14.5.11

La palla

Siamo nel pieno dei terrible two, campo di battaglia furibondo.


Tra una rara espressione d'affetto e l'altra di vago bisogno di sicurezza, per il resto, nell'arco di un'intera giornata, è un interminabile, continuo, ultrasonico urlo.
Sofia urla. Cioè, Sofia canta, parlocchia, balla, bofonchia, mima, imita, ma, se dovessi riassumere con un'unica voce la sua personale maniera di comunicare, direi che Sofia urla.
Ha di recente scoperto la forza del portare all'estenuazione per ottenere eventuali oggetti del desiderio.
Ora so che la tortura cinese non è mica il frutto di un atteggiamento degenerato in seguito a sovrastrutture sociali esacerbate in seno allo sviluppo delle civiltà.
La tortura cinese è una naturale acquisizione metodologica dell'angioletto di casa. Forse addirittura una sua naturale disposizione.


Giorni interi a tiranneggiare urlando sui miei già precari equilibri psichici. Giorni interi a spuntarla urlando per intercessione dei miei tentativi di difendere i suddetti già precari equilibri psichici.
Fino a che ieri sera, sul bordo del letto: "payya!".
Palla.
"No, amore, a letto no la palla: è sporca".
Paaayyyaaa!!!
"No, amore, te l'ho già detto: è sporca e non può venire a letto con te"
Paaaaaaayyyyyyyyyyaaaaaa!!!!!!!


Ecco. E' qui che in un istante da oggetto portatore ufficiale di spensieratezza, la palla si è trasformata in questione di principio. Per Sofia. Per me.
In un lampo, pensando ad un cedevole sì, ho immaginato Sofia a quattro anni picchiare il compagnetto al parco per un posto sull'altalena, a dieci diventare la bulla dell'istituto elementare, a tredici essere bocciata agli esami di terza media, a quindici scappare a Berlino con un cinquantenne musicista russo con la cresta, a venti tornare a casa a chiedere cento euro, "investimento per un progetto epocale, rivoluzionario, audace, con sicuri e ampi margini di sviluppo sulla scena internazionale del mercato" (bigiotteria di bassa lega in una bancarella a Berlino).
Perciò: no! la palla no!

Ho visto l'arcobaleno sul viso di Sofia lasciare poi il posto ad un rosso violaceo.
Urla strazianti, singhiozzi imploranti, muscoli tesi allo spasimo.
Mezz'ora.
Finché le ho preso il braccio e le ho urlato di smettere di urlare. Il paradosso della rabbia.
E poi, impotente e frustrata, le ho chiesto di scegliere: o calmarsi con Winnie the Pooh o la palla a letto e la mamma furibonda che le toglie la parola.
Siamo stremate. Lei succhia forte il ciuccio. Io vado fuori a fumarmi una sigaretta.


720 circa.
Le notti che abbiamo passato assieme.
Le notti in cui sono stata il solo e vero oggetto transizionale di Sofia.
720. Tutte da quando è nata. Meno che questa.
Quando torno da lei, dorme. Dorme e singhiozza.



Siamo nel pieno dei terrible two, campo di battaglia furibondo e impietoso.
Dove però non si fanno mai vincitori.

Qui ci sono solo una bimba che dorme con ancora le ciglia appiccicate e bagnate e una mamma con un misto ingestibile di rabbia e senso di colpa.
In mezzo a loro una palla.
La loro prima questione di principio.

