Visualizzazione post con etichetta Corpo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Corpo. Mostra tutti i post

31.12.11

Passeggiando in città. Con due casse di acqua e uno scolapasta

Catania non è una città pianeggiante. A parte il centro storico a livello del mare, il resto è un succedersi di salite e discese, salite e discese, discese e salite e, in base ai punti di vista, più salite che discese. 
Per questo motivo Catania non verrà mai investita né dalla buona abitudine di muoversi in bicicletta né dagli tsunami. A parte il centro storico che però risponde ad un esiguo 5% della città totale.
E' in questo contesto che avvengono le mie passeggiate con Sofia. 
Sofia si muove su mamma soma.
A limite si concede una sgranchita lunga quattro passi, una-due-tre-quattro, e poi ritorna su. Su mamma soma.
Inizia a protendere prepotentemente e senza possibilità di replica le braccia già durante la vestizione per l'uscita.
"Aspetta, Sofia, non vedi che mi sto mettendo il cappotto?"
Continua mentre preparo la borsa.
"Aspetta, Sofia, devo prendere le chiavi"
Braccia protese ancor prima di chiudere la porta di casa.
"Fammi prima chiudere, Sofia".
A quel punto, da casa fino all'auto, chiederle di aspettare di salire in macchina risulta una barzelletta, un modo maldestro e ridicolo di defilarmi, una demenza senza alcuna ragione che lei, ovvio, non beve mai.
E inizia la via crucis.

29.3.11

Il nodo snodato

La prima settimana le è sembrato normale.
La seconda una scocciatura.
La terza un problema serio.
La quarta settimana un labirinto senza fili d'Arianna.

Da un mese accade questo: ogni domenica puntuale all'appuntamento delle 18:30, in macchina che guida, improvvisamente tra Corso Sicilia e Piazza Stesicoro a Veronica manca il respiro. Si sente mancare, c'ha paura, è sola, al più Sofia. 
Vola a casa, pensandola un baluardo di salvezza. Ma non passa affatto. Continua il nodo al petto. 
Cerca di non pensarci, gioca con Sofia, ma il nodo la attanaglia insistente, è difficile non badargli, si infiltra in tutte le filastrocche, il papercutting e i lego sparsi ovunque. 
Veronica porta il nodo fino a sera, fino al letto, e vorrebbe non addormentarsi, lasciarsi così docile preda.  

Lunedì, al risveglio, eccolo, la notte non ha alleggerito nulla: il nodo, la mancanza di fiato è lì, non cede, anzi si è fatto più aggressivo. Tutto il giorno. 

Martedì. Fa fatica a fare qualsiasi cosa. Parla pure poco. E' stanca ancor prima di iniziare. 

Ed ecco che ad ogni mercoledì da cinque settimane il nodo esplode, si trasforma: la prima settimana in un'influenza, la seconda in una bronchite, la terza in tachicardia più gastrite, la quarta di nuovo in febbre a 40°.

Durano tutte tre giorni: mercoledì, giovedì, venerdì. Poi sabato più niente, fino alle 18:30 della domenica seguente.


Veronica, ipocondriaca doc, prima sacerdotessa di ogni tipo di paranoia psicosomatica riguardante complotti orditi da parte di un destino crudele ai danni della sua salute, nonostante anche questa quinta settimana sia andata come da copione, anticipando però per domenica l'arrivo del virus intestinale, da qualche giorno non ha più paura.

Da qualche giorno, a letto in pigiama, ha ripercorso il mese, ha fatto due conti e ha capito.
Nessun destino crudele.

Solo il Riccio.
Il Riccio, che torna sabato mattina carico carico di benessere da donare a Veronica e che poi riparte domenica alle 18:30 dalla stazione di Corso Sicilia adiacente Piazza Stesicoro.

E che, non si sa ancora bene perché, ha deciso che come carico torna così carico riparte.   

9.11.10

Le mie scarpette rosse

Accomodatevi, prego. 
Prendetevi del tempo, se potete. Perché è di tempo che qui si parla, ché me lo sono preso tutto per raccogliere i pensieri, come quando si tiene qualcosa in bocca non per divorare ma per assaporare il gusto, tenerlo finché non si scioglie nell'acidità degli umori corrosivi. Eliminate, se potete, gli umori corrosivi del tempo veloce-velocissimo e
gustate questa bevanda, che ho preparato con la stessa lunga metodica cinese gestualità.

