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18.9.12

Menù a base di verde. Spegnete i condizionatori, ché se no i piatti si freddano.


Conoscete la storia del condizionatore acceso?
E no! che non la conoscete. Perché me la son inventata io in quella drammatica ultima ora di fine lunghissima storia d'amore col preciso intento di fare quell'unica cosa pietosa che è documento scritto e riscritto nel codice della dignità che per nessunissimo motivo s'ha da fare, nessunissimo, ma che alla fine noi tutti appartenenti alla grande stirpe eroica e prestigiosa dei cuori infranti ci ostiniamo a fare, ovvero salvare l'insalvabile. 
I battenti si stavano per chiudere, l'ora stava per scoccare, io non sapevo più dove andare a parare, e lì, con la testa impazzita, ad un tratto balenandomi l'immagine della sua stanza dove eravamo stati fino a due ore prima, ghiaccio polare che per staccare le mutande dal letto dovevi usare altro liquido di scongelamento, mi son inventata 'sta storia.
E niente, è la storia di questo condizionatore che fa un rumore infernale, sarà che è troppo usato, sarà che bisogna cambiare il liquido di raffreddamento, sarà che per forza devi arrivare alla temperatura che le mutande ti diventano di gesso e al momento del bisogno te le levi con un colpo di martello, comunque fa questo rumore assordante. Tu magari vorresti abbandonarti ad una pennica di fine pranzo siculo, dove la lasagna è servita come antipasto e lo zabaione come vivanda rinfrescante di passaggio tra un pasto e l'altro a mo' di sorbetto al limone.
Ma, nonostante la digestione sia appena iniziata e finirà solo tra due giorni, proprio non te la puoi fare 'sta santa pennica. Il rumore è fastidioso più di quello delle troniste della De Filippi.
E poi succede qualcosa.
All'improvviso.
Non l'hai voluto tu. Non hai fatto training autogeno per eliminare il mondo circostante.
E non è nemmeno un improvviso deficit uditivo.
E' che proprio non lo senti più. Il rumore del condizionatore non lo senti più.
I decibel dell'apparato son gli stessi ma è come se all'improvviso tutto si fosse ovattato.

Ti sei abituato.

21.12.11

Sono come miele e faccio la marmellata

C'è un dettaglio della mia vita che a ometterlo qui mi sembra proprio una mancanza.
D'altronde ho scritto di come porto i capelli, di come gioco benissimo a far la mamma trascurata, delle mie tre S imprescindibili la mattina, dei miei istinti ormonal-adolescenziali nei confronti del Riccio, della mie straordinarie abilità nell'essere disorganizzata, delle mie cotte, come quella per l'orologio da parete che con tutta la gentilezza di cui siete provviste :) mi avete distrutto con un incontrovertibile e unanime "orrendo", e delle mie crude. Uno stufato di particolari che manco dallo specialista. A scapito vostro, a volte, più che mio.
Dunque il dettaglio mancante, che se non metto adesso qui nero su bianco mi si indispone, è che non è sabato per me senza il D - La Repubblica delle Donne. Cartaceo naturalmente, ché certe profanazioni non son capace a farle.
E, nonostante lo legga più o meno in un'ora, se capita di non trovarlo mi rimane la vaga impressione che per tutta la settimana manchi poi qualcosa. Che ci posso fare, son fatta così: ho bisogno dei miei piccoli punti di riferimento maniacali.
Il mio viaggio con "D" inizia qui.

22.10.10

Prego, si stenda pure sul forno

"Riccio, sei un incapace, triste omuncolo senza spina dorsale, io ti disprezzo"; la voce arrancante e rotta come se avessi spine in gola. 
Il Riccio sorride. 
La reazione mi spiazza e adesso urlo: "Allora sai cosa fai? Prendi le tue cose, fai le valigie e torni al tuo paese"
Il Riccio scuote le spalle e sorride ancora, sprezzante, beffardo e liberato. 

Capita che per convincere Sofia ad addormentarsi (lo so: è una dichiarazione non priva di implicazioni meschine comportamentali) io debba fingere di dormire. Una pietosa finzione, un teatrino di bassa lega, purché Sofia mi lasci riprendere fiato almeno una mezz'ora.
Capita che impianti il teatrino oppressa da una prima mattinata piuttosto sfibrante e che di conseguenza la finzione diventi realtà: mi addormento davvero.
Capita che oggi il mio inconscio abbia punito i miei mezzucci da quattro soldi con questo sogno genere caso clinico Freud.
Al risveglio le spine ce le ho in testa.
Come fare a liberarmene velocemente, senza ricorrere a metaforiche pinzette tipo analgesici o colloqui psicoanalitici?

Comincio a pestare, affondare colpi sempre più precisi e metodici con una pietra, raccogliere i pezzi, triturare, inforcare, sbattere, dosare i colpi, premere, voltare e rivoltare. Infine ripulire.
E mentre la catarsi della mente arriva, ho sempre più la netta certezza che le frustrazioni si zittiscono quando entra in gioco il vigore del corpo. 

Ed è così che, durante questa soddisfacente e fruttuosa seduta terapeutica autogestita, nasce 

Amande: la nana dark (e sbrisolona)  







































125 g di mandorle finemente tritate
70 g di cacao amaro 
120 g di zucchero
3 uova (tuorli e albumi montati a neve)
100 g di burro ammorbidito 
1 bustina di lievito per dolci 
vanillina 

Le dosi sono il frutto di una mia libera interpretazione di due ricette differenti (torta alle mandorle+torta al cioccolato) assemblate. Sarebbe dovuta lievitare, vista la presenza del lievito. Così non è stato.
Poi si sa: la creatività prende strade che non possono essere controllate, si insinua in straducole che non abbiamo chiesto di percorrere, ma spesso premia.
La nana è profumatissima, dolce e vagamente amarostica, croccante&morbidissima, sbriciolona in modo imbarazzante.
La tazza qui sopra è piena di latte, compagno di vita della nana. La nostra cena. 

Squi-si-ta.
Parola di Sofia. 















La sua prima torta.