4.5.11

Il mantra di Penelope

Io sono una donna moderna.
Il mio tempo è il nano secondo. Faccio la doccia in un nano secondo, le pulizie in un nano secondo, la cucina in un nano secondo, le bollette, le uscite, le telefonate, la pipì, il trucco, le letture in un nano secondo, pensare a come sterminare quella blatta sul muro in un nano secondo. Scrivo in un nano secondo.
Dimentico cellulare e chiavi, anche questo in un nano secondo.
Mi tengo costantemente, devotamente, doverosamente aggiornata, che non si dica che nel tempo del progresso illimitato io rimanga indietro. Riviste, rotocalchi, rubriche, approfondimenti, letture di ogni genere, affermazioni e confutazioni, persino Facejunkfood, perché pare che per coltivare il senso critico ci sia bisogno di stare al passo pure con la spazzatura.
Dopo la sbornia del boom economico di qualche decennio fa, avendo scoperto sulla pelle che è tutta una bolla campata per aria pronta ad esplodere e lasciare tutti nudi e bagnati, spendo il giusto, spendo per la qualità, per il resto riciclo, tengo con cura, e faccio vintage.
Dopo la sbornia dell'industrializzazione di qualche decennio fa, avendo appreso del radicato degrado ecologico e disumano, uso pochi prodotti chimici, giusto quelli che mantengono sotto controllo la moltiplicazione della vita sul gabinetto, faccio la differenziata e boicotto con rispetto ma con forza il cinese e lo sfruttamento delle multinazionali.  
Dopo la sbornia del sesso libero e insieme del femminismo di qualche decennio fa, avendo ormai equilibrato tutte quelle forze rivoluzionarie e dionisiache, oscillo, culturalmente sostenuta, tra il gattamortismo della vita sociale patinata di buone maniere e l'essere predatoria e disinibita dentro il talamo nuziale.
Vesto tutto per ogni occasione e umore. Tacchi, ballerine, pantofole, gonne, basse, medie, alte, abitini, jeans, pantaloni alla caviglia, larghi, stretti, alti, in vita, grembiuli, creme e pelurie invernali.
Tengo Sofia da sola, faccio la spesa da sola, vado al bar da sola.
E tra qualche tempo potrò dirmi di aver abitato tutte e due le facce della maternità, la mamma che sta a casa a tempo pieno, maternità mariana devota e sacrificale in nome della buona e feconda prosecuzione della specie, e la mamma che lavora, maternità mariana poco poco meno devota e sacrificale, o forse sacrificale in modo diverso, con tacchi e rossetto.

Perché oggi la donna è tutto. Deve essere tutto. 
Perché oggi, se la donna è moderna, deve dimostrare che Dio porta le ovaie e le poppe. 

E io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna...

...

...Io sono una donna moderna...

...Io sono una donna moderna...

...

A distanza di due mesi, di notte tengo ancora le luci accese, di giorno mi aggiro per casa come un'anima in cerca di ristoro, a volte selvaggia ed irritata, altre mesta e scorata, vampate di calore, poi brividi di freddo, irrequieta e apatica, in costante, inconsolabile, inesauribile, circolare, penelopenica attesa.
Che il Riccio torni e sbatti fuori da questa nostra casa i malumori venuti con la sua assenza a predare.



Io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna.

Io sono una donna moderna.

25.4.11

Considerazioni pasquali, poco pasquali

Hai scelto di stare a casa per curare a tempo pieno la tua primogenita, nonché amore tuo grande, stella del firmamento, luce degli occhi tuoi?

Hai pensato che fosse più importante garantirle presenza costante, costante punto di riferimento e assidua rispondenza alle sue esigenze?

Hai ritenuto più urgente consacrare ogni tuo istante al suo piacere, alla sua crescita emotiva, intellettuale, sociale, musicale, manuale, artistica, morale, educativa, funzionale, ludica, istintuale?

Hai creduto più giusto metter da parte ogni tua ambizione personale in nome di una certa idea, venuta da chissà dove, di maternità perfetta, definita all'occorrenza dai mistici come trascendentale e dalla gente sana come repressiva e punitiva?

Hai portato con te il dubbio, facendolo dominare su ogni altra possibilità, di non saper coniugare tempo lavorativo con cucina sana, passeggiate all'aria aperta e presenzialismo di cure materne?




E allora, anche se oggi è Pasquetta, il 99% della popolazione mondiale è in ferie da qualche parte tra i posti più gradevoli degli spazi aperti a rimpinzarsi festosamente di amichevoli conversazioni, succulente carni alla brace e dolci per l'occasione, e tu, invece, approfittando della presenza del Riccio, a mezzogiorno sei ancora infognata in pigiama a fare le pulizie generali, e probabilmente Sofia ti odia perché non sei lì con lei, tua madre ti odia perché assente nei preparativi del pranzo e forse ti odia pure il Riccio perché quanto di meno ortodosso possa essere un Lunedì di Pasqua,
ti prego, fatti un favore: non ti lamentare. 