Così tanto tempo lontana dalle scene in kbyte perché a un qualche balordo fancazzista è saltato in mente, se di mente si può parlare, di sabotare la centralina che dispensa connessioni all'intero quartiere dove vivo. Un Big Bang rionale delle telecomunicazioni.
E per quanto mi riguarda, una grande occasione.
Vi parlo di questa mia esperienza di durata bisettimanale nel buio medievale fuori dall'era internettiana perché ho avuto tanto tempo - tempo che, in caso contrario, in mancanza di questa esperienza dico, non avrei mai avuto o preso - per razionalizzarla e sviscerarla. Prima viverla ciecamente, come si fa con tutti i fatti contingenti che si vivono come inghiottiti dentro l'occhio di un ciclone, poi guardarla da lontano con l'occhio razionale ripulito dai venti vorticosi e detriti incontrollabili, infine poterla raccontare.


(Se di tempo ne avete poco, passate a "Scarpette Rosse" che più s'addice al mordiefuggi tipico di un blog categoria "personale" 
Se proprio non ne avete, saltate direttamente a "Conclusioni") 


Labirintinternet 
Quando la sera del 27 Ott. la connessione è saltata si è subito percepita la mole della questione.
Connessione in tilt. In tilt la mia testa.
Ho accelerato immediatamente l'attività, già di per sé spasmodica in tempi non sospetti, del nostro caro nevrotico dito indice.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (numero indefinito di click). Niente.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (n. i. di c). Niente.
Click e niente per un'ora.
Descrivo questa mia apparente insulsa reazione perché è stata questa a mettermi subito in stato di allerta. Dal dito indice molesto in poi ho infatti cominciato a mettere sotto lo screening dell'auto-osservazione ogni mia mossa di fronte a questa situazione.
All'indomani del Big Bang, dopo una lunga-fredda-nera-notte fatta di contorsioni di occhi e di testa a metà tra rabbia psicotica e possessione demoniaca, di pruriti inestinguibili e sogni allucinati, dalle tane puritane siamo usciti tutti noi ratti superstiti abitanti del complesso danneggiato. Al posto di frasi e sorrisi di rito cortese, un disagio che non abbiamo potuto mascherare con nessuna delle frasi di repertorio tipo "Come sta?" "Bene. E lei?" "Bene".
Labirintite acuta manifesta tra un lampione e un vaso di piante grasse, occhi vacui e arrossati, sguardo scoordinato lanciato nell'etere privo di punti di riferimento e un generale unico rantolo: "Sto impazzendo" "E adesso che faccio?". E giù tutti con sorrisi sgangherati di comprensione, empatia o compassione buddista.
Diagnosi: crisi d'astinenza per dipendenza da internet.
Allora ho dovuto per forza cominciare ad analizzarla, questa dipendenza.
Prima di tutto perché una così facile ostentazione di questa nostra debolezza?
In genere sono i mattoncini dell'ego incollati con la saliva che tentiamo di mostrare, le nostre code di pavone, i colori più iridescenti - come se il nostro comunicarci fosse sempre e solo una pantomima del corteggiamento, una danza per l'accoppiamento tra predatori e prede.
In questo caso però ostentare dipendenza da internet ci ha reso, o mantenuto, in qualche modo forti. Perché ammettere, con tanto di sorriso scaltro dovuto al  benessere che ti offre il senso d'appartenenza ad un gruppo affollatissimo, legittimato dal diritto proveniente unicamente dalla consuetudine, di passare davanti ad uno schermo tutta la serata, o anche molto di più, per non incontrare il/la tua compagna, i tuoi figli, la tua gente, i tuoi doveri, le cose rimaste in sospeso, la lampadina da cambiare, il libro sul comodino? Perché non abbiamo alcun riserbo ad esprimere la nostra totale mancanza di incanto per la vita presente in carne ed ossa?
Perché internet è una carrozza dorata, una montatura di paillettes e lustrini che facilmente incanta.
E' la Babele per eccellenza. Una Babele multimediale.
Anche la vita naturale sarebbe straordinariamente multimediale (con in più una indefinibile magia fatta di odori, di luci, di ombre, di suoni, che spesso comodamente definiamo con la parola "chimica"). Ma che ci vogliamo fare: c'è di mezzo sto corpo, così pesante, così stanco, così scomodo. E la vita naturale si vive attraverso il corpo.
Internet, con quel suo po' po' di contenuto da vivere con occhi, dito indice e culo seduto è molto più comodo. Hai tutto con il minimo sforzo.
Dunque è Babele multimediale, assoluta e soprattutto efficiente. Per questo ci diciamo facilmente suoi adepti. Chi potrebbe biasimare una dipendenza dall'efficienza?


