9.11.10

Le mie scarpette rosse

Accomodatevi, prego. 
Prendetevi del tempo, se potete. Perché è di tempo che qui si parla, ché me lo sono preso tutto per raccogliere i pensieri, come quando si tiene qualcosa in bocca non per divorare ma per assaporare il gusto, tenerlo finché non si scioglie nell'acidità degli umori corrosivi. Eliminate, se potete, gli umori corrosivi del tempo veloce-velocissimo e
gustate questa bevanda, che ho preparato con la stessa lunga metodica cinese gestualità.

Così tanto tempo lontana dalle scene in kbyte perché a un qualche balordo fancazzista è saltato in mente, se di mente si può parlare, di sabotare la centralina che dispensa connessioni all'intero quartiere dove vivo. Un Big Bang rionale delle telecomunicazioni.
E per quanto mi riguarda, una grande occasione.
Vi parlo di questa mia esperienza di durata bisettimanale nel buio medievale fuori dall'era internettiana perché ho avuto tanto tempo - tempo che, in caso contrario, in mancanza di questa esperienza dico, non avrei mai avuto o preso - per razionalizzarla e sviscerarla. Prima viverla ciecamente, come si fa con tutti i fatti contingenti che si vivono come inghiottiti dentro l'occhio di un ciclone, poi guardarla da lontano con l'occhio razionale ripulito dai venti vorticosi e detriti incontrollabili, infine poterla raccontare.


(Se di tempo ne avete poco, passate a "Scarpette Rosse" che più s'addice al mordiefuggi tipico di un blog categoria "personale" 
Se proprio non ne avete, saltate direttamente a "Conclusioni") 


Labirintinternet 
Quando la sera del 27 Ott. la connessione è saltata si è subito percepita la mole della questione.
Connessione in tilt. In tilt la mia testa.
Ho accelerato immediatamente l'attività, già di per sé spasmodica in tempi non sospetti, del nostro caro nevrotico dito indice.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (numero indefinito di click). Niente.
Click-click-click-click-click-click-click-click-click-click (n. i. di c). Niente.
Click e niente per un'ora.
Descrivo questa mia apparente insulsa reazione perché è stata questa a mettermi subito in stato di allerta. Dal dito indice molesto in poi ho infatti cominciato a mettere sotto lo screening dell'auto-osservazione ogni mia mossa di fronte a questa situazione.
All'indomani del Big Bang, dopo una lunga-fredda-nera-notte fatta di contorsioni di occhi e di testa a metà tra rabbia psicotica e possessione demoniaca, di pruriti inestinguibili e sogni allucinati, dalle tane puritane siamo usciti tutti noi ratti superstiti abitanti del complesso danneggiato. Al posto di frasi e sorrisi di rito cortese, un disagio che non abbiamo potuto mascherare con nessuna delle frasi di repertorio tipo "Come sta?" "Bene. E lei?" "Bene".
Labirintite acuta manifesta tra un lampione e un vaso di piante grasse, occhi vacui e arrossati, sguardo scoordinato lanciato nell'etere privo di punti di riferimento e un generale unico rantolo: "Sto impazzendo" "E adesso che faccio?". E giù tutti con sorrisi sgangherati di comprensione, empatia o compassione buddista.
Diagnosi: crisi d'astinenza per dipendenza da internet.
Allora ho dovuto per forza cominciare ad analizzarla, questa dipendenza.
Prima di tutto perché una così facile ostentazione di questa nostra debolezza?
In genere sono i mattoncini dell'ego incollati con la saliva che tentiamo di mostrare, le nostre code di pavone, i colori più iridescenti - come se il nostro comunicarci fosse sempre e solo una pantomima del corteggiamento, una danza per l'accoppiamento tra predatori e prede.
In questo caso però ostentare dipendenza da internet ci ha reso, o mantenuto, in qualche modo forti. Perché ammettere, con tanto di sorriso scaltro dovuto al  benessere che ti offre il senso d'appartenenza ad un gruppo affollatissimo, legittimato dal diritto proveniente unicamente dalla consuetudine, di passare davanti ad uno schermo tutta la serata, o anche molto di più, per non incontrare il/la tua compagna, i tuoi figli, la tua gente, i tuoi doveri, le cose rimaste in sospeso, la lampadina da cambiare, il libro sul comodino? Perché non abbiamo alcun riserbo ad esprimere la nostra totale mancanza di incanto per la vita presente in carne ed ossa?
Perché internet è una carrozza dorata, una montatura di paillettes e lustrini che facilmente incanta.
E' la Babele per eccellenza. Una Babele multimediale.
Anche la vita naturale sarebbe straordinariamente multimediale (con in più una indefinibile magia fatta di odori, di luci, di ombre, di suoni, che spesso comodamente definiamo con la parola "chimica"). Ma che ci vogliamo fare: c'è di mezzo sto corpo, così pesante, così stanco, così scomodo. E la vita naturale si vive attraverso il corpo.
Internet, con quel suo po' po' di contenuto da vivere con occhi, dito indice e culo seduto è molto più comodo. Hai tutto con il minimo sforzo.
Dunque è Babele multimediale, assoluta e soprattutto efficiente. Per questo ci diciamo facilmente suoi adepti. Chi potrebbe biasimare una dipendenza dall'efficienza?


