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17.4.13

Il semino che voleva rimanere nascosto

C'è stato un tempo in cui Sofia correva incontro alla gente.
Letteralmente. Vedeva qualcuno da lontano, lo indicava, chiedeva chi fosse e cominciava a corrergli incontro.
E poi dava sfogo alla sua curiosità inestinguibile. E irriverente, per lo più.
Perché hai questo panzone enorme?
Ma sei vecchia o giovane, alla signora della macelleria cinquantenne tutta laccata che quel giorno, come ogni giorno, chissà quante acrobazie aveva fatto per camuffare la lettera scarlatta della sua età.
Perché hai il culone?
Uno si è visto costretto a rispondere "Perché sono pelato" alla domanda del perché portasse il cappello.
Uno spettacolo insomma. Imbarazzante un po' per tutti, ma pur sempre uno spettacolo.
Uno spettacolo di verità palesate, di coraggio incosciente, di sincera, appunto dicevo, curiosità sotto il cui vaglio passava ogni forma di creatura umana, fosse anche la più insignificante, e che per qualche istante di celebrità offerta da questa bambina riusciva pure a sdrammatizzare, a ridicolizzare quel suo proprio neo.
Tranne la signora tutta laccata. La signora tutta laccata no: piuttosto m'avrebbe pestata a suon di cosce di pollo.

29.11.12

Il Signor Colloquio (quello che tutti vorremmo)

Ché se c'è un'abilità che acquisisci nella lunga marcia verso l'isola che non c'è, ovvero l'occupazione di valore, è quella di fiutar odor di fuffa.
Io credo dovrebbe essere una nota da inserire in effettivo nel nostro curriculum, tra le voci "esperienze pregresse" e "competenze artistiche", se non altro come certificato di garanzia del fatto che siamo gente di buona fede e come tali esigiamo coerenza: quindi se dici di star facendo recruitment, come piace dire a te, a te che sei aggiornato, giovane, alla moda e nel discorso vuoi, fortissimamente vuoi, usare termini come account sales manager, briefing e chi più ne ha più ne metta, allora fai 'sto recruitment perdio!, senza cioè praticare quello sport così comune di questi tempi di infinocchiar allocchi, senza vendere fuffa, senza insomma prender per il culo, ché non lo vuoi proprio capire che se cerchi allocchi per l'azienda per cui lavori, mentre ti stai facendo il mazzo a parlar della tua mega-super-straordinaria-fantasmagorica-a livello internazionale-azienda Quaquaraqua, e noi da questa parte della barricata stiamo a sbatter gli occhi inebetiti, scimuniti, con la bocca aperta e un rivolo di saliva di lato, senza apparentemente alcun guizzo che faccia pensare alla benché minima presenza di intelligenza umana, non devi pensare "questo è proprio l'allocco che stavo cercando": è che mentre veniamo investiti dal fiume di quaquaraqua, ogni volta rimaniamo sconcertati dal fatto che quale diavolo di paradosso può dar luogo a questo fenomeno tanto strambo per cui chi cerca di reclutar allocchi, con quel suo modo così sicuro e impettito stile "a livello internazionale", è esso stesso, in primis, un allocco?

15.8.12

Pazzia?

La conoscete tutti, no?, la storia di quel re che regnava in un paese di grande pace ed armonia. Un paese dove tutto quello che di buono al mondo esisteva, lì c'era. I sudditi vivevano felici e nell'abbondanza ed ogni giorno era grande festa. 
E nel mezzo di questo paese c'era una fonte di acqua pura e benefica dove tutti andavano ogni giorno ad attingere per bere. Tutti tranne il re, che restava al palazzo a regnare perché tutto quel bene nel suo paese rimanesse intatto. 
Una sera una vecchia strega malvagia, inorridita da così tanto bene, avvelenò la fonte. 
E l'indomani, al sorgere del sole, i sudditi, ad uno ad uno cominciarono a bere, e bevendo diventavano all'istante, ad uno ad uno, pazzi. A sera il paese era tutto in subbuglio, urla, risa gracchianti, balli forsennati. E quello che era festa quotidiana nel paese, con tutti quei sudditi ormai pazzi, si trasformò in caos. 
Allora il re scese dal palazzo per andare a vedere cosa provocasse tanto schiamazzo. E vide che tutti erano pazzi. 
E cominciò ad urlare disperato perché tornasse la ragione. 
I sudditi, vedendolo, tutti in coro urlarono che bisognava scacciare quel re perché era diventato pazzo.
Il re non sapeva che fare. Lasciare il suo amato paese o rimanere?
Scelse di bere alla fontana avvelenata.
E tutti, sudditi e re, ripresero a fare festa.


