12.6.11

Felicità è...

- buttare fuori di casa Riccio e figlia. Gentilmente "a presto", con un sorriso di cortesia e le mani che spingono fuori.
  Buttarli fuori dalla testa e non avere alcun senso di colpa.

- mettere musica, al volume che permette di non sentire altro, la stessa che ascoltavo dieci anni fa, cantavo e ballavo e nient'altro. La stessa aria pregna e nient'altro. 

- togliersi di dosso pesanti seconde nature che il tempo ha incollato per bene addosso, scarpe, elastici per capelli, maglietta e jeans. E farsi una doccia fredda senza tempo, sentirsi antica e nuova come l'acqua.

- camminare scalza per casa e lasciare cadere dietro scie di gocce. 

- guardare le gocce e ignorare la telefonata di sollecito da parte di qualcuno.

- fumare a casa senza colpa e goderne.

- prepararsi per uscire, con lo stesso godimento di qualche anno fa, di quando era l'attesa di quello che sarebbe successo dopo a portare l'emozione e non il dopo in se e per se, il rituale della preparazione davanti allo specchio.

- mettere la matita nera sugli occhi, gli orecchini che preferisco, le scarpe con cui cammino, rivestirsi di tutto quello che da sempre mi appartiene.

- dimenticare del lupo che mi abbaia ogni istante in pancia, lo arrovella.

- sentirsi dentro la propria pelle.

- sentirsi bellissima.

- sentirsi di nuovo.


A trent'anni suonati, una figlia, un Riccio, una casa, e una testa che comincia a fare bizze,
felicità è tornare ad avere quindici anni. 
Con quella stessa leggerezza tipica di chi se ne fotte di tutto, tranne che della propria straordinaria, unica, mozzafiato esistenza, e il senso di colpa è solo una sfiga che tocca ad altri. 
E avere l'impressione che sia così per sempre.

Almeno per quell'unica ora ancor più rara di ogni morte di papa.

7.6.11

L'"anch'io" rende liberi, ovvero: La gallina è pur sempre un animale intelligente

Va bene, che io sia ipocondriaca è ormai di pubblico dominio, no?
Lo sapete tutti, l'ho detto, detto e ridetto, magari un po' masticato forse, come chi certe magagne della propria persona fa fatica ad esporle e se le tiene strette e imburkate per una specie di pudore ai limiti dell'integralismo.
Dunque lo sapete. 
Ma sapete fino a che punto? 
Fino a che punto una paranoia può fare di un essere umano responsabile, lucido e illuminato, una scamorza affumicata?
Ve lo dico io: fino al punto di vagare ansiosa e preoccupata per casa con la stessa eleganza di una gallina. Perché in quei momenti di ansia ingiustificata me ne rendo conto di assomigliare ad una gallina. Per capacità intellettiva e motoria.
Razzolo per casa in cerca di qualcosa che mi dia sollievo dall'ansia e più non la trovo più mi sale l'ansia; e più mi sale l'ansia più aumentano i sintomi che mi hanno procurato ansia; e più i sintomi si acuiscono più l'ansia...
E via così, in un circolo che fa razzolare in tondo la gallina.  
Inutile discutere sui perché che sottendono il mal razzolare.
Qui voglio discutere di come la gallina possa togliersi di dosso quella ridicola camminata ruzzolante, quel piumaggio impolverato e quell'inutile chiocciare fine a se stesso e ricominciare ad avere una parvenza umana, senza ricorrere a palliativi lexotanici (la gallina sarà pure onnivora ma c'è un limite a tutto).

La risposta è: anch'io.
Anch'io: balsamo per la testa che fuma, interruttore primo che spegne ogni paura.

Ho scoperto che l'unica mia arma a disposizione per risolvere questa faccenda è quella di prendermi per il culo. Insomma guardarmi da un punto lontano da me e banalizzare il mio comportamento. Riderne e insieme averne, come dire?, misericordia. Come fa un genitore con le piccole paure immaginarie dei figli.
Ma perché questo sia veramente efficace c'è bisogno che qualcuno rida assieme a me.
Perciò ne parlo. Discuto dei sintomi, delle sensazioni, del circolo dentro al quale rimango imbrigliata.
Di come la gallina sia il mio animale totemico.
E qualche giorno fa mi è capitato di parlarne con una donna a mio parere grande: forte, energica, intelligente. Perciò attendibile.
E lì mi regala quella formula magica, quel miele odoroso di quiete, quel "anch'io".
Mi dice che anche lei, tanti anni fa, ha provato lo stesso disagio. E ci credo perché, mentre racconta, in quella donna mi riconosco, sono io.
Mi dice che è la paura che nasce quando si hanno figli.
Lo so: alla fine la più grande nostra responsabilità è quella di non abbandonarli. Ma in questo caso non ci sono promesse che tengano, azioni giuste da compiere, doveri da assolvere. Questo tipo di responsabilità non ha nulla a che fare con l'impegno e le scelte e il controllo sul proprio destino. Qui tutto è affidato al caso.
E ci rimane quindi o di abbandonarci fiduciosi o dimenarci ansiosi per il fatto di non avere potere e controllo sul caso.
Abbandonarmi fiduciosa è quello che sto tentando di fare.