Sinapsi e connessioni
Internet è un treno, è sinonimo di velocità, ma si espande lento come una macchia d'olio nelle nostre ore: fagocita il nostro tempo.
Per cui è strano il tempo nell'era delle connessioni in secondi: l'attività internettiana, secondo l'apparato che la supporta, dovrebbe svolgersi in tempi brevissimi, eppure si dilata in modo abnorme e assorbe il tempo naturale, come avviene nel cervello. 
L'attività cerebrale consta di migliaia di connessioni al secondo. Dici 'secondo' e già sono avvenuti migliaia di processi: è una quantità enorme in un tempo ridottissimo che non possiamo razionalizzare, misure che si muovono dentro di noi nella nostra più totale ignoranza.
Un'ignoranza buona questa, molto saggia, perché pur partecipando della complessità del reale noi non possiamo contenerla consapevolmente tutta.
Non riusciremmo a partecipare di tutti i costrutti della mente senza uscirne schiacciati.
Nel mondo conscio, quello in cui ci strutturiamo consapevolmente, le cose vanno molto più semplicemente. Viviamo sui binari della vita naturale, che seppur complessa segue una ripetitività che la fa sostenibile.
Le stagioni, i cicli, i giorni, il tempo, creazione/distruzione, nascita/conservazione/morte, ci offrono la possibilità di partecipare della complessità della vita.
Quella del cervello è una complessità non gestibile da noi.
Per cui nella realtà che percepiamo quelle misure spazio/tempo si ammutoliscono per lasciar spazio al buon caro vecchio tempo naturale: c'è un tempo per girare il cucchiaino nella tazzina e far sciogliere lo zucchero nel caffè, un'altro per stendere al sole la biancheria, un altro ancora per togliere le rimanenze di una tavola imbandita a fine pasto. Tempi lontanissimi dalla velocità della luce dei processi cerebrali perché il corpo è quello che è, vive il tempo naturale. 
I due tempi, cerebrale e naturale, non vanno mai in conflitto, sono anzi in qualche punto, ancora misterioso alla nostra conoscenza, interconnessi, cioè: l'abnorme lavoro compiuto dal cervello viene come filtrato da un imbuto, rimpicciolito progressivamente fino ad uscire da un forellino molto più piccolo della sua grandezza di partenza. Questo forellino è la vita che noi esperiamo attraverso il tempo naturale, semplice, uniforme, a misura d'uomo.
Nonostante non si sappia cosa sia esattamente questo imbuto, credo però che si possa dire che uno dei tanti anelli che tiene uniti i due tempi senza che vadano in conflitto sia l'ignoranza, la nostra assoluta inconsapevolezza nel nostro caro lento tempo naturale della velocità allucinata del tempo cerebrale.
Stop. 
Ora questo discorso potrebbe continuare con un facile parallelismo tra connessioni cerebrali e connessioni internettiane.
Potrei facilmente dire che la cosa che ci tiene incollati a questo mostro informe dal nome vagamente ed evocativamente cancerogeno come l'eternit è il fatto che sperimentiamo la velocità delle connessioni senza il filtro dell'ignoranza e che questo ci fa sentire al di sopra dei nostri limiti congeniti e naturali, dandoci l'ingannevole ma confortante illusione di poter guadagnare in un sol colpo di click quello che non possiamo abbracciare se non con infarinature superficiali.
E potrei dire molto altro. Sbagliando.
La verità è che parlare di dipendenza da internet significa generalizzare ciò che è molto più particolare e sfaccettato: è un modo parziale di parlare di dipendenze del genere umano.
Inutile demonizzare un qualcosa che è semplicemente strumento al pari di un televisore, di un cellulare, di una chitarra, di una lettura, forse il più sofisticato tra gli strumenti perché è un pentolone di tutte queste cose messe assieme, ma non di più. 