Questa storia oggi mi appartiene. 
Perché lì, dove lavoro io, tutti parlano il siciliano stretto e, visto che la lingua, il linguaggio in genere, è forma di qualcos'altro, quel qualcos'altro è un cicaleccio vuoto di stupidaggini, male lingue, detti provinciali e starnazzi da basso sobborgo. Non solo non li comprendo ma non faccio nemmeno lo sforzo di capire e partecipare a così brillanti conversazioni.

Capite bene che lì sono io la pazza. 
Se non fosse che vengo costantemente elogiata dai miei clienti per il lavoro svolto, a conti fatti, tra colleghe, datori di lavoro e cicalecci, rimango pazza.

Francamente bere alla fontana non mi va. Partecipare alla festa, manco a dirlo.
Mi rimane però da capire se la mia sia saggezza o pazzia.

17.7.12

Mercoledì tutti i giorni della settimana

Lei ha questa faccia un po' così, tra l'annoiato e il "ti combino un malaffare a metà tra il tentato omicidio e l'incidente domestico".
Lei non guarda mai dritto negli occhi, a meno che tu non la stia sgridando e lei ti fissa vuota pensando già a come ti potrà prendere per il culo non appena avrai girato l'angolo.
Se avesse proprietà di linguaggio, probabilmente tutte le manifestazioni d'affetto le chiamerebbe "un riprovevole utilizzo di agenti chimici sulla cute".
Ascoltare musica e ballare, stare sotto le lenzuola, mangiare il gelato, non sono attività da lei tollerate, piuttosto le provocano all'istante un imbambolamento seccato e gelido, a meno che tali attività non siano un mezzo per arrecare danno a qualcuno, tipo gridare e dimenarsi ossessa come un derviscio psicopatico; strappare di mano le lenzuola, buttarle a terra e calpestarle; mangiare sadica l'ultimo gelato impossibile da condividere, genere stick polaretto.
Il suo miele, la sua marmellata, quello che la attrae fortissimamente, sono i luoghi che ho severamente vietato di praticare: un burrone, un roveto, un deposito di ferraglia arrugginita, insomma i soliti scenari di grande ispirazione poetica.
Lei è Mercoledì, ha quattro anni, vicina di casa nonché prima compagna di scorribande di Sofia.
Se per scorribande si possono intendere attività come scagliare un vaso di terracotta sui piedi di Sofia e puntarle poi il dito incolpandola, oppure prendere i peluches e sbatterli sul muro con pulsioni vicine a quelle dei film di Hitchcock.

17.2.12

"Mamma blogger tu sei e mamma blogger tu rimarrai" ovvero "La maledizione della vacuità dei fatti personali"

