Erding o Erdin o ancora non so, ma se lo senti pronunciare ricorda Ederlezi di Goran Bregovic.
E in effetti quando entra in casa, per la prima volta dopo un anno, Erding o Erdin o ancora non so, ma Ederlezi, quella sì che la so, quella musica, viscerale, triste e potente, come certi dolori che non appena si urlano, clarinetti, trombe e violini messi insieme, sono già belli che finiti, e quando entra in casa Erding o Erdin che se lo senti pronunciare ricorda Ederlezi, quella musica si sente ovunque, si sente anche col naso, viscerale fin dentro le sedie dove siamo seduti. Una musica che porta un dolore già bello e finito.
E lui seduto ci sta, composto e senza postura. Rimane curvo, un giovane curvo, occhi verde-azzurri, giovani loro, giovane lui, e curvo. Ci puoi pensare tutto lì sopra a quella curva, dopotutto è messa così in vista, senza postura appunto, ché ci leggi tutto, scritta come la mano sinistra delle zingare. Ci vedi tutta la vita di Erding o Erdin, in quell'attimo che lo vedi seduto, giovane e curvo. Che "senza postura" è semplicemente quello che è: Erding o Erdin, o ancora non so.
E adesso, è chiaro a tutti, bisogna dare parole a quella musica, che qui, stasera a casa nostra, una sera qualunque in Italia, mia madre, mia sorella, io, stasera, a casa nostra, quella musica bellissima che ha la colpa di venire dall'Albania.