Scarpette rosse
E che cos'è la dipendenza se non un modo smodato, psicotico, nevrotico, malato, di sopperire ad una necessità?
Il fancazzista di cui sopra mi ha dato la possibilità di rendermi conto della mia necessità/dipendenza. Che non si trova affatto legata ad internet: è molto più in fondo.
E' in questa passione che è il mio blog. Ma non è neanche legata a questo blog: è più in fondo.
E' nella mia adesione allo scrivere. Ma alla fine non è neanche tanto legata allo scrivere: è più in fondo.
E' qui, guarda, in basso: è nella mia pancia.
Dove indosso le mie scarpette rosse. Sì!, scarpette rosse.
Alzi la mano chi non ha mai fantasticato sul fregiarsi di scarpette rosse, chi non le ha mai indossate o chi, per totale mancanza di intraprendenza contro i costumi sobri-perbene, non le ha mai fatte indossare ai propri figli.
Il fatto è che le scarpe in generale sono l'involucro di ciò che ci fa aderire di più alla concretezza della vita, la quale si nutre di sangue, di viscere, di sacrificio, di passione: di forza rossa. Le scarpe rosse perciò sono un archetipo: rappresentano l'anelito a che la nostra vita sia salda, vitale e creativa.
Ognuno di noi, dentro ai nostri moti psicologici, possiede e cerca di calzare in ogni modo delle scarpette rosse. Ed è un bene che sia così, è necessario per sentirsi vivi. Ma quando questa necessarietà diventa l'unica, quando le scarpette non ti fanno danzare più la tua danza, il tuo personalissimo swing, perché per la troppa importanza che hai loro concesso cominciano a condurti freneticamente come indemoniate su percorsi che non ti nutrono ma ti sfibrano, questo direi che comincia a farsi problema.
La frenesia, la danza sfrenata, arriva quando la fame delle cose che ci nutrono è stata così protratta nel tempo da voler ad un certo punto fare incetta di ciò che ci sembra poterci saziare l'anima, quando ci si presenta davanti.
Un giorno, affamata com'ero, ho indossato le mie scarpette e ho aperto questo blog. 
Avevo bisogno di un luogo e di un tempo tutti miei che fossero di concentrazione, di ricerca e di confronto attraverso lo strumento che più mi accorda e mi si accorda. Il blog si è rivelato da subito un grande stimolo per la mia creatività. 
Mi ha salvato dal mio essere mamma a tempo pieno di uno scricciolo fagocitante oltre ogni limite la mia persona. Quando le mie scarpette danzavano io mi sentivo libera.
Però ad un certo punto, forse per questo loro rappresentare la mia salvezza e redenzione, hanno cominciato a prendere il sopravvento e rubare il tempo a tutto il resto, anche se solo con la testa. Facevo e mi muovevo comunque, ma se la testa è altrove ogni azione si spoglia di efficacia.
Così tutto a rotoli, tutto, che riassumo con "organizzazione del tempo". Disastro a casa, caos ovunque, disordine, ritmi frenetici inutilmente. 
Energie perse e tutto storto. 
Il tutto condito con tanto nervosismo da parte mia, e dunque del Riccio e di Sofia. 

E venne il fancazzista a togliermi quello che non avevo la forza di togliere. 

Cosa è successo in queste due settimane? 
Ho vissuto la calma e la pace del tempo naturale senza cercare luoghi altrove
La casa è pulita e ordinata in modo commovente. Ho iniziato la materia. Ho imbastito lo zaino per i giochi di Sofia e Sofia è in pace perché sente che non ho bisogno di andare. Faccio le bolle e gonfio palloncini non per acquietarla ma per stare con lei. E mentre sta seduta sulla sua sediolina a vedere per l'ennesima-ennesima-ennesima volta Toy Story e io lavo i piatti e sembra che si stia vivendo dentro una schiuma, penso che dopo tutto il casino vissuto questa scena da Mulino Bianco sia tutt'altro che da prendere per il culo. 


Conclusioni 
  1. Se aderire a se stessi e cercare di essere liberi diventa un unico moto che impedisce altro, allora è solo un inganno che ci ammala.
  2. Ieri è tornata la connessione Alleluia-Alleluia e sono felice di essere qui e di ritrovarvi
  3. Un saluto speciale al fancazzista


p.s.: c'ho ragione o no?: tanto tempo senza scrivere e mo' vedi che fame!

26.10.10

Ladies and Gentlemen: il tam-tam

tam-tam
fa nel fondo della mia pancia un tamburo improvviso, improvviso come il tuo decidere di lanciarti
tam-tam tam-tam tam-tam
un battere che nasce dal senso di meraviglia negli occhi fino ad arrivare alla pelle, ma poi torna indietro perché alcune immagini stanno nelle viscere per non uscirne più
tam-tam tam-tam
che si accorda al silenzio che stiamo facendo spontaneo perché niente, neanche l'aria che ti sta attorno, Sofia, ci sembra non dover essere spostata, ché anche l'uomo più meschino ha la decenza di ammutolirsi di fronte allo stupore per il sacro; e qui ora ce n'è, di stupore e di sacro
tam-tam
fa il senso di vertigine che adesso abbiamo addosso anche se è tutta tua questa vertigine, mentre cerchi l'equilibrio
tam-tam
è la voce della strada che si è appena aperta davanti a te e davanti a noi
fatta di nuove tue scelte, di nuove direzioni, ma anche di nuovi limiti
perché le catene si annodano dove si aprono le possibilità insieme ai voli
tam-tam fanno le catene, tam-tam i voli
e la grazia di questo tuo momento, anche questa fa tam-tam, quella delle cose nuove che regalano respiro, ci tolgono da dosso il peso dell'impotenza nel non poter più cambiare l'ormai
e oggi ci fa tutti nuovi, questo tam-tam ci chiama tutti ad esser nuovi come bambini, come te
e a cambiare pure direzioni
tam-tam 
fa questa nuova storia mentre si tesse dei tuoi passi, perché quando il corpo si muove disegna il luogo e il tempo della narrazione