C'è che un giorno rimani incinta e siccome non hai la benché minima idea di cosa sarà, di cosa avverrà, sostanzialmente te ne fotti. La pancia è ancora piatta, o normalmente dotata del solito adipe, per cui sì, sei al settimo cielo, sì, sei in stato di grazia, sì, ti senti la Madonna Madre dell'Umanità, ma sostanzialmente, essendo la pancia gravida ancora invisibile, se non vedi non ci credi. Te ne fotti.
Fino a che non arrivi al sesto/settimo mese.
Cominci a fartela sotto. I calci, il blob sottocutaneo che si muove con sempre più insistenza, il tempo che stringe, e quel cosa sarà, cosa avverrà si trasforma nel tuo incubo peggiore. 
Che però devi combattere in qualche modo perché, come disse un giorno la mia migliore amica "Che ti spaventi a fare? Tanto sempre dal buco deve uscire". La perentorietà, la delicatezza e soprattutto l'inesorabilità dell'affermazione mi mise di fronte all'urgenza di dovermi informare, così da assottigliare lo spazio tra "c'ho paura, non lo so, è un mistero" e il "tanto sempre dal buco deve uscire".
Tre anni fa usavo internet solo per Wikipedia.
Tre anni fa vedere il Riccio davanti internet per dieci minuti mi sembrava un caso lampante di dipendenza.

21.4.11

Catarsi dello sfogo

Lui mi guarda, mi scruta in fondo, comodo e a suo agio dietro la scrivania, senza moti di impazienza né fretta. Mi ascolta in silenzio, partecipando ai miei monologhi con una mimica facciale reattiva e comunicativa: strabuzza gli occhi, sorride, annuisce. Semmai intercala frasi brevissime, composte, e sempre propedeutiche a che il discorso si alimenti di nuove prospettive o si concluda con delle consapevolezze.

"Vede, Dottore, sono qui perché da qualche giorno mia madre mi taccia per un insensibile e per una madre degenere che non si occupa della salute di sua figlia. E questo mi sta creando forte ansia."
Sgrana gli occhi azzurrissimi, sorride punto e ironico: "Lei? Insensibile?"
La semplice retorica della sua reazione mi provoca subito piacere, mi rassicura all'istante.
"Signora, sono convinto che sua madre non la conosca affatto. Penso che non sappia nemmeno quale sia il suo nome. L'ho capito da subito, due anni fa".
E' una rivelazione, per me. 
In un istante non ho più ansia, né sensi di colpa per eventuali mie diaboliche e congenite pecche.
C'è una donna nel mondo, che poi sarebbe mia mamma, che cerca lo scontro continuo, spesso anche solo comico e goliardico, semplicemente perché l'idea che ha di me fa malamente da filtro su quello che in verità sono. O perché mi chiama con un nome che non mi appartiene.

Da vedere. Da dosare. Da elaborare.
Ma me ne vado con un nodo in meno.





Ogni tre settimane non vedo l'ora di andare a trovarlo.
Nella sua etichetta non appare nessun prefisso psico.
Gli parlo apertamente, con fiducia e naturalezza, trovando a volte difficilissimo trattenere le lacrime di fronte a quello sguardo così profondo e rassicurante.
Tutte le volte è un'esperienza catartica ed esaltante farmi visitare dal pediatra di Sofia.
  

30.1.11

Rincontro

A volte si incontrano persone che toccano, piacciono, o inquietano, intimoriscono, infastidiscono, attraggono, qualcosa evocano, senza una ragione, per ragione di chimica sotterranea forse, ma non logica: per un odore di troppo o di troppo poco nella trama della pelle; per voci portate addosso di storie che non appartengono e che vorremmo fare nostre oppure allontanare; o anche solo per un'andatura sbilenca, perché magari nel preciso istante di quell'incontro poteva sembrare inaccettabile quell'andatura sbilenca, oppure poteva suscitare, eccitava.

La gente della strada si incontra per caso. O forse no. Sicuramente, però, è la disposizione del caso, di come casualmente sono disposte dentro, nel preciso momento storico dell'incontro, le persone che si imbattono l'una nell'altra, perché quell'incontro poi sia come sia.

Quando diciott'anni fa lo incontrai, a dir la verità molto prima, ma ne conservo memoria da questo preciso istante in poi, io ero da poco impegnata a districarmi negli intrecci delle storie di strada fatte di ragazzini, moto e sospiri mischiati a smog; lui era alto, austero, involtato in un silenzio pieno e per me incomprensibile, tagliato solo da occhi azzurri affilati come stalattiti e da falcate veloci date alle scale di casa.
Un giorno ebbi la colpa di condividere lo smog del languore assieme alle sue figlie.
Da allora stalattiti e falcate su di me. Sempre.

