle direzioni che un uomo può conoscere, il cielo e la terra, il cielo e l'abisso, il cielo e le macerie."
L'ultimo petalo della processione cadde.
"Adesso è perfetto" - disse Maestro. E cominciò, un'altra volta. Non chiesi, ma quello era il racconto che mi aveva portato, assieme ai tulipani.
"Vedi, Mama, abbiamo dato due interpretazioni simboliche al tulipano. L'una, visione occidentale, dice dell'incostanza, l'altra, orientale, dell'amor perfetto. Ma il cielo sulla terra"...sempre il cielo e la terra, con Maestro..."non guarda nessuna direzione"...e le direzioni..."non c'è Oriente, non c'è Occidente, ma un unico circolo, un'unica interpretazione dell'unico tulipano. Ogni cosa segue l'alta e bassa marea, si muove con essa, s'accascia per poi risalire: è il movimento, il respiro delle cose"...la mano inerte di Nina..."Le metropoli sono sfibrate nell'impegno duraturo che hanno a non fermarsi mai. Ma è l'intermittenza la vera energia, il resto è nevrosi. L'amore porta con sé l'incostanza e l'incostanza tende sempre a risolversi. Il tendere è sempre stato amore". Silenzio.
"Alla fine perdonai Dio", disse Maestro. "Non perché quella notte gli fu portato via per l'ennesima volta il figlio: non eravamo affatto pari. Il Figlio era già tornato a Lui, io avevo perso Nina". Silenzio. "Lo perdonai perché fui io a mandare mia figlia a St. Denis. In un attimo di incostanza."



Sì, conoscevo anch'io i tulipani.
Le volte che avvelenai la mia terra, la mia radice, mia madre, dandole le colpe di quello che ero e di quello che non ero, di quello che era e di quello che non era.
Quella volta, quell'unica volta, che stretta nella morsa delle mani, seppur piccole e fievoli, di mia figlia, la allontanai guardandola come non avrei più fatto. E per un attimo, per la prima volta, fu e si sentì sola.
Tutte le volte che facevo in macerie i gesti del mio compagno, il mio Leàn, facendomi padrona non dei miei sentimenti verso di lui, che erano per lo più indiscutibili, ma dei suoi su di me.
Sì, avevo anch'io i tulipani. E le macerie di St. Denis.
Per fortuna c'era Maestro, che portava i racconti dell'amor perfetto senza indignarsi di fronte all'incostanza.
"Cosa ho fatto, Maestro?"
"Hai dato acqua ai tulipani, Mama"



A Lé. Oggi due anni di tulipani. E d'azzurro.

Qui sopra: Roberto Rampinelli, "Tulipano", olio su carta a mano intelaiata, cm. 27x36

13.3.10

Donne dell'altro mondo.

Siamo complicate noi donne. Creature caleidoscopiche dotate di ali talmente grandi e multicolori da fare voli pindarici fin troppo oltre, non le nostre possibilità, quanto piuttosto le nostre reali esigenze. E forse è questa la nostra più alta esigenza: quella di andare oltre.
Pretendiamo di fare le pulizie di pasqua in tacchi a spillo mentre tra una pezza e l'altra risolviamo problemi di lavoro, controlliamo la crema francese nel forno, aspirapolvere in una mano e penna dall'altra, consoliamo i nostri bambini, facciamo biscotti e invitiamo amici a cena. Altro che cervello multi-task. Siamo prove viventi della validità della teoria delle stringhe.
E non è mai abbastanza.
Eccolo il nostro stendardo.
La fuga della mattonella non è mai abbastanza bianca, il tacco non è mai abbastanza alto, i biscotti non sono mai abbastanza croccanti, non siamo mai abbastanza efficienti professionalmente, non scriviamo mai abbastanza acutamente, la crema francese non è mai abbastanza francese.
Siamo pendoli che pretendono di oscillare toccando tutte le forme del vivere: din - meticolose e spietate macchine di perfezione, don - fluide rappresentazioni della morbidezza; din - autoritarie e incorruttibili, don - tolleranti madri del genere umano; din - irreprensibili sacerdotesse, don - ballerine ebbre di taranta a piedi nudi; din - eteree forme celestiali, don - strumenti dell'incarnazione dionisiaca. din don. Coerenti e flessibili. din don. Silenziose e insidiose creature parlanti. din don. Femmes fatales e geishe. Ingegneri dell'ordine e audaci scultrici del caos. Misteriose e pubbliche. Programmatrici e cavalle imbizzarrite. Fedeli al nostro tempo e libere pensatrici. Estete della forma ed estete dello spirito. Abbondanti e sobrie. Esili e radicate. Delicate e crudeli. Educate e irriverenti. Lupe e arrendevoli. Tutto o niente. Din don din don din don. In ciascuna di noi.

E mentre questo nostro mondo va così, votate orgiasticamente come siamo alla causa perfezione, io sono lontana mille miglia dal non è mai abbastanza. Tutte quelle aspettative per le quali tribolare e di cui vorrei vestirmi sono approdate in un luogo lontanissimo.
Per me, con Sofia, non è mai. Mai crème brulée.
Sofia ha 9 mesi, 13 chili in 80 centimetri. E' una straordinaria bambina vorace di ciò che le si manifesta di fronte, vorace del cibo, di immagini, di suoni, vorace di parole, di sapere, vorace di succhiare le pagine di questa vita. E' soprattutto vorace di me. E dunque io sono strumento del suo affacciarsi al mondo. Tutto il giorno, ogni giorno. Nient'altro. Giochiamo, balliamo, cantiamo tutto il giorno. Nient'altro. Ci incantiamo tutto il giorno. In-in-ter-rot-ta-men-te. Nient'altro.
E in questo nostro stupirci ed il suo crescere sublime, a me sembra di sparire. Mai per lei ma per me. Deve essere così, perché l'idea che ho d'esser madre non abbia mai a che vedere con il non è mai abbastanza. Ma adesso è quanto mai vero questo mio non essere assolutamente abbastanza, che si rivela soprattutto la sera, quando i giochi sono fatti. Tutto si ferma.
E c'è lui.
La stanchezza ha stordito il mio corpo e ammutolito i sentimenti più delicati, i pensieri non hanno modo di posarsi e vorticano come dervisci.
Lui mi chiama.
E io dormo.
Dovrei scrivere, dovrei studiare. Dovrei correre. Dovrei chiamare Vì. ed S.
Lui mi guarda.
Io dormo.
Dovrei pulire, dovrei cucinare. Dovrei leggere. E sopra ogni altra cosa dovrei stare con lui.
Ma io dormo.
E lui mi aspetta.
No. Decisamente non è abbastanza.
Din don din don din don din don din don.