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11.4.12

Cose belle

Cose belle mi fa pensare a quella disposizione tutta speciale che hanno certi venditori di mercatini alla periferia della società di urlare la bellezza dei loro prodotti. Poi vai a vedere ed è robaccia da quattro soldi. E però ti rimane quella loro spavalderia e faccia di culo nel dar forza alla loro robaccia. Sono artisti della robaccia. La guardi, non sai che farne, sai già che una volta a casa la butterai, ma, caspita, quel loro teatrino sulla millantata pregevole qualità merita un applauso e adesione incondizionata.
Questo per chiedervi di aderire incondizionatamente alla mia robaccia, ora che ve la urlo come cosa bella.

24.2.12

Che ne ha fatto del momento?

Alla fine si è cacciata quelle mani in tasca ed è andata.

"Tutte le donne, dopo aver partorito, si tagliano i capelli. Anzi, tu sei in ritardo"
"..."
"A pensarci bene anche tu hai fatto qualcosa. Hai deciso di allungarli ad oltranza"
"Infatti è così"

Solo che quando arriva quel momento, dove tutto non è più uguale a prima, dove d'improvviso, una domenica qualunque, la visione del mondo cambia, c'è un'unica cosa che si può fare per suggellare il momento.
Il rituale è solo uno.

4.12.10

Le prime volte: quello che ci cambia


Dovrei prendere un po' più sul serio l'argomento secondo cui ogni gesto nuovo, ogni nuova azione, ogni nuova forma del parlato, insomma ogni nuova esperienza ci cambia. 
Succede come quando ti compri qualcosa di nuovo e anche se è uno straccetto maleodorante preso ad un qualunque mercatino anonimo ti senti Kate Moss testimonial per Longchamp. E giri così, recitando con naturalezza questa discrepanza tra lo status lontanamente vagheggiato di lady eterea incarnazione del femminino e quello della nuda e cruda verità di una specie di Roseanne Barr in She-Devil, mentre lavi i piatti o prendi l'autobus o fai la fila alla cassa del supermercato, insomma mentre fai quello che fanno i comuni mortali nelle loro comuni vite con le loro faccende comuni e ti senti quello che non sei stata e non sarai mai. 
Basta un cencio, che sia nuovo s'intende, ed è fatta: miss figa dell'anno. 
Succede così anche quando fai la piega, non tramite mani tue ma quelle maniaco-ossessivo-compulsive di Edoardo mani di forbice parrucchiere sotto casa tua: finalmente lontano dal comportamento borderline manifestato per lunghi mesi uno dietro l'altro per mancanza d'apposite cure, il capello organizzato ti fa un po' diva hollywoodiana che uscita fresca fresca se ne va con quello stupido motto appiccicato in viso tipo "perché io valgo".

Ecco, questo succede perché il nuovo venuto nelle nostre vite segna una sorta di epifania dell'essere. 
Da un punto di vista cognitivo, ogni nuova esperienza attiva aree del cervello poco o mai usate, per cui ad ogni new entry si instaura un nuovo assetto tra le competenze cerebrali. 
Da un punto di vista psicologico, il nuovo ci apre scenari percettivi mai provati, apre strade non battute, ci costringe a formulare nuove strategie. 
Il nuovo ci fa nuovi. 
Qualsiasi cosa, non per forza un amante o il bungee jumping: basterebbe persino partire dal basso. 
Dalla scelta di un colore generalmente da noi mai usato a una nuova bevanda sorseggiata; da un ballo di gruppo da sempre evitato, per semplice sano e umano senso del pudore, a un vocabolo sconosciuto (ad esempio se questa è la prima volta in cui vi imbattete come me, che per l'occasione ho aperto a caso il vocabolario, a caso eh?, nell'aggettivo paretiano dell'economista e sociologo Pareto - nell'economia del benessere, situazione in cui non è possibile migliorare le condizioni di un individuo senza peggiorare quelle di qualcun altro - adesso per il solo fatto di averlo appreso siamo tutti poco più nuovi)

Per cui considerando il fatto che Sofia è la prima bambina della mia vita, non solo nel senso particolare di figlia, ma in generale, di una bambina che tengo in braccio, a cui cambio il pannolino, che vesto, a cui preparo da mangiare, che accudisco insomma, (ché con i figli dei miei cugini al momento della loro nascita ero già troppo lontana dal mondo della maternità spontanea e biologica nei confronti delle bambole e ancora troppo lontana da quella matura nei confronti dei bambini in carne ed ossa, cioè ero la tipica ragazzina affetta da quella malattia psicologica debilitante, seppur necessaria e fisiologica, l'adolescenza, che ti toglie qualsiasi appartenenza tenendoti lontana dalle cose del mondo) allora, dicevo, da quando c'è Sofia dovrei essere una persona completamente nuova. 
Uso il condizionale perché magari potrei anche essere davvero una persona del tutto nuova, ma poiché nessun cambiamento significativo è arrivato alla mia coscienza, io mi sento la solita vecchia asina che aspetta una qualificazione a classi più nobili. 

