31.12.11

Passeggiando in città. Con due casse di acqua e uno scolapasta

Catania non è una città pianeggiante. A parte il centro storico a livello del mare, il resto è un succedersi di salite e discese, salite e discese, discese e salite e, in base ai punti di vista, più salite che discese. 
Per questo motivo Catania non verrà mai investita né dalla buona abitudine di muoversi in bicicletta né dagli tsunami. A parte il centro storico che però risponde ad un esiguo 5% della città totale.
E' in questo contesto che avvengono le mie passeggiate con Sofia. 
Sofia si muove su mamma soma.
A limite si concede una sgranchita lunga quattro passi, una-due-tre-quattro, e poi ritorna su. Su mamma soma.
Inizia a protendere prepotentemente e senza possibilità di replica le braccia già durante la vestizione per l'uscita.
"Aspetta, Sofia, non vedi che mi sto mettendo il cappotto?"
Continua mentre preparo la borsa.
"Aspetta, Sofia, devo prendere le chiavi"
Braccia protese ancor prima di chiudere la porta di casa.
"Fammi prima chiudere, Sofia".
A quel punto, da casa fino all'auto, chiederle di aspettare di salire in macchina risulta una barzelletta, un modo maldestro e ridicolo di defilarmi, una demenza senza alcuna ragione che lei, ovvio, non beve mai.
E inizia la via crucis.

21.12.11

Sono come miele e faccio la marmellata

C'è un dettaglio della mia vita che a ometterlo qui mi sembra proprio una mancanza.
D'altronde ho scritto di come porto i capelli, di come gioco benissimo a far la mamma trascurata, delle mie tre S imprescindibili la mattina, dei miei istinti ormonal-adolescenziali nei confronti del Riccio, della mie straordinarie abilità nell'essere disorganizzata, delle mie cotte, come quella per l'orologio da parete che con tutta la gentilezza di cui siete provviste :) mi avete distrutto con un incontrovertibile e unanime "orrendo", e delle mie crude. Uno stufato di particolari che manco dallo specialista. A scapito vostro, a volte, più che mio.
Dunque il dettaglio mancante, che se non metto adesso qui nero su bianco mi si indispone, è che non è sabato per me senza il D - La Repubblica delle Donne. Cartaceo naturalmente, ché certe profanazioni non son capace a farle.
E, nonostante lo legga più o meno in un'ora, se capita di non trovarlo mi rimane la vaga impressione che per tutta la settimana manchi poi qualcosa. Che ci posso fare, son fatta così: ho bisogno dei miei piccoli punti di riferimento maniacali.
Il mio viaggio con "D" inizia qui.

18.12.11

Buona la prima. Buonissima.




1. Questa parte si chiama attesa.
Non si sa in effetti come potrebbe essere, cosa avverrà, come sarà. E' talmente un fatto nuovo che tutte le supposizioni fatte fino a qualche minuto prima lasciano il tempo che trovano, si sa. Il tempo dell'attesa. Quella che ti fa stare appoggiata in piedi al muro perché, quando non sai cosa sarà davanti, almeno il duro dietro la schiena è una certezza.
Davanti, dal tetto della stanza fino a terra, un telo blu arrangiato. Tutto attorno l'incanto della neve, delle foglie secche, del rosso, ovunque rosso. Ma su tutto alla fine comanda quel telo sgangherato, trascina la vista, nessuno rimane libero, di poggiare gli occhi su altro. L'attesa è su questo telo. 
Nel frattempo si sorride, di quei sorrisi sciocchi per guarnire il tempo sospeso usati da chi in effetti non sa come potrebbe essere, cosa avverrà, come sarà.

3.12.11

In fondo anche i vampiri aspettano un'alba

Uno spettro si aggira per Catania. È lo spettro della donna-mamma vampirizzata.

La si riconosce, la donna-mamma vampirizzata, perché lei non appartiene alla categoria "vedrai!, dopo i due anni le cose cominciano a migliorare". Quel faro di speranza regalato alla fragilità emotiva di tutti i genitori del mondo non le appartiene. Piuttosto lei appartiene alla categoria "dopo i due anni, in linea con i sostanziali miglioramenti del figlio, ogni giorno è sempre peggio". La curva di crescita del bimbo va su, la donna-mamma vampirizzata va giù. Come in una bilancia.
La donna-mamma vampirizzata si vede dal mattino. Il gabinetto è ancora un tandem. È sempre più un tandem. E dato che ancora un minimo di dignità le è rimasta, se pur trattenuta con difficoltà, cerca di glissare il problema anticipando sui tempi. Così sono le otto e trenta. Poi le otto. Poi ancora le otto meno un quarto. Le sette e trenta. Le sette. E così fino a non riconoscere più la linea di demarcazione tra giorno che viene e giorno che se ne è appena andato.
Ma niente. Dopo un minuto appena che la donna-mamma vampirizzata pare stia assaporando le sue imprescindibili tre S, seduta-sigaretta-scritti, che siano le otto o le cinque del mattino non conta. Alla DMV verrà chiesto di chiudere il giornale, spegnere la sigaretta e alzarsi. Tutti i giorni.

7.11.11

Il carpentiere e il suo alter-ego: la lumaca

Sulla questione delle diversità di genere per certi versi mi trovo allo stesso livello di una centenaria dell'entroterra siciliano seduta sul ciglio della strada a mugolare il rosario.
Procedo per scompartimenti stagni con poche possibilità di comunicazione tra una parte e l'altra.
Martello, cacciavite, sollevamento pesi per l'individuo con appendice estesa; polpettine di carne in agrodolce, deodorante per il bagno, sterilizzazione degli angoli più reconditi di casa, l'individuo con appendice a scomparsa.
Sappiate che la voce della ragione collabora costantemente affinché in me il precipitare del ruolo della donna ad un surrogato umano del robot da cucina non vinca. Lo fa a suon di schiaffi e di "Donna, muovi il culo, sii indipendente". Lo ha fatto anche qualche mese fa quando in autostrada con Sofia dovevo scegliere tra il buio pesto o gli abbaglianti. Sono stati momenti di panico. Poi sono arrivati gli schiaffi e ho deciso per gli abbaglianti con il getto tutto calato verso terra. Guardate che è una genialata. Anzi se vi capita di rimanere senza luci anabbaglianti in autostrada... Quando gli automobilisti della corsia opposta hanno smesso di prendermi per baldracca automunita a suon di clacson, lì ho capito di aver vinto.

4.11.11

La faccia buona delle maschere


Lei è la pelle che indossiamo.
Non quello che siamo. Quello che scegliamo di essere.

30.10.11

Per ogni mai detto, metti nel taschino un cornetto (portafortuna)

L'impreparazione. 
C'era questa ragazza, qualche anno fa, che frequentacchiavo. Era una mosca bianca tra noi del gruppo appena ventenni, il tempo delle mele e delle canne in mano.
Ci invitava a casa sua a fare baldoria, quella inconcludente e carnevalesca dei ragazzini che non hanno niente da fare se non quello di sperperare il loro tempo ingannandosi di pensarlo come tempo creativo e parlare di politica per sentirsi in qualche modo ancora parte del mondo, seduti sul suo divano tra i Violent Femmes e le fotocopie stropicciate di materie che non avrebbe mai dato.
Lei aveva ventisei anni e una bimba di cinque.
In effetti era sua figlia la mosca bianca, mica lei, la mamma.

26.10.11

Rezophonic e le tagliatelle di nonna Pina

Ore 3.45 della notte.
Sento aprire la porta di casa.
Faccio un balzo, Sofia dorme, e ancora dentro a quei momenti fatti di latte del dormiveglia penso "o ammazzo o abbraccio".
Abbraccio.
Il Riccio.
Tornato a sorpresa da una di quelle sue serate cui, da vera profana dell'arte musicale, mi avete vista indecorosamente partecipare nel mio con ricatti d'amore e sondaggi.
Torna con il premio Rezophonic che vedrà il suo gruppo aprire uno dei concerti da qualche parte in Italia.
Siamo sul letto prestato alle montagne russe per Sofia, mentre il Riccio mi racconta tutto, il dietro le quinte suo personale e della serata, minuzioso come solo lui sa fare per sopperire alla mia assenza. Ogni volta ci è necessaria questa minuzia dei particolari, specie per due che proprio non vorrebbero, costretti a vivere lontano, due vite parallele. Le minuzie nel racconto coprono le falle, lo spazio tra le parallele, seppur si sa che imbrogliano un po', ché il racconto è già di per sé una falla.

24.10.11

Giochiamo a fare i grandi

È di nuovo polemica quella sollevata da alcune associazioni di genitori in seguito all'uscita del nuovo modello Barbie. Stavolta alla gogna è salita la barbie stile rocker, tutta glitter, leggings leopardati e tatuaggi, colpevole di essere troppo provocante, di fare da cattivo esempio per le bambine e di incoraggiare il loro naturale desiderio di apparire più grandi.
Che non ci fossero barbie modello "Promessi sposi" e "Domenica in piazza San Pietro" lo sapevamo già.
Ma, devo dire, come ogni volta che mi trovo davanti a questo genere di questioni, mi sembra che le reazioni siano esagerate. Specie per un oggetto, tra i tanti, cui alla fin fine spetta a noi dare un peso. Quello giusto, si spera.

Stile rocker ribelle, tatuaggi e teschio-cuore compresi. A parte che più che uno style pericolosamente fascinoso e da voler imitare, quello di questa barbie sembra uno dei tanti fantasmagorici out-fit partoriti dalla mente di Simona Ventura. Con un tocco di Platinette. E se avesse un bottone per parlare direbbe n'ascella sì, n'ascella no.

21.10.11

Una bambina

Non so cosa riesco a dire.
Non so neanche perché devo dire qualcosa.
Non riesco nemmeno a respirare.
Tre cose in tutta la mia vita mi hanno sconvolto. 
L'Olocausto, le immagini che ho visto, tutto il dolore di quei corpi, dello strappare i bambini alle mamme. 
Le maestre di quell'asilo che picchiavano i bambini.
E questo: la bimba di due anni, due anni, investita e ignorata e poi investita di nuovo e ignorata, lasciata a terra. è abominevole, abominevole. e anch'io per il solo aver guardato il video mi sembra di averla ferita di nuovo. e scrivere, mettere il link, mi sembra una follia. le mani sono pesanti.
non so cosa voglio dire. sono fuori di me.
so solo che in un attimo crolla tutto.
tutti i teatrini. 
mi sembra che in un attimo tutto il mondo sprofondi nella barbarie.
non ci salva niente se siamo capaci di tali abomini.
e che ci raccontiamo delle storie per non pensarci.
lì, a terra che boccheggia, c'è anche la mia bambina.
che cosa le dirò.
come la proteggerò.
mi fa male tutto il corpo. sono addolorata.

