12.3.12

Cuscini e ciucci. Noi che a volte parliamo al soffitto

È che poi a volte per strada ti perdi qualcosa. Ci provi a tracciare i confini, le linee guida, i marciapiedi ideali da cui dovrebbe essere difficile sbordare. Ci provi a fare in modo di andare dritto, visto che andare dritto dovrebbe poi essere più semplice che allungare con strade secondarie non asfaltate e poco illuminate. Ci provi. In fondo, prima che una buona strategia esistenziale, è innanzitutto matematica basilare.
E invece, traaack, succede che senza che neanche te ne rendi conto hai sbordato eccome. Le strade impervie le hai imboccate perché alla fine non tutto si presta facilmente a calcoli e strategie. La vita, si sa, non è allegra dispensatrice di codici prestabiliti, metri e gessetti, purtroppo. La vita è una cavalla senza paraocchi. Lei non segue marciapiedi, lei galoppa.

9.3.12

Guarda la nera

E poi però a volte mi prende la paura. Quella bieca nera che trova risorse per se stessa un po' ovunque, nelle cose lasciate incomplete, nei giochi a terra da spolverare, nella puzza delle cicche, le calze noiose di notte a terra, l'aria acida di freddo dagli spiragli della porta. Se la trova, la risorsa, persino sui giubbotti informi lasciati sulla sedia appena tornati da fuori, ché il fuori pare non sia servito a risparmiarli, i resti di ieri sulla tovaglia. La nera copre le rughe dei muri, il piede della cassapanca sbeccato per chissà quale urto, lo sbecco a segno dell'involontarietà dei gesti, ma anche sui buchi del piano in arte povera, l'intenzionalità dei quali pare comunque non serva ad allontanarla. La paura vive sui buchi.
E si attacca alle forme che mi girano intorno. E' così che se la cava di essere evitata, ché lo sa che sono una che non chiude gli occhi.

La paura è un paradosso sulla mia persona: lei trova risorse per se stessa ogni qualvolta mi sembra di non trovarne più per me. 

E se.
E se adesso le dico che tutte quelle sue risorse, persino i buchi, sono poi le stesse mie e ci faccio quello che voglio, persino con i buchi?
E se adesso le tolgo ogni cosa, raccolgo i giochi da terra, ci gioco, ci riprovo col giubbotto, lo metto e vado fuori; e se allo sbecco smetto di dargli il nome di errore e comincio a chiamarlo storia, solo una storia?
Io dico che così la fotto. La sbecco.

4.3.12

Voi dei bottoni

Ehi voi gente dei bottoni di sharing,
che in live from America da quando vi ho messi non fate altro che ticchettare spasmodicamente, forse perché siete perfezionisti dell'efficienza del bottone, o forse perché siete professionisti della condivisione del sapere, forse perché vi siete auto promossi a ripetitori digitali delle informazioni, o forse meglio perché mi dovete dimostrare che avendo io scelto i vostri bottoni su tutti gli altri miliardi di miliardi di bottoni, essendo i vostri in effetti così tanto carucci, so cute, secondo voi i miei lettori vedendoli, presi da convulsa e irrefrenabile esigenza di ticchettarli, dovrebbero all'improvviso abbandonare le loro capacità di critica e di ragione e mettersi lì anche loro a ticchettare senza alcuna ragion di contenuto, neanche perché vinti dal nuovo comandamento sharing the love, ma per il solo fatto che ticchettare i vostri bottoni sia bello perché belli.
Vi faccio presente però che i miei lettori son gente di ingegno e non regalerebbero mai la loro preferenza su post di una scrittrice in erba media (la scrittrice, non l'erba) per un sopraggiunto edonismo visivo da cute bottons.
Per questo son convinta che siate voi, lì dall'America, a far qualcosa.