14.7.10

I nuovi altari.



che invece tu possa vedere le onde, alzate e declini di ogni storia.
che tu possa sperimentare la bellezza dell'effimero e il fastidio per la sua breve durata, o il sollievo.
che tu possa atterrare sul terreno morbido del conforto, da te o da altri, dopo esserti lanciata su strade dissestate.
che tu possa scegliere di ascoltare le note cangianti del mondo, il vento, le foglie, i passi, le strade, le tavole imbandite, il caffè, le gallerie, la sabbia, le voci, migliaia di voci, le saracinesche, le pagine voltate, i mercati, la pioggia, la porta di casa al rientro, e vestirtene, secondo il tuo bisogno.
che tu possa partire verso tutto quello che ti potrebbe appartenere e che non ti ho dato.
che tu sia libera, di andar veloce o immobile lasciarti galleggiare, di aver risposte o rimanere muta, di sollevarti fin dove non si può arrivare a vedere o rimanere sospesa nell'attesa, di cambiar pelle ogni volta che salta il coperchio delle certezze senza dover confermare, mantenere, ribadire  qualcosa che nutre altri e non più te.
che tu possa perderti a vista d'occhio in scenari vertiginosi di luoghi e di umanità.
che tu possa pensare Dio, e magari rinnegarlo, ma avere il senso della divinità, che sia eterna o poggiata su un sasso di questa tua terra.
che tu possa ridere di fronte alla leggerezza, urlare di fronte ai pugni, rimanere in silenzio di fronte al sacro.
che tu possa provare il bruciare d'asfissia dei polmoni sotto il fango e godere del primo sorso d'aria dopo la lotta.
che tu possa sentire addosso mani buone, avere mani buone, lavorare con mani buone.
che tu possa seguire il movimento delle luci del giorno e quello degli anni e vedere nel tempo che scorre un continuo eroico andare avanti della tua storia.


che tu possa usare i tuoi occhi su questo
e su tutto quello che non riesco nemmeno a pensare.

e non su surrogati di vita radioattivi.

10.7.10

Un oggetto.

Abbiamo deciso di prenderla senza tanto soppesarne le motivazioni. 
Un mordi e fuggi dell'acquisto.
Provata. Pagata. Portata.
Non ti aspetti grandi cose da un oggetto, sebbene gli venga attribuito, a partire dalla denominazione, l'essere da supporto all'atto creativo, funzione necessaria e determinante all'opera.
Lo strumento è pur sempre un oggetto, uno delle innumerevoli appendici di cui ci si equipaggia perché le salite risultino meno faticose.
Uno degli innumerevoli gingilli che fanno peso e lasciano scoperte le nostre carenze costituzionali.

Invece comincia ad aver respiro, lei,
a star seduta nel luogo che più raccoglie le nostre storie,
ad inalare gli odori che ci appartengono e rilasciarli suono a suono.
Sta lì, 
vicino, 
a portata di mano, 
perché la mano la trovi in fretta e perché in fretta faccia il suo.
Sta lì, quando la calma dei gesti quotidiani, dei gesti umani, cerca silenzio
e anche quando c'è la caotica sublime ascesa dello stare felici insieme. 

E ha una lingua che muove sul senza-demarcazione.
Né adulta, né acerba.
La riconosciamo tutti e tre, perché è una lingua che ci appartiene, come quella delle risa e del pianto.


A volte ho la sciocca impressione che non si stia neanche più in tre.

9.7.10

"Chi sei tu...

...che avanzando nel buio della notte inciampi nei miei pensieri più segreti?"

Scena I. Finalmente, dopo settimane di esperimento su quale e quanta flora batterica si possa sviluppare in condizioni favorevoli, è arrivato il momento di sospendere la ricerca e tirare le somme, con pezze, aspirapolvere e disinfettante. Perciò affido lo scricciolo a ?
Dopo alcune ore, vedo sul pannolino di Sofia un rigonfiamento vertiginoso, come se sul culetto avesse una boa d'ancoraggio, che la fa incedere a tratti, barcollando.
Il baricentro di Sofia sta pendendo pericolosamente verso terra. 
Io: "A meno che tu non stia cercando una forza uguale o maggiore a quella di gravità o non stia sondando il mistero che tiene in piedi la torre di Pisa...potresti gentilmente cambiarle il pannolino?"
?: "Uso questo e questo?"
Io: "Sì: acqua...sapone..."
?: "I pannolini dove sono?"
Io: "Ma dentro la stampante, naturalmente..."
(non mi sorprenderei affatto se mi ribattesse che con questo caldo sarebbe meglio tenerli in frigo)
E la crema lenitiva gliela do direttamente io.
Tanto per non rischiare che Sofia profumi di dentifricio.

