- buttare fuori di casa Riccio e figlia. Gentilmente "a presto", con un sorriso di cortesia e le mani che spingono fuori.
Buttarli fuori dalla testa e non avere alcun senso di colpa.
- mettere musica, al volume che permette di non sentire altro, la stessa che ascoltavo dieci anni fa, cantavo e ballavo e nient'altro. La stessa aria pregna e nient'altro.
- togliersi di dosso pesanti seconde nature che il tempo ha incollato per bene addosso, scarpe, elastici per capelli, maglietta e jeans. E farsi una doccia fredda senza tempo, sentirsi antica e nuova come l'acqua.
- camminare scalza per casa e lasciare cadere dietro scie di gocce.
- guardare le gocce e ignorare la telefonata di sollecito da parte di qualcuno.
- fumare a casa senza colpa e goderne.
- prepararsi per uscire, con lo stesso godimento di qualche anno fa, di quando era l'attesa di quello che sarebbe successo dopo a portare l'emozione e non il dopo in se e per se, il rituale della preparazione davanti allo specchio.
- mettere la matita nera sugli occhi, gli orecchini che preferisco, le scarpe con cui cammino, rivestirsi di tutto quello che da sempre mi appartiene.
- dimenticare del lupo che mi abbaia ogni istante in pancia, lo arrovella.
- sentirsi dentro la propria pelle.
- sentirsi bellissima.
- sentirsi di nuovo.
A trent'anni suonati, una figlia, un Riccio, una casa, e una testa che comincia a fare bizze,
felicità è tornare ad avere quindici anni.
Con quella stessa leggerezza tipica di chi se ne fotte di tutto, tranne che della propria straordinaria, unica, mozzafiato esistenza, e il senso di colpa è solo una sfiga che tocca ad altri.
E avere l'impressione che sia così per sempre.
Almeno per quell'unica ora ancor più rara di ogni morte di papa.