10.10.11

X Tu sei qui

Potreste trovare qualsiasi oggetto di casa in qualsiasi posto della casa.

Insomma, avrete tutti già guardato l'ultimo spot della nota azienda di telefonia dove c'è questo bimbo imbizzarrito in casa che fa della casa l'ultimo avamposto di un assedio.
E certamente avrete risposto a livello emotivo esattamente nel modo in cui i creatori dello spot si aspettavano lanciando una provocazione di tal genere, ovvero "anche mio figlio!!!..."
E ancora, vi sarete sentiti non poco sollevati da qualche mala responsabilità nell'educazione da voi impartita e spesso messa in dubbio quando, con quel senso di immedesimazione e di condivisione ispirata dallo spot, vi sarete crogiolati nel mal comune...
No, perché io l'ho fatto. L'ho fatto eccome.
Ho dovuto.
Da quando Sofia ha preso dimestichezza con l'interazione corpo\mani-oggetti ogni centimetro di casa è uno strambo ricettacolo di materia.
In questo momento c'è una baby tastiera musicale sulla cassapanca della mia stanza da letto con sopra elastici, collane, Pluto e un bicchiere in plastica messo in scrupoloso equilibrio; cacciaviti, viti e controviti reperiti da un lavoro di manutenzione del Riccio conficcati dentro lo spazio tra il forno e il piano cottura. Volendo, nel toglierli, ho trovato colori a cera semi disciolti, risolidificati e mostruosamente attaccati alla lamiera.
Non c'è limite alle sue possibilità di collocamento degli oggetti negli anfratti e non di casa.
Aprite un cassetto adesso qui da me. Qualsiasi.

9.10.11

...disse Forrest Gump


Che una certa crisi sia finita mi sembra un giudizio affrettato e non corretto.
Anzi: sarei in crisi.
Ancora.
Ma che volete. Ho 30 anni e fino a due anni fa mi sembrava di avere tutto il tempo.
Quel 2 davanti agli altri numeri mi ha fregata. Il 2 a capo dell'età anagrafica non dovrebbe mai starci. Dovrebbe essere messo in seconda categoria, fare solo da chiudi fila e basta.
Magari avanti sul numero a tre cifre, magari sì.
Messo lì invece, in prima posizione, è una fregatura. Ti prende per il culo. Ti illude.

21.9.11

Quando uno nasce tondo...

Tutte le volte che ho bisogno di risalire alla radice della mia persona, chi è che non lo fa?, mi rendo conto che faccio sempre e solo un'unica cosa.
Non mi metto a correre o nuotare o fare ginnastica, ché non sono di fatto una sportiva.
Non mi metto a cantare o suonare un qualche strumento, ché le arti musicali fanno parte della mia vita per simpatia, o empatia, non so bene, e non per necessità espressiva, come per esempio per il Riccio.
Ne mi metto a dipingere, ecc ecc, sebbene il disegno sia per me un hobby ecc ecc.

Io quello che faccio è, come posso dire?... dai, la faccio spicciola: fare filosofia. Eh sì... lo so lo so...
Questo significa che ho sparsi per casa una decina di libri aperti, Fichte, il velo di Maya e Shopenhauer, l'Abbagnano e la post-modernità, Lewis Carroll e Le avventure..., dozzine di documentari visti in questi giorni su la teoria delle stringhe, la teoria M, fisica quantistica, la materia come sostanza pensante, neurobiologia e così via.
Questo significa ancora che tra una mutanda da smacchiare e un formicaio in casa da estirpare me ne vado in giro cercando di dare un corpo a tutto quello che sto studiando.

9.9.11

Weltanshauung settembrina

Prima di discutere il risultato del mercoledì... mmmh... beh, ormai l'aggettivo è venuto fuori... scabroso, adesso avrei in realtà un'urgenza diversa.
Dire di cosa sta succedendo. Cosa sta cambiando.
Finalmente... Cambiamenti.
A volte ho temuto davvero di naufragare ingoiata dalla pappa informe che è stata la mia vita in questi ultimi mesi. Ho perso mille volte nel tentativo di trovare un filo di senso, di capirci qualcosa. Io proprio faccio fatica a viaggiare senza una qualche vaga consapevolezza. Non riesco a starmene comoda nell'ottusità. E' che probabilmente non ho pazienza. In questi casi, di deliri, annaspamenti e confusione, si dovrebbe invece alzare le spalle, lasciare stare, stare a vedere, avere fiducia che le cose si metteranno a posto. Io invece in genere faccio come l'anguilla che s'affanna per liberarsi dalla morsa della cattura in rete. E più mi affanno...
Si vede quando mi dimeno. A tutti i livelli della mia persona. Nelle scelte, negli intenti, nei movimenti del corpo, frettolosi e nervosi, nei discorsi. Persino in un ciclo mestruale che balla la macarena.

4.9.11

Ricatto d'amore

Senti tu, tu con quei ricci impertinenti e quegli occhi rotondi e nocciola, proprio quegli occhi lì, quelli che hai mentre mi parli della tua musica e io mi devo contenere, sforzarmi di tenere un contegno, di non farmi distrarre da certe tue cose messe ben bene a fare il tuo corpo, ché sebbene sia passato più di un decennio dalle tempeste ormonal-adolescenziali al solo guardarti mi assalgono gli stessi impeti sconnessi di una ragazzina: tu mi parli della tua vita, della nostra anche, perciò ti ascolto, a tratti commossa, presa, estasiata, ammirata e andando così tireremo avanti per tutta la notte senza renderci conto che il dopo cena sarà lungo più di sei ore e stamattina avrò due chiappe al posto degli occhi, a ricordarmi che, a parte i guizzi ormonali, della ragazzina non è rimasto poi molto;
senti tu, tu che sei il mio primo lettore per eccellenza, che tra le mie righe ci trovi cose che nemmeno io a volte so di avere messo, e se oggi sono a numero 120 e qualche numero in più di consapevolezze nei confronti di un talento è anche merito dei tuoi "ma come fai?" e "non sembri nemmeno tu", quest'ultima per lo più causa di disturbi dissociativi visto l'ambivalenza di significato;
senti tu, che mi hai reso una groupie, ché quando sei sopra un palco io vedo tutto rosso e non capisco niente e ti guardo inebetita perché là sopra "sei davvero tu" e prima o poi, magari nel pieno di una giustificazione di scompenso ormonale per sopraggiunta menopausa, te le tirerò quelle maledette mutandine;
ascolta
"[...] ora so che l'unico modo per tenerti avvinto è questo" (Kung Fu Panda)
dicevo, ascolta:
visto le reciproche ammirazioni nei confronti dei nostri talenti,
do ut des.
Il mio prossimo post arriverà solo dopo una tua nuova creatura.


A meno che mercoledì sera, tu sul palco, verrò colta da menopausa precoce. 

27.8.11

Ninna nanna, Ninna oh... questa voce a chi la do

Uno strano destino accomuna me e mia madre.
E' il destino della donna mummificata.

Mia madre ha passato... quanti? quindici anni? forse di più, per tutto il tempo delle scuole, dell'università e della specializzazione di mia sorella, ferma, in silenzio, senza poter muovere un muscolo, mummificata appunto.
Mia sorella è stata una di quelle che per passare un'interrogazione e poi un esame aveva bisogno di ripetere ad alta voce. E con un testimone. Mia madre, porella, e solo mia madre. Un testimone che però non doveva arrischiarsi nemmeno a muovere il bulbo oculare, starnutire o scacciare una mosca, figuriamoci poi intervenire o correggere le gran panzanate che a volte uscivano fuori. Pena urla, sbattimenti di libri e: "Insomma! Mi devi aiutare o interrompere?" oppure "Perché ti gratti? Non ti distrarre" o ancora "non pelare le patate, non fare il caffè, non tossire"...
'na pazza. Il perché mia sorella avesse bisogno di confrontarsi con un fantoccio lobotomizzato rimane un mistero.
Ad un certo punto mia madre c'ha fatto il callo e ha imparato presto a mettersi in modalità off per interi pomeriggi, facendo entrare dentro di se e subito uscire quelle che ormai il suo cervello interpretava solo come vocalizzazioni senza senso, forse sognando di prati immensi, camminate sulla spiaggia, musiche celestiali... Si chiama training autogeno.
Nel suo caso, più banalmente: istinto di sopravvivenza.

21.8.11

Sofia come Elisewin. Un libro può cambiarti la vita. Rovinarla, anche.

< inizio sigla Quark > Le formiche cercano il cibo. La loro è una straordinaria organizzazione di massa fatta di attività diverse. Ma la loro prima attività, come sopravvivenza comanda, è quella di cercare CIBOCIBOCIBOCIBOCIBOCIBO. 
Durante il viaggio, che può esser lungo fino a 200 metri, il comandamento primo è: CIBOCIBOCIBO.
Si mettono lì, in fila indiana come i sette nani e ♫ andiam, andiam, andiamo a cercar il pan  
Non fanno nient'altro, le formiche esploratrici. Non è che fanno soste di ristoro, non si fermano agli autogrill per presa pipì isterica, non fumano sigarette sul ciglio della strada, non scattano foto al panorama. Uno, perché la specie non ha ancora scoperto il silicio e la sua applicazione nel chip; due, perché non pensano a null'altro che non sia CIBOCIBOCIBO. Indefesse, stacanoviste, bulimiche formiche. CIBOCIBOCIBOCIBO. < fine sigla Quark >
Sofia è una formica.
No, dico, quando usciamo, scendiamo al centro, Sofia è come una formica.
Siccome, ringraziando Dio, l'angoscia per la sopravvivenza, nonostante certe manovre politiche fallimentar-berlusconiane e la massiccia deontologia speculativa - no, non è un ossimoro, non più -, è qualcosa che nel mondo occidentale non si da più, almeno nella maggior parte dei casi, quando siamo fuori, da brava figlia dell'Occidente, Sofia è una formica vorace di musica.
Non importa che tra noi e la fonte ci siano centinaia di metri, non importa che io sia fornita di tacchi e fitte lancinanti all'alluce valgo, non importa che l'intenzione sia di andare da tutt'altra parte.
Lei va. In uno stato delirante MUCHICAMUCHICAMUCHICA, ignorando pedoni, sassi, scaffe, pali, cacche canine, lei va.