Scena II. Sofia comincia ad avere un colore del viso simile alla carbonara e agita le mani in alto come se stesse allontanando immaginari calabroni.
Io: "Ma da quand'è che non beve?"
?: "Non lo so, non mi ricordo"
...
Il mio viso palesemente turbato.
?: "Le do l'acqua?"
E perché mai?: oggi è il giorno di rum e pera a un euro.

Scena III.
Dopo estenuanti minuti di intensa noia, ? decide di delegare l'intrattenimento di Sofia a Mister Tu Sia Lodato You Tube.
Dato che, passato un tempo simile a quello necessario alla stagionatura del formaggio, sospetto un'imminente trasformazione di Sofia nell'erede del "Tagliaerbe" di Brett Leonard, chiedo a ? di portare la bimba a fare una passeggiata fuori.
?: "Prendo il passeggino?"
Considerato che Sofia non cammina ancora, considerato che pesa 15 chili, considerato anche che non disponiamo di carrucole, carriole, porta-pacchi e carrelli della spesa: "Sì, magari sarebbe indicato"

E poi c'è tutta la letteratura del "Che faccio?" di ?.
Che faccio, prendo il giubbotto? e sono i giorni della merla.
Che faccio, prendo un tovagliolo? e tutta la Parmalat sembra essersi domiciliata addosso a Sofia.
Che faccio, la prendo? e mentre cerco di scrivere qualcosa, Sofia è impegnata ai miei piedi a fare benissimo Vivien Leigh in Via col vento.


Chi è "?".
E' forse la tata rincoglionita dal nome impronunciabile che viene da un posto ugualmente impronunciabile del mondo e non ci stà per colpa della lingua o del fuso orario o senza una ragionevole causa non ci stà e basta?
No.
E' l'amica che tra un aperitivo, il lavoro, un aperitivo, un'altro aperitivo, un'altro ancora, il parrucchiere e seguente aperitivo, si ricorda di avere un'amica con figlia e si fa vedere ogni 6 mesi e nelle due misere volte che è venuta a trovare Sofia la prima volta l'ha chiamata "Ti Andrebbe" e la seconda volta "Un'altro Aperitivo"?
No.
E' la nonna che "amo mia nipote più dei miei stessi figli" e si fa vedere anche lei ogni 6 mesi?
No.

No.
E' il Riccio. Papà di Sofia da ben, e dico ben, 13-quasi-14-mesi.
Ma sembra che per alcune questioni il tempo non gli abbia chiarito le idee.

Ecco chi è che inciampa nei miei pensieri più segreti.
Per quanto riguarda il contenuto di questi miei pensieri nei confronti di chi ci inciampa...
... sono segreti, no?



5.7.10

Comune unione.

Avete presente quando ci si sente interi?
Quello stare. Senza altri attributi o modi.
Senza fuoriuscite del pensiero, senza labirinti.

Il luogo è intero. Ma non ha importanza.
Il suono è intero. Ma non ha importanza.
Il tempo è intero.
E questo sì che ha importanza.
Perché significa che gli scatti di prospettiva, che siano in avanti o in dietro, stanno fermi.
Significa che non ci si rende conto della finitezza, della perdita.
Non c'è alcuna perdita dove non c'è tempo.

Si sta. 




Interi. 



















2.7.10

Guarda sotto

Sotto questa nuova pelle che indosso, che mi muove a gesti veloci, a parole a metà, a mozziconi di attenzioni, che mi muove come una marionetta ingarbugliata contro fili nervosi perché la rappresentazione deve concludersi e non ho più tempo, sono in ritardo, sono un bianconiglio.
E mi rimane ancora molto da fare, in corsa contro i sipari che devono chiudersi.
Guarda sotto.
Sono ancora quella che portava la matita nera attorno agli occhi, non per nascondere, no, ma perché nulla rimanesse nascosto.
Sono ancora quella che andava dritto e in avanti, facendo improvvise virate per il gusto ironico dell'esplorazione caotica senza che l'avanti fosse mai perduto.
Sono quella che seguiva il ritmo delle cose, che fossero da percorrere lente o veloci,
ancora quella che seguiva il tuo di ritmo.

Guarda sotto.
Sotto questa strana stanchezza, inestinguibile, che chiude i discorsi ancor prima che inizino.
Sotto questo silenzio delle sere, che finiscono il giorno, o lo sfiniscono.

Sono sempre quella che dalla sua giostra vertiginosa di parole si incantava ad ascoltare le tue, così nuove, petroliniane, funamboliche.
Quella che, provando a dare il nome e la parola ad ogni cosa, rimaneva muta di fronte a te e agli scenari che mi mostravi, troppo estesi perché potessero essere definiti.

Sono ancora quella a cui hai dato la vertigine sul 'picco di coscienza'.

Guarda sotto.
Sotto.
Più sotto.

Ti do la zappa, tieni:
Samuele Bersani - Replay.