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6.2.12

Mss Tambourine e il reportage fallito di una blogger di emme

Mentre cerco di incastrare bene i tempi tra Sofia e la realizzazione di Mosca blu ( in pillole spiegato il "forse"), oggi avrei voluto star qui a riportare gli eventi di ieri di quel fenomeno nazionalpopolare qual è la ricorrenza di S. Agata. 
Terza per grandezza in tutto il mondo, un milione e più di visitatori arrivati da ogni parte del globo, ventiquattro ore di processione senza sosta. Insomma, ci sarebbero stati tutti i numeri per farlo. 
L'uso del condizionale è direttamente proporzionale alla natura del mio essere blogger. 
Non so se la cronaca catanese oggi lo abbia riportato. Ma se magari a qualcuno di voi stamattina è capitato di leggere di una giovane donna avvistata ieri a Catania mentre sbraitava "bloggerdimmmeeeerda" in preda ad uno stato confusionale, ecco, quella giovane donna sarei io.

23.1.12

Non solo una lista

Mi stupisco sempre quando d'improvviso la vita è nuova.

Sofia all'asilo.
Sofia all'asilo che non si turba.
Sofia all'asilo che non si turba all'entrata.
Sofia all'asilo che non si turba all'entrata e all'uscita.
Io che mi turbo.
Io che, con Sofia all'asilo che non si turba, mi godo la città mattutina. Senza ansie. Il passo veloce, quello mio; quello, mi si dice, di chi sembra fuggire. E invece è quel passo tutto mio di chi vuole divorare.
E divoro ogni cosa, tutto quello che di questa città mi è sfuggito in questi anni, come se fossi uscita da un qualche letargo esistenziale, una specie di bimba cresciuta stupita e leggera per le strade.
Mi riprendo tutto. Mentre cerco lavoro, cammino veloce con il Riccio cercando di far qualcosa di buono per il nostro futuro, mi riprendo tutto. Tutta questa città che ho tenuto lontano in tutti modi.
Prendo il caffè, parlo con la gente, chiedo, rispondo, cerco il bello architettonico, mi fermo ad ascoltare la musica di strada, i quadri di strada, le stampe antiche di strada, chiedo informazioni su quell'edicola che sta chiudendo, mi fermo proprio su quello stemma incastonato a terra, il vaso su un tavolino di un bar lo faccio mio.
Cammino, cammino. Mi piace camminare.
E' come se i pensieri scivolassero giù, sotto i piedi.
Come ho potuto stare così tanto tempo a casa?
Mentre tutto avveniva qui fuori, qui, anche in questa piazza così ampia che mi ci perdo, mi chiedo come ho potuto stare così tanto tempo a casa?
So che se i miei occhi oggi sono nuovi è anche perché ho pescato qualcosa di buono dentro questa casa.
Ma adesso ho bisogno di aria. E di camminare. 
In questa piazza così ampia che mi ci perdo adesso mi accorgo di essere stupita come una bambina un po' cresciuta.
Mi stupisco sempre quando d'improvviso la vita è nuova.

30.1.11

Rincontro

A volte si incontrano persone che toccano, piacciono, o inquietano, intimoriscono, infastidiscono, attraggono, qualcosa evocano, senza una ragione, per ragione di chimica sotterranea forse, ma non logica: per un odore di troppo o di troppo poco nella trama della pelle; per voci portate addosso di storie che non appartengono e che vorremmo fare nostre oppure allontanare; o anche solo per un'andatura sbilenca, perché magari nel preciso istante di quell'incontro poteva sembrare inaccettabile quell'andatura sbilenca, oppure poteva suscitare, eccitava.

La gente della strada si incontra per caso. O forse no. Sicuramente, però, è la disposizione del caso, di come casualmente sono disposte dentro, nel preciso momento storico dell'incontro, le persone che si imbattono l'una nell'altra, perché quell'incontro poi sia come sia.

Quando diciott'anni fa lo incontrai, a dir la verità molto prima, ma ne conservo memoria da questo preciso istante in poi, io ero da poco impegnata a districarmi negli intrecci delle storie di strada fatte di ragazzini, moto e sospiri mischiati a smog; lui era alto, austero, involtato in un silenzio pieno e per me incomprensibile, tagliato solo da occhi azzurri affilati come stalattiti e da falcate veloci date alle scale di casa.
Un giorno ebbi la colpa di condividere lo smog del languore assieme alle sue figlie.
Da allora stalattiti e falcate su di me. Sempre.

