14.10.10

Comunicazioni di servizio



"...Le conferiamo il titolo di Dottore in Biologia Cellulare e Molecolare con (ride) 110 su 110 (si smarrisce) e lode (non sente)"

quella che "lei è la piccola" anche con le prime rughe, i calli e qualche torto, di quello marcio, di quello che per un po' ci allontana
quella che in effetti, quando cede, le trema il labbro come una bambina, ed è struggente come il cedere di una bambina, e che da sempre, ancora prima di Sofia, ha scavato nello stomaco la fossa che oggi ho riempito con mia figlia
quella che fa i passi con incertezza, come se questo suo incedere fosse il suo credo ormai, ma alla fine, incrocio dopo incrocio, alla fine poi ci arriva sempre
quella che esibisce, a volte infastidita, a volte rassegnata, i suoi non possedere e appartenere, ma che "mia nipote" le scappa proprio
quella che non parla, ma dalla sua carne si vedono tutte le parole che avrebbe da dire
quella che però ora è seduta davanti a me e non riesce a smettere di parlare e raccontare, ancora e ancora e di nuovo ancora quello che oggi abbiamo vissuto e che io ascolto come  se ogni ancora fosse cosa nuova
quella che mi parla, e a cui io parlo, solo per comunicazioni di servizio
quella che non glielo dico, ché non so farlo, ché è da tanto che non lo faccio
quella che è una tenerezza al cuore, e nodo
forse uno dei più grandi


12.10.10

Maternità


La verità è che ne sono invischiata fino all'osso, di maternità.
L'osso, dove più in fondo non c'è.
Che ci provo spesso, dico l'osso, a portarlo su altre strade, a farlo respirare di altre arie.
Ma è pregno di una sola immagine, e di tutti i suoi pensieri, che fanno le parole, che fanno le storie, che fanno le immagini.
E lo so che di alcune immagini ci si può anche ammalare.
L'unica nuova strada, l'unica nuova aria,
è ancora dentro l'osso.
A percorrere la strada che deve percorrere, finché l'immagine ci sta.
E poi esce.


Rido
ché mi imbarazzo a far vedere l'osso.
:)

9.10.10

Sofia's anatomy

Sospetto che Sofia abbia inalato un oggetto. Lo sospetto perché è una settimana che non respira malgrado tutte le cure del caso. O forse è il sospetto di una madre troppo sospettosa. 
Per una volta desidero essere smentita.

Policlinico. Reparto otorinolaringoiatria.

Il Riccio è andato incontro alla burocrazia, io sono seduta su una panca con Sofia che dorme appoggiata al seno.
La panca sta di fronte la porta del reparto che si apre e si chiude ininterrottamente per far passare la fiumana di medici. E' un fiume inarrestabile, instancabile, in corrente e controcorrente. Si apre, si chiude, si apre, si chiude. Il fiume.
Questo fiume ha occhi che si posano su di noi. Sembrano tutti rapiti per sindrome di Stendhal di fronte a una "Madonna con bambina". Nessuno passa oltre indifferente.
Credo che l'immagine trasporti i tirocinanti in avanti nel loro desiderio e, i medici fatti, indietro in quello che hanno vissuto. Capisco quanto possa essere fortemente evocativa.
C'è da dire che io e Sofia siamo l'una riproduzione dell'altra, bellissima lei, io di riflesso in questo specchio, per cui l'impatto è forte: un'unica persona con due età, che culla e viene cullata, che si abbandona a se stessa e protegge il suo abbandonarsi.
E io mi presto a questi loro occhi, perché fa bene, perché per qualche istante si liquefanno.
La verità però è che sono piuttosto smaliziata rispetto a questa Maternità, ci sono dentro in ogni istante; per me non è un impatto, è il mio stato. E non ho alcun interesse ad osservarlo, oggi.
Io guardo altro. Guardo loro.

Medici e tirocinanti, tantissimi, mischiati per età e attività, tutti in preda all'estasi della frenesia per il controllo sulla vita altrui, la cura.
Non è che in questo reparto ci sia l'adrenalina da intervento dell'ultimo istante al Pronto Soccorso: non esiste un codice rosso per emorragia di cerume.
Eppure c'è un formicolio vivo, l'eccitazione, quella che solo i medici che maneggiano la vita hanno, fatta di piedi che battono sul pavimento veloci, di mani smaniose a riposo nei camici, sotto ai camici gambe vestite di un qualcosa molto lontano dalla sterilità della divisa, perlopiù jeans e carne vibrante, che si scuote direbbe splendidamente Capossela in Morna.
Storie che non raccontano soltanto di analisi, cartelle, strumenti, diagnosi, ma dicono di incontri mancati, anelati, consumati, attesi.
S'incrociano per caso, fanno in modo di incrociarsi, lanciano in aria una parola, forse quella rimasta in sospeso. A volte si sfiorano.
Mi fido di tutti questi visi, di questi sorrisi, di questi corpi. Sono vivi, sono sani. Chiamano vita.
Tranne una: lei è tirocinante e fa la dottoressa. Non ride.