14.8.11

Io torno

No, va bene. Bello, eh? Tutto bello.
Al paese del Riccio sembra di stare dentro l'ultima bolla sparuta senza tempo di questo pianeta. Ma che ore sono? Che giorno è? è il leitmotiv che ci ha accompagnato per tutto il soggiorno. Si vive come se gli accadimenti non avessero un inizio né una fine, stanno sospesi in aria aspettando di essere acciuffati come mosche sonnolente. Credo non c'entri il fatto di essere in vacanza, lontano dalle intransigenze delle attività quotidiane. In questo paese il tempo sospeso è un fatto esistenziale per tutti, sia per i forestieri che per quelli del luogo. 
I viottoli assolati e polverosi, infrascati di fichi d'india e silenzio non sono altro che ghirigori incastonati in questo modo di stare. E' un'aria buona, gentile, che apre le gole serrate dalla velocità incosciente, ci costringe a rallentare, a intorpidire la testa, a camminare a passo d'uomo. Perché qui c'è la misura d'uomo.
Ce ne siamo presa tanta di polvere gialla da steppa sui piedi.

10.8.11

Io vado

Preparo la valigia.
La bimba morbida e rotonda mi gira attorno e combina di tutto. In questo momento cerca di mettere il suo Winnie the Pooh gigante sull'asse da stiro perché avrà deciso che per par condicio anche le sue cose devono essere stirate. Spero solo che non decida per il seggiolone.
Scrivo in piedi perché le sedie si sono gentilmente offerte di immolarsi alla causa partenza, soffocate dall'immane mole che sto portando per soli tre giorni. C'è grande baraonda qui a casa, fatta di roba da portare, musica ad alto volume, sgridate a Sofia, poi pace, lei in braccio, alzate a ballare.
Il cuore tamburella, vuole dire la sua, che è contento di andare altrove. Vedere forme nuove, sentire altre voci. Mangiare di cose che non si conoscono e di cui si ha bisogno.
E' un post ridicolo e non ha motivo d'essere.
Solo vorrei farvi entrare qui in questo mio giorno per, visto che non l'ho mai fatto, ringraziarvi profondamente tutti, tutti voi, per l'attenzione gratuita nei miei confronti e per la mia storia, uguale a miliardi di altre storie, e perciò seguita per affetto e non per prodigi di altro genere che qui non esistono. Di recente mi è capitato di rileggere vecchi post e commenti e dall'alto del tempo lontano da coinvolgimenti, ho visto una partecipazione forte e chiara. E chi l'avrebbe detto di ricevere così tanto, tra l'altro attraverso uno strumento  di cui appena due anni fa non riuscivo nemmeno a tollerarne l'esistenza. 
E invece è un miracolo della vita potersi raccontare, e poter essere accolta da orecchie gentili che non vogliono nient'altro che accogliere, e avere il coraggio di narrarsi, di scrutarsi a fondo, senza concedersi sconti di sorta di fronte alle proprie spinose falle, ma anche capire fraseggi dell'anima che altrimenti sarebbero rimasti muti. Comprendersi di più. E alla fine di tutto accettarsi. Essere complice e testimone della propria vita.
Perché va bene così. 
E' per questo che oggi, tra due ore, parto e vado via senza lasciarmi in dietro niente. Mi porto ogni cosa, ogni cosa che mi pesa e che mi piace, che mi fa paura e che mi da forza. Tutto di me. E Sofia. E il Riccio. E il disordine, e le cose che devo ancora metter da parte ma di cui faccio fatica a disfarmi, e la voglia di andare avanti, e l'amore per le cose che ho. Parto ma non scappo. Scappo, forse, ma poi torno.
Vado a bagnarmi del nuovo ma mi porto la mia vita. Va bene così.

4.8.11

Veronica non veste Prada (per ora)

All'inizio lei è una giovane donna neo-laureata in cerca di lavoro come giornalista. Porta jeans comodi, scarpe comode, maglioncini comodi e comodamente cerca la sua strada. E' semplice, intelligente, innamorata, talentuosa, leggera e speranzosa. Una ragazza normale, insomma.
Incontra Miranda, l'impenetrabile stacanovista intollerante direttrice della rivista di moda più influente in circolazione.
Sembrerebbe che il mondo in tacchi e paillettes non centri niente con questa ragazza dal fare vagamente bohemien. Ma poi c'è questa scena straordinaria, intelligente, che fa saltare i coperchi.
E che, per quanto mi riguarda, parla a me. Roba e maglioncino ceruleo compresi. Perché anch'io chiamo roba certe cose; anch'io porto comodi maglioncini sfibrati cerulei; e perché anch'io snobbo e sottovaluto fin troppe cose evitandole con la scusa di prendermi troppo sul serio.
Inizia il valzer.
Jimmy Choo, Chanel, that's all continui e liquidatori, piani saltati all'improvviso, arrangiamenti repentini, panico, andare veloce, sempre più veloce, i tacchi di fretta per le scale, per strada, sbagli e risalite, Parigi, centinaia di capricci da gestire, un libro inedito da scovare, in un crescendo di frenesie e responsabilità.
E da ragazza morbida qual'era, si scopre efficiente ai massimi gradi e quei tempi da cardio palmo dietro ai quali arrancare diventano il suo nuovo mood, la strada di una nuova donna, diversa, che gioca d'anticipo e nemmeno lei immaginava di poter essere.
E poi molla tutto. Perché la trama è pur sempre leggera; perché il fidanzato è un piagnone; ma soprattutto perché alla fine quella Miranda, padrona di tutto e di tutti, lo è perfino di se stessa, e cioè è schiava.
E la ragazza decide che non è quello che vuole. E bon.
Rimane il fatto che ha avuto la sua più grande opportunità e se anche ora torna a portare jeans e maglioncini cerulei ormai si è messa in gioco, è salita su una giostra vertiginosa, è diversa.


Il diavolo veste Prada.

Sono sicura che da qualche parte di me c'è qualcosa della storia che mi appartiene.
So che mi potrebbe andare così. Andare veloce, velocissimo. Abbandonare quel maglioncino ceruleo. Incontrare una Miranda che mi renda frenetica, che mi dia l'opportunità di scoprirmi diversa.
Nel frattempo mi riservo il diritto di farmi un pianto mentre guardo il film. E di sentirmi un'idiota.

29.7.11

Oh-my-God! ovvero: L'universo mi ha parlato

Lo strumento della parola è qualcosa che indubitabilmente mi appartiene. Dico: storie, letture, parole crociate, griglie logiche, riviste, vocabolari di ogni specie, sinonimi e contrari, archetipi dell'inconscio, pensiero laterale, l'Eredità il pomeriggio su rai 1. Persino le etichette con i componenti chimici e biologico-nutritivi dietro detersivi e pacchi di biscotti, ché un giorno qualcuno mi disse che anche leggere i cartoni del latte faceva cultura. 
La parola per me sottende il mondo. In principio fu il verbo credo di essere capace di concepirlo più di quanto il mio dubbio cosmico figlio di quest'era post-moderna mediatica ed effimera, e tanto più mediatica quanto più effimera, ché la sostanza non ha bisogno di essere pubblicizzata, voglia ammettere.
Io ci sguazzo nella parola e in tutte le forme che prende. Così come lo fa con l'acqua il nuotatore, gli sci lo sciatore, il coso Rocco Siffredi.
Per questo non riuscivo a capacitarmi del fatto che in Wired, la rivista che leggo ogni mattina, risalire al nome dell'articolista dietro ai pezzi era per me un'impresa titanica.
Proprio non ci riuscivo. Parole e idee anonime. Terribile. Come partire per una località e non poterne sapere i nomi delle vie, dei quartieri, della località stessa. Un unico blocco senza coordinate e punti di riferimento. L'uomo newageano direbbe grande esperienza di libertà; io, donna moderna nevrotica, che ho ancora bisogno delle mie certezze, direi l'Infernoooo (specie se non riuscissi a trovare quel localino di cui la Vivi mi ha parlato così tanto bene: "si trova lì: tra l'albero di nespolo e il tombino in basso a destra") 
Ad ogni modo, dicevo: Wired e, per la mia vista ottusa, l'assenza dei nomi degli articolisti.
Sono andata avanti così per due anni, leggendolo e sentendomi un'idiota.
Ma stamattina è accaduto qualcosa. La svolta. 
C'è questa rivista di Wired vecchia di secoli. Mi gira e mi rigira da settimane sotto al naso. E io la leggo. Ma a furia di leggerla, se proprio devo, da giorni non faccio altro che scegliermi l'articolo da leggere: quello della maestrina che lotta per l'alfabetizzazione dei bimbi in Africa. Ormai non leggo più il pezzo. Quello che guardo, ogni mattina da settimane, è la foto della donna. Mi piace quel suo modo lieve di guardare. E' una donna serena, realizzata, leggera. Tutto quello che non sono io. 
La ammiro da settimane ogni mattina come farebbe una quindicenne con il poster di Jennifer Lopez e a suon di Get right cerca di far del suo culetto pallido e smorto uno bello sodo e latino americano. 
Io faccio lo stesso, solo in un modo poco più sofisticato.
Stamattina, prima di arrivare alla foto, leggo di ingegneri e universitari e pensatori che lavorano per far grande sto cavolo di mondo. E io mi chiedo come caspita sono arrivata ad infognarmi così, tra un parchetto il pomeriggio e una litigata con mia madre ogni santo giorno della mia vita tutta uguale.
Ad un certo punto dai meandri sperduti della mia testa, mentre arrivo alla foto della maestrina e la guardo, mi rimbomba una voce che tuona tipo Dio quando sgama i due consorti dietro il cespuglio e comincia a tuonare: Questa è la donna che vorrei essere. Mentre mi vibra sta voce mi cade l'occhio. Dopo due anni di buio mi cade l'occhio sul primo nome di un articolista di Wired: Barbara Rivoli.
Barbara Rivoli.
E' la giornalista che qualche mese fa mi ha citata in un suo articolo su Stile.it e che mi ha mandato un'email carinissima.
No, dico, lo vedete il nesso?
Oh, io sì che l'ho visto.
Cioè: mi dico che sono diventata una merda, che mi sono infognata, che vorrei essere...., che vorrei fare...., in due anni che leggo Wired non ho mai visto mai un nome di un giornalista sulla rivista, guardo per settimana quella foto di quel pezzo e che succede? Sento quella voce e leggo che l'articolo è di Barbara Rivoli. 
Mica cazzi.
Ho sentito i pianeti allinearsi, la voce del cosmo vibrare, l'energia dell'universo illuminare, Alleluja Alleluja cantare.
Poi mi sono calmata.
Va bè, è una coincidenza. Però...
Dal buio della mia testa mi pare sia una strada.