Direi che quell'incontro rappresenta una delle mie prime memorie d'autocoscienza.

Sputtanata. La bambina diafana che tutti indicavano come provenuta dal mondo iperuranio, che lasciava dietro sé scie di misteri d'oltremondo, dicevano "ricorda un'orientale", che profumava di zucchero e innocenza, che guardava come se dietro ogni cosa ci fosse qualcos'altro, in realtà inalava gli scarti di strada. Si sporcava lei, e faceva sporcare.

Quest'uomo mi ha dato la prima consapevolezza di quanto l'anima sublime semprepresente possa essere una baggianata. 
Che magari esiste l'anima sublime, ma si mischia agli umori fangosi dell'essere umano, si nasconde discreta o timida, scende giù, in fondo, per lasciar spazio ad un modo pacato e poco sublime di affaccendarsi in questa vita, e poi qualche volta risale a galla.
Mi ha aperto una strada quest'uomo, fatta di una ricerca un po' impervia, tipico di tutte quelle ricerche legate all'anima e al fango.
Ma oggi ciò che sono ha radici anche in quello sguardo. 
Che ha sciolto lo zucchero filato dell'idea che avevo di me offrendomi quella verità legata all'essere umana, 
che dice dell'incanto di sapermi bassa come il fango e insieme alta come... 

...non so continuare, tante immagini alte, che appena definisco, do loro un nome, mi sembrano cadere in basso...



Oggi.
"Ciao". Ride. E mi sembra strano. Che dal gelo delle stalattiti possa uscire una risata. E che le falcate si siano fermate per un saluto. "Sei sempre con tua figlia".
"Sì". Rido.
"Cresce". Mi guarda con quegli stessi occhi azzurri ma dentro c'è una dolcezza... "E tu cresci insieme a lei".

Vorrei rispondergli, spiegargli certe cose, ma, si sa, certi sguardi rimangono sempre difficili da affrontare.







18.10.10

Non lo so

C'è un uomo seduto sul pancone di cemento che costeggia da un fianco il parco e dall'altro il corridoio che io e Sofia stiamo percorrendo in lungo e in largo.
Sarà un quarantenne e un poeta, mi dico, si vede da subito, da come porta il corpo e lo sguardo.
Gli passiamo accanto e Sofia gli va incontro, perché lui è un papà e ha due bambine, immagino una duenne (ormai ho imparato: i duenni sono alti come Sofia, possiedono il suo stesso vocabolario ma loro camminano) e una cinque-seienne (lo si vede da come siede senza moti scomposti accanto al papà).
Quando gli siamo di fronte, l'uomo allarga occhi, bocca e voce e guardandoci chiede a Sofia:
"E tu da quale pianeta provieni?"
Sono talmente assuefatta a rispondere alle tipiche domande che comunemente si porgono a una bambina, che a questa sono del tutto impreparata. Anche io allargo occhi e bocca, ma sorrido silenziosa.
Sofia ha già perso interesse e mi libera da un certo imbarazzante senso di spiazzamento.
Ci allontaniamo. 
Di nuovo sul corridoio in lungo, e poi in largo, fino a tornare accanto all'uomo.
Stavolta non Sofia, ma sono io a decidere di fermarmi.

"Ci ho pensato, e la risposta è: non lo so"
"...'non lo so', cosa?"
"il pianeta" 
punta l'indice in alto e
"il pianeta dei bambini è tutto loro, un mondo..."  
"...troppo lontano per sapere quale sia" 

Ci guardiamo.

Non ricordo altro.

9.10.10

Sofia's anatomy

Sospetto che Sofia abbia inalato un oggetto. Lo sospetto perché è una settimana che non respira malgrado tutte le cure del caso. O forse è il sospetto di una madre troppo sospettosa. 
Per una volta desidero essere smentita.

Policlinico. Reparto otorinolaringoiatria.

Il Riccio è andato incontro alla burocrazia, io sono seduta su una panca con Sofia che dorme appoggiata al seno.
La panca sta di fronte la porta del reparto che si apre e si chiude ininterrottamente per far passare la fiumana di medici. E' un fiume inarrestabile, instancabile, in corrente e controcorrente. Si apre, si chiude, si apre, si chiude. Il fiume.
Questo fiume ha occhi che si posano su di noi. Sembrano tutti rapiti per sindrome di Stendhal di fronte a una "Madonna con bambina". Nessuno passa oltre indifferente.
Credo che l'immagine trasporti i tirocinanti in avanti nel loro desiderio e, i medici fatti, indietro in quello che hanno vissuto. Capisco quanto possa essere fortemente evocativa.
C'è da dire che io e Sofia siamo l'una riproduzione dell'altra, bellissima lei, io di riflesso in questo specchio, per cui l'impatto è forte: un'unica persona con due età, che culla e viene cullata, che si abbandona a se stessa e protegge il suo abbandonarsi.
E io mi presto a questi loro occhi, perché fa bene, perché per qualche istante si liquefanno.
La verità però è che sono piuttosto smaliziata rispetto a questa Maternità, ci sono dentro in ogni istante; per me non è un impatto, è il mio stato. E non ho alcun interesse ad osservarlo, oggi.
Io guardo altro. Guardo loro.