Certo è che per la prima volta in assoluto ho preso la forbice e ho realizzato il primo taglio di capelli della mia vita. 
Qualcosa nella mia testa sarà pur avvenuta ma proprio mi sfugge perché al massimo mi sento una che per rinnovarsi s'è fatto il ritocchino e tra qualche giorno tornerà al punto di partenza.

Sofia però nuova lo è di sicuro. Senza punti di ritorno. 






3.8.10

Un diavolo per capello.

Una delle riflessioni che mi porto sempre in testa riguarda la profondissima correlazione che esiste tra i capelli e la visione che ciascuno di noi ha di se stesso.

C'è mia sorella che maltratta i suoi capelli, li colora sempre. Li fa biondi e sono troppo biondi, li fa neri e sono troppo neri, li fa castani con meches bionde e sono troppo finti. Una volta al mese, mia sorella li colora. Forse per raggiungere un effetto naturale. Paradosso della tintura vuole che non l'avrai mai, lì sui capelli, il naturale. Anche perché il naturale non è un effetto, è sostanza. Li colora sempre ma non li taglia mai. E l'effetto non arriva, anche quello, mai.
Mia sorella a tre anni è stata cavia delle paranoie di mia madre che vedeva i suoi capelli radi, deboli, sottili. La sua fissazione è stata curata con un bel taglio alla radice del problema.
Zac. Una naziskin treenne non si vedeva più da tempo neanche sul luogo natìo della moda sterminatrice, figuriamoci nell'allora paesello di tremila anime ciascuna con acconciatura "come s'addice".
Dicono che non bisogna usare ironia con i bambini, né retorica, perché sono forme del parlato astratto che non riescono a comprendere. Eppure a tre anni mia sorella usava già una certa retorica quando col labbro tremulo chiedeva con davvero poca convinzione di ricevere smentita: "Mamma, sono brutta?".
E' stato reciso qualcosa in quell'attimo di zac, io lo so, perché gli anni sono passati, ma mia sorella porta ancora spesso il labbro tremulo e replica quella domanda, stavolta con richiesta di smentita, ancora adesso, celata dietro oratorie sofisticate.
E in quella domanda c'è tutto il suo essere rada, debole, sottile.
Mai. I capelli non li taglia mai.

C'è una mia amica d'infanzia che, anche a distanza di giorni, i capelli li taglia sempre, li colora sempre, li tocca sempre. Li odia sempre.
La nonna, nonostante il periodo adolescenziale degli ormoni impazziti pure sul cuoio capelluto, non le permetteva di lavarli se non nel giorno del Signore, per il Quale la pulizia era dovuta, ma non dovuta per se stessi. 
E' stata abbandonata da madre e padre e lasciata alle cure dei nonni paterni.
Si vedrebbe con i capelli lunghissimi, bellissima e, in quanto bellissima, amatissima.
Ma proprio non ce la fa. Non riesce ad aspettare la Domenica. La sua testa ha bisogno d'essere martoriata molto prima.
Li lava sempre. Li taglia sempre. Si odia sempre.

C'è la mia amica del cuore che ha un rapporto più equilibrato con i suoi capelli. Li taglia, li fa allungare, li colora, gli cambia forma. Ogni sabato, da quando la conosco, va dal parrucchiere per la piega, che le rimane addosso fino al sabato seguente. Nei nostri vent'anni condivisi, l'avrò vista spettinata soltanto un paio di volte. Per il resto, il mantenimento dell'ordine semplice e della puntualità.
Mi sembra che segua i cicli naturali della propria persona. Nient'altro.
Essendo riccia, quando si sente in quello stato speciale di donna selvaggia, si lascia così com'è: riccia. Un riccio stupendo e feroce che ondeggia sulla sua sessualità. E siccome sa bene la mia amica quanto la sua sessualità sia sviluppata, per la maggior parte del tempo preferisce portare capelli addomesticati.