e mi batte ancora il tamburo nello stomaco
tam-tam tam-tam
a pensarti finalmente libera
perché un corpo libero dà corpo alle scelte

i muri, le pozzanghere, la bicicletta, la sabbia, le strade larghe, le corse immotivate, i balli, i salti, le pietre, le scale, l'erba, le cadute,

tam-tam è l'emozione nella mia pancia per tutto quello che faremo
per ogni tua sinistra e per ogni tua destra
sinistra, destra, sinistra, destra, sinistra, destra,
tam-tam tam-tam tam-tam tam-tam tam-tam

simmetria e ritmo
i tam-tam di questo mondo


Si ringrazia la Riccio Entertainment per la gentile collaborazione

10.8.10

Sincope sulla schiena.

Prima o poi sarebbe dovuto accadere. Il ricordo della giovinezza vissuta fino ad un anno fa ha eluso la sua possibilità, il senso del titanico ad essa correlato pure.
Ma gli indizi erano ovunque sul corpo.
Perché se per 14 mesi, 400 giorni e più, per 17 ore più varie ed eventuali al giorno, tieni un peso in un crescendo di gravità che da lontano ti guarda beffardo arrancare dietro la sua polvere: al terzo mese 4 chili ma, abituata a tener birra e sigaretta o libro e matita, ne sopporti di meno, all'ottavo mese 7 chili ma, abituata ai 4, ne sopporti meno, al dodicesimo di chili 13 ma ne sopporti meno, fino ad oggi che di chili sono 15;
perché se questo peso lo tieni addosso, poi tenti di accomodarlo da qualche parte, e proprio non s'accomoda da nessuna di parte se non quella che è appiccicata al tuo collo, e allora lo riprendi e poi, certo, per diversi motivi che si chiamano attività quotidiane, devi pur riaccomodarlo e questo peso alla fine, di fronte a qualche distrazione o corruzione o abbandono in direttissima, s'accomoda, sì, ma per qualche secondo e poi via con la crisi del "o mi prendi o mi faccio fuori a suon di pianto-pianto+urla-urla+tosse-tosse+sincope-sincope+asfissia" e tu magari alla tosse+sincope ci arrivi pure ma alla sincope+asfissia è fatta: hai di nuovo il peso addosso. E così tutto il giorno. Centinaia di accomodi-sincope-prendi, accomodi-sincope-prendi;
perché se questo peso, una volta che si è accomodato sulla parte dal collo in giù, ormai è lì stanziato e qualcosa dovrete pur farla; allora voli, salti, balletti, pernacchie, inseguimenti, prove di camminata, prestidigitazioni per dare, togliere, non fare cadere, raccogliere, acciuffare, agguantare all'ultimo istante, pulire, sistemare, riempire, asciugare;
perché se il peso in questione non è certo quello che viene qualificato come morto ma sembra un caffeinomane in costante crisi d'astinenza e le prestidigitazioni di cui sopra vengono svolte in condizioni funamboliche;
perché se, per acquietarsi nel sonno, questo peso ha bisogno che tu stia sospesa sulle ciabatte, a metà tra il suo lettino e il tuo, e la mattina ti senti mica il prestidigitatore ma la signorina che si è prestata ad essere tagliata in due;
allora certo che doveva accadere lo straamp!
La schiena ha ceduto: ha mangiato troppa polvere di gravità e ha fatto indigestione.
Straamp!


Ed eccolo il Riccio, alle prese col suo secondo bagnetto Sofia.
1° minuto: è confuso.
2° ": mi guarda e sorride ambiguo, punto dalla sfibrante evidenza.
3° ": vacilla.
4° ": fa qualche mal dissimulata smorfia. Ha stanche braccia e gambe.
5° ": non capisce bene se sia stata Sofia ad annaffiarlo, o la fatica.

E per il resto della serata, forse con ancora il gusto di quella polvere, è un continuo di: "come stai?"
E come sto? Sincopata.



23.7.10

Cartolina dal mare.

Ci sono chilometri di storie che ti lasciano lontano dai luoghi del vivere. Sono le storie della città, delle file davanti al semaforo, delle burocrazie, della fretta dell'essere funzionanti, delle attività senza alcuno scopo se non di far attività, di garze sterili di fronte agli occhi che ci faranno civili disinfettati ma non sempre umani; a dir la verità sono anche storie di stanchezza, di pigrizia, o di paure.
Di sciacallaggio delle storie, insomma. 