Sinapsi e connessioni
Internet è un treno, è sinonimo di velocità, ma si espande lento come una macchia d'olio nelle nostre ore: fagocita il nostro tempo.
Per cui è strano il tempo nell'era delle connessioni in secondi: l'attività internettiana, secondo l'apparato che la supporta, dovrebbe svolgersi in tempi brevissimi, eppure si dilata in modo abnorme e assorbe il tempo naturale, come avviene nel cervello. 
L'attività cerebrale consta di migliaia di connessioni al secondo. Dici 'secondo' e già sono avvenuti migliaia di processi: è una quantità enorme in un tempo ridottissimo che non possiamo razionalizzare, misure che si muovono dentro di noi nella nostra più totale ignoranza.
Un'ignoranza buona questa, molto saggia, perché pur partecipando della complessità del reale noi non possiamo contenerla consapevolmente tutta.
Non riusciremmo a partecipare di tutti i costrutti della mente senza uscirne schiacciati.
Nel mondo conscio, quello in cui ci strutturiamo consapevolmente, le cose vanno molto più semplicemente. Viviamo sui binari della vita naturale, che seppur complessa segue una ripetitività che la fa sostenibile.
Le stagioni, i cicli, i giorni, il tempo, creazione/distruzione, nascita/conservazione/morte, ci offrono la possibilità di partecipare della complessità della vita.
Quella del cervello è una complessità non gestibile da noi.
Per cui nella realtà che percepiamo quelle misure spazio/tempo si ammutoliscono per lasciar spazio al buon caro vecchio tempo naturale: c'è un tempo per girare il cucchiaino nella tazzina e far sciogliere lo zucchero nel caffè, un'altro per stendere al sole la biancheria, un altro ancora per togliere le rimanenze di una tavola imbandita a fine pasto. Tempi lontanissimi dalla velocità della luce dei processi cerebrali perché il corpo è quello che è, vive il tempo naturale. 
I due tempi, cerebrale e naturale, non vanno mai in conflitto, sono anzi in qualche punto, ancora misterioso alla nostra conoscenza, interconnessi, cioè: l'abnorme lavoro compiuto dal cervello viene come filtrato da un imbuto, rimpicciolito progressivamente fino ad uscire da un forellino molto più piccolo della sua grandezza di partenza. Questo forellino è la vita che noi esperiamo attraverso il tempo naturale, semplice, uniforme, a misura d'uomo.
Nonostante non si sappia cosa sia esattamente questo imbuto, credo però che si possa dire che uno dei tanti anelli che tiene uniti i due tempi senza che vadano in conflitto sia l'ignoranza, la nostra assoluta inconsapevolezza nel nostro caro lento tempo naturale della velocità allucinata del tempo cerebrale.
Stop. 
Ora questo discorso potrebbe continuare con un facile parallelismo tra connessioni cerebrali e connessioni internettiane.
Potrei facilmente dire che la cosa che ci tiene incollati a questo mostro informe dal nome vagamente ed evocativamente cancerogeno come l'eternit è il fatto che sperimentiamo la velocità delle connessioni senza il filtro dell'ignoranza e che questo ci fa sentire al di sopra dei nostri limiti congeniti e naturali, dandoci l'ingannevole ma confortante illusione di poter guadagnare in un sol colpo di click quello che non possiamo abbracciare se non con infarinature superficiali.
E potrei dire molto altro. Sbagliando.
La verità è che parlare di dipendenza da internet significa generalizzare ciò che è molto più particolare e sfaccettato: è un modo parziale di parlare di dipendenze del genere umano.
Inutile demonizzare un qualcosa che è semplicemente strumento al pari di un televisore, di un cellulare, di una chitarra, di una lettura, forse il più sofisticato tra gli strumenti perché è un pentolone di tutte queste cose messe assieme, ma non di più. 