L'Universo ha così parlato. La seduta è aggiornata.
Non sono ancora sicura di cosa mi abbia detto.
Certo è che adesso so dove stanno messi nomi e cognomi dei giornalisti su Wired.


24.7.11

Come diventare un sacco di patate

Prendete un infante.
Fatelo crescere nel sacro fuoco della maternità esasperata che non concede nient'altro che non se stessa a se stessa.
Camuffate l'insana esasperazione sotto ideali di infanzia protetta, sacra, da tutelare con le unghia.
A chi preventivamente vi dirà che non porterà nulla di buono questa vostra iper attenzione e presenza e abbondanza di cure materne, zittitelo con lo sguardo accusatore e ditegli che se il mondo non funziona è per questo atteggiamento menefreghista nei confronti delle esigenze dei più piccoli. 
Fatevi chiamare Madre Teresa.
Ecco, siete a buon punto. L'infante a quel punto vi riterrà la Madonna e non potrà più fare a meno delle visioni mistiche a cui è abituato stando con voi. Non vorrà nient'altro: libri illustrati, storie, giochi, colori, pupazzi, palle. Niente sarà degno della sua attenzione se accanto non ci siete voi. 
Siete messi bene: vi trovate nella fase precedente a quella del sacco di patate. Siete dei funghi allucinogeni. 
Fate la prova del nove: cercate di distrarlo da voi con altre figure di riferimento, anche le più importanti, o le più accattivanti per lui, e si distrarrà, per 30 secondi. Poi vi pretenderà con ancora più forza e quei 30 secondi vi costeranno una cistite per protratta trattenuta di urina; a meno che, s'intende, non facciate del gabinetto un tandem.
E non vi preoccupate se a volte vi verrà uno specie di guizzo quasi umano.
Non vi preoccupate.
Non vi preoccupate se avrete voglia di mettere in ordine le vostre cose, la casa, gli armadi, la libreria: il tradimento si paga e per il fatto di aver trascorso del tempo in altro modo che non stare con lui, l'infante in 10 minuti ve la farà pagare rimettendo tutto fuori posto, sporcando, infuriando contro quello che avevate nettato in 3 ore. Così lentamente ma inesorabilmente vi metterete in testa che non ha senso e mollerete la balzana idea di avere una casa dignitosa.
Non vi preoccupate se vi verrà voglia di riprendere a leggere, o dipingere, o scrivere, o..., magari la sera, magari quando dorme. Le dodici ore passate in questo modo unidirezionale, con i baby-paraocchi sul resto del mondo, ogni giorno per mesi e mesi e mesi, vi logoreranno al pari di un operaio cinese e alla sera persino leggere i consigli su come affrontare la sindrome premestruale sull'involucro degli assorbenti vi verrà duro.
E infine se sulla scia dell'ormone post parto avete aperto un blog sul vostro amato pargolo ma ad un certo punto vi verrà voglia d'affrancarvi e aprirne un altro su, che ne so, le pannocchie piemontesi o il turchese sull'abbronzatura, non vi preoccupate, la vostra curiosità verso nuovi lidi si spegnerà presto: la vostra vita è un unico soliloquio monotematico sulla questione infante, di che altro potreste parlare?


Et voilà. Il gioco è fatto.
Complimenti! Siete ufficialmente dei sacchi di patate.
Dopo due anni non sarete ancora uscite con una amica o con il vostro compagno o con qualcuno che ascolti altro da Cristina D'Avena; non avrete ancora fatto un sano pomeriggio di shopping che non comprenda Chupa Chups, Focus Pico e palle pazze...
...
...
...dopo due anni non saprete neanche allungare la lista delle cose da poter fare senza l'infante. 

Dopo due anni, nell'arco delle settimane, vi saranno concessi soltanto 5 minuti magri. Magari per scrivere uno stupido post su come diventare un sacco di patate.

23.7.11

Metti un coniglio in spiaggia

no, va bè, ma ti sei mangiata il cervello?
ti prego smettila!
adesso smettila!
sarà un'insolazione. ecco, vedi a non seguire le precauzioni di cui parlano tutti i tg quando non sanno più come tappare i buchi dell'informazione? saranno pure buchi ma se li avessi seguiti ora non saresti qui a fare il coniglio con l'insolazione.
dio!, messa qui a fissare catatonica come con i fuochi d'artificio o come i conigli quando vengono abbagliati. fermi, ritti, inebediti, catatonici.
oddio, sono catatonica.
dai, basta!, concentrati, fissa un punto, il mare, l'orizzonte, l'Etna che impera, tua figlia che ti chiama disperata da venti minuti, una signora che ti guarda in cagnesco perché è da venti minuti che ignori tua figlia, tua madre che fa la Don Chichotte de la Playa per estirpare dagli anfratti più reconditi di tua figlia fino all'ultimo granello di questa cattiva!, cattiva spiaggia! ed è per questo che tua figlia ti chiama da venti minuti sperando che la salvi dalle manie ossessivo-compulsive di quell'igienista paranoica di sua nonna.
dai, datti un contegno, riprenditi la tua vita, fai la mamma assennata trentenne e smettila di conigliare.

Veronica è a uno di quei lidi formato famiglia con ombrelloni, lettini, pinne fucili ed occhiali.
E un bagnino appanzato sessantenne che gira spocchioso tra i secchielli e le creme con un che di io sono l'imperatore di queste terre tamarre.
Il lido formato famiglia offre tutti i comfort che rendono interessante il soggiorno qui a tamarraland: campo di bocce, di racchette, di beach-volley, karaoke e fitness.
Fitness. Su un palcoscenico da villaggio vacanza.
Culi, flaccidumi vari, ma anche muscoli ovunque, sudori, esercizi imbarazzanti del corpo, musica techno sparata col cannone, un radio dj che commenta col microfono, e un istruttore, anch'esso munito di microfono, che tiene il tempo nel modo più ridicolo del mondo e une du tr quattr cinc see seet ott novw diech ma che, non si capisce come, riesce ad essere cretino e figo insieme.
E tutta la scena è così: ridicola e figa assieme.
Veronica non riesce proprio a fare a meno di starsene lì, ciondolante, a guardare i culi, battere col piede la techno, dirsi coniglia catatonica e seguire a mente e une du tr quattr cinc see seet ott novw diech.  


Veronica pensa che la clausura forzata di questi ultimi due anni cominci a dare i suoi effetti. 
E si rende benissimo conto che ha due problemi.
Uno è che vorrebbe con tutta se stessa essere là ma proprio non può perché c'ha una figlia da salvare da una delle innumerevoli quarantene igieniste inflitte dalla nonna parassito-virale-irrito-paranoica.
Due è che vorrebbe con tutta se stessa essere là.

22.7.11

...that is the question

Avete presente lo spot di quelli che tornati da una famosa crociera sono in preda a depressione e crisi d'astinenza? L'aria è mesta, i colori sono annebbiati e tutto è tristemente fermo e silenzioso. Avete presente?

Ecco, direi che è stato così qualche giorno fa quando io e Sofia siamo tornate.
Siamo tornate ad una realtà del tutto contraria a quella del paesello del Riccio.
Perché se dovessi riassumere in poche parole quello che significa stare lì dovrei usare parole chiave come confusione, rumori, mancanza assoluta di ordine e di organizzazione, arte dell'improvvisazione e di adattamento, ritmi circadiani esplosi, disordine di ogni qualsiasi attività e appunto, ripeto, sovrana su tutto l'improvvisazione. Perché quando non c'è un piano, un copione già scritto, lo scandire misurato del vivere, qualcosa devi pur farla, devi pur spuntarla e allora improvvisi.
Il che è incontrastata, forsennata, meravigliosa febbrile libertà.
Io credo che sia il frutto delle distanze ravvicinate. 
Voglio dire: in una grande città è difficile cogliere l'attimo.

19.7.11

Abbiamo gli occhi rotondi e nocciola

Quando qualcuno è felice si vede.
Si vede.
Ripeto: si vede.
E' qualcosa di non bene identificato a cui non si può dare né nome né forma. Non è neanche un sorriso in bocca, ché ce lo sappiamo stampare tutti un bel sorriso e via a prendere per i fondelli il mondo.
Chi è felice non fa nulla di diverso da quello che faceva prima di non esserlo. Voglio dire: non si appende ai lampadari, non comincia a parlare l'eschimese.
No, chi è felice porta addosso quella cosa che si vede, dentro e tutt'intorno, che incolla ad uno ad uno i pori della pelle, che ammortizza gli urti del corpo, che fa morbida la camminata e le forme del viso.
E poi gli occhi.
Lo vedo il Riccio: ha finalmente quei gli occhi lì, quelli tutti pieni, rotondi e nocciola, quelli che non cercano più punti a cui appigliarsi ma stanno fermi perché ora è tutto, non manca più niente, sì insomma quegli occhi lì.
Sei mesi fa il Riccio è tornato per lavoro nel paese da cui anni prima è scappato per andare in cerca della propria vita.
Ma alla fine si ritorna sempre. E il ritorno ha sempre un po' il sapore della beffa.
Il Riccio ha trovato la sua vita e per mantenerla l'ha lasciata in città ed è dovuto tornare a tutto quello da cui è scappato.
E ora siamo tutti e tre qui. In questo paese quanto più lontano da tutte le nostre aspettative.
Ma ancor più lontano da tutte le nostre aspettative c'è che qui, in questi giorni, abbiamo tutti e tre gli occhi che non cercano più.

