Se qualcuno dovesse chiedermi a quale personaggio mi potrei riferire dovendo parlare di me stessa, ecco, credo che non farei fatica ad identificarmi in Mary Fisher di She-Devil.
Alla fine del film, però.
Cioè, quando lei, delusa dall'amante, la famiglia del di lei amante, la moglie indemoniata, i casini, i rosa, i pouf, le pagliettes, la vita meringata che si costruisce e di cui scrive, ecco, dicevo, alla fine, presa dal disgusto per lo zucchero che impera nella sua vita e le ha reso solo una carie, lei alla fine sceglie di diventare nera.
Nera. Genere scrittrice maledetta. Genere continuo, profondo, proficuo ma fastidioso rantolo. Genere o rantolo o morte. Va bene, non vi sto qui a descrivere il colore e il tono dei "maledetti" ché sappiamo bene tutti.
Comunque sì, io sarei così. Non saprei bene dire quando è avvenuta la scelta, quand'è che ho vestito i panni della lady maledetta invece di quelli pastello, o giamaicani, o donna delle Fiandre o fluo di questi ultimi sgargianti tempi moderni.
Forse quando, meno di dieci anni, regalo di una Pasqua, su un castello di cartone il cui interno aveva contenuto un nuovo di Pasqua della nota azienda di uova-ovetti-ovoni, invece che la storia di una principessa da salvare con l'ammore, inscenavo una psico tragedia familiare tra puffetta e Barbie.
O forse quando nei miei pomeriggi di bimba libera, invece che scendere giù a giocare ad un, due, tre, stella!, preferivo ragionare sul principio cosmico dell'esistenza.