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23.10.13

Partly Cloudy: Il sonno della ragione genera mostri

Ogni giorno nello zainetto di Sofia trovo un disegno, fatto alla buona, velocemente, a fine giornata scolastica su un foglio A4 poi ripiegato e messo assieme ai resti della merenda. Sono disegni che non seguono il percorso didattico ma lasciano ai bimbi la libertà di esprimersi, senza guida e suggerimenti.
Stamattina, mentre preparo lo zainetto, trovo un foglio disegnato sulle due facce.


Qui la nostra artista Sofia, in arte Sofa, ha espresso, attraverso un uso rigorosissimo dell'arte concettuale, il movimento portato all'estremo e volutamente caotico di bambini, rappresentanti a pieno titolo l'epoca post-moderna del disordine psicotico, mossi unicamente da un insensato impulso a lasciar che il loro corpo infantile, espresso magistralmente dall'artista attraverso tratti sfoltiti ai minimi termini, corra senza centralità né mete all'interno di uno spazio costrittivo quale solo il foglio A4, in una grandiosa allegoria dello spazio artistico inteso come spazio vitale, si presta ad essere, 
dichiarò un cuore di mamma, dopo aver pensato "che culo!" avendo letto in alto a sinistra il titolo dell'opera scritto dalla maestra, fonte immediata di illuminazione sul significato occulto dell'opera.

23.1.11

L'impresa eccezionale

Silenzio, vero?
Nessuna parola, nessun suono, nessuna immagine. Pare tutto fermo qui.
Pare.

Vi porto dietro le quinte.



Sono giorni di grande rimescolamento di carte.
Potrebbe sembrarvi una scena da "tutti attorno ad un tavolo in tempi di festa", dove il rimescolamento farebbe da parentesi d'aria al gioco, da defaticamento dopo le strategie, una sigaretta, un caffè, due risate, quella frivola spensieratezza che prelude al gioco, insomma un piacevole momento di transizione e di ridefinizione dei ruoli.

La verità è che qui invece si tratta, per quanto mi riguarda, di ridefinire le coordinate che mi fanno.
Pare semplice, non è vero? A dirlo, a pensarlo, a scriverlo, a leggerlo pure, magari.

E invece vallo a cambiare di colpo un preciso punto di vista sul mondo, la finestra attraverso cui ti affacci a guardare la sua rappresentazione, lo stile che usi per definire la realtà e viverla, che poi è la forma di cui si veste il nocciolo del tuo essere.
Vai a cambiare dunque di botto quello che sei, quel radicamento dell'anima radicato Dio solo sa dove.
E' un'impresa immane.
Come per uno sportivo diventare un fumatore incallito.
Specie se non sei da sola ma tra le gonne ti porti uno scricciolo a cui devi garantire continuità, morbidezza dei comportamenti, per nulla strappi alla quotidianità di cui si alimenta.
Se fossi sola, quindi, sarebbe una di quelle imprese tutto pepe ed eccitazione, che ti vedono amazzone dell'esistenza, valorosa combattente dai denti e tacchi aguzzi, seni al vento e cavalli domati.
Adesso invece è il trauma per eccellenza.
Per me, che vai e destrutturare una donna strutturata in questo modo.
Per Sofia, che da quando è al mondo vive di questa struttura che io le ho così generosamente e senza freni di sorta offerto e che adesso le devo togliere anche piuttosto violentemente.
Farla soffrire per non farla soffrire più.
Vi rendete conto?

Continuo?
Sì?

Merda.
Mi dispiace, ho provato a cercare sinonimi più equilibrati, più gentili dal punto di vista dello stile, meno aggressivi. Ma in questo rimescolamento delle carte entra in gioco anche il fatto di non portare più il linguaggio dentro i labirinti della speculazione teoretica di cui faccio abbondantemente uso.    

Per cui merda è il solo vero nome di quello che mi tocca immediatamente destrutturare.