Ieri sono tornata.
Tornare significa lasciare il luogo per il quale hai lasciato il tuo di luogo.
Tornare significa allontanarsi dall'allontanamento,
significa riacquistare il proprio posto. 
Questi sono i viaggi che compie una persona. Quei viaggi che crediamo non meritino attenzione, l'occhio critico della documentazione sistematica.
E invece questi sono i viaggi che compie una persona.
Quel continuo allontanamento e riavvicinamento da sé.
Partenze e ritorni dal luogo personale che si fanno da ciechi, senza programmazione, 
come la linfa che fa vibrare la cosa naturale: mette in atto ciò che è, senza ghirigori del pensiero, viaggia senza meditazione, senza motivazione se non quella di esser cosa in sè.

Ieri sono tornata.
Ho percorso quei chilometri, pochi nello spazio, troppi nell'allontanamento da ciò a cui appartengo,
e l'ho inalato. 'per poco' annota la mia percezione. Ma siamo già fuori da qualsiasi misurazione della durata.
Solo per quell'atto dell'inalare, 
inalandolo sono tornata a me.
Dico, il mare.
Perché se gli anni che hai vissuto hanno il senso del mare, se portano tutte storie intrecciate sul tessuto liquido, allora appartieni al mare.
Ed eccole di nuovo, le sento di nuovo le mie mani, le mie ossa, le mie gambe, il mio viso. Ma non quelle di adesso, che sono appartenenze nuove, nuove sembianze che non ho ancora metabolizzato in questo ultimo tempo lanciato nei chilometri della mia storia personale.
Dico quelle di sempre. Quelle che non cambiano, quelle che non devono cambiare perchè i pilastri sono fatti di cemento. Quelle che avevo 2 anni e poi 10 e poi 16 e poi...
le sembianze di sempre attraverso le quali mi riconosco, che sono umide, che portano il mare perchè è da lì che vengo.
E se mi allontano da loro - così deve essere perchè possa sentire il conforto e la riconquista del ritorno - mi allontano dal mare.
E se torno al mare, torno a loro.

Torno nella pelle che più mi disegna e di cui non posso dire nulla perché lei non ha storia, non si può raccontare - ho 2 anni e poi 10 e poi 16 e poi... - : è quella che è, ogni volta che la ritrovo.

E certo oggi sono ritornata a quelle nuove sembianze, alle storie urbane dove non si inala nessun ritorno a sé, 
e penso  a quanto il mare mi abbia scavato dentro se, lo sa chi abita il mare, 

come il mare 
mi allontano e torno mi allontano e torno mi allontano e torno mi allontano e torno

5.7.10

Comune unione.

Avete presente quando ci si sente interi?
Quello stare. Senza altri attributi o modi.
Senza fuoriuscite del pensiero, senza labirinti.

Il luogo è intero. Ma non ha importanza.
Il suono è intero. Ma non ha importanza.
Il tempo è intero.
E questo sì che ha importanza.
Perché significa che gli scatti di prospettiva, che siano in avanti o in dietro, stanno fermi.
Significa che non ci si rende conto della finitezza, della perdita.
Non c'è alcuna perdita dove non c'è tempo.

Si sta. 




Interi. 



















15.6.10

Bocche di cane e l'angelo.

Abbiamo rischiato seriamente, Sofia, non è vero?
Tu, le cose che fanno, di te, te.
Io, di non poter proteggere le cose che fanno, di te, te.


Domenica calda, quella passata. Di quel caldo che s'appiccica pure sulla percezione ragionevole delle cose. Quel tipo di caldo che rende visione ogni forma, miraggio qualsiasi stimolo all'attività.
Si passa dallo stato di veglia a quello di sonno senza stacchi o cambi di rotta. Tutto galleggia di mollezza, anche l'asfalto nero sfuma la sua durezza in quest'occasione.
Sopravvivono storie tropicali di Messico e di siesta, narrate piano, perché anche i suoni stanno. Dondolando sospesi dentro la bolla calda.

Noi abbiamo portato il dondolìo fino alla fine del tramonto. Poi da lì, fuori a cercar ristoro.

Ne avrei dovuto sentire l'arrivo, nascosto dietro un paio di intenzioni buttate giù con leggerezza.
Una, venuta al passo con i primi metri di strada fatti, una camminata lenta la mia, Sofia seduta a raccontarsi qualcosa; l'intenzione di voler essere io e lei, sole, insieme, verso una storia da fare, da riempire con il solo fatto di esserci, e magari nient'altro.
Ne avrei dovuto sentire l'arrivo.
L'altra, alla vista di fiori sul ciglio della strada che stavamo percorrendo, fiori anonimi ma abbastanza gradevoli da dirmi che nonostante fosse uno scenario visto e rivisto per Sofia, magari quella delicatezza, sbocciata improvvisa dove prima non c'era, magari sarebbe potuta bastare, magari avrebbe potuto soddisfare la sua sete, quel suo stare sempre alla ricerca di nuovi contenuti.

Ed eccolo l'arrivo.