Scarpette rosse
E che cos'è la dipendenza se non un modo smodato, psicotico, nevrotico, malato, di sopperire ad una necessità?
Il fancazzista di cui sopra mi ha dato la possibilità di rendermi conto della mia necessità/dipendenza. Che non si trova affatto legata ad internet: è molto più in fondo.
E' in questa passione che è il mio blog. Ma non è neanche legata a questo blog: è più in fondo.
E' nella mia adesione allo scrivere. Ma alla fine non è neanche tanto legata allo scrivere: è più in fondo.
E' qui, guarda, in basso: è nella mia pancia.
Dove indosso le mie scarpette rosse. Sì!, scarpette rosse.
Alzi la mano chi non ha mai fantasticato sul fregiarsi di scarpette rosse, chi non le ha mai indossate o chi, per totale mancanza di intraprendenza contro i costumi sobri-perbene, non le ha mai fatte indossare ai propri figli.
Il fatto è che le scarpe in generale sono l'involucro di ciò che ci fa aderire di più alla concretezza della vita, la quale si nutre di sangue, di viscere, di sacrificio, di passione: di forza rossa. Le scarpe rosse perciò sono un archetipo: rappresentano l'anelito a che la nostra vita sia salda, vitale e creativa.
Ognuno di noi, dentro ai nostri moti psicologici, possiede e cerca di calzare in ogni modo delle scarpette rosse. Ed è un bene che sia così, è necessario per sentirsi vivi. Ma quando questa necessarietà diventa l'unica, quando le scarpette non ti fanno danzare più la tua danza, il tuo personalissimo swing, perché per la troppa importanza che hai loro concesso cominciano a condurti freneticamente come indemoniate su percorsi che non ti nutrono ma ti sfibrano, questo direi che comincia a farsi problema.
La frenesia, la danza sfrenata, arriva quando la fame delle cose che ci nutrono è stata così protratta nel tempo da voler ad un certo punto fare incetta di ciò che ci sembra poterci saziare l'anima, quando ci si presenta davanti.
Un giorno, affamata com'ero, ho indossato le mie scarpette e ho aperto questo blog. 
Avevo bisogno di un luogo e di un tempo tutti miei che fossero di concentrazione, di ricerca e di confronto attraverso lo strumento che più mi accorda e mi si accorda. Il blog si è rivelato da subito un grande stimolo per la mia creatività. 
Mi ha salvato dal mio essere mamma a tempo pieno di uno scricciolo fagocitante oltre ogni limite la mia persona. Quando le mie scarpette danzavano io mi sentivo libera.
Però ad un certo punto, forse per questo loro rappresentare la mia salvezza e redenzione, hanno cominciato a prendere il sopravvento e rubare il tempo a tutto il resto, anche se solo con la testa. Facevo e mi muovevo comunque, ma se la testa è altrove ogni azione si spoglia di efficacia.
Così tutto a rotoli, tutto, che riassumo con "organizzazione del tempo". Disastro a casa, caos ovunque, disordine, ritmi frenetici inutilmente. 
Energie perse e tutto storto. 
Il tutto condito con tanto nervosismo da parte mia, e dunque del Riccio e di Sofia. 

E venne il fancazzista a togliermi quello che non avevo la forza di togliere. 

Cosa è successo in queste due settimane? 
Ho vissuto la calma e la pace del tempo naturale senza cercare luoghi altrove
La casa è pulita e ordinata in modo commovente. Ho iniziato la materia. Ho imbastito lo zaino per i giochi di Sofia e Sofia è in pace perché sente che non ho bisogno di andare. Faccio le bolle e gonfio palloncini non per acquietarla ma per stare con lei. E mentre sta seduta sulla sua sediolina a vedere per l'ennesima-ennesima-ennesima volta Toy Story e io lavo i piatti e sembra che si stia vivendo dentro una schiuma, penso che dopo tutto il casino vissuto questa scena da Mulino Bianco sia tutt'altro che da prendere per il culo. 


Conclusioni 
  1. Se aderire a se stessi e cercare di essere liberi diventa un unico moto che impedisce altro, allora è solo un inganno che ci ammala.
  2. Ieri è tornata la connessione Alleluia-Alleluia e sono felice di essere qui e di ritrovarvi
  3. Un saluto speciale al fancazzista


p.s.: c'ho ragione o no?: tanto tempo senza scrivere e mo' vedi che fame!

