Dovrei prendere un po' più sul serio l'argomento secondo cui ogni gesto nuovo, ogni nuova azione, ogni nuova forma del parlato, insomma ogni nuova esperienza ci cambia.
Succede come quando ti compri qualcosa di nuovo e anche se è uno straccetto maleodorante preso ad un qualunque mercatino anonimo ti senti Kate Moss testimonial per Longchamp. E giri così, recitando con naturalezza questa discrepanza tra lo status lontanamente vagheggiato di lady eterea incarnazione del femminino e quello della nuda e cruda verità di una specie di Roseanne Barr in She-Devil, mentre lavi i piatti o prendi l'autobus o fai la fila alla cassa del supermercato, insomma mentre fai quello che fanno i comuni mortali nelle loro comuni vite con le loro faccende comuni e ti senti quello che non sei stata e non sarai mai.
Basta un cencio, che sia nuovo s'intende, ed è fatta: miss figa dell'anno.
Succede così anche quando fai la piega, non tramite mani tue ma quelle maniaco-ossessivo-compulsive di Edoardo mani di forbice parrucchiere sotto casa tua: finalmente lontano dal comportamento borderline manifestato per lunghi mesi uno dietro l'altro per mancanza d'apposite cure, il capello organizzato ti fa un po' diva hollywoodiana che uscita fresca fresca se ne va con quello stupido motto appiccicato in viso tipo "perché io valgo".
Ecco, questo succede perché il nuovo venuto nelle nostre vite segna una sorta di epifania dell'essere.
Da un punto di vista cognitivo, ogni nuova esperienza attiva aree del cervello poco o mai usate, per cui ad ogni new entry si instaura un nuovo assetto tra le competenze cerebrali.
Da un punto di vista psicologico, il nuovo ci apre scenari percettivi mai provati, apre strade non battute, ci costringe a formulare nuove strategie.
Il nuovo ci fa nuovi.
Qualsiasi cosa, non per forza un amante o il bungee jumping: basterebbe persino partire dal basso.
Dalla scelta di un colore generalmente da noi mai usato a una nuova bevanda sorseggiata; da un ballo di gruppo da sempre evitato, per semplice sano e umano senso del pudore, a un vocabolo sconosciuto (ad esempio se questa è la prima volta in cui vi imbattete come me, che per l'occasione ho aperto a caso il vocabolario, a caso eh?, nell'aggettivo paretiano dell'economista e sociologo Pareto - nell'economia del benessere, situazione in cui non è possibile migliorare le condizioni di un individuo senza peggiorare quelle di qualcun altro - adesso per il solo fatto di averlo appreso siamo tutti poco più nuovi)
Per cui considerando il fatto che Sofia è la prima bambina della mia vita, non solo nel senso particolare di figlia, ma in generale, di una bambina che tengo in braccio, a cui cambio il pannolino, che vesto, a cui preparo da mangiare, che accudisco insomma, (ché con i figli dei miei cugini al momento della loro nascita ero già troppo lontana dal mondo della maternità spontanea e biologica nei confronti delle bambole e ancora troppo lontana da quella matura nei confronti dei bambini in carne ed ossa, cioè ero la tipica ragazzina affetta da quella malattia psicologica debilitante, seppur necessaria e fisiologica, l'adolescenza, che ti toglie qualsiasi appartenenza tenendoti lontana dalle cose del mondo) allora, dicevo, da quando c'è Sofia dovrei essere una persona completamente nuova.
Uso il condizionale perché magari potrei anche essere davvero una persona del tutto nuova, ma poiché nessun cambiamento significativo è arrivato alla mia coscienza, io mi sento la solita vecchia asina che aspetta una qualificazione a classi più nobili.
Certo è che per la prima volta in assoluto ho preso la forbice e ho realizzato il primo taglio di capelli della mia vita.
Qualcosa nella mia testa sarà pur avvenuta ma proprio mi sfugge perché al massimo mi sento una che per rinnovarsi s'è fatto il ritocchino e tra qualche giorno tornerà al punto di partenza.
Sofia però nuova lo è di sicuro. Senza punti di ritorno.