8.7.11

La lingua e il Diavolo

Un anno fa Sofia era un genio. Davvero. Un genio. 
Della lingua, utilizzo e pronuncia.
Non camminava ancora, anzi, sembrava essere destinata a fare la riproduzione in carne e ossa della statuetta del Buddha e nient'altro. La sua capacità motoria era pari a quella della majonese dentro al barattolo. E io a volte ho temuto di doverla spolverare per sempre in mezzo agli altri ninnoli di casa.
Ma parlava. Dio se parlava. Pronuncia perfetta di almeno duecento parole. Ed eravamo tutti impressionati di come quella cosa immobile fosse così presente e pertinente nella comunicazione.
Adesso, invece, avendo scoperto le gioie del movimento libero e forsennato del corpo, mi sembra che quella genialità si sia ridimensionata. E' come se le sue capacità siano state messe sui piatti di una bilancia per essere equilibrate.
Naturalmente quello che usa adesso è un linguaggio più preciso e squisitamente arricchito: a solitari sostantivi ha aggiunto verbi e coniugazioni, infinito, gerundio e participio passato, e moltissimi avverbi.
Ma...è normale. E' il linguaggio di una bimba di due anni.
Stavolta con errori di pronuncia. Primo su tutto il comune spagnoleggiare le parole tipo paja, caballo, trobalo.
E poi: Opia per Sofia, aniamo per andiamo, maniare per mangiare e lilì (pausa) salata per insalata.
E quel suo inarrestabile sofianese fatto di parole vicine all'aramaico mentre finge di conversare al telefono o tiene in mano Barbie e una mia infradito.
Insomma, cose così. Normali.


Ora, in mezzo a tutta questa normalità quello che penso è che ci sia sicuramente qualcosa di diabolico se, per quell'unica volta che mi esce una tra le più impossibili delle imprecazioni, Sofia mi ascolti, rimanga un po' in silenzio e poi ripeta perfettamente e senza intoppi scacamento di coglioni.

6.7.11

Lettera ad Anonimo

tu che la sera mordicchi strani semi, bevi tisane, ascolti la radio su una sedia a dondolo e lavori i ferri, adoro dirti 'vecchia' pur sapendo quanto tu sia sexy
che hai mille interessi, mille piccoli piaceri da sperimentare, uno su tutti stare sveglia le notti a fare bouillottes per un'Italia intera
che quando la sera sei stanca ti viene il mal di testa e poi scrivi omettendo quantità spropositate di vocali e consonanti e mi chiedi scusa
che parli poco, come se avessi un nodo, ma quando stiamo assieme sei un fiume di racconti e punti di vista e sensazioni ed emozioni e ora so cosa prepari per le cene speciali, quali cause ecologiste sposi e quali sono gli esercizi da fare per pronunciare bene certe consonanti
che nonostante io abbia sempre rifuggito come l'odore degli escrementi le storie da tabloid, con te si fa notte tarda parlando anche di sciocchezze
che come tutti hai qualche segreto, piccolo grande segreto del cuore, e io, proprio io, li conosco
che sei sofisticata senza mai abusare, semplice come la seta
che tutte le volte che ho di fronte la frutta mi viene in mente quando per un tuo pranzo hai preparato due pesche e lo yogurt perché non avevi tempo per altro e l'ho trovato molto eroico
che sulle pareti ti piace il grigio e non usi lo smalto e guidi malissimo
che dici di dover perdere qualche chilo e adesso la sera devi rinunciare al piacere della tazza di latte
ecco, che quindi nel mio immaginario oltre al fatto che mordicchi strani semi, bevi tisane, ascolti la radio su una sedia a dondolo, lavori i ferri e fai bouillottes, si aggiunge che bevi il latte caldo, ma continui ad essere incredibilmente sexy
che ti porti addosso migliaia di piccole paure ma che di fronte a quello che vuoi non ti risparmi affatto, tenace e dritta come le rotaie del treno, e che se non fosse stato per te oggi non saremmo qui
che siamo come vecchie buone amiche che si offrono il meglio parlando del loro peggio, non camuffandolo sotto fantasie edulcorate
che vorrei conoscere come muovi le mani, come ti aggiusti i capelli e come indossi quella tua fissa che è lo scaldacuore, ma poi lo so che è solo una fissa da mania del cucito visto che, ogni volta che mi devi raccontare che ne hai preparato uno, nemmeno ricordi bene come si chiama e la sera anche di inverno in genere stai vestita leggera perché senti sempre caldo
e non ci siamo mai viste e ho dovuto risalire al tuo viso ricomponendo dei puzzle di foto
che da poco meno di un anno le tue cose sono anche un po' le mie e la donna che sono oggi è fatta anche un po' di te, in questa relazione sconsiderata fatta di sole parole
che a volte mi fai ridere a crepapelle e odio l'emoticon che sono costretta ad usare
tu che da quando ti conosco non ci siamo più lasciate e che ti porto nelle mie faccende di ogni giorno
che specie nei pomeriggi ti vorrei qui a condividere tazze, teglie, taralli e fettucce colorate
ma che centinaia di chilometri di lontananza non ci hanno impedito di volerci bene senza motivo

grazie,
perché la mia cassetta delle lettere non è mai stata tanto bella prima di te

30.6.11

Fenomenologia di una donna. Filosofa mamma. E normale

Se mi devo spiegare è perché ho fallito con lo strumento che sto usando per comunicare.
Ad ogni modo.

Dai commenti a post precedenti sono uscite delle visioni che mi hanno ispirata a spiegare com'è che mi metto qui, sigaretta in bocca, ispirazione e scrivo.

Intanto tutti noi dobbiamo cercare di sforzarci a stare cauti, specie se abbiamo in mano un blog personale. Voglio dire: stiamo riferendo pensieri di fondo, di coscienza, e non dati misurabili tipo Berlusconi fa il bunga bunga per superare il dolore arrecatogli dalla separazione con Veronica.
Questi pensieri di coscienza arrivano qui sui post dopo essere stati maldestramente riassunti. Tra una enunciazione e un'altra ci sono centinaia di retro pensieri e retro esperienze che poi qui non arrivano.
Se no si fa sera.
Potrebbe essere così, quei pensieri apparentemente disconnessi eppur legati da consecutio logica:
dio sono felice, bellissima giornata, guarda un po' l'albero di  albicocche quant'è cresciuto, pieno di foglie, caldo ma quest'aria è morbida, adoro sentire il mio corpo, sofia che fa?, avanti mamma non imbrogliare: le codine non gliele fai perché ti stai incominciando a rompere le palle di stare con sofia dopo appena soli cinque minuti, non vedo l'ora di cambiare casa così da non cadere nella trappola viviamo vicini stiamo vicini soffochiamo vicini, già cambiare casa ma come?, siamo bloccati in questa situazione per il momento, sono felice ma devo sistemare la situazione, devo telefonare, ora apro anche quella finestra, che meraviglia: finalmente le cicale, ecco mi chiami mamma con quel tono scherzoso che cerca di mascherare il fatto che mi vuoi mollare sofia che per te dieci minuti sono troppi, dio non la sopporto questa situazione, mi irrita, mi deprime, ora andiamo a casa che preparo il sugo con quei pomodori di Pachino buonissimi, dio ma quant'è paciocca, ora me la mangio.
Ecco e poi vi scrivo che sono irritata e depressa.
Mi etichetto. Nasce l'etichetta, e l'etichetta è l'esemplificazione molesta di un disegno grandioso, di un meraviglioso complesso.

Non so perché qui, ma devo dire in genere quando sono chiamata a discutere, mi faccio seria.
E' che non mi piace affatto cincischiare. Non lo faccio neanche nella vita vera.
Mi piace scavare. E trovare termini portentosi e crudi per farlo, perché nella parole risiede un formidabile fuoco capace di far uscire quello che abbiamo in fondo.
Si chiama maieutica. E in effetti sono una socratica. Agli esami ho sempre riscosso successo non tanto per la quantità di sapere che mostravo quanto per la metodologia che mettevo in atto. L'esame si trasformava sempre in lezione vera e propria. Chiedevo, ribattevo, osavo, pensavo. E uscivano cose nuove e diverse dai contenuti dell'esame. E piaceva. Sono una filosofa e il mio sistema è quello di continua ricerca.
Vuol dire che non discuto delle cose che possiedo e che sono assodate e che non devono essere modificate.
Discuto invece di ciò che mi manca, a un passo dall'evoluzione. Perché ritengo che se noi esseri umani siamo in continua evoluzione, sempre in ricerca, è grazie a quella mancanza congenita che sentiamo continuamente. Per questo siamo grandiosi.
Per cui dietro ai miei lamenti c'è un senso eroico. Mi piace che mi manchino delle cose, che io sia irrequieta, che lotti per andare avanti, se no che avventura sarebbe mai questa vita? Sarei uno zerbino poggiato.
E poi uso questa nudità d'animo perché non mi imbarazzo, sono consapevole di me, sono una nudista e so che il corpo che mostro lo riconoscete tutti voi che lo avete uguale o simile al mio. E mi piace provocare.
E quando tutto questo mi viene a noia cambio.
In pillole la metodologia usata in questo blog.