21 commenti:

  1. stanotte ti ho sognato e sei tornata, bello! ;)
    appena ho un po' più di un attimo leggo il tuo post tutto d'un fiato

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  2. commento al volo # 2: a propsoito del mio commento al tuo post 'pesca nella rete..': ti ho trovato! e ti ho scritto...guarda un po' vah ;)

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  3. ah! bene! così quando leggendo te e qualcun'altra a cui sono legata mi sembra di sentire la vostra voce, non mi sentirò più una psicopatica.
    allora è normale! :)

    mi hai beccata! sei pazzesca, Mami. :)
    solo che lì sono un fantasma.

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  4. sì sì, normalissimo!
    qualcuno mi chiama 'Black and Decker': quando mi ci metto...cmq ti ho trovato passando dal Riccio e Errata Corrige ;)

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  5. bentornata, qui cominciavamo a preoccuparci.
    le tue riflessioni mi sono entrate dritte al cuore.
    vero.
    voglia di fuggire altrove, nervosismo imperante (per noi sempiterne madri a casa, intendo).
    spostarsi con la mente per non soccombere per poi trovarsi invischiate in un miele soffocante.
    è u po' il rischio dell'alternativa, credo.
    poi si fa indigestione e si rinsavisce, si trovano tempi e spazi giusti. e modi giusti.

    buona giornata con sofia allora!
    io torno a stirare.
    a.

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  6. hai così ragione che mi hai fatto vergognare di me stessa.

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  7. Sono passata più volte e mi è dispiaciuto non trovare nessun nuovo commento. Stasera la mia voglia di leggere è stata saziata dalla tua fame di scrittura.
    Hai proprio ragione. Ma se quella via d'uscita fosse parte di noi? Come quando vai al cinema e, anche se il film ti prende, un occhio verso la lucina verde della parola "exit" lo butti sempre...
    Bentornata!

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  8. carissima Veronica Martina...buon compleanno!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!ora torno a dormire ;)

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  9. a. capisci sempre benissimo
    sono contenta di averti qui

    rosa,
    solo per il fatto di provare questo non hai alcun motivo di provare questo. mi sono spiegata?

    diky,
    sei giovanissima ma vai già moolto lontano. ti seguo sai?

    mami,
    dopo il Riccio sei la seconda, sai?
    graaazie :)

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  10. mi sono persa un compleanno??? ma sopratutto: mi sono persa una torta???? accidentino.

    è da ieri che ci penso: voglio darmi dei limiti con internet. d'altronde anche B può guarare solo due pimpieschi episodi al giorno. devo dare il buon esempio.

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  11. hai dannatamente ragione: mi ci ritrovo sai? cerco contro ogni cosa di ritagliarmi cinque minuti per mettere giù il flusso di coscienza quotidiano, quello che non hai voglia di raccontare a voce ma solo lì, solo a quelle facce indistinte nell'etere telematico racchiuse in un quadratino ma che sono diventate più di una faccia, sono il tuo sostegno, il tuo stimolo, un continuo confronto. Ricordi quello che mi avevi scritto:
    'contro ogni mia previsione. o pregiudizio'?..beh, dopo il tuo post credo che mi darò anch'io una regolata, ma non riuscirò mai, dico mai, a stare senza blog, il mio, il tuo e pochi altri..
    p.s. onoratissima di essere stata la seconda ieri sera! ;)

    mami

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  12. buon compleanno anche da qui!
    stamattina ho tirato fuori le mie scarpe rosse (più granata che rubino), di simil velluto, molto scenografiche, un filo drappeggiate, da soirée a teatro. volevo indossarle dopo tanto tempo per andare ad un incontro di lavoro oggi. e così onorare la vita vera.

    ma poi ...
    oh, ci stavano meglio gli stivali neri alti, che ti devo dire, e allora, bom, insomma, le ho reinfilate nella loro scatola e chiss'è visto s'è visto ;).
    ciao neh
    a.

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  13. osanna agli stivali neri che di meglio non c'è.
    ti faccio molto stivale nero: penso che la onori di più così la vita;)

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  14. anche per me è così Mami.

    blog: non si può vivere con loro ma neanche senza di loro
    ...ma vaff....
    scusate: shock glicemico post torta

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  15. :)
    però le scarpe rosse io no, non le ho mai sognate..ero e rimango fondamentalmente un maschiaccio

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  16. ma sei una bimbetta! (io sono già a quota quaranta! sob)
    ti abbraccio strettastretta.

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  17. non scherzavo sai? è come i capelli, non mi ci vedo proprio tutta riccia, troppo appariscente. idem con le scarpe rosso ;)

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  18. lo so, mami,
    si vede come sei...

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  19. :)
    Grazie, davvero... Teniamoci d'occhio!
    A presto!

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