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18.7.12

Morticia è morta di sonno

Ad ogni modo.
Sulla scena, grande assente ingiustificata, la madre di Mercoledì.

Morticia porta quell'occhio lì, quello di sbieco tale e quale a quello di sua figlia.
Controlla il mondo da quella postazione laterale, vicina alle orecchie. Forse è per questo che le viene difficoltoso guardare l'evidenza e rendersi conto di certe mancanze vissute dalla bimba.
Morticia cammina come se ai piedi avesse ballerine di plutonio, arranca e si trasporta annoiata. La vedi gongolare, invece, trasportata da nuova forza vitale quando accompagna la figlia dalla nonna. Il che succede un giorno sì e l'altro pure. Per il resto, nelle poche ore che è costretta da evidenti questioni a stare con la figlia, Morticia torna ad indossare il suo plutonio.
Morticia è muta, vive come un comò stracolmo di roba gli spazi che la circondano, tiene gli occhi bassi e sostanzialmente è presente e partecipativa quanto uno stendi-biancheria. A meno che.
A meno che, dovendo comunicare con la figlia, non lo fa armandosi di gola gracchiante e colma di provocazione.
Non un tono di sostegno, o affettuoso, o gioioso.
Solo rantoli soffocati o urla di fastidio.
Bisogna dire che Morticia aspetta, ma pare più che porti una gestazione da elefantessa piuttosto che quella di una al terzo mese appena.
Morticia non è cattiva, è solo comodamente seduta nel suo essere una morta di sonno.

E mentre tengo a casa mia le bimbe e Mercoledì dà sfogo alle sue mancanze, da un remoto lontano si sente la voce di Morticia, colta da un misterioso moto di vita, chiamare: "Mercoledì, ci sei? non ti sentivo più".

No, Morticia, non avere timori. Tua figlia era solo impegnata a ricoprire il pavimento di carta igienica.
Continua a dormire, tu.

17.7.12

Mercoledì tutti i giorni della settimana

Lei ha questa faccia un po' così, tra l'annoiato e il "ti combino un malaffare a metà tra il tentato omicidio e l'incidente domestico".
Lei non guarda mai dritto negli occhi, a meno che tu non la stia sgridando e lei ti fissa vuota pensando già a come ti potrà prendere per il culo non appena avrai girato l'angolo.
Se avesse proprietà di linguaggio, probabilmente tutte le manifestazioni d'affetto le chiamerebbe "un riprovevole utilizzo di agenti chimici sulla cute".
Ascoltare musica e ballare, stare sotto le lenzuola, mangiare il gelato, non sono attività da lei tollerate, piuttosto le provocano all'istante un imbambolamento seccato e gelido, a meno che tali attività non siano un mezzo per arrecare danno a qualcuno, tipo gridare e dimenarsi ossessa come un derviscio psicopatico; strappare di mano le lenzuola, buttarle a terra e calpestarle; mangiare sadica l'ultimo gelato impossibile da condividere, genere stick polaretto.
Il suo miele, la sua marmellata, quello che la attrae fortissimamente, sono i luoghi che ho severamente vietato di praticare: un burrone, un roveto, un deposito di ferraglia arrugginita, insomma i soliti scenari di grande ispirazione poetica.
Lei è Mercoledì, ha quattro anni, vicina di casa nonché prima compagna di scorribande di Sofia.
Se per scorribande si possono intendere attività come scagliare un vaso di terracotta sui piedi di Sofia e puntarle poi il dito incolpandola, oppure prendere i peluches e sbatterli sul muro con pulsioni vicine a quelle dei film di Hitchcock.

