13.9.10

Il volo a bassa quota

Stamattina, ooooh che senso di onnipotenza quando con la mano alzata ad alt, voce dura con sorriso vagamente provocatorio e sguardo fermo tutto tuffato dentro quello di Sofia, le ho intimato di smetterla con i lamenti e le pretese e disposto che solo dopo aver finito la colazione avremmo fatto quello che lei stava chiedendo di dover fare immediatamente.
Sofia, appoggiata alle mie ginocchia, sguardo mortificato tutto tuffato dentro il mio, si è lasciata mollemente andare a terra, senza mai lasciare l'appiglio dello sguardo, come fa uno scalatore in discesa con la fune, anche lei con un certo sorriso, il suo però vagamente di sconfitta.
In un attimo di cervellotica, folle euforia, mi è sembrato che avessimo interpretato benissimo la scena della legge della giungla, quella che recita "in natura vince il più forte".

C'è però una differenza che ci allontana, per fortuna (ma in certi casi bisogna dire anche per sfortuna), dallo stato di natura.
Quella che generalmente il senso di onnipotenza arriva accompagnato dallo storico trio volgare/basso/meschino della coscienza parlante.
A me imbarazza sempre sperimentare certe alture dell'ego. Mi mortifica.
Davvero non ci è dato di provare l'onnipotenza senza sentire subito l'impulso di correre a nascondersi dietro un cespuglio.
E solo alcuni si accaparrano ancora indebitamente, e direi sadicamente (per lo più contro i loro propri confronti), il diritto di provare un tal senso senza conseguenze di coscienza.
Ma quasi sempre poi gli va male.



























Illustrazione di Benedetta Marasco, abilissima disegnatrice di immagini dell'inconscio.
Da lei anche raccontate.


p.s.: si sente che è una delle mie prime strigliatelle a Sofia, eh?

(Aspettando che Sofia cammini)

11.9.10

Evoluzioni.

Dicevo dello stress, a cui si da la definizione di "adattamento del corpo ad un generico cambiamento fisico e/o psichico". Cambiamento. 
E in effetti i miei criteri di interpretazione e di accostamento al reale sono tutti sovvertiti, o ricodificati, o anche rasi al suolo, smistati e riassemblati.
Accanto al "nulla si crea e nulla si distrugge", c'è un continuo lavorio di distruzione e ricreazione di forme, naturali e terrene ma anche psichiche-emotive, che la bravissima ammaliatrice di inconsci Clarissa Pinkola Estès chiamerebbe natura Vita/Morte/Vita e che in qualche modo equivale al maccheronico corsi e ricorsi del tizio anziano seduto al tavolino del bar con sigaro, briscola, caffè, e sguardo e pelle saturi.
Si seguono i cicli, in questa terra. E' atavica la nostra attrazione per il movimento del mare, ché ci restituisce nel modo più immediato l'immagine del ciclo.

Questo qui sotto è un mio scritto per una materia che ho dato. Allora, quando potevo permettermi di indugiare la notte tra libri, penne e sigarette, mi piaceva alternare il suono ovattato dei pensieri al ticchettio plastico della tastiera.
Tra le parentesi quadre ho tracciato in parole quello che per me, sempre allora, esprimeva l'immagine del ciclo delle cose della terra, compreso l'uomo.  


Allora però potrei dire che ero ferma ad una stazione di servizio aspettando di prender parte al movimento ondoso del vivere. Parlavo di cicli senza averne l'esperienza.
L'esperienza del reale che Sofia ha concesso alla mia vita notturna e diafana, ha rivoluzionato il concetto e adesso l'ho riformulato.
Crisi. Rivoluzione. Evoluzione. Equilibrio.
Un sistema è per sua definizione in equilibrio, finalizzato a qualcosa e per questo funzionante.
Ad un certo punto un accidente suo interno o esterno lo sbilancia, lo destabilizza. Il sistema entra in crisi.
Ma siccome la vita tende all'equilibrio, il sistema si mette in moto perché lo scontro con l'accidente venga medicato. Dalle macerie alla ricostruzione. E' la fase della rivoluzione.
L'accidente è un evento ormai accaduto, non si può tornare indietro, non si può ignorare perché ormai è. Per cui la ricostruzione del sistema avviene riassorbendo, inglobando l'accidente, o il segno che ha lasciato nello scontro. Dopo la rivoluzione il sistema non si ripropone mai più sotto la vecchia forma. Per questo è un'evoluzione.
A cui, dopo qualche scossa di assestamento, segue l'equilibrio. Il nuovo sistema nuovo di zecca.
Ci possiamo riconoscere in questo movimento perché l'essere umano è un sistema nel sistema nel sistema... Una matrioska spettacolare e, fino a che la teoria dell'infinito non venga confutata, infinita.