Direi che quell'incontro rappresenta una delle mie prime memorie d'autocoscienza.

Sputtanata. La bambina diafana che tutti indicavano come provenuta dal mondo iperuranio, che lasciava dietro sé scie di misteri d'oltremondo, dicevano "ricorda un'orientale", che profumava di zucchero e innocenza, che guardava come se dietro ogni cosa ci fosse qualcos'altro, in realtà inalava gli scarti di strada. Si sporcava lei, e faceva sporcare.

Quest'uomo mi ha dato la prima consapevolezza di quanto l'anima sublime semprepresente possa essere una baggianata. 
Che magari esiste l'anima sublime, ma si mischia agli umori fangosi dell'essere umano, si nasconde discreta o timida, scende giù, in fondo, per lasciar spazio ad un modo pacato e poco sublime di affaccendarsi in questa vita, e poi qualche volta risale a galla.
Mi ha aperto una strada quest'uomo, fatta di una ricerca un po' impervia, tipico di tutte quelle ricerche legate all'anima e al fango.
Ma oggi ciò che sono ha radici anche in quello sguardo. 
Che ha sciolto lo zucchero filato dell'idea che avevo di me offrendomi quella verità legata all'essere umana, 
che dice dell'incanto di sapermi bassa come il fango e insieme alta come... 

...non so continuare, tante immagini alte, che appena definisco, do loro un nome, mi sembrano cadere in basso...



Oggi.
"Ciao". Ride. E mi sembra strano. Che dal gelo delle stalattiti possa uscire una risata. E che le falcate si siano fermate per un saluto. "Sei sempre con tua figlia".
"Sì". Rido.
"Cresce". Mi guarda con quegli stessi occhi azzurri ma dentro c'è una dolcezza... "E tu cresci insieme a lei".

Vorrei rispondergli, spiegargli certe cose, ma, si sa, certi sguardi rimangono sempre difficili da affrontare.







20.12.10

L'amore ai tempi di Sofia

Al parco.

Gabriele.
Biondo, biondissimo, etereo putto olimpico incarnato nel  figlio di papà più griffato della Sicilia orientale; si può ipotizzare con pochissimo margine di errore che non porti il Rolex soltanto perché ancora pesa più di lui.
Sicuro di se, si muove tra gli oggetti ludici come fosse il condottiero che porterà tutti nella parte più alta del castello.
Ma a lui mica interessa raggiungere le vette del castello gonfiato: lui se ne sta più a terra possibile, godendo nel lanciare oggetti contundenti contro ogni bersaglio mobile, deambulante e respirante. Sotto la beata approvazione di Sua Maestà suo padre.
Sa cosa vuole, dove vuole andare, di chi si vuole circondare quando decide di concedersi alla massa belante. Lui comanda ma senza imporre, per diritto naturale, per naturale lignaggio, senza dover pretendere quel potere illimitato che tanto alla nascita gli è stato naturalmente concesso. 

Insomma lui è uno stronzo, ha 2 anni e Sofia ha una cotta per lui.
Lo tocca come fosse un gingillo di cristallo.
E lui le molla un ceffone.

Il papà lo guarda tronfio e se è possibile espandere ancora di più un corpo che alle ore 16 del pomeriggio è vestito come se stesse uscendo da una prima al Massimo, alto e largo 2x2 m, di fronte alla scena del suo amato delfino che aggredisce una bimba di un anno e mezzo per fastidio e soddisfazione, beh, lui lo fa.
E' l'unica cosa che fa.