Mi dice che poi passa.
Questa donna credo mi abbia donato il conforto del fiume. Cioè il sollievo che dà sapere che tutto si muove, viene e va via, con la stessa delicatezza dell'acqua.



Dio! Parlare, comunicare, esporsi, buttare fuori tutto, dare alla luce quello che all'ombra si guasta. Dio che sollievo!
Perché c'è sempre qualcuno che raccoglie, che usa parole giuste, che toglie quel senso di isolamento che affianca in automatico le nostre debolezze.
Perché il potere catartico della condivisione smuove le montagne. O i macigni.

E anche perché quando una gallina parla della sua gallinitudine significa che ha coscienza di sè.
E in quel momento il suo chiocciare comincia ad essere poco più umano e sensato.



Nota al post: devo andare a lavorare!  

27.5.11

Così: incasinata con la coda

Scrivevo questo.
Io non ho molta memoria.
In testa conservo diapositive scoordinate mancanti totalmente di consecutio temporum che dia loro una qualche causalità e logica. 
Ricordo molto bene una donna che disse: "colui che non ha memoria è un pazzo".
Ecco, io sono colei.
Faccio fatica a costruirci una storia con le diapositive di cui dispongo.
E mi piacerebbe ritrovare nella mia storia quello che sono oggi, perché vorrebbe dire che ho già vissuto questo momento e che sono stata capace di superarlo.

Io però non ricordo affatto di essere mai stata così.
Così.
Ecco. Al "così" mi sono interrotta. 
Stavo per cedere ad un così a mo' di sacco di iuta, capiente contenitore di retorica e arma a doppio taglio: lo avrei riempito di mie pecche, limiti, mancanze che mi frenano in questo periodo di mamma incasinata, palesando qui, quasi come fosse un rito di espiazione di colpe. 
Palesare significa rendere manifesto, dunque portare a conoscenza, ciò che non si vede. Smascherare per poter sistemare.
Ma in questo senso non sarebbe servito. Sarebbe stato solo un atto retorico nei confronti di me stessa. 
Io so già. Che mi serve ridirlo, rivederlo, palesarlo?
Al "così" mi sono interrotta. Ho lasciato aperto il sacco, ma ho cercato nuovi contenuti. 

Avete presente "Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi" ?
Violet è la straordinaria inventrice che annuncia ogni suo atto creativo legandosi i capelli con un nastro.
Io lo faccio sempre. Ogni volta che mi sento assalire da quei moti forti, quelli che mi smuovono da certe azioni stagnanti, mi lego i capelli e via. Non so. Forse, portando sempre i capelli lunghissimi, quasi fosse una coperta di conforto, legandomi i capelli mi dico che non ho bisogno di conforti, di mollezze, ma che devo muovermi, e spedita per giunta.


Quando ho partorito Sofia, non ho fatto su di me un atto di forza superando l'ipocondria e le mie idiosincrasie nei confronti del dolore fisico per niente. 
Non mi sono costretta a partorire con dolore per niente. L'ho fatto perché già in quel suo primo momento, ho voluto dire a Sofia "io, per te, sarò; io, per te, avrò"
Due anni fa per Sofia sono uscita fuori da me per darle il meglio.

Oggi non è cambiato nulla.
Sono un casino come non lo sono stata mai.
Ma non lo dico, non lo paleso, non voglio dargli più voce. 
Prendo il sacco e gli metto le cose migliori che ho da offrire a questa bimba.

Così.
Così mi sono legata i capelli, ho messo la musica a tutto volume. Ho riso.

E preparo per domani.
Per Sofia.
Sofia che non so perché mi ha reso fragile.
Che però mi costringe a superarmi, a riempire il "così come sono" di contenuti più giusti.
Che mi fa legare i capelli.
Sofia che domani fa due anni.



20.5.11

Tre anni dopo, lo stesso pasticcio

Quando tre anni fa Veronica e il Riccio si incontrarono per la seconda volta, al locale dove lui aveva appena tenuto un concerto, ancora tutto sudato, eccezionalmente riccio, e con in mano un dito di whisky ambrato, le disse: "mia mamma si chiama Maria, mio papà Giuseppe, io ho trentatré anni e fra due mesi l'avrò scampata".
Quel genere di frasi, assieme alle altre, creò per tutta la notte in Veronica fragori imbarazzanti di risate gallinacee e un colossale, trascinante, incontrovertibile innamoramento.

In effetti due mesi dopo il Riccio era ancora vivo se a mezzanotte esatta, sentendosi chiamare dal balcone di casa sua, si affacciò e rise.
Veronica allora era un'universitaria cronicamente afflitta da mancanza di capitale e tutto quello che portò per spegnere una candelina fu un pasticcio mignon panna e fragole che poi divisero.
Festeggiarono assieme per tutta la notte il fatto che il Riccio fosse ancora vivo, scampato alla maledizione.