Alla nostra destra un viottolo secco, non ha nulla di offensivo, sonnecchia paziente sotto questa calma domenicale, ma io, diversamente dalle altre volte, gli poso lo sguardo qualche secondo di più; e da dietro una sua curva si precipitano i due cani. Non hanno nemmeno la decenza di iniziare lenti. Arrivano sicuri, preparati, sguainando i loro denti. Ho solo il tempo di andare dall'altro lato della strada. Ho solo il tempo di pensare di dover rimanere ferma, di non muovermi. Mia figlia è in pericolo, e non posso star altro che al muro, come affidando la decisione ad altri su quello che dovrà avvenire, su quello che sarà di mia figlia.
Urlare, sì, però. Quello, sì che mi è concesso.
E’ un urlo paradossale, anche le mie orecchie lo sentono. C’è paura, la follia dell’essere braccati, e la ferocia di una madre. E’ l’unico strumento che ho, l’urlare, per difendermi. Non ho altro. Sono paralizzata e urlo ossessa contro quello che non doveva stare lì, quell’improvvisa vergogna della ragione che ha fatto aggressori e aggrediti, tutti identica carne da combattimento.
Siamo a qualche metro da casa nostra, il posto delle cose quotidiane, e abbiamo le spalle al muro qui all’inferno.
I cani hanno il muso a un passo da Sofia, con la bocca velenosa di rabbia, dicendo che qualcosa accadrà, vogliono che accada.
Siamo pietrificati, io e Sofia da un lato, i cani dall’altro: sappiamo tutti, da qualche parte della nostra coscienza, che un passo falso provocherà quello che sta covando, quello che è in latenza, quello che è impronunciabile. Sono le urla, anche quelle di Sofia, ad aggrovigliarsi, s’arrotolano, lottano, nessuna cede. Ma sta per accadere, comincio a sentirlo, perché loro non vanno, perché sono disperata adesso e perché qui siamo all’inferno.

Da un punto sfocato del delirio, lo vedo arrivare. L’angelo.
E’ stato in disparte per tutto il tempo. E’ stato in attesa a guardare. Non capisco perché. Però finalmente è arrivato.
Lui evidentemente agisce così, compare improvviso e scompare per poi ricomparire, perché così è stato dal primo momento che lo abbiamo incontrato. Qualche passo prima, qualche minuto prima.

Uscendo dalla strada privata, mi sono guardata a sinistra e a destra, non c’è niente: strada a sinistra, strada a destra. Non c’è niente, non c’è nessuno. Solo io e Sofia, e un pomeriggio nudo, silenzioso.
Decido di andare a destra. Qualche metro e sento alle mie spalle qualcuno. Mi giro, un’occhiata veloce, per discrezione. E’ apparso, un uomo. E’ anziano. Sembra non stare andando da nessuna parte. Questo mi mette in allarme, l’assenza di un oggetto di riferimento. Mi rigiro sulla strada, scompare, e faccio uno di quei pensieri meschini legati all’istinto di sopravvivenza: non vorrei fossimo noi il suo oggetto di riferimento. Qualche metro ancora, ed eccolo di nuovo, l’uomo, ci passa accanto, ci guardiamo appena e penso subito che avrei dovuto accennare ad un saluto. Ha un viso marcato di rughe ma l’espressione che porta è lieta, serena, e sa dove sta andando. Ci passa avanti in un attimo, e la camminata che sfoggia è leggera e vibrante come quella di un ragazzino. L’uomo è vecchio e giovane allo stesso tempo: non ho più timore di lui. E scompare. Lui avanti, io a guardare i fiori anonimi.
Inizia il delirio. Siamo sole, io e Sofia, contro le bocche mostruose dei cani. Per un tempo che non si può scandire. E’ un blocco di urla e di bocche. Siamo sole e io non so che fare, non so che fare, non so che fare.
Eccolo di nuovo l’uomo, l’angelo. Porta inspiegabilmente, qui all’inferno, quel suo volto lieto, fa qualcosa, forse butta pietre, sempre con leggerezza. I cani vanno. Finisce tutto. Un’automobile arriva, partecipa agli ultimi istanti della mia disperazione, è da questa che si accorge che qualcosa è successo. Ci scorta fino a casa. Ringrazio l’uomo, che stavolta aspetta che lo ringrazi. Sorride lieto e leggero. Scompare.
Finisce tutto.


Mentre dormi ti bacio tutta. Stavolta non sgattaiolo dal letto quatta per non svegliarti. Ti tocco e ti bacio tutta. 
Tutte le cose che fanno, di te, te.

12.6.10

Le brioches e la collezione di Sua Maestà.