Ci stiamo guardando tutti, qui. Tutti la stessa cosa.
Loro, questa mia maternità statica; io, il loro desiderio in movimento.
La stessa origine.



Vostro Onore, la teste non è attendibile.
Io sono quella che nelle due anestesie avute, una a 16 anni e l'altra a 28 post-partum, ai due Professori di turno in un sospiro narcotizzato ha pronunciato: "Nome e Cognome, io l'aamo".
Divento fango molle di fronte al camice. Fango molle che arrossisce.

Eppure, quando torna:
"Riccio, se ci dovesse arrivare la crisi veniamo qui, per la cura ormonale"
Ride.

Allora non è affatto soltanto una mia impressione.

5.10.10

I bagordi dei trentenni

Dopo cena, Veronica e il Riccio discutono di Sarajevo assediata, dello sguardo dall'interno della gente vessata dalla guerra, dove comunque riesce miracolosamente a sopravvivere una sorta di rituale del quotidiano. Discutono delle fotografie che hanno fatto il giro del mondo, e il Riccio, che ha l'occhio lungimirante, le parla di tutte le guerre i cui scatti non escono neanche dall'obiettivo che li fotografa perché non sempre le signore ferocia&morte vengono ritenute degne di posa, passeggiando ancora indisturbate nelle terre del Turkmenistan e della Georgia; discutono della bellezza scenica dei caschi blu, in molti casi slegata dal ruolo a cui sarebbe preposta, e della colonizzazione subdola del mondo di certuni autoproclamatisi senza possibilità di replica ammiragli della pace; e poi ancora dell'ultimo colpo di stato in Ecuador, dal sapore squisitamente vintage dei villani del Medioevo.
Continuano a pigolare di certe cose, ognuno seduto d'avanti al proprio computer.
Soltanto a letto smettono, perché la bambina dorme, e la guardano e si guardano, la guardano e si guardano, così per una decina di minuti.

E prima di iniziare la lettura della sera, alle ore 3, Veronica e il Riccio si danno la buonanotte e si dicono che magari  da questo momento in poi rinunceranno al caffè delle 20.

Ed è forse per il mal di testa della mattina che Veronica non è ancora ben sicura a cosa voler rinunciare: se alle eccitanti conversazioni notturne col Riccio e connessi sintomi post-sbornia dell'insonnia o a indolori e pacifici risvegli da serate borghesi.

4.10.10

Il passeggio domenicale

Svago.
Distrazione.
Ho sempre trovato questi abbozzi di attività ridicoli, al limite dell'amebetizzazione, della bestialità.
Come se ci potessimo permettere di andare altrove, di perdere i nostri daffare e le nostre finalità nella mollezza dello svago indistinto e vago, del passeggio senza meta, con l'unico scopo di non avere scopi. 

Sono sempre stata un animale da sofà, da sedia, da moto immobile poggiato sui mobili perché il pensiero non ha bisogno di gambe fisiche.

Eppure da quando c'è Sofia, da quando l'ora d'aria è diventata indispensabile, sperimento sempre di più il fatto che ci sono cose che non si trovano al di qua delle trincee di casa, che magari offrono il sollievo del rito domestico escludendo però il balsamo della vita nuova venuta da fuori.
Fuori c'è l'aria di strada, il carnevale delle storie umane assortite. Non si conoscono, non ci appartengono, ma sono tutte messe qui a vista, esposte tra i passi di questa gente, i loro visi.
E basta così tanto poco per riempire gli occhi affamati di movimento.

Stasera siamo in tre, in questa città che ho abbandonato ma che mi perdona ogni volta accogliendo, come se la mia storia anonima mancasse qui, nel brulicare di centinaia di storie anonime.
Andiamo a raccogliere quello che a casa ci manca, e il solo cercarlo ci mette forza, ci ristora.
Ecco che si fa per strada, passeggiando, mi dico mentre lo faccio: si fa quello che rende l'uomo Uomo, si cerca. 

Status diversi, abiti, voci, nomi, aspirazioni diverse, migliaia di sfumature di colori accomunati dalla stessa mancanza congenita e dallo stesso bisogno di colmare.

Gli occhi febbrili di cura perlomeno ci rendono fratelli, per strada.






Incontro una Romania stanca che s'inchina mentre suona e mi commuove.