E sì che da quando ho memoria delle mie primissime forme di autocoscienza, quanto mi piaceva rotolarmi in questo pantano marrone che gli altri incontrandomi chiamavano sospirando "riflessione" "maturità".
Quanto erano belle queste parole!, specie nella primitiva acquisizione del linguaggio mia e di tutti quelli che la usavano a mio appannaggio: allora non capivamo ancora bene le implicazioni legate a queste parole, che mi venivano dette con la sola precisa volontà di conferirmi uno stato privilegiato, di specialità.
Quanto mi piaceva essere speciale.
Allora avrei potuto salvarmi, dire: "No, mi dispiace, non sono matura e riflessiva, gioco solo a pallavolo, mangio la pizza, mi piacciono i cartoni animati." Oppure: "No, mi dispiace, non sono speciale, sono normale: rutto quanto voi".
Oggi lo sarei, una persona normale, che non vuol dire altro che una testa piantata a terra senza ricerche pindariche di sorta, senza retropensieri infilati in qualsiasi virgola di questo mondo.
E invece ho continuato, lavorando su queste due parole, strutturando la mia persona intorno a tutto quello che con loro si sposava bene. Col tempo, con la dimestichezza, ho raggiunto vette insondabili di riflessione e di maturità, senza mai accorgermi di quanto fossero fini a se stesse, o di quanto facessero da ostacolo al cammino limpido e dritto di una vita.

L'esperienza che io e Sofia stiamo facendo in questi giorni al nido fortunatamente sta facendo crollare questa impalcatura che a dirla tutta già da un po' non funzionava, ancora prima di Sofia, ancora di più con l'arrivo di Sofia.

Tutto è messo in discussione.
La mia maternità.
Il mio essere donna.
E il fatto che abbia aspettato un inserimento al nido per farlo già parla da sé.


Una persona normale.


Perché Sofia soffre. E a continuare così lo farà ancora.
Per colpa di questa mia matura e meravigliosa attitudine alla riflessione.

Mi tocca spiegarmi meglio.





Continua

11.9.10

Evoluzioni.

Dicevo dello stress, a cui si da la definizione di "adattamento del corpo ad un generico cambiamento fisico e/o psichico". Cambiamento. 
E in effetti i miei criteri di interpretazione e di accostamento al reale sono tutti sovvertiti, o ricodificati, o anche rasi al suolo, smistati e riassemblati.
Accanto al "nulla si crea e nulla si distrugge", c'è un continuo lavorio di distruzione e ricreazione di forme, naturali e terrene ma anche psichiche-emotive, che la bravissima ammaliatrice di inconsci Clarissa Pinkola Estès chiamerebbe natura Vita/Morte/Vita e che in qualche modo equivale al maccheronico corsi e ricorsi del tizio anziano seduto al tavolino del bar con sigaro, briscola, caffè, e sguardo e pelle saturi.
Si seguono i cicli, in questa terra. E' atavica la nostra attrazione per il movimento del mare, ché ci restituisce nel modo più immediato l'immagine del ciclo.

Questo qui sotto è un mio scritto per una materia che ho dato. Allora, quando potevo permettermi di indugiare la notte tra libri, penne e sigarette, mi piaceva alternare il suono ovattato dei pensieri al ticchettio plastico della tastiera.
Tra le parentesi quadre ho tracciato in parole quello che per me, sempre allora, esprimeva l'immagine del ciclo delle cose della terra, compreso l'uomo.  


Allora però potrei dire che ero ferma ad una stazione di servizio aspettando di prender parte al movimento ondoso del vivere. Parlavo di cicli senza averne l'esperienza.
L'esperienza del reale che Sofia ha concesso alla mia vita notturna e diafana, ha rivoluzionato il concetto e adesso l'ho riformulato.
Crisi. Rivoluzione. Evoluzione. Equilibrio.
Un sistema è per sua definizione in equilibrio, finalizzato a qualcosa e per questo funzionante.
Ad un certo punto un accidente suo interno o esterno lo sbilancia, lo destabilizza. Il sistema entra in crisi.
Ma siccome la vita tende all'equilibrio, il sistema si mette in moto perché lo scontro con l'accidente venga medicato. Dalle macerie alla ricostruzione. E' la fase della rivoluzione.
L'accidente è un evento ormai accaduto, non si può tornare indietro, non si può ignorare perché ormai è. Per cui la ricostruzione del sistema avviene riassorbendo, inglobando l'accidente, o il segno che ha lasciato nello scontro. Dopo la rivoluzione il sistema non si ripropone mai più sotto la vecchia forma. Per questo è un'evoluzione.
A cui, dopo qualche scossa di assestamento, segue l'equilibrio. Il nuovo sistema nuovo di zecca.
Ci possiamo riconoscere in questo movimento perché l'essere umano è un sistema nel sistema nel sistema... Una matrioska spettacolare e, fino a che la teoria dell'infinito non venga confutata, infinita.