Dunque di fronte ad una rivoluzione, la persona non ne può uscire indenne, identica agli stadi precedenti la rivoluzione.
Io sono in stato di rivoluzione.
Mai, prima di adesso, ho investito così tanto di me.
Mai ho lasciato che le mie appartenenze, quelle predestinate, cadessero per lasciar posto a nuove appartenenze.
E, al contrario, mai prima di adesso ho permesso alla mia persona di vivere la reciproca appartenenza.
E in questo periodo di rivoluzione, o di adattamento del corpo ad un generico cambiamento fisico e/o psichico, si incastona splendidamente l'esperienza del sublime. 
E quello che ai miei occhi è esperienza del sublime, in questi giorni per Sofia è crisi.
Siamo, ma soprattutto è, in attesa.
Come quando è nuvoloso e il cielo aspetta, che la pioggia cada. O quando cade, che smetta.
Come al semaforo, che si riparta.
Siamo come nell'attesa che qualcosa avvenga, che l'attesa vada.
E tutto quello che facciamo in questi giorni sembra cammini in punta di piedi, che sussurri come le voci in chiesa aspettando la messa.
Perché, certe volte, l'attesa, l'anelito in genere, la si porta dentro con la stessa delicatezza dei gesti di cura e di protezione, come fosse portatrice di sacro.
Anche le parole di questi giorni sembrano stare sospese ed evadere da quello che stiamo attendendo con profondo trasporto.

Aspettiamo la rivoluzione.
L'evoluzione.
E il nuovo equilibrio.

Aspettiamo, ma soprattutto Sofia aspetta, che cammini.



8.9.10

Indovinello ma non troppo



Se, anche quando è fluida e leggera, Sofia mi sta addosso come una cozza,
come fa quando ha quattro premolari aggressivi come geyser, una dermatite quarta-quinta-sesta malattia ancora da diagnosticare, qualche lineetta di febbre e una precoce fax-simile crisi adolescenziale nel passaggio da bimba che gattona non sono padrona dello spazio, meglio che mi porti tu a bambina che cammina non rompere, vado a conquistare il mondo?

Soluzione.
Fa che tra le altre cose sono anche ipocondriaca. E ieri, alle 9 p.m., dopo una giornata da animale da soma, improvvisamente non ho sentito più il corpo. E allora via con la lista: trombosi all'arto inferiore, ictus, embolo, qualche tumoretto qua e là e, dolce in fondo, sclerosi multipla avviata. Non sto scherzando. Io mi trovo ai vertici della piramide del gruppo M.I.M (Malato Immaginario di Molière). Poi un mavaacacare del Riccio mi riporta sui binari razionali e via. Lo dico perché, semmai un giorno in preda ad attacco di panico dovessi scrivervi un post ipocondriaco, sapete come commentare.

Detto ciò,
da tre giorni ho in cantiere un pezzo ma, con un corpo addormentato, gli indici riescono a scrivere un misero nel; cancello: no! meglio per; cancello: forse preferisco tra...
Quando uscirò dal baratro della preposizione perduta per mancanza di forze
pubblicherò.
Speriamo in/nel/tra/fra no! meglio niente più tardi. 

3.9.10

Pioggia nuova.

Oggi è la prima pioggia.
Quella che l'anno scorso mi faceva sentire freddo, nelle mie albe in solitaria, senza sapere cosa ne avrei dovuto fare, di fronte ad un intero lungo giorno, di tutto quel miracolo, di tutto quell'amore venuto così all'improvviso, senza preavviso, senza alcun tipo di preparazione.
Perché bisogna prepararsi alla straordinarietà dei miracoli, alla sua dose straripante e senza soste, specie se la tua vita è stata un quieto contenitore colmo d'ordinario.
Questa pioggia porta commozione, perché arriva da lontano, da un anno folle, folle di qualsiasi cosa, di estrema fragilità di fronte a cose più grandi di te, di tensioni, di nuove aspirazioni, mai volute, mai cercate e adesso necessarie, di una percezione del tempo schizofrenico che non ha eguali, insieme lento, estenuante, e velocemente cinico di fronte al bisogno di fermarsi a volerci capire qualcosa.
Questa nuova pioggia porta tutto questo e si porta via tutto questo, da qualche parte della mia memoria.
Perché oggi io e Sofia, amanti forsennate l'una dell'altra, siamo consapevoli. L'una dell'altra.
E questa consapevolezza ha cambiato qualcosa. Ci ha cambiato.
Non si può rimanere identici di fronte ad una rivoluzione.