Non avevano niente. Solamente quel pasticcio mignon panna e fragole da dividere. Ed erano felici.


Oggi Veronica, ancora più cronicamente afflitta da mancanza di capitale, pensa di replicare quella serata e di far spegnere la candelina al Riccio in un pasticcio identico a quello di tre anni fa.
Veronica, in un moto di ottimismo, crede che certe bellezze sopravvivano a qualsiasi cronica mancanza. 
E che dividere un pasticcio mignon panna e fragole possa ancora rendere felici.






Auguri.

  

18.5.11

E tu, donna, sarai discriminata

Siamo nel tempo del progresso cieco e inarrestabile.
Non del progresso inteso come miglioramento, crescita, sviluppo.
Siamo nel tempo del progresso per il progresso, cioè del progresso fine a se stesso. "Stiamo tutti correndo, ragazza, non vedi? Vieni a correre anche tu" "Ma dove state andando?" "E chi lo sa, ragazza. Intanto si corre".
Siamo nel tempo in cui se non corri sei un esiliato sociale.
Siamo nel tempo dell'attività forsennata a tutti i costi.
Siamo nel tempo dove il lavoro è una condizione esistenziale: se non lavori, non sei.
Perciò siamo nel tempo dove il lavorare non è un momento importante in mezzo ai tanti momenti importanti dell'individuo: il lavorare è il Momento per eccellenza. Il resto sono pause che arrestano il lavorare.
Siamo nel tempo dove si lavora per ottenere gli strumenti per lavorare: la macchina per andare a lavorare, la moto per non arrivare tardi al lavoro, i vestiti per il lavoro, i giocattoli per occupare i pomeriggi dei nostri figli a casa, ché se fossimo presenti starebbero fuori a ruzzolare nel prato o al più giocherebbero con un sasso trovato per terra.
Siamo nel tempo dell'assenza delle figure genitoriali come fruitrici di cultura perché disperatamente impegnati a lavorare per la cultura dei nostri figli affinché in futuro possano trovare un degno posto di lavoro. Un paradosso.
Siamo nel tempo in cui si lavora asininamente per guadagnare e poi asininamente spendere la Domenica al centro commerciale.
Perché questo è il tempo del centro commerciale, spazio vitale dell'uomo che lavora una settimana intera per poterne nel giorno di riposo usufruire.
Perché la Domenica è ancora il giorno del Signore, la cui Parola fa din din.
Siamo nel tempo che, al solo leggere queste mie parole, molti di voi, chi per un motivo, chi per un altro, staranno rabbrividendo.



E' in questo tempo che si inserisce il mio colloquio di lavoro.
Ci sono la responsabile dell'agenzia di collocamento e l'esaminatore responsabile dell'azienda che mi deve assumere.
L'esaminatore ha due occhi azzurrissimi, uno sguardo di chi ha visto tanto, un po' stanco ma comunque agguerrito. E' quel genere di sguardo che mi piace: potrebbe appartenere anche ad una persona cinica ma che gioca comunque a viso aperto.
Ci guardiamo a fondo negli occhi, ci facciamo simpatia.
Prima domanda: "E' sposata?"
Seconda domanda: "Ha figli?"
...
Qui finisce il colloquio. Dopo è solo un farfugliare inutile. Sa, non diamo part time - sarebbe ideale, ma se non è possibile sono comunque disponibile - la Domenica si lavora più che negli altri giorni per recuperare - non importa, un giorno vale l'altro - non ammettiamo dunque assenze, lo so poi come vanno queste cose: la Domenica le mamme prendono la malattia...- sì, ho capito perfettamente cosa intende dire -...ecco! 
La responsabile dell'agenzia interviene chiedendomi quale siano le mie intenzioni riguardo l'università.
- Non si preoccupi, Lei che al primo colloquio ha usato su di noi il termine smistare, verrete smistati come fossimo ovini e suini, non si preoccupi, non ho intenzione di studiare, perciò di chiedervi una volta al mese un giorno per l'esame. Sono già asservita quanto voi alle esigenze dell'Azienda che ci fa parlare tutti col plurale maiestatis -

Qui si sta parlando di tempo vitale, io lo so, lo sa l'esaminatore.
Loro vogliono il mio intero tempo vitale, ma io il mio tempo vitale lo dovrei un po' anche a Sofia.
Io lo so, lo sa anche l'esaminatore.

Io dunque non posso correre: ho un carico di quindici chili con ciuccio e pannolino.
Sono ufficialmente un'esiliata sociale.
Anche se solo per fare la commessa (ops!, scusate, 'addetta alle vendite') di un centro commerciale.

Colloquio finito. Dieci minuti al massimo. Il più breve della storia.



L'esaminatore ha una cinquantina d'anni.
Ha figli.
E' una donna.