Bene. Ora arriva il bello.
Il bello è che sono una persona normale, eh?
Non pensate che io stia sempre lì a menarmela.
Io sono un'esistenzialista gaudente. A me vivere non è che piace: mi fa godere proprio. Nel bene e nel male.
E sono certa che tutti capiscano benissimo quello che intendo dire.
E per dimostrare quanto io sia normale ecco:
intanto con Sofia parlo ancora con quella vocina cretina, quella acuta, quella scema che esce con gli animali. E poi la appello in migliaia di nomignoli: la chiamo Nenè, tulipano, chiocciolina, Tinchi-uinchi, titina, Totò (questo suscita il nervosismo tra i più), Cieche, Cecè, Zurigo, Suzuki Planetario (non chiedetemi perché, ché non lo so nemmeno io). Persino Zebedeo.
Mi piace stiracchiarmi, fumarmi la prima sigaretta appena sveglia e trovare il caffè del giorno prima, il sudoku quello diabolico e le tavole logiche; una volta all'anno mi piace giocare a carte e se qualcuno giocasse con me starei ore a Scarabeo (ora Scrubble), ma poi non è vero perché da un po' di tempo dopo dieci minuti che ci gioco mi rompo le palle; mi piace anche dire le parolacce; quando stendo i vestiti li odoro e se non profumano mi incazzo; tanto mi annoia andare a buttare la spazzatura che quando lo faccio mi sento Giovanna d'Arco; quando dobbiamo andare e Sofia indugia adoro prenderla in giro e dirle: "va bene allora ciao, ci vediamo domani eh?" e me ne vado e lei mi segue trafelata. Non sopporto le creme addosso e non metterle mi fa sentire speciale anche se so che un giorno me ne pentirò, allora rarissimamente mi sforzo. Quando mi lavo i denti vado dall'interno all'esterno e dal dentista a stare a bocca aperta mi sento scema. Litigo con mia mamma, continuamente, per qualsiasi cosa e mi fa ridere (a volte) sapere quanto sia sciocco il fatto che per partito preso se per lei è A per me è B e dopo qualche giorno se per me quella B è diventata A per lei stavolta è B. Spesso mi costringo a parlare con mio papà di cose di cui non me ne frega niente fingendo interesse. Adoro, immensamente, quelle volte in cui i miei zii vengono a mangiare dai miei e ci riuniamo. Quando vengo corteggiata, per strada, se lui non mi piace sono cortese, ringrazio il dottore rifiuto e vado avanti; nel caso in cui mi piace sfodero i miei occhi da gatta. Se so che dietro c'è qualcuno che mi sta guardando il sedere mi imbarazzo da morire. Ma a volte, se me la sento, sculetto apposta. Accanto a me e tutt'intorno mentre scrivo ci saranno due quintali di vestiti da stirare. Mi capita di pensare più o meno spesso a quella volta che il Riccio doveva suonare e aspettando sono salita sul palco, ho preso il suo basso, ho suonato due note che mi aveva insegnato e la gente si è avvicinata ad ascoltarmi e avevo le farfalle nello stomaco e ho capito cosa prova il Riccio; le scene di sesso in televisione mi imbarazzano; passo il dito indice sui mobili per verificare a che livello di polvere siamo arrivati; sono talmente educata che a volte mi piace essere volgare; non sopporto le cose vecchie e rotte e le butto e per questo ho dovuto sempre lottare, prima con mio padre, ora con il Riccio; mi annoia cambiare le pile scariche e in genere lo faccio fare agli altri.
Accanto a me e tutt'intorno mentre scrivo ci saranno due quintali di vestiti da stirare. Perciò adesso la smetto.
Più che normale, no?

28.6.11

Ma quanti anni ho?

Non ho mai intrattenuto con la mia età rapporti di tolleranza.
Due decenni fa la Tav esisteva, ed ero io nei confronti del mio tempo biologico.

Avevo dieci anni.
Era l'estate del '90, in vacanza con l'allora mia amatissima amica.
Portavo la terza di seno, i capelli lunghi, la minigonna cortissima e la pelle abbronzata. Andavo sulle moto, uscivo la sera, frequentavo una comitiva dove il più piccolo aveva diciassette anni, mi innamorai di un capellone riccio e chitarrista (la catena del karma non si spezza!) che fu il mio primo fidanzato ufficiale per tre anni. Talmente pazzo che quando le vacanze finirono dopo qualche giorno me lo ritrovai sotto casa. Trecento chilometri di viaggio in autostrada sopra una vespa bianca 50 HP.
Ma prima di lui, sempre lì in vacanza, conobbi un militare ventenne.
Mi piaceva suscitare l'effetto sorpresa riguardo la mia età.
Adoravo impelagarmi nei discorsi degli adulti senza essere penalizzata da un accidente come gli anni che mi appartenevano solo per imposizione e non per un'effettivo adempimento alla mia natura. Insomma: avevo dieci anni ed ero biologicamente, ormonalmente, tendenzialmente donna. O comunque donneggiante.
Oggi ci stiamo abituando, da qualche tempo cominciamo, forse per sfinimento, a tollerare bimbette che fanno benissimo le donnine. Ma vent'anni fa una decenne era una decenne e basta, ascoltava Cristina D'Avena e, seppur di nascosto, intesseva storie d'amore tra Barbie e Ken. Vent'anni fa era difficile smascherare una decenne in un corpo di ventenne, tanto era insolita la questione.
Così una sera che il militare fece per baciarmi, forse improvvisamente assalita da una qualche paura della giusta misura di una bimba di dieci anni, gliela dissi, la mia età. Mi guardò di grado in grado prima sorpreso, poi perplesso, quindi scandalizzato, inorridito, e infine, incazzato nero, scappò via.

Ad ogni modo, è così che ho sempre fatto. Non ho mai guardato la mia vera età. L'ho sempre occultata, aiutata da questo mio corpo maturo da quasi subito.
Sono stata davvero per poco bambina, incantata da quel mondo più grande di me che prometteva avventure, libertà ed eccitazione (prometteva solo, constatai dopo)

Oggi forse sconto questa specie di oltraggio al tempo naturale.
Oggi mi chiedo: ma che fanno le trentenni?
Di cosa parlano, per cosa si eccitano, cosa vedono guardando avanti;
camminano ancora a testa bassa o hanno vinto le loro paure;
cosa indossano, quali sono i loro miti, dove vanno la sera;
di cosa si innamorano, cosa le indigna, cosa le fa ridere a crepapelle;
dove stanno andando?
Senza di me.


Oggi, che cinque giorni su sette rimango a casa, con Sofia, e se esco è con e per Sofia, solo passeggiate solitarie e color pastello ai parchi; oggi che le mie conversazioni le intesso esclusivamente con i miei vicini di casa tutti più o meno sessantenni (ma quant'è bella Sofia, quant'è brava Sofia, quant'è grande Sofia), o con le maestre (Sofia ha fatto questo, ha mangiato questo, ha detto quest'altro), o con il macellaio, il panettiere, il salumiere (Sofia, guarda che ti do; per Sofia, Signora, guardi che le do), e tutto, ogni iniziativa della mia vita, sembra implodere in Sofia.
Oggi, che la mia vita sembra non c'entrare per niente con queste due generazioni che così bene si spalleggiano e per intenti mi toccano solamente di striscio (sessantenni e duenni pare sappiano benissimo come annullare il gap);
ecco, io oggi rivoglio i miei trentanni.


Trent'anni, cazzo, e sembro na' vecchia.

26.6.11

Vecchio volpone

Uscita congresso MPA cui il Riccio è stato costretto a partecipare per lavoro.

"Riccio, com'è andata? di cosa discutevano? chi c'era?"
"un cumulo di merda!"
"ah, bene, e per il resto?"
"per il resto...non so...c'era la Cucinotta"
Lo sguardo torvo e incazzato causa gelosia-leièpiùfigadimeetuhaiosatoguardarla-autoindotta scatta all'istante.
"non ti preoccupare: era lontana e non ho potuto toccarla"
Poteredelcristallodilunavieniame mi assale mentre lo fulmino.
Ride, "ma che! fa cagare. tutta smilza e ossuta. tu sei più bona!" e mi bacia.
seeeeee.

Ad ogni modo potere del cristallo rinfoderato.

Quel genere di cazzate che, dall'alto dei miei trent'anni suonati, tutt'ora gradisco alquanto.

25.6.11

Quello che non so di te


Gli amanti sono sarti.
Il loro primo gesto, portando ciascuno la propria tela, è di porgerla così com'è l'uno all'altro. Il secondo è di farne una. Un'unica tela.
Il disegno comune.
C'è quel momento, iniziale, fatto di parole fitte senza sosta, sotterranee e private, che muove su frequenze silenziose da dove si beve, e quell'acqua disseta non so bene quale terra ma che a sapere l'uno dell'altro, di quello che prima non si conosceva e mancava, qualcosa dentro la risolve. Io conosco te e mi disseto. E su quella tela escono parole e disegni che mai avremmo pensato di possedere, di potere concepire.
I due sarti si mettono lì, fitti fitti, anche a costo di perdere un pò la vista nell'attenzione che hanno perché ogni punto della tela venga messo bene e narrato.

E anche noi in quei giorni un po' di vista l'abbiamo persa. La gente ci poteva vedere solo le nostre teste, messe chine sulle storie che dovevamo raccontarci.
A parlarci di quello che andavamo cercando, di quello di cui avevamo fame, ci rivelavamo a noi stessi parlandoci, un grumo confuso di partenze e di arrivi di tutto quello che non avevamo mai detto. 
Abbiamo bevuto tanto, e cucito anche, nonostante molto del fondo sia rimasto muto, e va bene così. Perché quello che non so di te è la parte che mi crea più languore, in quel posto che a rimanere sempre vuoto tiene in piedi la voglia di colmarlo. Spinge in avanti a voler tessere.





Ma poi ad un certo punto della loro storia e senza motivo i sarti si alzano dalla sedia, lasciano sul tavolo ogni cosa. Non hanno più voglia di star lì a parlarsi, a tessere storie loro, a dissetarsi. E via.
Le loro teste non più chine si levano alte e le parole emergono dal silenzio, su frequenze di superficie stavolta riconoscibili a tutti.
Quel dialogo, che prima tesseva, ora si spegne. E' come se, nonostante il disegno sia ancora incompleto, non si avesse più l'urgenza di cucire.
Magari dopo...

Ma perché?
Perché se abbiamo ancora voglia di bere, di sapere dov'è che poggiamo, io e te adesso non parliamo più?