Questa pioggia si fa memoria di quello che ho vissuto e celebra un nuovo traguardo di risvegli, di nuovi intuiti, e di nuova lentezza del cuore.
Perché ho tirato le somme e qualcosa di buono, se pur improvvisando, ne è venuto.

E poi è anche la prima pioggia di Sofia. 
Da consapevole.


2.9.10

Mode II

Qualche sera fa, Veronica, in un eccesso di 8° peccato e suoi annessi e connessi, ha emesso suoni radioattivi contro il Riccio.
Perché lei è nata a Novembre, e gli astri la fanno scorpione, e quando si deve parlare dell'atteggiamento scorpionico si parla di un fantomatico veleno della coda, senza mai però specificare che, nell'individuo adulto di sesso femminile della specie Homo sapiens segno zodiacale scorpione, il veleno si trova prima della coda; no, non nel ventre, prima; no, neanche negli arti, prima; no, ancora prima della gola. Ecco: lì, nella lingua, sebbene ventre-gola-lingua, nell'individuo adulto di sesso femminile della specie Homo sapiens segno zodiacale scorpione, costituiscano un unica coda dalla quale diparte quel veleno che nell'estensione finale, la lingua appunto, trova massima espressione.
Così qualche sera fa, Veronica, all'apice di atteggiamento scorpionico, ha emesso quella parola che adesso non vuol più ripetere.
Quella che nelle pagine di alta letteratura fu data da pronunciare agli amanti clandestini shakespeariani perché il dramma si compiesse, o a quelli promessi manzoniani perché s'avesse da fare.
La stessa che, dalla carta stampata alla pellicola in bianco e nero dello scenario anni '50, è stata ricamata nella trama di storie come Gilda o Casablanca.
Separiamoci. 
Prendiamoci una pausa.
Pausa.
In quelle storie, "pausa" era un passaggio obbligato per l'inesorabilità del loro destino: non era strumento di un atteggiamento rinunciatario, nulla veniva messo alla deriva dell'abbandono, quello lavativo e privo di dignità, piuttosto era una mossa strategica, semmai cauta e paziente, perché la partita arrivasse al termine, in perdita o vittoria che fosse.
Poi, in decenni di disevoluzione dal gusto fatalista, gli eroi della letteratura e della cinematografia romantica hanno lasciato il posto a posticci interpreti di quella parola e dalle pagine, non più letterarie, non più cinematografiche, ma patinate di riviste gossippiane l'hanno rivoltata, stereotipata, trangugiata insieme a caviale, champagne e siliconi, e riconsegnata ai comuni mortali come panacea di facile somministrazione per equilibri instabili.
E nonostante, giura Veronica, quella sera lei avesse in mente, seppur in modo nebuloso, una qualche vaga funzione costruttiva di quella parola, una volta pronunciata è sembrato chiaro, a lei e al Riccio, che l'intenzione era piuttosto quella di un'adolescente che, stanca dei compitini da svolgere, con lucida-labbra, profumo alla vaniglia e borsetta mou volesse andare a svagarsi con pochi sensi di colpa e tanta rinnovata leggerezza.

E allora, dopo aver cenato in silenzio, e poi ascoltato quello che il Riccio aveva da dire, e guardato la piantina di basilico, che in mezzo ad una distesa di steppa è l'unico vegetale che sta sopravvivendo all'incuria perché così si sono imposti senza dirselo, lei ed il Riccio, per potersi dire persone con ancora una qualche attività cerebrale, l'adolescente quasi trentenne, quale Veronica è, ha dismesso lucida-labbra, profumo alla vaniglia, borsetta mou e ha ripreso i compitini, ché quelli fanno parte della leggerezza della sua vita.

Veronica parla in terza persona perché oggi è da se stessa e dalla sua linguaccia scorpionica che vorrebbe prendersi una pausa.