22.4.11

Ospiti sgraditi

Sono arrivati quatti quatti, in sordina, senza scampanellii o trombe d'annunciazione.
Si sono infiltrati nascondendosi tra le pieghe quotidiane dell'inserimento al nido prima, dell'influenza, della partenza del Riccio e della dentizione canina poi.
Hanno simulato metereopatie di stagione, costipazioni da raffreddore, indigestioni e suggestioni notturne.
E alla fine, da un paio di giorni, sono usciti allo scoperto, ormai irrimediabilmente radicati tra le quattro mura di casa nostra.

Sofia e urla drammatiche e improvvise.
Sofia che vuole venir in braccio. Urla drammatiche e improvvise. Sofia che vuol scendere. Urla drammatiche e improvvise. Sofia che vuol venir in braccio ma scendere. 
Sofia che vuol fare il bagnetto. Urla drammatiche e improvvise. Sofia che vuole uscire dalla vasca. Urla drammatiche e improvvise. Sofia che vuole ritornare dentro la vasca. Urla drammatiche e improvvise. Sofia che vuole stare sospesa sopra la vasca.
Sofia che non tollera le cuciture della calze. Urla drammatiche e improvvise. Sofia che non tollera stare a piedi scalzi. Urla drammatiche e improvvise. Sofia che vuole i piedi coperti da calze invisibili.
Sofia che vuole il cuginetto. Lotta continua per ogni giocattolo, fosse anche il più inutile tra i giocattoli. Sofia a casa urla drammatiche e improvvise perché rivuole il beneamato cuginetto.
Sofia che non sopporta più la carne, la pasta, la frutta, il formaggio, il latte, il riso, la verdura. Urla drammatiche e improvvise per la fame. Urla drammatiche e improvvise per non mangiare.
Sofia che vuole uscire. Urla drammatiche e improvvise. Sofia che vuol tornare a casa. Urla drammatiche e improvvise. 
Sofia che vuol stare con una scarpa dentro ed una fuori. 




Largamente in anticipo di un mese, sono arrivati i terrible two, gli ospiti più scomodi e indesiderati che una famiglia possa mai ricevere.

21.4.11

Catarsi dello sfogo

Lui mi guarda, mi scruta in fondo, comodo e a suo agio dietro la scrivania, senza moti di impazienza né fretta. Mi ascolta in silenzio, partecipando ai miei monologhi con una mimica facciale reattiva e comunicativa: strabuzza gli occhi, sorride, annuisce. Semmai intercala frasi brevissime, composte, e sempre propedeutiche a che il discorso si alimenti di nuove prospettive o si concluda con delle consapevolezze.

"Vede, Dottore, sono qui perché da qualche giorno mia madre mi taccia per un insensibile e per una madre degenere che non si occupa della salute di sua figlia. E questo mi sta creando forte ansia."
Sgrana gli occhi azzurrissimi, sorride punto e ironico: "Lei? Insensibile?"
La semplice retorica della sua reazione mi provoca subito piacere, mi rassicura all'istante.
"Signora, sono convinto che sua madre non la conosca affatto. Penso che non sappia nemmeno quale sia il suo nome. L'ho capito da subito, due anni fa".
E' una rivelazione, per me. 
In un istante non ho più ansia, né sensi di colpa per eventuali mie diaboliche e congenite pecche.
C'è una donna nel mondo, che poi sarebbe mia mamma, che cerca lo scontro continuo, spesso anche solo comico e goliardico, semplicemente perché l'idea che ha di me fa malamente da filtro su quello che in verità sono. O perché mi chiama con un nome che non mi appartiene.

Da vedere. Da dosare. Da elaborare.
Ma me ne vado con un nodo in meno.





Ogni tre settimane non vedo l'ora di andare a trovarlo.
Nella sua etichetta non appare nessun prefisso psico.
Gli parlo apertamente, con fiducia e naturalezza, trovando a volte difficilissimo trattenere le lacrime di fronte a quello sguardo così profondo e rassicurante.
Tutte le volte è un'esperienza catartica ed esaltante farmi visitare dal pediatra di Sofia.