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18.9.12

Menù a base di verde. Spegnete i condizionatori, ché se no i piatti si freddano.


Conoscete la storia del condizionatore acceso?
E no! che non la conoscete. Perché me la son inventata io in quella drammatica ultima ora di fine lunghissima storia d'amore col preciso intento di fare quell'unica cosa pietosa che è documento scritto e riscritto nel codice della dignità che per nessunissimo motivo s'ha da fare, nessunissimo, ma che alla fine noi tutti appartenenti alla grande stirpe eroica e prestigiosa dei cuori infranti ci ostiniamo a fare, ovvero salvare l'insalvabile. 
I battenti si stavano per chiudere, l'ora stava per scoccare, io non sapevo più dove andare a parare, e lì, con la testa impazzita, ad un tratto balenandomi l'immagine della sua stanza dove eravamo stati fino a due ore prima, ghiaccio polare che per staccare le mutande dal letto dovevi usare altro liquido di scongelamento, mi son inventata 'sta storia.
E niente, è la storia di questo condizionatore che fa un rumore infernale, sarà che è troppo usato, sarà che bisogna cambiare il liquido di raffreddamento, sarà che per forza devi arrivare alla temperatura che le mutande ti diventano di gesso e al momento del bisogno te le levi con un colpo di martello, comunque fa questo rumore assordante. Tu magari vorresti abbandonarti ad una pennica di fine pranzo siculo, dove la lasagna è servita come antipasto e lo zabaione come vivanda rinfrescante di passaggio tra un pasto e l'altro a mo' di sorbetto al limone.
Ma, nonostante la digestione sia appena iniziata e finirà solo tra due giorni, proprio non te la puoi fare 'sta santa pennica. Il rumore è fastidioso più di quello delle troniste della De Filippi.
E poi succede qualcosa.
All'improvviso.
Non l'hai voluto tu. Non hai fatto training autogeno per eliminare il mondo circostante.
E non è nemmeno un improvviso deficit uditivo.
E' che proprio non lo senti più. Il rumore del condizionatore non lo senti più.
I decibel dell'apparato son gli stessi ma è come se all'improvviso tutto si fosse ovattato.

Ti sei abituato.

17.3.12

Gattacce di primavera

Se qualcuno dovesse chiedermi a quale personaggio mi potrei riferire dovendo parlare di me stessa, ecco, credo che non farei fatica ad identificarmi in Mary Fisher di She-Devil. 
Alla fine del film, però. 
Cioè, quando lei, delusa dall'amante, la famiglia del di lei amante, la moglie indemoniata, i casini, i rosa, i pouf, le pagliettes, la vita meringata che si costruisce e di cui scrive, ecco, dicevo, alla fine, presa dal disgusto per lo zucchero che impera nella sua vita e le ha reso solo una carie, lei alla fine sceglie di diventare nera.
Nera. Genere scrittrice maledetta. Genere continuo, profondo, proficuo ma fastidioso rantolo. Genere o rantolo o morte. Va bene, non vi sto qui a descrivere il colore e il tono dei "maledetti" ché sappiamo bene tutti.
Comunque sì, io sarei così. Non saprei bene dire quando è avvenuta la scelta, quand'è che ho vestito i panni della lady maledetta invece di quelli pastello, o giamaicani, o donna delle Fiandre o fluo di questi ultimi sgargianti tempi moderni. 
Forse quando, meno di dieci anni, regalo di una Pasqua, su un castello di cartone il cui interno aveva contenuto un nuovo di Pasqua della nota azienda di uova-ovetti-ovoni, invece che la storia di una principessa da salvare con l'ammore, inscenavo una psico tragedia familiare tra puffetta e Barbie. 
O forse quando nei miei pomeriggi di bimba libera, invece che scendere giù a giocare ad un, due, tre, stella!, preferivo ragionare sul principio cosmico dell'esistenza.

27.1.12

Il Riccio c'è


E dunque poi sarebbe questo quello che andavo cercando, quello che mancandomi mi stava in pancia mordendo arrabbiato tanto per farmi capire meglio la sua mancanza, tanto perché io non abbassassi mai la guardia scendendo a patti con l'umana quanto sciatta abitudine alle cose che non vanno.

23.1.12

Non solo una lista

Mi stupisco sempre quando d'improvviso la vita è nuova.

Sofia all'asilo.
Sofia all'asilo che non si turba.
Sofia all'asilo che non si turba all'entrata.
Sofia all'asilo che non si turba all'entrata e all'uscita.
Io che mi turbo.
Io che, con Sofia all'asilo che non si turba, mi godo la città mattutina. Senza ansie. Il passo veloce, quello mio; quello, mi si dice, di chi sembra fuggire. E invece è quel passo tutto mio di chi vuole divorare.
E divoro ogni cosa, tutto quello che di questa città mi è sfuggito in questi anni, come se fossi uscita da un qualche letargo esistenziale, una specie di bimba cresciuta stupita e leggera per le strade.
Mi riprendo tutto. Mentre cerco lavoro, cammino veloce con il Riccio cercando di far qualcosa di buono per il nostro futuro, mi riprendo tutto. Tutta questa città che ho tenuto lontano in tutti modi.
Prendo il caffè, parlo con la gente, chiedo, rispondo, cerco il bello architettonico, mi fermo ad ascoltare la musica di strada, i quadri di strada, le stampe antiche di strada, chiedo informazioni su quell'edicola che sta chiudendo, mi fermo proprio su quello stemma incastonato a terra, il vaso su un tavolino di un bar lo faccio mio.
Cammino, cammino. Mi piace camminare.
E' come se i pensieri scivolassero giù, sotto i piedi.
Come ho potuto stare così tanto tempo a casa?
Mentre tutto avveniva qui fuori, qui, anche in questa piazza così ampia che mi ci perdo, mi chiedo come ho potuto stare così tanto tempo a casa?
So che se i miei occhi oggi sono nuovi è anche perché ho pescato qualcosa di buono dentro questa casa.
Ma adesso ho bisogno di aria. E di camminare. 
In questa piazza così ampia che mi ci perdo adesso mi accorgo di essere stupita come una bambina un po' cresciuta.
Mi stupisco sempre quando d'improvviso la vita è nuova.