Dunque di fronte ad una rivoluzione, la persona non ne può uscire indenne, identica agli stadi precedenti la rivoluzione.
Io sono in stato di rivoluzione.
Mai, prima di adesso, ho investito così tanto di me.
Mai ho lasciato che le mie appartenenze, quelle predestinate, cadessero per lasciar posto a nuove appartenenze.
E, al contrario, mai prima di adesso ho permesso alla mia persona di vivere la reciproca appartenenza.
E in questo periodo di rivoluzione, o di adattamento del corpo ad un generico cambiamento fisico e/o psichico, si incastona splendidamente l'esperienza del sublime. 
E quello che ai miei occhi è esperienza del sublime, in questi giorni per Sofia è crisi.
Siamo, ma soprattutto è, in attesa.
Come quando è nuvoloso e il cielo aspetta, che la pioggia cada. O quando cade, che smetta.
Come al semaforo, che si riparta.
Siamo come nell'attesa che qualcosa avvenga, che l'attesa vada.
E tutto quello che facciamo in questi giorni sembra cammini in punta di piedi, che sussurri come le voci in chiesa aspettando la messa.
Perché, certe volte, l'attesa, l'anelito in genere, la si porta dentro con la stessa delicatezza dei gesti di cura e di protezione, come fosse portatrice di sacro.
Anche le parole di questi giorni sembrano stare sospese ed evadere da quello che stiamo attendendo con profondo trasporto.

Aspettiamo la rivoluzione.
L'evoluzione.
E il nuovo equilibrio.

Aspettiamo, ma soprattutto Sofia aspetta, che cammini.



16.4.10

300 giorni. Discorso ecologico.

C'è un sistema.
Esiste, si muove, cammina, si sviluppa, funziona.
Da qualche parte mostrerà certi punti deboli, ma nel complesso del suo esser complesso, tutto sommato funziona; nonostante un'incostanza nella fluidità del meccanismo, le mancanze e le ripartenze trovano una loro ciclicità. Il sistema è coerente. 
E' in equilibrio.
Arriva l'estraneo, un sistema a cui quel sistema non può essere adeguato né essere riferito perché nessun carattere costituente i due sistemi porta coincidenza, nemmeno somiglianza. Sono ontologicamente in antitesi ed è escluso il tu, il mutuo procedere in direzione l'uno dell'altro. Semmai la loro è una reciprocità oppositiva.
Ontologicamente in antitesi non tanto nel coesistere all'interno di uno stesso spazio, che anzi è l'unica forma in grado di assorbire le antitesi e accordare i sistemi (è quello lo spazio, l'unico, in cui entrambi i sistemi possono attuare la loro inconciliabile specificità), quanto nel condividerlo.
Così un corpo piranha tra i delfini, il sale nell'acqua dolce, un virus nella cellula animale, l'eresia sull'ortodossia, moti rivoluzionari sull'autorità della tradizione, la  pretesa tutta moderna della perpetua emissione di luce sui ritmi ancestrali sonno-veglia, il moto terrorista nell'ordine assorto del quotidiano, lo spermatozoo nella cellula uovo, [...]. Sistema individuale contro sistema individuale.
E nel movimento che ogni sistema del vivente compie, come stato di necessità, perché l'equilibrio specifico permanga, è possibile che:
  1. Il sistema ospite annienti il sistema occupante
  2. Il sistema occupante annienti il sistema ospite
  3. I due sistemi si annullino reciprocamente
  4. I due sistemi creino interdipendenza e fondano, in forma di simbiosi, le proprie originali peculiarità dando corpo ad un sistema inedito
  5. I due sistemi conservino la propria integrità e, addomesticandosi*, convivano       

[...] Così Sofia nella mia vita.