Agg. La foto qui sopra l'ho pescata qualche anno fa dal web, quando ancora di web non ne capivo una mazza. La adoro. Da sempre. Perciò ho temuto d'aver infranto qualche copyright non sapendo dove reperire la fonte.
E invece eccola qua la fonte: Giancarlo Malandra e nello specifico Mani di sarto 

15.6.11

New entry

Sofia è Signora di tutte le terre emerse e sommerse, conosciute e non; tutte le creature posate su questo mondo, a parte la sua Santa Madre, sono vassalli, valvassori, valvassini e nient'altro, e usufruiscono indegnamente di tutto ciò che Le appartiene per diritto incontestabile.
"Opiiiiiiaaaaahh!!!" battendosi selvaggiamente la pancia, che non vuol dire altro che "mio", è il grido di guerra che Vostra Signoria lancia se qualsiasi oggetto alla portata della sua acutissima vista viene inopportunamente anche solo preso in prestito.
A quel gesto ogni vassallo, valvassore, valvassino che voglia scampare all'arma ultrasonica a Sua disposizione è pregato gentilmente di desistere e lasciare che l'oggetto torni alla sua legittima proprietaria, grazie.
Asia, no. Asia non ha nulla a che vedere con maniacali prese di possesso. Asia prende con la noncuranza del selvaggio prima dell'avvento della proprietà privata, con la stessa innocenza dei confratelli francescani, e con la stessa limpidezza accetta senza evidenti reazioni il fatto che in qualsiasi momento "Opiiiiiiaaaaahh!!!" le possa togliere tutto.

Per la stessa questione di diritto di reggenza autoproclamata, per Sofia è lesa maestà se qualcuno tenta un qualsiasi approccio con Sua Santa Madre. Anche solo un vago tentativo di condividere l'aria antistante può costare il "tagliategli la teeeeesta".
Asia invece non ha inclinazioni maniaco-ossessive, non dipende da nessuno se non da se stessa; se le è consentito partecipa e condivide i momenti, altrimenti con, per la sua età prematura, serafica compassione buddhista amici come prima: mi faccio la mia vita.

A Sofia le si deve ogni briciola di attenzione, ogni neurone che sia sopravvissuto al suo cieco e disumano sfruttamento. Vuole essere stimolata, solleticata, divertita, punzecchiata, lodata, coccolata, accompagnata, protetta, confortata, istruita, lavata-cambiata-mangiata-addormentata.
Asia invece campa di niente: pochi gesti, poche attenzioni. Il minimo per non dirsi eremita del mondo.

Asia gioca freneticamente mezz'ora, poi si riposa. Si rimette a giocare, e poi di nuovo riposa.
Sofia è un fiume inarrestabile, fonte attiva tutto il giorno di energia rinnovabile, tutto il giorno senza interruzione tutto il giorno senza interruzione tutto il giorno senza interruzione (urlo di Munch)

Asia scompiglia un po', quel po' che manifesta la presenza di gioia e di attività in una casa.
Niente in confronto all'uragano Katrina che Sofia libera dentro casa ogni dieci minuti.

Asia è balsamo per una donna ormai patologicamente assuefatta e acciaccata dal presenzialismo di una figlia ai limiti dell'invasione barbarica.
Asia è tutto ciò che una mamma sull'orlo di una crisi di nervi potrebbe desiderare.
Se non fosse che è una gatta.

12.6.11

Felicità è...

- buttare fuori di casa Riccio e figlia. Gentilmente "a presto", con un sorriso di cortesia e le mani che spingono fuori.
  Buttarli fuori dalla testa e non avere alcun senso di colpa.

- mettere musica, al volume che permette di non sentire altro, la stessa che ascoltavo dieci anni fa, cantavo e ballavo e nient'altro. La stessa aria pregna e nient'altro. 

- togliersi di dosso pesanti seconde nature che il tempo ha incollato per bene addosso, scarpe, elastici per capelli, maglietta e jeans. E farsi una doccia fredda senza tempo, sentirsi antica e nuova come l'acqua.

- camminare scalza per casa e lasciare cadere dietro scie di gocce. 

- guardare le gocce e ignorare la telefonata di sollecito da parte di qualcuno.

- fumare a casa senza colpa e goderne.

- prepararsi per uscire, con lo stesso godimento di qualche anno fa, di quando era l'attesa di quello che sarebbe successo dopo a portare l'emozione e non il dopo in se e per se, il rituale della preparazione davanti allo specchio.

- mettere la matita nera sugli occhi, gli orecchini che preferisco, le scarpe con cui cammino, rivestirsi di tutto quello che da sempre mi appartiene.

- dimenticare del lupo che mi abbaia ogni istante in pancia, lo arrovella.

- sentirsi dentro la propria pelle.

- sentirsi bellissima.

- sentirsi di nuovo.


A trent'anni suonati, una figlia, un Riccio, una casa, e una testa che comincia a fare bizze,
felicità è tornare ad avere quindici anni. 
Con quella stessa leggerezza tipica di chi se ne fotte di tutto, tranne che della propria straordinaria, unica, mozzafiato esistenza, e il senso di colpa è solo una sfiga che tocca ad altri. 
E avere l'impressione che sia così per sempre.

Almeno per quell'unica ora ancor più rara di ogni morte di papa.

7.6.11

L'"anch'io" rende liberi, ovvero: La gallina è pur sempre un animale intelligente

Va bene, che io sia ipocondriaca è ormai di pubblico dominio, no?
Lo sapete tutti, l'ho detto, detto e ridetto, magari un po' masticato forse, come chi certe magagne della propria persona fa fatica ad esporle e se le tiene strette e imburkate per una specie di pudore ai limiti dell'integralismo.
Dunque lo sapete. 
Ma sapete fino a che punto? 
Fino a che punto una paranoia può fare di un essere umano responsabile, lucido e illuminato, una scamorza affumicata?
Ve lo dico io: fino al punto di vagare ansiosa e preoccupata per casa con la stessa eleganza di una gallina. Perché in quei momenti di ansia ingiustificata me ne rendo conto di assomigliare ad una gallina. Per capacità intellettiva e motoria.
Razzolo per casa in cerca di qualcosa che mi dia sollievo dall'ansia e più non la trovo più mi sale l'ansia; e più mi sale l'ansia più aumentano i sintomi che mi hanno procurato ansia; e più i sintomi si acuiscono più l'ansia...
E via così, in un circolo che fa razzolare in tondo la gallina.  
Inutile discutere sui perché che sottendono il mal razzolare.
Qui voglio discutere di come la gallina possa togliersi di dosso quella ridicola camminata ruzzolante, quel piumaggio impolverato e quell'inutile chiocciare fine a se stesso e ricominciare ad avere una parvenza umana, senza ricorrere a palliativi lexotanici (la gallina sarà pure onnivora ma c'è un limite a tutto).

La risposta è: anch'io.
Anch'io: balsamo per la testa che fuma, interruttore primo che spegne ogni paura.

Ho scoperto che l'unica mia arma a disposizione per risolvere questa faccenda è quella di prendermi per il culo. Insomma guardarmi da un punto lontano da me e banalizzare il mio comportamento. Riderne e insieme averne, come dire?, misericordia. Come fa un genitore con le piccole paure immaginarie dei figli.
Ma perché questo sia veramente efficace c'è bisogno che qualcuno rida assieme a me.
Perciò ne parlo. Discuto dei sintomi, delle sensazioni, del circolo dentro al quale rimango imbrigliata.
Di come la gallina sia il mio animale totemico.
E qualche giorno fa mi è capitato di parlarne con una donna a mio parere grande: forte, energica, intelligente. Perciò attendibile.
E lì mi regala quella formula magica, quel miele odoroso di quiete, quel "anch'io".
Mi dice che anche lei, tanti anni fa, ha provato lo stesso disagio. E ci credo perché, mentre racconta, in quella donna mi riconosco, sono io.
Mi dice che è la paura che nasce quando si hanno figli.
Lo so: alla fine la più grande nostra responsabilità è quella di non abbandonarli. Ma in questo caso non ci sono promesse che tengano, azioni giuste da compiere, doveri da assolvere. Questo tipo di responsabilità non ha nulla a che fare con l'impegno e le scelte e il controllo sul proprio destino. Qui tutto è affidato al caso.
E ci rimane quindi o di abbandonarci fiduciosi o dimenarci ansiosi per il fatto di non avere potere e controllo sul caso.
Abbandonarmi fiduciosa è quello che sto tentando di fare.

Mi dice che poi passa.
Questa donna credo mi abbia donato il conforto del fiume. Cioè il sollievo che dà sapere che tutto si muove, viene e va via, con la stessa delicatezza dell'acqua.



Dio! Parlare, comunicare, esporsi, buttare fuori tutto, dare alla luce quello che all'ombra si guasta. Dio che sollievo!
Perché c'è sempre qualcuno che raccoglie, che usa parole giuste, che toglie quel senso di isolamento che affianca in automatico le nostre debolezze.
Perché il potere catartico della condivisione smuove le montagne. O i macigni.

E anche perché quando una gallina parla della sua gallinitudine significa che ha coscienza di sè.
E in quel momento il suo chiocciare comincia ad essere poco più umano e sensato.



Nota al post: devo andare a lavorare!  

27.5.11

Così: incasinata con la coda

Scrivevo questo.
Io non ho molta memoria.
In testa conservo diapositive scoordinate mancanti totalmente di consecutio temporum che dia loro una qualche causalità e logica. 
Ricordo molto bene una donna che disse: "colui che non ha memoria è un pazzo".
Ecco, io sono colei.
Faccio fatica a costruirci una storia con le diapositive di cui dispongo.
E mi piacerebbe ritrovare nella mia storia quello che sono oggi, perché vorrebbe dire che ho già vissuto questo momento e che sono stata capace di superarlo.

Io però non ricordo affatto di essere mai stata così.
Così.
Ecco. Al "così" mi sono interrotta. 
Stavo per cedere ad un così a mo' di sacco di iuta, capiente contenitore di retorica e arma a doppio taglio: lo avrei riempito di mie pecche, limiti, mancanze che mi frenano in questo periodo di mamma incasinata, palesando qui, quasi come fosse un rito di espiazione di colpe. 
Palesare significa rendere manifesto, dunque portare a conoscenza, ciò che non si vede. Smascherare per poter sistemare.
Ma in questo senso non sarebbe servito. Sarebbe stato solo un atto retorico nei confronti di me stessa. 
Io so già. Che mi serve ridirlo, rivederlo, palesarlo?
Al "così" mi sono interrotta. Ho lasciato aperto il sacco, ma ho cercato nuovi contenuti. 

Avete presente "Lemony Snicket - Una serie di sfortunati eventi" ?
Violet è la straordinaria inventrice che annuncia ogni suo atto creativo legandosi i capelli con un nastro.
Io lo faccio sempre. Ogni volta che mi sento assalire da quei moti forti, quelli che mi smuovono da certe azioni stagnanti, mi lego i capelli e via. Non so. Forse, portando sempre i capelli lunghissimi, quasi fosse una coperta di conforto, legandomi i capelli mi dico che non ho bisogno di conforti, di mollezze, ma che devo muovermi, e spedita per giunta.