24.2.11

Noblesse n'oblige pas

Benvenuta mia nuova cara vicina di casa,
tu che appena arrivata hai fatto vento con le tue ciglia lunghissime perché la polvere non incrinasse il delicato ecosistema del tuo nasino opaco di fondotinta, incipriato e all'insù; che hai steso i primi panni al sole tenendoli sulle punte delle dita come se il cotone fosse budello di cinghiale per la tua french manicure appena fatta; tu che la prima battuta è stata "oddio, appena due giorni qui a casa e sembro una casalinga" toccandoti disgustata l'unica punta di capello colpevole d'essere scappata dalla piastra perfetta e luccicante, e l'hai detto a me, proprio a me, che, a un palmo dal tuo nasino efficiente contro i maleodori quanto un allarme antincendio a Manhattan, stavo in ciabatte, in braccio Sofia che lentamente ma inesorabilmente mi sta preparando al gran galà di Notre-Dame per gobbi, e due ciocche di capelli, una qui a Catania, l'altra nell'emisfero boreale, a tenersi in contatto su skype.
E tra noi amore a prima vista.
Nonostante tra quel tuo sembro sciorinato lì per gettare le basi di un simpatico e cordiale rapporto di vicinato e il mio sono ci siano chilometri di divario esistenziale e insondabile.

Benvenuta, fata sorridente e paillettata,
tu che sembri totalmente affrancata da qualsiasi dubbio esistenziale, sempre così serena, leggera, decisa, sorriso stampato a fuoco nel tuo dna, prototipo vivente del detto greco καλὸς καὶ ἀγαθός o della sua più recente interpretazione trash "pulita dentro e bella fuori plin plin"
E io qui a spolverare. E tu ridi.
E io qui ad ordinare. E tu ridi.
E io qui a far l'espurgo in carne ed ossa. E tu ridi.
E io qui a decidere se gli scarti dell'espurgo vadano nella differenziata o in questa tua inopportuna risata. E tu ridi ancora.

E ora che sei tornata dall'happy hour (e su dai che a quest'auar le poste sono chiuse, gli uffici pure, i vestiti -o è il caso di dire outfit-, come palesemente ti piace ostentare, ce li hai, tutta jeans griffati e magliettine più le mando giù più lo tiro su) siamo tutti qui fuori, io, il Riccio, Sofia, il giardiniere, il tuo uomo e suo fratello io sono il Signore dei Cieli e della Terra tipico, mi sembra, di tutta la tua stirpe che però, benché affollata di signori, non cede a lotte volgari e sanguinarie di potere, ché tanto il popolo da frustare e snobbare è un mare sconfinato e pescoso, e con quell'aria "senza di me non avete combinato granché" vorresti l'applauso mentre sbatti quei tacchi 10 cm 10 come se avessi bisogno della fanfara per essere annunciata. Ma scusaci, sai, se l'applauso non parte: è che, uno, le fanfare spaventano Sofia, due, siamo tutti qui occupati e inebetiti a guardare venir su quel po' po' di giardino 4 salti in padella, alberello d'ulivo già alto due metri, siepe attorcigliata 2 metri per 2, su un prato fitto fitto pronto solo da srotolare e via: stasera poi, invito a corte, lo farai ammirare il giardino dei finti contini senza badare al fatto che in 5 minuti di srotolamento, il lavoro mio e del Riccio di durata bisettimanale perché il nostro giardinetto fosse quanto più vicino ad un caloroso benvenuto per il vostro arrivo, sembra ormai il tentativo di metter su una baraccopoli alla bell'e meglio.
Ma certo nell'era del tutto e subito e dell'ottimizzazione non conta affatto l'impegno o la fatica, che anzi sono sgradevoli e borghesi effetti collaterali tipici del volgo che non ha strutture adeguate per ottimizzare: qui conta l'effetto, la risultanza, il punteggio positivo. Perciò senza dubbio: 4 salti in giardino vs Aquila due anni dopo ancora sul punto di 1-0.



Sì, mia cara, benvenuta qui, ragazza della porta accanto solo per logistica,
qui a condividere odori di mezzogiorno, incomprensibili cadute di monetine sempre presenti, colpi di tosse ed echi notturni imbarazzanti.
Benvenuta, davvero, mia nuova vicina di casa, che come un dentista sul dente malato, in un attimo che sei arrivata, hai scoperto tutte le carie della mia vita, ciabatte, espurghi e tendopoli.

Sì.

Davvero.

Sì....

...sì, mo scenni, però, essù, che gli zebedei cominciano a dolermi.


Aggiornamento delle 21:50: naturalmente il titolo è riferito a me, rendendomi conto già dalla stesura del pezzo di non aver dato granché prova di stile.
Dicesi casalinghitudine ad oltranza frustrata e frustrante.