7.4.10

"Parivavu di chiddi pi ddaveru". Elogio?

Che letteralmente si traduce in: "Sembravate di quelli per davvero" e che vuol significare, nella forma retorica della metonimia, espressa qui in modo straordinariamente efficace: "Complimenti! Siete stati così bravi e convincenti da sembrare dei veri professionisti". Lontano da disquisizioni puramente linguistiche, fu la 'zia Pippina' (che, tanto per rimaner fedele a quest'approssimativa analisi semantica del dialetto siciliano, si pronuncia: 'a zzzia P-pp-na', laddove le zeta di 'zzzia', più ne metti meglio è, abbondanti come i pasti luculliani, vengono emesse con la stessa intensità ed asprezza delle zeta di quel rafforzativo del pensiero in luogo del termine anatomico-genitale di cui è sinonimo, e che a noi, italiani in genere, piace mettere in bocca ogni due-tre parole [e no!, rafforzativo del pensiero, noi siciliani non usiamo più 'minchia' dai tempi di Garibaldi, eccherafforzativo del pensiero!]; per quanto riguarda la pronuncia delle pi, avete presente il gioco che fanno i ragazzini 'a chi sputa più lontano'? Ecco, lo sputo che vince, eliminando la parte iniziale di caricamento, è la prima pi. Le seconde pi, più forti e roboanti, sono del vecchietto che fa lo stesso gioco, ma non per gioco quanto per vizio, o per altro non so che), dicevo, fu la zia Pippina, dieci anni fa (no, amore, non sei vecchio), ad emanare la sopracitata proclamazione alla fine di un concerto rock tenuto dal gruppo cui faceva parte Lé.
Si noti che l'elogio di zia Pippina è alquanto insidioso: esprime una potenzialità non ancora attuata, esprime l'idea di aver intrapreso una strada ma di non esser ancora giunti alla meta, magari di essere, sì, ma di essere ancora quasi, sul punto di. Radicalizzando, espone il concetto del carnevalesco per il quale ci si veste di panni che non ci appartengono fino in fondo, se non per qualche breve istante di trascendenza da noi stessi.
Ciononostante li rese contenti. Questo dieci anni fa.
Giorni nostri.
Vì. al telefono: "[...], quello che scrivi è stupendo, [...], dovresti scrivere un libro, mi piace quando scrivi che [...]"
"...Davvero, Vì? Grazie."
"Non sembri nemmeno tu"
"..."  (la mia migliore amica)
"Sembri..."
"..." 
"...una..."
"...una che, Vì?"
"...una brava."
Ignorando l'imbarazzante sviluppo incontrollato della telefonata, vorrei precisare che Vì. è una donna profondamente colta, intellettualmente eclettica, che in genere esprime il proprio pensiero con ben più di due aggettivi contigui e generalisti. Immagino che in questa occasione non abbia trovato di meglio. Immagino che, se avesse saputo, questa volta avrebbe ceduto lo scarno italiano per prendere in prestito, così come facciamo ormai io e Lè. tutte le volte che ci compiaciamo l'un l'altro delle nostre performance, l'espressione di zia Pippina. 
Che a ottant'anni va ai concerti rock e le piace il progressive; che a novant'anni, suonati e vissuti nell'entroterra siciliano, riceve con una benedizione la compagna cittadina, e pancia già beffarda al seguito, del ragazzo che ha visto crescere; la cara zia Pippina, che non conosco bene ma che è già diventata forte forma simbolica nelle mie macchinazioni inconsce e che, presumo, non abbia la minima idea di quanto quell'apprezzamento elementare e spontaneo costituisca lo zoccolo duro del pensiero filosofico che indaga sulla dicotomia 'sembrare/essere' dal V sec. a. C. parmenideo fino agli attuali catastrofici sviluppi di tutti i GF e affini in scena.

Entrare nel club dei "Parivavu..." ha reso contenta anche me.
Sul perché irrisolto di tale contentezza, dell'accontentarsi di esser parso, anzicchè 'pi ddaveru' ...... magari prossimamente in questo blog.  
  

3 commenti:

  1. Il fatto è che il passato (quello vissuto) è più facile da leggere: uno si volta all’indietro, dà un’occhiata, sia come sia, e poi, sia come sia, rimane sempre impigliato da qualche parte, (magari ai brandelli di vita vissuta).
    A volte bastano soltanto l’olfatto (l'odore della casa di Braidi) e le papille gustative (il sapore della birra alle 8 di mattina dietro l'experia). E' noto a tutti: certi ricordi, anche quelli brutti, ti si appiccicano addosso come lumache e non si staccano più!
    Da un pò mi assale un ricordo: un donna, una mamma straordinaria che è diventata un'altra persona, ma che è sempre la stessa, che mi ricorda un'altra me, anche se diversa.
    E allora penso alla vita, che raramente mostra
    in superficie le sue ragioni, che fa il suo vero percorso in profondità, in silenzio.
    E a volte ci penso e avrei voglia di parlartene, anche se di sfuggita, ti vorrei dire non tanto quello che sei, cosa abbastanza difficile, ma piuttosto quello che non sei più con me e di quanto nonostante tutto la mia passione per te continua a nutrire le mie cellule.
    E ti direi anche che ti aspetto, anche se è una follia aspettare chi non può più tornare la stessa persona.
    Firmato
    Una donna profondamente colta, intellettualmente eclettica, che in genere esprime il proprio pensiero con ben più di due aggettivi contigui e generalisti.

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  2. I ricordi sopravvivono.
    Puoi far morire ciò che li ha originati, ma loro sopravvivono, senti il loro odore, tutto intorno a te, non ti accorgi da dove viene, li annusi, e ti guardi attorno, cercando di capire cosa è quel profumo.
    Vivi come un dejavu, e mediante una serie di accostamenti cerchi di risalire alla sorgente, fino a ritrovare sempre gli stessi ricordi.
    Ricordi che pulsano, pulsazioni di notti d'estate del millennio scorso, come le vene di una mano che senti sotto le dita, come la luce delle stelle che attraversa dei capelli che ti sfiorano (lassù, nella stessa casa), le scritte sulla parete di una camera, le notti condivise, i giorni condivisi, fantasmi come impronte roventi che ti bruciano per sempre, bruciature rapide concentrate, come di sigaretta, non te ne accorgi e ne senti il dolore dopo un pò, quando non puoi più farci niente, e ti rendi conto che erano state troppo intense per sentirle, per evitarle, e poi per cancellarle.
    I ricordi invecchiano, ma nei ricordi non si invecchia, per me avrai sempre 18 anni, quasi 19.
    Alla prossima vita.

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  3. Dove sarai il poeta di sempre...

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