Quando ho partorito Sofia, non ho fatto su di me un atto di forza superando l'ipocondria e le mie idiosincrasie nei confronti del dolore fisico per niente. 
Non mi sono costretta a partorire con dolore per niente. L'ho fatto perché già in quel suo primo momento, ho voluto dire a Sofia "io, per te, sarò; io, per te, avrò"
Due anni fa per Sofia sono uscita fuori da me per darle il meglio.

Oggi non è cambiato nulla.
Sono un casino come non lo sono stata mai.
Ma non lo dico, non lo paleso, non voglio dargli più voce. 
Prendo il sacco e gli metto le cose migliori che ho da offrire a questa bimba.

Così.
Così mi sono legata i capelli, ho messo la musica a tutto volume. Ho riso.

E preparo per domani.
Per Sofia.
Sofia che non so perché mi ha reso fragile.
Che però mi costringe a superarmi, a riempire il "così come sono" di contenuti più giusti.
Che mi fa legare i capelli.
Sofia che domani fa due anni.



20.5.11

Tre anni dopo, lo stesso pasticcio

Quando tre anni fa Veronica e il Riccio si incontrarono per la seconda volta, al locale dove lui aveva appena tenuto un concerto, ancora tutto sudato, eccezionalmente riccio, e con in mano un dito di whisky ambrato, le disse: "mia mamma si chiama Maria, mio papà Giuseppe, io ho trentatré anni e fra due mesi l'avrò scampata".
Quel genere di frasi, assieme alle altre, creò per tutta la notte in Veronica fragori imbarazzanti di risate gallinacee e un colossale, trascinante, incontrovertibile innamoramento.

In effetti due mesi dopo il Riccio era ancora vivo se a mezzanotte esatta, sentendosi chiamare dal balcone di casa sua, si affacciò e rise.
Veronica allora era un'universitaria cronicamente afflitta da mancanza di capitale e tutto quello che portò per spegnere una candelina fu un pasticcio mignon panna e fragole che poi divisero.
Festeggiarono assieme per tutta la notte il fatto che il Riccio fosse ancora vivo, scampato alla maledizione.

Non avevano niente. Solamente quel pasticcio mignon panna e fragole da dividere. Ed erano felici.


Oggi Veronica, ancora più cronicamente afflitta da mancanza di capitale, pensa di replicare quella serata e di far spegnere la candelina al Riccio in un pasticcio identico a quello di tre anni fa.
Veronica, in un moto di ottimismo, crede che certe bellezze sopravvivano a qualsiasi cronica mancanza. 
E che dividere un pasticcio mignon panna e fragole possa ancora rendere felici.






Auguri.

  

18.5.11

E tu, donna, sarai discriminata

Siamo nel tempo del progresso cieco e inarrestabile.
Non del progresso inteso come miglioramento, crescita, sviluppo.
Siamo nel tempo del progresso per il progresso, cioè del progresso fine a se stesso. "Stiamo tutti correndo, ragazza, non vedi? Vieni a correre anche tu" "Ma dove state andando?" "E chi lo sa, ragazza. Intanto si corre".
Siamo nel tempo in cui se non corri sei un esiliato sociale.
Siamo nel tempo dell'attività forsennata a tutti i costi.
Siamo nel tempo dove il lavoro è una condizione esistenziale: se non lavori, non sei.
Perciò siamo nel tempo dove il lavorare non è un momento importante in mezzo ai tanti momenti importanti dell'individuo: il lavorare è il Momento per eccellenza. Il resto sono pause che arrestano il lavorare.
Siamo nel tempo dove si lavora per ottenere gli strumenti per lavorare: la macchina per andare a lavorare, la moto per non arrivare tardi al lavoro, i vestiti per il lavoro, i giocattoli per occupare i pomeriggi dei nostri figli a casa, ché se fossimo presenti starebbero fuori a ruzzolare nel prato o al più giocherebbero con un sasso trovato per terra.
Siamo nel tempo dell'assenza delle figure genitoriali come fruitrici di cultura perché disperatamente impegnati a lavorare per la cultura dei nostri figli affinché in futuro possano trovare un degno posto di lavoro. Un paradosso.
Siamo nel tempo in cui si lavora asininamente per guadagnare e poi asininamente spendere la Domenica al centro commerciale.
Perché questo è il tempo del centro commerciale, spazio vitale dell'uomo che lavora una settimana intera per poterne nel giorno di riposo usufruire.
Perché la Domenica è ancora il giorno del Signore, la cui Parola fa din din.
Siamo nel tempo che, al solo leggere queste mie parole, molti di voi, chi per un motivo, chi per un altro, staranno rabbrividendo.



E' in questo tempo che si inserisce il mio colloquio di lavoro.
Ci sono la responsabile dell'agenzia di collocamento e l'esaminatore responsabile dell'azienda che mi deve assumere.
L'esaminatore ha due occhi azzurrissimi, uno sguardo di chi ha visto tanto, un po' stanco ma comunque agguerrito. E' quel genere di sguardo che mi piace: potrebbe appartenere anche ad una persona cinica ma che gioca comunque a viso aperto.
Ci guardiamo a fondo negli occhi, ci facciamo simpatia.
Prima domanda: "E' sposata?"
Seconda domanda: "Ha figli?"
...
Qui finisce il colloquio. Dopo è solo un farfugliare inutile. Sa, non diamo part time - sarebbe ideale, ma se non è possibile sono comunque disponibile - la Domenica si lavora più che negli altri giorni per recuperare - non importa, un giorno vale l'altro - non ammettiamo dunque assenze, lo so poi come vanno queste cose: la Domenica le mamme prendono la malattia...- sì, ho capito perfettamente cosa intende dire -...ecco! 
La responsabile dell'agenzia interviene chiedendomi quale siano le mie intenzioni riguardo l'università.
- Non si preoccupi, Lei che al primo colloquio ha usato su di noi il termine smistare, verrete smistati come fossimo ovini e suini, non si preoccupi, non ho intenzione di studiare, perciò di chiedervi una volta al mese un giorno per l'esame. Sono già asservita quanto voi alle esigenze dell'Azienda che ci fa parlare tutti col plurale maiestatis -

Qui si sta parlando di tempo vitale, io lo so, lo sa l'esaminatore.
Loro vogliono il mio intero tempo vitale, ma io il mio tempo vitale lo dovrei un po' anche a Sofia.
Io lo so, lo sa anche l'esaminatore.

Io dunque non posso correre: ho un carico di quindici chili con ciuccio e pannolino.
Sono ufficialmente un'esiliata sociale.
Anche se solo per fare la commessa (ops!, scusate, 'addetta alle vendite') di un centro commerciale.

Colloquio finito. Dieci minuti al massimo. Il più breve della storia.



L'esaminatore ha una cinquantina d'anni.
Ha figli.
E' una donna.

14.5.11

La palla

Siamo nel pieno dei terrible two, campo di battaglia furibondo.


Tra una rara espressione d'affetto e l'altra di vago bisogno di sicurezza, per il resto, nell'arco di un'intera giornata, è un interminabile, continuo, ultrasonico urlo.
Sofia urla. Cioè, Sofia canta, parlocchia, balla, bofonchia, mima, imita, ma, se dovessi riassumere con un'unica voce la sua personale maniera di comunicare, direi che Sofia urla.
Ha di recente scoperto la forza del portare all'estenuazione per ottenere eventuali oggetti del desiderio.
Ora so che la tortura cinese non è mica il frutto di un atteggiamento degenerato in seguito a sovrastrutture sociali esacerbate in seno allo sviluppo delle civiltà.
La tortura cinese è una naturale acquisizione metodologica dell'angioletto di casa. Forse addirittura una sua naturale disposizione.


Giorni interi a tiranneggiare urlando sui miei già precari equilibri psichici. Giorni interi a spuntarla urlando per intercessione dei miei tentativi di difendere i suddetti già precari equilibri psichici.
Fino a che ieri sera, sul bordo del letto: "payya!".
Palla.
"No, amore, a letto no la palla: è sporca".
Paaayyyaaa!!!
"No, amore, te l'ho già detto: è sporca e non può venire a letto con te"
Paaaaaaayyyyyyyyyyaaaaaa!!!!!!!


Ecco. E' qui che in un istante da oggetto portatore ufficiale di spensieratezza, la palla si è trasformata in questione di principio. Per Sofia. Per me.
In un lampo, pensando ad un cedevole sì, ho immaginato Sofia a quattro anni picchiare il compagnetto al parco per un posto sull'altalena, a dieci diventare la bulla dell'istituto elementare, a tredici essere bocciata agli esami di terza media, a quindici scappare a Berlino con un cinquantenne musicista russo con la cresta, a venti tornare a casa a chiedere cento euro, "investimento per un progetto epocale, rivoluzionario, audace, con sicuri e ampi margini di sviluppo sulla scena internazionale del mercato" (bigiotteria di bassa lega in una bancarella a Berlino).
Perciò: no! la palla no!

Ho visto l'arcobaleno sul viso di Sofia lasciare poi il posto ad un rosso violaceo.
Urla strazianti, singhiozzi imploranti, muscoli tesi allo spasimo.
Mezz'ora.
Finché le ho preso il braccio e le ho urlato di smettere di urlare. Il paradosso della rabbia.
E poi, impotente e frustrata, le ho chiesto di scegliere: o calmarsi con Winnie the Pooh o la palla a letto e la mamma furibonda che le toglie la parola.
Siamo stremate. Lei succhia forte il ciuccio. Io vado fuori a fumarmi una sigaretta.


720 circa.
Le notti che abbiamo passato assieme.
Le notti in cui sono stata il solo e vero oggetto transizionale di Sofia.
720. Tutte da quando è nata. Meno che questa.
Quando torno da lei, dorme. Dorme e singhiozza.



Siamo nel pieno dei terrible two, campo di battaglia furibondo e impietoso.
Dove però non si fanno mai vincitori.

Qui ci sono solo una bimba che dorme con ancora le ciglia appiccicate e bagnate e una mamma con un misto ingestibile di rabbia e senso di colpa.
In mezzo a loro una palla.
La loro prima questione di principio.