Sono madre, il sistema più controverso perché di specie umana. 
Sistema controverso perché vivo, alcune volte anche fortemente, l'antitesi, lo stato di guerra, non verso mia figlia, da me al di fuori di me. Piuttosto la guerra è intestina: da me in me.
La mia specificità mi dice di nutrire quella di mia figlia. E' l'imperativo della legge di natura. Contravvenendo a tale legge sarei condannata all'infelicità, che tra le tante cose è la cronica discrepanza fra ciò che si è e le opere che si ha potere, o non si ha, di realizzare. Sono madre, e con mia figlia opero e realizzo ciò che sono.
Nei sottintesi dell'essere animale io e Sofia ci muoviamo benissimo. Danziamo ritmicamente all'unisono secondo il tempo che un orologio invisibile scandisce, e non sbagliamo mai i passi. Io nutrice, lei nutrita, cresciamo. Ballando a tempo cresciamo.
Eppure, ed ecco l'antitesi, c'è un'altra me che porta una sua propria specificità e, non potendo più soddisfarla nel tempo che turbina interamente intorno a Sofia, scalpita, scalcia, urla, si dimena come una demone imbrigliata.
Ripenso ad una leggenda ambientata in un piccolo paese dell'entroterra ennese. Non conservo molti ricordi della mia infanzia, ma tutte le volte che, percorrendo la strada di ritorno a casa dal paese in cui sono nata, mi ritrovo sotto il dirupo dove si affaccia pericolosamente il paese di Agira, mi sento spinta da quella stessa impressione di bambina di fronte alle storie nere a guardare in alto e vedere il nero.
Si racconta che San Filippo Neri imbrigliò per i capelli diversi demoni e incatenandoli nei sotterranei dell'Abbazia li condannò per l'eternità alla prigionia. I demoni cercarono di scendere a patti col Santo e tra pianti, lamenti, promesse e contorsioni riuscirono a convincerlo. Il Santo così promise:"Quando la Pasqua cadrà a Maggio, sarete liberi". Ancora oggi, tutte le volte che la Pasqua cade gli ultimi giorni di Aprile, si sentono gli zoccoli scalpitare.

300 giorni circa. Tempo morbido con Sofia, e tempo duro. Mi innalzo con Sofia, e annaspo. Sono mamma con Sofia, e scalpito. La amo, e vorrei andare.
Scrive Simone de Beauvoir ne 'Il secondo sesso': "[...]la vita permane, a condizione di superarsi; si supera, a condizione di permanere [...]". E' innegabile quanto abbia superato me stessa diventando madre. Ho trasceso alcuni dei miei limiti, altrimenti insuperabili. Sento, però, quanto sia indispensabile tornare a percorrere la terra del sistema precedente Sofia, e dissotterrare ciò che è rimasto irrisolto. Il paradosso, l'antitesi dentro di me, è proprio il fatto che nel superamento di me stessa attraverso l'esser diventata madre, specificità inconfutabile, l'altra specificità ne è rimasta strozzata, e nel soffocamento di questa, il superamento non può permanere.
Se i primi tre punti dell'elenco qui sopra non riguardano noi, il quarto è quello che stiamo vivendo e fa guerra dentro di me tra profonda, nuova felicità e asfissia, il quinto punto è quello che farà la differenza, l'incastro dei sistemi, la morbidezza dell'equilibrio. Verrà l'addomesticamento*, sarò sempre in conflitto, quello d'esser per lei o di essere per me, ma avrò tempo per risolverlo, e avere tempo significherà far convivere tre sistemi: il mio con quello di Sofia, e il mio con quell'altro mio, con quell'altra me.
Verrà Maggio. Scalpito.



*per esprimere il concetto esiste solo la parola di Saint-Exupéry.