Questa è la parte dove saprei benissimo come far arrivare Signore e Signorino velocemente sulla parte più alta del castello



Daniele.
E' il figlio di un posteggiatore. Ha vestiti, cappellino, sciarpetta e scarpe sbrindellati, al limite del logorio. Ha l'aria mesta, un po' troppo giù per essere l'aria di un bimbo. Segue diligentemente i dettami del papà, è educato: gioca ma con moderazione.

Improvvisamente Daniele si ferma, non gioca più, si appoggia sul muro e guarda le sue scarpe. La mamma gli chiede quale sia il problema, sorpresa da quello che evidentemente è un atteggiamento insolito.
Ha accanto Sofia: si è preso un'incontrollabile, trascinante, lampante cotta per lei.

Giocano a ridosso di una piccola scalinata, Daniele lo vede che sono l'ombra di Sofia, ma pare che io non basti alla sua incolumità: lui la sostiene, le tiene la mano, le dice di non correre. Quello di Sofia è un andare ancora incerto, non regala la sfrenatezza del gioco, come quello che lui potrebbe fare con gli altri bimbi.
Ma sembra che quello che gli interessa di più sia proteggere quella bimba rotonda vestita di bianco. E' evidente quanto per lui sia più trascinante di qualsiasi gioco forsennato.

Sofia?
Sofia gli toglie la mano infastidita, lo evita, cerca di partecipare al gioco degli altri, lo silura con inequivocabili "no!".



Agli albori del nostro primo istinto, secondo solo a quello di sopravvivenza, già dai primi abbozzi di afflato amoroso sono evidenti tutte le dinamiche che fanno di noi adulti servi asinini di pulsioni irrazionali legate all'esibizione delle penne più iridescenti.

Il fatto che dei bimbi poco più grandi di un ciuccio siano protagonisti di questi nostri stessi ridicoli caroselli, un po' ci scagiona?

23.9.10

L'esultanza ti fa strana

Sofia ulula. Sì, ulula. Si pianta dura come una statua, tutta tremante per la rigidità muscolare, gambe aperte e braccia ad altezza spalle (insomma: posizione Frankenstein) e ulula, o emette suoni molto simili ad ululati. Ulula con la a, con la e o con la o. Questo perché le ho passato l'esultanza. Vede un cane, hhooooooo; un gatto, hheeeeeee; si tiene in piedi senza appoggi, hhaaaaaaa, lavorando tutto di gola. Ora c'è da dire che nei suoi primi approcci con il sociale bambinesco questa sua inclinazione fa una certa differenza. Di fronte a bimbi in genere tendenzialmente opachi, eccitati forse dal gioco, ma sostanzialmente calmi di quella calma annoiata tipo io ho visto già tutto e nulla mi tange, Sofia appare una pazza sull'orlo di una crisi di nervi magari soltanto per aver visto una sediolina alle giostre con l'immagine di Woody di Toy Story. La guardano. Un po' fanno che allontanano la testa e rimangano lì, sempre con quell'espressione annoiata ma stavolta con una nota diversa nell'occhio, leggermente sorpresa mo' avrò visto tutto, ma sta matta tutta strana no.
I grandi ridono. I bimbi si incazzano. 
Poi in genere avviene una svolta: i bambini cominciano a studiarla, si chiedono come una sediolina dovrebbe dare così tanto piacere, ci provano, provano a sperimentare lo stato di Sofia, le si accostano, non le staccano gli occhi di dosso. Finisce che Sofia ha infettato tutti del morbo di Frankenstein schizo/eccitato. 
I bimbi ridono. I genitori si incazzano. Con me che ho creato un mostro, e il mostro ha fatto adepti. 

Ora devo decidere come Sofia dovrà apparire in pubblico: o figa atarassica tipo poetessa maledetta mi sturba tutto o iper eccitata genere Rita Pavone.

Nel frattempo che mi decida, se incontrate una bambina che sembra una duenne passata ma ancora non si regge in piedi, e la vedete ululare, non vi inquietate. 
Nessun neo-esperimento maryschelliano: soltanto Sofia contenta.