Medici e tirocinanti, tantissimi, mischiati per età e attività, tutti in preda all'estasi della frenesia per il controllo sulla vita altrui, la cura.
Non è che in questo reparto ci sia l'adrenalina da intervento dell'ultimo istante al Pronto Soccorso: non esiste un codice rosso per emorragia di cerume.
Eppure c'è un formicolio vivo, l'eccitazione, quella che solo i medici che maneggiano la vita hanno, fatta di piedi che battono sul pavimento veloci, di mani smaniose a riposo nei camici, sotto ai camici gambe vestite di un qualcosa molto lontano dalla sterilità della divisa, perlopiù jeans e carne vibrante, che si scuote direbbe splendidamente Capossela in Morna.
Storie che non raccontano soltanto di analisi, cartelle, strumenti, diagnosi, ma dicono di incontri mancati, anelati, consumati, attesi.
S'incrociano per caso, fanno in modo di incrociarsi, lanciano in aria una parola, forse quella rimasta in sospeso. A volte si sfiorano.
Mi fido di tutti questi visi, di questi sorrisi, di questi corpi. Sono vivi, sono sani. Chiamano vita.
Tranne una: lei è tirocinante e fa la dottoressa. Non ride.

Ci stiamo guardando tutti, qui. Tutti la stessa cosa.
Loro, questa mia maternità statica; io, il loro desiderio in movimento.
La stessa origine.



Vostro Onore, la teste non è attendibile.
Io sono quella che nelle due anestesie avute, una a 16 anni e l'altra a 28 post-partum, ai due Professori di turno in un sospiro narcotizzato ha pronunciato: "Nome e Cognome, io l'aamo".
Divento fango molle di fronte al camice. Fango molle che arrossisce.

Eppure, quando torna:
"Riccio, se ci dovesse arrivare la crisi veniamo qui, per la cura ormonale"
Ride.

Allora non è affatto soltanto una mia impressione.

4.10.10

Il passeggio domenicale

Svago.
Distrazione.
Ho sempre trovato questi abbozzi di attività ridicoli, al limite dell'amebetizzazione, della bestialità.
Come se ci potessimo permettere di andare altrove, di perdere i nostri daffare e le nostre finalità nella mollezza dello svago indistinto e vago, del passeggio senza meta, con l'unico scopo di non avere scopi. 

Sono sempre stata un animale da sofà, da sedia, da moto immobile poggiato sui mobili perché il pensiero non ha bisogno di gambe fisiche.

Eppure da quando c'è Sofia, da quando l'ora d'aria è diventata indispensabile, sperimento sempre di più il fatto che ci sono cose che non si trovano al di qua delle trincee di casa, che magari offrono il sollievo del rito domestico escludendo però il balsamo della vita nuova venuta da fuori.
Fuori c'è l'aria di strada, il carnevale delle storie umane assortite. Non si conoscono, non ci appartengono, ma sono tutte messe qui a vista, esposte tra i passi di questa gente, i loro visi.
E basta così tanto poco per riempire gli occhi affamati di movimento.

Stasera siamo in tre, in questa città che ho abbandonato ma che mi perdona ogni volta accogliendo, come se la mia storia anonima mancasse qui, nel brulicare di centinaia di storie anonime.
Andiamo a raccogliere quello che a casa ci manca, e il solo cercarlo ci mette forza, ci ristora.
Ecco che si fa per strada, passeggiando, mi dico mentre lo faccio: si fa quello che rende l'uomo Uomo, si cerca. 

Status diversi, abiti, voci, nomi, aspirazioni diverse, migliaia di sfumature di colori accomunati dalla stessa mancanza congenita e dallo stesso bisogno di colmare.

Gli occhi febbrili di cura perlomeno ci rendono fratelli, per strada.






Incontro una Romania stanca che s'inchina mentre suona e mi commuove.