Mondo povero.
Non è reale la storia che se metti del cibo di fronte ad un bambino affamato lui si ingozza.
L'immagine di noi del mondo avanti, capelli al vento, bianche vesti di lino e sandali sulla polvere, con l'andatura piena di chi annuncia salvezza e cambierà il mondo, portando cibarie di ogni specie, forma, colore, profumo e il bambino giù lì per ore fino a quando, sazio come non ricorda d'esser stato mai, leva gli occhi dal banchetto pieno di gratitudine, è solo il più comune dei film.
La verità è che il bambino starebbe di fronte a quel ben di Dio come un cieco di fronte ad un tramonto mozzafiato.
Non ha fame. E' talmente profonda la fame, metabolizzata fin nei più reconditi processi del suo stato, da non averne. 
Il suo è un forzato stato d'anoressia.

13.3.10

Donne dell'altro mondo.

Siamo complicate noi donne. Creature caleidoscopiche dotate di ali talmente grandi e multicolori da fare voli pindarici fin troppo oltre, non le nostre possibilità, quanto piuttosto le nostre reali esigenze. E forse è questa la nostra più alta esigenza: quella di andare oltre.
Pretendiamo di fare le pulizie di pasqua in tacchi a spillo mentre tra una pezza e l'altra risolviamo problemi di lavoro, controlliamo la crema francese nel forno, aspirapolvere in una mano e penna dall'altra, consoliamo i nostri bambini, facciamo biscotti e invitiamo amici a cena. Altro che cervello multi-task. Siamo prove viventi della validità della teoria delle stringhe.
E non è mai abbastanza.
Eccolo il nostro stendardo.
La fuga della mattonella non è mai abbastanza bianca, il tacco non è mai abbastanza alto, i biscotti non sono mai abbastanza croccanti, non siamo mai abbastanza efficienti professionalmente, non scriviamo mai abbastanza acutamente, la crema francese non è mai abbastanza francese.
Siamo pendoli che pretendono di oscillare toccando tutte le forme del vivere: din - meticolose e spietate macchine di perfezione, don - fluide rappresentazioni della morbidezza; din - autoritarie e incorruttibili, don - tolleranti madri del genere umano; din - irreprensibili sacerdotesse, don - ballerine ebbre di taranta a piedi nudi; din - eteree forme celestiali, don - strumenti dell'incarnazione dionisiaca. din don. Coerenti e flessibili. din don. Silenziose e insidiose creature parlanti. din don. Femmes fatales e geishe. Ingegneri dell'ordine e audaci scultrici del caos. Misteriose e pubbliche. Programmatrici e cavalle imbizzarrite. Fedeli al nostro tempo e libere pensatrici. Estete della forma ed estete dello spirito. Abbondanti e sobrie. Esili e radicate. Delicate e crudeli. Educate e irriverenti. Lupe e arrendevoli. Tutto o niente. Din don din don din don. In ciascuna di noi.

E mentre questo nostro mondo va così, votate orgiasticamente come siamo alla causa perfezione, io sono lontana mille miglia dal non è mai abbastanza. Tutte quelle aspettative per le quali tribolare e di cui vorrei vestirmi sono approdate in un luogo lontanissimo.
Per me, con Sofia, non è mai. Mai crème brulée.
Sofia ha 9 mesi, 13 chili in 80 centimetri. E' una straordinaria bambina vorace di ciò che le si manifesta di fronte, vorace del cibo, di immagini, di suoni, vorace di parole, di sapere, vorace di succhiare le pagine di questa vita. E' soprattutto vorace di me. E dunque io sono strumento del suo affacciarsi al mondo. Tutto il giorno, ogni giorno. Nient'altro. Giochiamo, balliamo, cantiamo tutto il giorno. Nient'altro. Ci incantiamo tutto il giorno. In-in-ter-rot-ta-men-te. Nient'altro.
E in questo nostro stupirci ed il suo crescere sublime, a me sembra di sparire. Mai per lei ma per me. Deve essere così, perché l'idea che ho d'esser madre non abbia mai a che vedere con il non è mai abbastanza. Ma adesso è quanto mai vero questo mio non essere assolutamente abbastanza, che si rivela soprattutto la sera, quando i giochi sono fatti. Tutto si ferma.
E c'è lui.
La stanchezza ha stordito il mio corpo e ammutolito i sentimenti più delicati, i pensieri non hanno modo di posarsi e vorticano come dervisci.
Lui mi chiama.
E io dormo.
Dovrei scrivere, dovrei studiare. Dovrei correre. Dovrei chiamare Vì. ed S.
Lui mi guarda.
Io dormo.
Dovrei pulire, dovrei cucinare. Dovrei leggere. E sopra ogni altra cosa dovrei stare con lui.
Ma io dormo.
E lui mi aspetta.
No. Decisamente non è abbastanza.
Din don din don din don din don din don.