C'è mia cugina che all'età di due anni ha perso il padre. Da allora è stato un continuo cercarlo negli uomini della sua vita. Tentativi e uomini tutti sbagliati. Leitmotiv nell'affannosa ricerca, le acconciature da matrimonio. Per ogni occasione, dal gelato a casa dei miei alle uscite con le amiche fino all'etichetta cerimoniale, non c'era mai stacco nel portare svolazzi vertiginosi del capello. Un aggrovigliare insistente perché un uomo da chissà dove venisse a scioglierle i nodi. Finché non è arrivato l'uomo che oltre a darle il piccolo vero amore della sua vita non è stato per niente avaro di calci, pugni, ingiurie e azioni da stalking di ogni sorta.
E' così, purtroppo, che è scesa dalla giostra delle acconciature e s'è fatta donna.
Adesso ha trovato chi la protegge da qualsiasi genere di nodo.
Adesso questa donna porta capelli che non ricordo. Dunque niente più vertigini.

Sono certa che attraverso i capelli venga smascherato il lavorio sommesso che i demoni compiono dentro di noi.


E poi ci sono io.
Porto i capelli lunghi, raccolti solo in fronte, lasciati andare come se fosse sempre vento, come se fosse sempre primo mattino. Da quando mi sono allontanata dalla lava incandescente dell'adolescenza, non li coloro più e raramente, sempre per questioni di rinnovamento, li spunto e li liscio più di quanto non siano già.
Insomma, in genere li lascio spalleggiare la mia vita.
Per mia madre sono sempre stata "la migliore" e in quanto migliore avrei dovuto fare sempre la migliore. Quel "avrei dovuto" dice quanto l'abbia delusa.
Al primo tema del ginnasio, in mezzo ad una media di 4, sono stata la mosca bianca dell'8.
Per mia madre non era 10. Ha storto la bocca e si è voltata senza dire una parola. Io provengo da lì. I miei capelli provengono da lì.
E non vogliono essere molestati, aggiustati, sistemati, sistematizzati né votati.
Non sarò certo figlia di questo tempo, ma mamma di questo tempo lo sono eccome. E se lascio Sofia sporcarsi come se vivessimo in una palude di campagna, in alcune situazioni cerco di "pettinarla". Per insegnarle che c'è un tempo per il caos ed uno per l'ordine.
Sofia poi è come me: non vuole essere maneggiata. Allora io ci provo, la pettino alla bell'e meglio, le metto qualcosa, me la godo per quegli attimi di sua concessione e poi mio malgrado la lascio disfare.
Caos ed ordine in perfetto equilibrio.


Visto tutto quello di cui sopra, mi sembravano degne di nota le prime codine di Sofia.






19.6.10

L'eresia del crack.

Sono stata eretica per tutto il tempo, prima di questo. Mi dava aria percorrere le vie traverse, con addosso le scarpette rosse. Ballavo sempre, anche sotto i temporali, controvento. Taranta-taranta-taranta. Facevo paura senza che io ne avessi mai. Oppure era il sottobosco che raccontavo a fare paura, lì dove c'era ombra fitta, non un sentiero in luce, una rotta definita, un rifugio alla fine delle vie. Portavo l'ombra, lo splendore della mancanza di forma. Portavo le possibilità, rispondendo come fa l'oracolo. Lasciavo che i rimandi evocassero le risposte. Perciò non ne davo, evocavo.

Portavo unghia sporche di terra e la matita nera attorno agli occhi. Lì nel sottobosco.

Adesso svolgo i bei compitini.
Sono prodotto pubblicitario venduto. Non canto l'ombra ma i jingle. Vivo nella casetta di marzapane con addosso le pantofole, seduta su una sedia, le mani inamidate.

A lungo mi hanno inculcato che a portare i capelli sul volto fosse sconveniente, dicesse male.
Allora chignon, trecce, code, i capelli stirati, tirati, strappati, costretti perché non coprissero, non facessero paura coprendo l'insondabile.
Ora so che l'esposizione del manifesto in superficie ha dell'insano, a volte, e che il respondere sta dietro la parola, il fatto, l'atto.
Non si vede, seduta dove sono, ma sto facendo ricrescere i capelli fin sotto il fondo della schiena: a partire dal corpo cerco il sottobosco, senza vie traverse non so dove andare.
Faccio crack del sistema che mi ha inghiottito perché la vendita al dettaglio della marionetta che sono venga sospesa.
Ho ricominciato a parlare sottovoce sentendo da lontano l'ombra e la taranta rullare impazienti, avvicinarsi.
Voglio ballarle di nuovo, adesso che c'è mia figlia.


Janis Joplin - My baby