17.4.13

Il semino che voleva rimanere nascosto

C'è stato un tempo in cui Sofia correva incontro alla gente.
Letteralmente. Vedeva qualcuno da lontano, lo indicava, chiedeva chi fosse e cominciava a corrergli incontro.
E poi dava sfogo alla sua curiosità inestinguibile. E irriverente, per lo più.
Perché hai questo panzone enorme?
Ma sei vecchia o giovane, alla signora della macelleria cinquantenne tutta laccata che quel giorno, come ogni giorno, chissà quante acrobazie aveva fatto per camuffare la lettera scarlatta della sua età.
Perché hai il culone?
Uno si è visto costretto a rispondere "Perché sono pelato" alla domanda del perché portasse il cappello.
Uno spettacolo insomma. Imbarazzante un po' per tutti, ma pur sempre uno spettacolo.
Uno spettacolo di verità palesate, di coraggio incosciente, di sincera, appunto dicevo, curiosità sotto il cui vaglio passava ogni forma di creatura umana, fosse anche la più insignificante, e che per qualche istante di celebrità offerta da questa bambina riusciva pure a sdrammatizzare, a ridicolizzare quel suo proprio neo.
Tranne la signora tutta laccata. La signora tutta laccata no: piuttosto m'avrebbe pestata a suon di cosce di pollo.

16.4.13

Cronaca di un'ostinazione

Quando l'ho vista per la prima volta, la mia vicina di casa era infelice perché traslocava per la terza volta, perché era stanca, perché le cose vecchie che lasciava indietro l'avevano resa infelice e le cose nuove che aveva d'avanti pure, la rendevano infelice.
Ed era estate e faceva troppo caldo.
Poi, coi giorni, il nuovo è diventato vecchio, il mite è arrivato al posto del caldo ed è rimasta infelice. 
La mia vicina di casa era infelice perché la nuova casa era più piccola di quella vecchia e i mobili non si adattavano più. Così ha comprato letti, divani, librerie, stanzetta bimbe, tavoli e sedie, tutto nuovo.
Ma era comunque infelice, perché tanti cambiamenti avevano reso nervose le bimbe. Le ha iscritte ad un corso di danza ma non ha giovato a nulla, alla mia vicina di casa.
Il cui problema adesso era che, avendo fatto tante spese, da mesi non comprava per sé dei vestiti.
Quando un paio di giorni dopo l'ho vista vestita, graziosa e fresca di nuovo, le ho fatto i complimenti, che lei ha prontamente rifiutato dicendomi che si era trascurata troppo e che era venuto il tempo di truccarsi e di domare quei suoi capelli indomabili.*

10.4.13

Storia d'amore retrò

La prima volta che la vide, mio padre stava in fila proprio dietro mia madre che comprava le sigarette e rimase all'istante folgorato dai capelli lunghissimi trattenuti da una fascia e dalla voce, rauca e insieme piena di note, pensava. Quello stare dietro fu un languore talmente forte che lo innamorò. Quando poi mia madre uscì, mio padre, giusto che era lì, comprò le sigarette ma il tempo di farlo che già mia madre era scomparsa.
Quel giorno girò come un pazzo per tutto il paese senza chiedere, ché era nuovo e non conosceva nessuno, ma non la trovò.
Si vide quindi costretto ad essere "l'appena arrivato e impudente" e chiedere della ragazza con la fascia e siccome mia madre fu la prima, con il gesto della fascia e poi dei pantaloni e poi della minigonna giusto appena qualche millimetro sotto l'apparato riproduttivo, a portare il '68 in quel paesino dell'entroterra siciliano, nessuno faceva fatica a riconoscerla e rispondere "ah, sì, quella...".
Tutto il paese sapeva dell'Ingegnere che cercava pazzo la ragazza con la fascia.
Alla fine la trovò.
Al citofono della casa dei miei zii dove mia madre viveva, disse "Buonasera, sono l'Ingegnere, stamattina ho visto la ragazza con la fascia e vorrei sapere se abita qui" "Sì, perché?" "Perché me ne sono innamorato".
Tre mesi dopo erano sposati.
Qualche settimana dopo, mio zio riportò mio padre a casa ubriaco ciucco che nemmeno si reggeva in piedi e quando mia madre aprì la porta lo vide e rise. Allora, sollevato nel vederla ridere, mio padre, tutto affranto e imbarazzato per quella sua caduta, le disse "sei la migliore moglie che abbia mai avuto" e mia madre, prediletta di un fantomatico harem, rise di nuovo.



Adoro questa storia. L'impulsività ovvero il colpo di  follia che fa nascere una storia mi appartiene :)

6.4.13

Ricomincio dalla strada

All'improvviso un giorno arriva l'idea brillante, quella che ha tutto dentro: l'ispirazione, le potenzialità, la passione, l'inedito.
L'idea è semplice: si basa sul fatto di riproporre il modello fantastico, immaginativo, surreale dei bambini e offrir loro la possibilità di viverlo quotidianamente.
All'inizio l'idea si è sviluppata sul metodo ormai noto e stranoto dell'imparare giocando. Ma poi, andando avanti con i miei studi ho capito che il senso del meraviglioso e della bellezza non si impara: si ha. Mi son fatta l'idea che fornire strumenti di apprendimento seppur non convenzionali rimanga nel campo del convenzionale, del sistema, dove il bambino apprende il già noto. Invece penso che si debba fornire un terreno non ancora seminato, vergine, fertile ma vuoto e che il bambino da solo semini.
Semini l'incanto, che possiede in abbondanza.

Avrei dunque giocato con le potenzialità della forma, istallazioni prese da ogni parte del mondo alte dieci metri e oltre, palloni giganti, tunnel decorati da illustratori visionari o dai bambini stessi, visionari oltremodo; oppure al contrario strutture piccole, città in miniatura, il nascosto che si sbircia da un'occhio. Effetti di luce, di suoni, di apparizioni. Pannelli digitali plasmabili quanto le idee in testa.
Insomma, il paese delle meraviglie costruito su ogni paese delle meraviglie che vive dentro ogni bambino.
Mi è stato facile reperire il materiale perché anch'io ho il mio paese e Sofia è lo specchio che lo riflette con piacere e soddisfazione.
Dunque so di essere sulla strada giusta.
Se non fosse.

5.4.13

A volte un cerchio


Sarebbe dovuta essere la serata memorabile, una specie di anniversario esistenziale nei riguardi del destino, di quando all'improvviso un punto fora il tempo convenzionale che fino ad un attimo prima avevamo vissuto per abitudine coercitiva, ci fa dentro dei ghirigori per una manciata di anni, lo rivolta da capo a fondo e poi ritorna al punto di partenza. 
Insomma, quell'idea del cerchio che si chiude, idea romantica, confortevole, e inspiegabilmente piena di quel significato che ad un certo punto della nostra vita vogliamo dare agli eventi.
Quel cerchio stava lì, ieri sera, al locale dove io e il Riccio ci siamo incontrati.
Di quando ci siamo visti senza parlare, senza parole, stando ritti l'uno davanti l'altro e sembrava che tutto, una storia ancora senza storia, fosse già stata scritta da qualche parte.
Quel senso del destino a cui non badi, cui non vuoi credere per ideologia o solo antipatia, finché non lo hai davanti in tutta la sua evidenza. E in un attimo, in quel punto che fora, sei chiamato a scegliere: dire sì, dire no, andare a conoscerla quella storia o non avere nessuna voglia, o nessuna forza di farlo.
Noi, cinque mesi dopo, avremmo aspettato Sofia.